…a proposito di danza V

Continua il nostro percorso danzante, con questi contributi di Anna Ferrara, che ringrazio, per mezzo dei quali andiamo alla scoperta, ballando, delle nostre preziose tradizioni. Alla fine, leggete l’importante invito della nostra amica:

Cara Valeria, grazie per questo interessante articolo (vedi).
Una bella iniziativa quella di approfondire le origini ed il significato delle antiche danze popolari delle nostre regioni.
E adesso godiamoci questo video della Pizzica di Lecce:

La Tarantella napoletana:

Funiculì:

“Tarantella di Rossini”:

Cari Jeppo, Lugi, Map, Melusina, Paolo, Raf, S. A. Santoro, Viki e tutti gli altri amici e lettori, perché non proponete le danze popolari della vostra regione o quella che sentite a voi più affine?

35 Risposte

  1. Gabriele carissimo,

    Colgo l’invito per proporti la ritmicità che percepisco più affine al battito del mio cuore.
    Come sempre, grazie per le tue bellissime iniziative le quali ci consentono, come già ti dissi, di metterci a nudo in Anima.

    Con affetto,

    Luigi

  2. La danza delle spade, tutta al maschile, per esempio…

    “Questa è la terra di Puglia e del Salento, spaccata dal sole e dalla solitudine, dove l’uomo cammina sui lentischi e sulla creta. Scricchiola e si corrode ogni pietra da secoli . . .
    Anche le pietre squadrate, tirate su dall’uomo, le case grezze, le chiese destinate alla misura del dolore e della speranza, seccano e cadono nel silenzio. Avara è l’acqua a scendere dal cielo, gli animali battono con gli zoccoli un tempo che ha invisibili mutamenti” . . . “È terra di veleni animali e vegetali qui cresce nella natura il ragno della follia e dell’assenza, si insinua nel sangue di corpi delicati che conoscono solo il lavoro arido della terra, distruttore della minima pace del giorno. Qui cresce tra le spighe di grano e le foglie del tabacco la superstizione, il terrore, l’ansia di una stregoneria possibile, domestica. I geni pagani della casa sembrano resistere ad una profonda metamorfosi tentata da una civiltà durante millenni”
    Cosi’ Salvatore Quasimodo, nel commento a “La Taranta”, film documento del 1961 di Gianfranco Mingozzi… (altri link: http://www.didaweb.net/mediatori/articolo.php?id_vol=1403 )

  3. …dimenticavo:
    “La pizzica a scherma viene anche spesso indicata come danza delle spade. La pizzica a scherma viene ballata da due uomini e consiste nella simulazione di un combattimento tramite coltelli. Ovviamente non vi sono coltelli veri nè pugnali come invece accadeva un tempo: la presenza delle armi viene oggi semplicemente simulata tramite le dita indice e medio o tramite l’apertura di tutta la mano, che viene brandita come se fosse un’arma. Nella pizzica a scherma i due contendenti simulano tutte le mosse tipiche di un combattimento reale, ora riprendendo i passi della scherma, ora infliggendo colpi, ora simulando di essere stati colpiti ed abbandonando il combattimento. ”

    Si ringrazia: http://www.laterradipuglia.it/cultura-e-tradizioni/la-pizzica-e-il-tarantismo

  4. “Per comprendere il significato del termine “Pizzica-Scherma”, è necessario considerare due fattori di notevole rilevanza: la festa di S. Rocco e la presenza delle popolazioni Rom o Zingare, insediatesi nel Basso Salento a partire dalla seconda metà del XV secolo.

    Il 15 ed il 16 Agosto di ogni anno, in una frazione di Ruffano, Torrepaduli, accanto ai festeggiamenti in onore del Santo si organizza una fiera di bestiame, di grande rinomanza nei tempi passati sia per i contadini che per i Rom, dediti per tradizione all’allevamento e alla vendita di animali, soprattutto cavalli. Tra due mondi così socialmente diversi naturale diventa il confronto ed inevitabile una commistione tra le due culture: sulla musicalità e sul ritmo della pizzica cantata e danzata dai contadini, gli zingari adattano una loro tipica danza, la Danza delle Spade appunto, creando una nuova espressione coreutico-musicale conosciuta come Pizzica-Scherma.

    All’interno di uno spazio circolare, definito “Ronda”, che è destinato al ballo e costituito da musicisti e aspiranti ballerini, due uomini, con la testa, i polsi e le caviglie, adornati con i caratteristici nastrini colorati, detti “zigaredde”, si confrontano in un vero e proprio duello al suono di tamburelli e armonica.

    Oggi non si usano armi: solo l’indice ed il medio della mano, uniti e protesi, simulano i coltelli di un tempo. Il complesso cerimoniale della danza prevede, dopo il saluto di inizio tra i duellanti, il passaggio ad una fase di studio dell’avversario, che culmina nella posizione di “chiamata”: ovvero quando si incita l’altro a colpire facendo segno con le dita verso il proprio petto. Il vincitore è chi per primo tocca per una o tre volte l’avversario, che sconfitto esce dalla ronda.

    La scherma, ancora oggi, rappresenta per le famiglie Rom un valido strumento di risoluzione delle controversie interne e di affermazione della supremazia di un gruppo sull’altro. In tale contesto la festa di S. Rocco diventa lo scenario ideale per l’ambientazione del duello: infatti, attraverso la sfida, si rendono pubbliche e si risolvono le tensioni sociali senza spargimento di sangue. Chi vince, ottiene soddisfazione sotto gli occhi di tutti per il torto subito e riceve il rispetto della comunità, che lo riconosce come il più forte.”

    Laura Pizzolante

  5. un piccolo regalo a voi tutti…Cantus Articus…

  6. …ed ancora… Vincentiana… una sinfonia composta per il grande Van Gogh… il compositore? sempre Rautavaara

  7. Caro Luigi, come al solito la tecnologia non ci aiuta…. però posso intuire. Un grande abbraccio

  8. Caro Prof. Gabriele, un saluto affettuoso e grazie per aver accolto con entusiasmo il mio invito per tutti gli amici blogger.
    Un grande abbraccio danzante a tutti!

  9. Ti abbraccio anch’io, mio caro… 🙂

  10. Cara Valeria, Quasimodo non descrive, ma rivela…
    Baci baci

  11. una danza campana: Catarina

    Nel video qui in basso
    il cantante spiega la storia della canzone-danza:

  12. Posso dire che Quasimodo “rivela” la drammatizzazione cinematografica, ma “mistifica” quella realtà? Poichè è proprio quello che è successo a distanza di anni: i geni pagani della casa, protettori delle “radici”, hanno resistito alla metamorfosi tentata dalla civiltà.

  13. Un omaggio al Cilento a cui sono affezionata, da molti anni mi ospita piacevolmente in estate: la Tarantella pizzicata cilentana.

  14. Che bella coincidenza, carissime e carissimi amici miei 😀

    Proprio in questi giorni sono stato nel circolo culturale del grande Luigi Quasimodo di Roccalumera….

    E’ proprio come afferma il nostro assai Caro Prof. Gabriele, Si parla proprio di quella celata rivelazione che si è e si esprime in mille modi attraverso la silente ermetica voce di tanti preziosi esseri….. La danza così come eloggia la nostra cara Anna è anche una di queste……

  15. Al solito mio… volevo dire…… Salvatore Quasimodo……

  16. Qui, invece, Marcello Colasurdo canta “La Storia dell’Auciello Grifone”, un’antica fiaba che, girando per l’Europa, ha trovato particolare favore nella tradizione magica dei cantori del sud Italia.

    nei video a seguire Marcello Colasurdo, canta e spiega “La Storia dell’Auciello Grifone”


    buon ascolto!

  17. Ma forse è anche perchè spesso nei mie pensieri c’è il nostro comune amico Luigggggione di cui non sento la sua preziosa erudita voce da tanto tempo 😀

  18. Grazie mille,
    cara Viki!

  19. Carissimi,
    avete aperto delle porte nuove, per me, con questi vostri contributi preziosi… Grazie, cara Valeria!

  20. Cara Anna,
    sono io che devo ringraziarti.

    Un saluto affettuoso

  21. Caro Nicola,
    grazie! Una storia che si ripete…

    Un abbraccio

  22. Carissimo Nicola,
    che storia, che sorpresa, che emozione. I miti sono come un albero: da tronco, unico, sorgono tanti rami sotto la cui chioma noi ci stendiamo, a sognare…

    Un caro saluto

  23. Caro Gabriele,

    è anche prezioso il contributo che il cantore offre “spiegando” le due storie. E l’utilizzo della simbologia popolare così viva e pulsante…qualcuno mantiene sempre viva la fiamma del mito!

    P.S.
    ti è arrivata la mia “coincidenza”?

    Un caro saluto,
    Nicola

  24. Ciao Anna molto tempo fa con le mie amiche avevamo provato a fare un corso di danza del ventre

    Anna, belle queste tue iniziative!
    Saluti

  25. Dalle mie parti c’è la tarantella e i cantori anziani con più di 80 anni. Ma a me purtroppo non piace, poiché non mi piacciono le cose tradizionali locali. Quasi un ostilità. Invece alla gente del mio paese e della provincia pugliese piace molto. Io preferirei i balli delle altre nazioni. La cosa strana è che pur avendo vissuto in un ambiente contadino e tradizionale del sud, nella mia cultura non ho niente di tradizionale.
    Pur avendo sempre vissuto al sud, amo la cultura del nord Europa.

  26. CURIOSITà

    “lL tango argentino antico si sviluppa dal Tango Habanera, che non assomiglia assolutamente al Tango Argentino di oggi. Il tango habanera (che è anche il nome di un tipo di peperoncino), si è evoluto da 2 diversi tipi di tango: La Milonga con i suoi influssi della flamenca guajira e il tango andaluz. Il ritmo delle chitarre, suonando il Tango Flamenco o l’Andaluz, non poteva essere replicato con strumenti di orchestra tradizionale o con il piano forte, perciò il Tango Flamenco è stato modificato con il ritmo habanera. Sfortunatamente l’Habanera ha perso popolarità verso la fine dell’800. Il Tango Habanera è considerato la prima forma del Tango Argentino. La genuflessione era associata con una danza chiamata Candombe ed era ballato prettamente da Africani residenti a Buenos Aires. Gli uomini che ballavano il Candombe, ballavano con le ginocchia piegate e dimostravano il loro talento camminando in “corridas” e con i giri. Un personaggio degli inizi del ‘900, conosciuto come “compadrito”, ha allungato i passi piegati della Candome e li ha addrizzati per creare una forma originale del Tango Argentino. I veri conoscitori del Tango Vecchio concordano che le vere forme del Tango Argentino sono nate tra 1938 e 1940 con il cantante di Tango Carlos Gardel. L’età d’oro del Tango fu tra la fine degli anni ’40 e gli inzi degli anni ‘50. Furono inoltre moltissime le case discografiche che registrarono orchestre e cantanti direttamente a Buenos Aires. Per la storia: Il tango Argentino antico non è mai stato ballato con nacchere ne con fiori. Tuttora a Buenos Aires o Rìo del la Plata, esistono 3 tipi di Tango Argentino: Salòn, Fantasìa e uno per il palcoscenico. Con la diffusione del Tango a livello internazionale, si sono aggiunte altre forze che contribuiscono alla creazione dei passi. La variante per il palcoscenico, conosciuta come “per esporto”, è stata creata per un pubblico anglofone. Le persone, in particolare del Nord America, che vedevano per la prima volta il Tango in palcoscenico presentato in un contesto spettacolare, grazie alle compagnie di danza da Buenos Aires, rimanevano incantati. Immancabilmente, alla fine degli spettacoli, chiedevano di imparare la tecnica. Siccome i ballerini conoscevano più i passi della coreografia che della tecnica di per se, furono creati appositamente dei passi da insegnare in un contesto di sala da ballo con un maestro argentino.”

  27. Hai proprio ragione, caro Nicola, i contributi che ci hai spedito sono da tenere sempre vivi anche in questo nostro giardino.

    Sì, come ti dicevo l’ho ricevuto, e ti leggerò e risponderò al più presto.

    Un caro saluto

  28. Cara M.Cristina La Torre,
    il luogo del cuore non deve necessariamente coincidere con la terra natale. O meglio, magari, non è la Puglia la tua terra natale…

  29. Cara Melusina,
    grazie. Una curiosità da godere…

    Baci baci, al ritmo di Tango

  30. Hai proprio ragione Gabriele. Io è come se mi sentissi straniera nella mia terra. Ho sempre rispettato gli altri per la loro cultura e tradizioni e certe volte li ho anche aiutato nel mio piccolo in campo culturale. 20 anni fa nel mio paese venivano gruppi di danza di varie nazioni e anche africani e mi piacevano, una volta c’era la danza africana e alcuni giovani non ci capivano niente, mentre io sapevo che trattava di una danza di iniziazione dei giovani. In un certo senso osservare i balli di altre culture oltre a far socializzare aiutano a capire la cultura e condividere la propria cultura.

  31. “[…] la musica ‘teurgica’, cui Giamblico fa riferimento nel De Mysteriis: le note e le melodie sono infatti consacrate ciascuna ad una divinità ed hanno una naturale affinità (syngeneia) con esse, realizzandone l’effettiva presenza. Anche in questo caso si tratta di synthemata dal carattere misto, costituiti da un elemento fisico e materiale, la parte udibile, ed una controparte spirituale, fatta di principî immateriali. Questa musica teurgica per il filosofo siriaco è capace di risvegliare l’identità dell’anima con gli Dei e di ristabilire il contatto con essi: «poiché l’ispirazione degli Dei non è separata dall’armonia divina e, poiché le è affine fin dagli inizi, è partecipata da essi nelle misure convenienti, per questo motivo il corpo e l’anima si destano e si placano secondo l’ordine degli Dei». In questo senso, tale musica può riequilibrare gli scompensi derivanti all’anima dal trauma dell’incarnazione, svolgendo un ruolo anagogico e terapeutico, secondo un insegnamento che risaliva a Pitagora, ma le cui radici paiono addirittura precederlo nella Magna Grecia (1)”.

    [(1)De Mysteriis, III, 9 (118,6-119,15). «[…] anche dopo che è venuta nel corpo, tutte le volte che essa ode quei canti che meglio conservano la traccia dell’armonia divina, li accoglie con gioia e con essi si ricorda dell’armonia divina e si muove verso di lei e le diventa affine e ne partecipa per quanto le è possibile». Stando alla biografia scritta da Giamblico, Pitagora era convinto che «la musica contribuisce grandemente alla salute, quando la si usa nei modi convenienti. Egli infatti aveva l’abitudine di servirsi in maniera non superficiale della funzione purificatrice della musica. Era questo, infatti, il metodo che Pitagora denominava appunto ‘terapia mediante la musica’. […] essi [i Pitagorici] si servivano della musica come strumento terapeutico, ed esistevano alcune melodie che erano composte per combattere le passioni dell’anima, nonché i suoi stati di scoraggiamento e di rimorso […], e ancora altre melodie composte per i momenti d’ira e di impetuosità e per ogni altra distorsione dell’anima in preda a tali sentimenti […]. Inoltre la Scuola Pitagorica nel suo complesso operava la cosiddetta ‘preparazione’ e ‘armonizzazione’ ed ‘emendazione’ per mezzo di certe melodie capaci di invertire utilmente le disposizioni dell’anima in direzione delle passioni contrarie. […] E talora guarivano an-che da alcune passioni e malattie […]» (Vita Pythagorica, 110-114). Sopravvivenze di questa ‘iatromusica’ si ritrovano tuttora nelle terre che appartennero alla Magna Grecia. In forme come la ‘pizzica’ (= pythica), che nella fusione del ritmo binario e ternario – Pari/Dispari – nell’Uno rimandano al mistero della generazione, rivive talvolta in rari fortunati casi un dionisismo ben più dionisiaco di quello vagheggiato da taluni filosofi mitteleuropei].

    B. M. Di Dario, ‘Il divino Giamblico’, 2012, pag. 133.

  32. Gentile Damiano Biondieri,
    grazie della preziosa condivisione. Mi occupo anche io, spesso, di Giamblico ed, in particolare, di Giuliano.

    Grazie e a presto

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