Il giudizio

Non sono i fatti in sé che turbano gli uomini, ma i giudizi che gli uomini formulano sui fatti. Per esempio, la morte non è nulla di terribile (perché altrimenti sarebbe sembrata tale anche a Socrate): ma il giudizio che la vuole terribile, ecco, questo è terribile. Di conseguenza, quando subiamo un impedimento, siamo turbati o afflitti, non dobbiamo mai accusare nessun altro tranne noi stessi, ossia i nostri giudizi. Incolpare gli altri dei propri mali è tipico di chi non ha educazione filosofica; chi l’ha intrapresa incolpa sé stesso; chi l’ha completata non incolpa né gli altri né se stesso.
(Epitteto, “Manuale”)

2 Risposte

  1. Certo: è auspicabile essere presenti a se stessi per poter leggere i segnali del cambiamento e riuscire a “cavare il bene anche dal male; dimostrando, con ciò, una diretta parentela con Dio anche se la serendipità non appartiene alle cose desiderate e il vivere quotidiano sembra più che altro una scommessa.

    Da “Le vacche di Padre Eligio”, di P. Eligio- Vallecchi Editore – … è il 1975, si parla di un mondo “nuovo”, il Mondo X, dove le vacche è auspicabile che siano i lettori di ogni tempo e luogo, dove è l’amore a qualificare chi ama e non chi è amato.
    […] In quegli anni si preparavano per me nuove battaglie e nuovi problemi. I l telefono Amico stava evidenziando da tempo la grave situazione determinata dalla droga. Non potevamo certo ignorare questo fatto, così pesante e ancora ignoto.
    I primi passi furono brancolanti. Venivano ricevuti i primi giovani che chiedevano aiuto nella sede di Telefono Amico. Telefono Amico era un mondo ormai consacrato da una mentalità che ne garantiva l’efficienza nell’ordine e nella solitudine. La droga aveva portato scompiglio anche lì: l’angosciata esagitazione, le crisi, i malanni, i capricci le furbizie dei nostri nuovi amici ci pigliavano di sorpresa.
    A poco a poco si era formato un gruppo che ne seguiva attentamente gli sviluppi. Non eravamo preparati come sarebbe stato necessario.
    Ci eravamo valsi, nei primi passi, del prof. Gori e soprattutto del prof. Madeddu che in questo campo avevano acquistato un’esperienza e una metodologia.
    Noi cercavamo però tentativi più validi in seno al nostro gruppo di “inesperti” che contava medici in erba ma – soprattutto – uomini collaudati nei rapporti umani.
    Erano inevitabili i contrasti nella tensione tra linea scientifica e linea più umana. Io li osservavo attentamente, questi confronti, come seguivo più da vicino il lavoro di ciascuno con i nostri ospiti.
    Le informazioni culturali che avevo sulla droga si rivelavano del tutto teoriche e certamente da interpretare e collaudare nell’applicazione.
    Ma non mi convincevano le motivazioni date al fenomeno droga e queste, per me, erano estremamente importanti.
    Solo in base a conoscenze esatte ed esaustive avrei potuto realizzare una iniziativa valida e avveniristica.
    Nelle mura del Telefono Amico accadevano intanto le cose più strane.
    Arrivavano relitti umani, genitori disperati, mentitori, mitomani per trovare un porto da quell’uscio che, con preoccupazione e amore, avevano aperto loro.
    Nei momenti spettrali delle crisi avvenivano scene madri e, sovente, tentativi di suicidio.
    Ogni ragazzo si portava alle spalle una storia pesante o sciocchezze. La miseria, le famiglie disgiunte, la violenza, l’alienazione di un mondo suicida.
    Ma altri venivano da ambienti sani, meravigliosi, perfetti. Cosa c’era nella caleidoscopia di quegli sguardi? Che significato avevano per loro il cuore, il cervello, la carne?
    Sulla società potevamo anche essere perfettamente d’accordo. Ma, ognuno, cosa pensava di sé?
    I miei studi e le mie osservazioni avvenivano dall’interno e con distacco.
    E la droga bisognava cercarla così.
    Ci avrebbe ammazzato tutti.
    Ma, o così, o nulla.
    Non c’erano soluzioni lucidamente tecniche. La tecnica era soltanto una voce – e neanche sempre necessaria – nel ritorno dal paradiso alla povera terra quotidiana.
    I nostri ragazzi combattevano una incredibile, pesante, meravigliosa battaglia.
    Non ci sarà difficile capire che, dei due schieramenti, quello che incideva di più era la linea “umana”.
    Gli insuccessi non ci furono risparmiati. Ma, a poco a poco, anche incredibili soddisfazioni.
    Tra i ricordi più belli della mia vita c’è una siringa regalatami da una ragazzina arrivata in condizioni pietose, pluritentatrice di suicidio. Dopo due anni, prima di ritornare a casa rinata come un prato, aveva voluto farmi il suo dono. Su una busta chiusa che conteneva la “bomba”:
    “Al mio papà Eligio l’ultima siringa che non ho usato”.
    Molto tempo dopo leggevo su un giornale un trafiletto:
    “Costituito a Milano il Comitato Antidroga. Vi partecipano…”.
    Con tutto il rispetto che devo a questi personaggi, non posso che lodarne la buona volontà. Ma, loro, cosa possono fare per questo mistero?Sì. Non rincrudire con un inutile moralismo, con l’assurda applicazione di leggi più assurde, non complicando iter già contorti, non soffocando con il loro prestigio questa gente che ne muore, stroncando i mercati se ne sono capaci, se lo vogliono.
    Ma lo sapete, cara Eminenza, cari prefetti, sindaci, magistrati, che è proprio in disgusto alla società che voi rappresentate, gestite, giustificate che viene tentato il nuovo volo di Icaro verso l’ignoto, volo che sovente è solo morte?
    Dopo un po’ di anni di lavoro, di esperimenti, di ricerche decidemmo di chiudere l’accesso al Telefono Amico e preparare finalmente un discorso più serio, più completo, più efficace. Ovviamente su questo problema ci sarebbe da scrivere un libro, oltre ai tanti che già ci sono e gli articoli “impegnati” di grandi firme e dei grandi giornali.
    A parte le diagnosi ritrite e per me superficiali (se non addirittura errate) è necessario parlarne di meno e lavorare di più, direttamente e generosamente come hanno fatto, con grande merito, il già citato prof. Madeddu, don Mario Picchi a Roma – con molti sacrifici e rischi – e il gruppo Abele di Torino.
    E’ un lavoro che va affrontato con piena dedizione e forti capacità sperimentative, anche se con criteri diversi, perché il problema occulta una matrice ben più profonda di quanto appare e nessuno di noi che studia, ama e lavora per questo, sa ancora bene cosa rappresenti il “fenomeno droga”.
    Togliamoci bene dalla testa che la droga occupi lo spazio lasciato libero dai vecchi valori (Dio, famiglia, cultura) come da troppo tempo e con troppa sicumera si dice e proviamo a pensare se, per caso, non ci troviamo di fronte ad una sostanziale mutazione della vita umana, come potrebbe essere “un passaggio ontologico”da una vita razionale a una vita esclusivamente intuitiva. Non, perciò, fenomeni legati “ai motivi del vivere” ma al “modo di vivere”.
    L’uomo vivo quando crolla un ideale fa come l’albero sano duramente potato: perde un ramo e ne ricrea un altro. Il valore degli ideali è infatti estremamente relativo e gli stessi sono intercambiabili.
    La droga non è un ideale, non ha nulla dell’ideale o del valore. E’ invece sostanzialmente un altro “modo di vivere”e può spuntare, non al posto di ideali morti o scomparsi, ma al posto di una vita scomparsa.

  2. il mondo non ce l’ha con noi neppure è dalla nostra parte,noi come coraggiosi e talvota spaventati marinai remiamo, remiamoremiamoremiamo………, siamo anche un po’ quel mare in cui ci troviamo, quel cielo che ci è sopra…

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