Arte allo specchio III

Ed ecco la riflessione/contributo della nostra cara Valeria-Luo D.A.:

“Psiche è il soggetto e la conoscenza psicologica è lo specchio che talora leva davanti al proprio volto, e dove si riflette per cogliere una propria espressione…”
(Francesco Donfrancesco)

…ma, come dice Shakespeare, spesso “all’arte dell’occhio manca la miglior grazia: ritrae quello che vede, ma non conosce il cuore.”

…a proposito di danza III

Rosone della Basilica di Santa Croce a Lecce

Valeria-Luo D.A. ci immerge nei ritmi e nelle immagini del Salento, portandoci nella magnifica città di Lecce attraverso questo contributo da leggere con attenzione:

Custodisco questa pagina del Quotidiano dal 7 marzo… (oggi scopro che è leggibile on-line, che fortuna incollabile! Si ringrazia perciò: http://www.info-salento.it/Testo-notizia.asp?Progr=7481&Filtro=Cultura&page=1 , che non è l’unico sito a riportare l’articolo del professore De Giorgi. Non riesco a trovare, invece, alcun sito che condivida la stessa foto dell’altorilievo in questione pubblicata da il Quotidiano.)

“La città di Lecce è direttamente coinvolta nella cultura del tarantismo e della tarantella arcaica chiamata pizzica, nonostante di solito si immagini il contrario. Ho analizzato per la prima volta nel mio libro “La pizzica, la taranta e il vino: il pensiero armonico” (Congedo), gli elementi di pizzica e di tarantismo presenti in un altorilievo del palazzo Giaconìa di Lecce. L’altorilievo è una graziosa opera in pietra leccese attribuita all’architetto e scultore Gabriele Riccardi, databile al 1550 o a qualche anno dopo. L’opera, secondo Michele Paone e Andrea Cappello è “Il duello di Davide e Golia”, il combattimento biblico del Libro I di Samuele che decide la battaglia tra Israeliti e Filistei, ossia tra il “popolo del Signore” e i suoi nemici. Il gigante Golia rappresenta il male che viene sconfitto da Davide, in una sorta di rituale tragico.

Un’attenta osservazione ci porta ad un’entusiasmante scoperta: quest’opera leccese (del 1550 circa, come già detto) è la prima raffigurazione conosciuta di pizzica terapeutica, e quindi di tarantella in generale. Il Riccardi descrive la sconfitta di Golia celebrata da un grande rito femminile a base di suonatrici e danzatrici di pizzica. Sei donne con le tipiche gonne lunghe a pieghe del Cinquecento suonano e danzano. Non può trattarsi di altro che della pizzica, una cultura tradizionale in primo luogo femminile.

Le due donne più vicine a Golia suonano il tamburello in modo oppositopolare, secondo posture e tecniche tradizionali, la prima, a sinistra, con il cerchio di legno rivolto verso l’osservatore, la seconda, a destra, con il lato della pelle in evidenza. Emerge il valore sacro dell’antico modo duale e aioretico (a culla) di suonare il tamburello. Ci sono forti rimandi alla tradizione come, per esempio, la consuetudine di sollevare e abbassare ritmicamente il tamburello (ogni ricaduta corrisponde al battere pari del pollice sulla pelle), come accade durante la festa di San Rocco a Torrepaduli. Oppure di spostarlo a destra e a sinistra entro un angolo di circa 90 gradi. Lo scopo inconscio è quello di esprimere la congiunzione degli opposti. Nella tradizione popolare alto e basso, destra e sinistra si accompagnano al ritmo simultaneamente pari e dispari della percussione, detto biritmìa simbolica.

Siamo in presenza di ciò che chiamo il pensiero armonico del Mediterraneo: l’armonia è concepita come un intero che riunisce le due forze fondamentali del cosmo. Il tamburello, costruito con pelle di capra cioè di un animale sacrificale morto che nel suono rinasce, produce un ritmo simbolico che rappresenta l’”unità duale” dell’armonia da offrire all’infermo per guarirlo. Lo spazio è ugualmente simbolico e la riunificazione, tipica anche della danza, della destra con la sinistra e dell’alto con il basso dà forma all’antico concetto analogico di armonia. Il due viene riunificato nell’uno, e l’intero viene ricreato senza dover annullare le differenze bipolari. I tarantati, in piena corrispondenza, nel loro rito danzato uniscono scenograficamente morte e vita per ricreare nuovamente la vita. E muovono sistematicamente la testa o l’intero busto a destra e a sinistra. Con una serie di movimenti, passi e simboli sistematicamente duali, la pizzica si mostra come ritmo armonico. È un’oscillazione periodica che evoca la sacra altalena (aióresis) del dio Dioniso, un tempo il più diffuso in Magna Grecia e dintorni. La pizzica, in definitiva, incarna l’arcaico pensiero armonico del Mediterraneo.

Nella scultura del Riccardi questi contenuti sono socialmente condivisi a Lecce, altrimenti non avrebbero un così alto livello estetico e non sarebbero utilizzati in ambito religioso. L’eleganza e la simbologia dell’opera sono rafforzate dalla posizione simmetrica delle altre quattro donne impegnate nella danza. Le due più vicine alle suonatrici danzano con il braccio piegato sul fianco, in un atteggiamento tipico della più ortodossa pizzica terapeutica e della tarantella italiana. Dai volti delle donne traspare allegria e soddisfazione. La bellezza e la capacità di infondere gioia della pizzica vengono utilizzate in un senso terapeutico analogo a quello tipico del tarantismo. La sconfitta del negativo rappresentato da Golia è, infatti, opera di Davide che, in piena coerenza, è anche uno iatromusico. Negli episodi biblici di Samuele I, infatti, Davide guarisce il re Saul mutando ripetutamente il suo stato d’animo con la potenza incantatrice della musica (XVI, 14-23). La terapeutica pizzica del tarantismo, pertanto, appare al Riccardi la migliore coreografia possibile per celebrare simbolicamente la vittoria sul male ottenuta da Davide. L’altorilievo è forse di qualche anno antecedente alla costruzione di palazzo Giaconia e si può ipotizzare provenga da una perduta collezione di opere d’arte e reperti archeologici dell’umanista Vittorio De Prioli.”

…a proposito di danza II

Melusina raccoglie i passi del Satiro danzante di Mazara del Vallo e ci dona queste parole sorprendenti:

Che tutta la terra riprenda a danzare
e la vita rifiorirà!

Fernand Divoire

-Racconto.
Khalil Gibran

Per un giorno, la corte del principe invita una danzatrice
accompagnata dai suoi musicisti.

Ella fu presentata alla corte,
poi danza davanti al principe
al suono del liuto, del flauto e della chitarra.

Ella danza la danza delle stelle e quella dell’universo;
poi ella danza la danza dei fiori che vorticano nel vento.
E il principe ne rimane affascinato.

Egli la prega di avvicinarsi.
Ella si dirige allora verso il trono
e s’inchina davanti a lui.
E il principe domanda:

“Bella donna, figlia della grazia e della gioia, da dove viene la tua arte?
Come puoi tu dominare la terra a l’aria nei tuoi passi,
l’acqua e il fuoco nel tuo ritmo?”

La danzatrice s’inchina di nuovo davanti al principe e dice:

“Vostra Altezza, io non saprei rispondervi,
ma so che:

L’Anima del filosofo veglia nella sua testa.
L’anima del poeta vola nel suo cuore.
L’Anima del cantante vibra nella sua gola.
Ma l’anima della danzatrice vive in tutto il suo corpo.”

Arte allo specchio II

Anna Ferrara, partendo dal dipinto di Frank Dicksee, “The Mirror”, del 1896, e dalle parole di Majakovskij, “L’arte non è uno specchio cui riflettere il mondo, ma un martello con cui scolpirlo”, ci propone una sua interessante ricerca sull’argomento in questione che trovate completa nei suoi commenti all’articolo Arte allo specchio I (vedi l’articolo). Vi propongo i primi due contributi di Anna:

DONNE ALLO SPECCHIO NELL’ARTE

IN POESIA

“Perciò odio gli specchi
che mi mostrano
la mia vera faccia.

Sola,
piombo spesso
nel nulla.

Devo avanzare il piede furtivamente
per non cadere giù nel nulla,
dalla balaustra del mondo.

Mi tocca sbatter la mano contro una porta
per richiamarmi al senso
di avere un corpo…”

Virginia Wolf
(da “Le Onde”)

IN LETTERATURA

per Lewis Carrol
ATTRAVERSO LO SPECCHIO E QUEL CHE ALICE VI TROVO’

Pura fronte serena di bimba,
Meraviglia degli occhi sognanti!
Fugge il tempo, e da te mi separa
La metà di una vita intera;
Ma il saluto avrò del tuo sorriso
Per la fiaba, che è dono d’amore.
Non più visto ho il tuo viso radioso,
Non più udito la bella risata:
Il pensiero tu a me non rivolgi
Nel futuro di tua gioventù –
Sufficiente sia che non trascuri
Di ascoltare la fiaba mia nuova.
Una fiaba iniziata in quei tempi
Che un gran sole splendeva d’estate –
Melodica aria nata dai remi
Che battevano il ritmo sull’acqua –
Ma pur vive ancor nella memoria
Nonostante l’invidia del tempo.
Su, ascolta! o una voce di paura,
Dagli amari presagi intessuta,
T’imporrà un giaciglio sgradito,
Malinconica bella fanciulla!

Siamo solo bambini cresciuti,
Che la sera non vanno a dormire.

Fuori il gelo, la neve che acceca,
La tremenda tempesta di vento –
Dentro calda la luce del fuoco,
E un nido di gioia: l’infanzia.
Le magiche parole sentirai;
La bufera che rugge scorderai.
E se l’ombra di un vago sospiro
Tremerà lieve lungo la storia,
Poiché sì, sono oramai svanite
“Le felici giornate d’estate” –
La tristezza mai non toccherà
La Pleasance della fiaba novella.

(dalla Prefazione dell’autore)

Dove nidifica il nibbio

Amici carissimi,
vi dedico questa lirica del nostro carissimo Luigi Roscigno, che ci trasporta nel vento sulle “ali” di Psiche: