Da padre a figlio

Una Risposta

  1. Nel 1999 non conoscevo ancora Tiziano Terzani, non sapevo neppure chi fosse. Tutto cominciò a Maresca, sulla Montagna Pistoiese ad un concorso letterario organizzato in quel paese, al quale mi ero iscritto. La mia poesia “Procreazione artificiale”, si era classifica al decimo posto, ultima classificata in graduatoria, ma appena il lettore finì di leggerla un omino coperto da una tunica bianca e con una folta (e incolta) barba bianca schizzò in aria ed urlò “fantastica”! Poi si precipitò al tavolo di premiazione, mi strinse la mano e mi disse:”Me ne mandi una copia all’Orsigna”!
    Al giornalista Alessandro Tonarelli della Nazione, che conoscevo e che era seduto a fianco a me, chiesi “chi fosse quel matto”. “Matto?” mi rispose il giornalista. “Possibile non sai che Terzani è un grande scrittore e giornalista famoso di molte testate importanti e conoscitore profondo dei problemi asiatici ed indiani?”. “Ha messo in discussione le capacità di giudizio della giuria apprezzando platealmente la tua poesia”. In effetti la poesia, scritta nel 1993, era una riflessione sulle manomissioni genetiche e sulla degenerazione della procreazione sottoposta ad esperiemnti eticamente discutibili di laboratorio che cominciarono in quegli anni con la prima procreazione in provetta di un bimbo urilizzando spermatozoi congelati e l’ovulo di una donna di 65 anni che desiderava egoisticamente un bambino e che a quella età non avrebbe più potuto concepire.
    L’Orsigna è un paese di pastori a pochi km da Maresca, un paese attaccato a quello dove io avevo comprato anni prima un appartamento e dove ogni tanto ci recavamo ad acquistare del buon formaggio di pecora dai pastori che un tempo erano abbastanza presenti su quelle montagne. Un paese tranquillo che Terzani aveva scelto come rifugio dove ritirarsi quando aveva bisogno di tranquillità. Folco (il ragazzo del video) e Sasha, i figli di Terzani, allora erano dei ragazzini, e non si ricorderanno più quando ogni tanto incontravo il loro padre a Maresca, con il quale era sorto un certo rapporto visto che gli avevo mandato tutte le mie poesie di impegno sociale e contro la guerra raccolte in un CD che chissà ora dove sarà andato a finire.
    Adesso ho un buon numero di libri di Terzani, ma ritengo “In Asia”, una raccola di articoli giornalistici, il volume più importante che lui abbia pubblicato e che permette di conoscere a fondo Terzani a chi vuole cominciare ad interessarsi di questo personaggio.
    Contribuisco a questa nuova discussione postando un paio di mie poesie sulla figura del padre.
    “Edera Amara” fa parte di una raccolta di poesie, “Pater” pubblicata a cura della Regione Toscana sulla figura del padre, dove sono raccolti molte liriche di grandi autori contemporanei e dove, forse immeritatamente, ci sono anch’io.

    A MIO FIGLIO
    C’è il buio
    che cancella la luce,
    ed il sole
    che spegne la notte.
    C’è la luna
    che splende
    ma calore non dà.
    C’è pure
    uno sguardo
    che basta a scaldarti
    quando fa freddo
    e un sorriso
    che basta a farti felice
    quando sei triste.
    E se ti manca
    lo sguardo o il sorriso
    di chi ti vuol bene,
    né luna, né sole
    possono illuminare la tua strada
    né fare caldo il tuo cuore.

    Santoro Salvatore Armando
    (Aosta 12.12.1962)

    PADRE NON FUI

    Padre non fui,
    non sono,
    ne figlio fui
    che ebbe padre e amò,
    nulla io fui.
    Neppure nonno,
    limpida voce udii
    o singhiozzo di notte
    o pianto antico.
    Cosa mai fui
    vorrei saperlo un dì,
    ma non c’è voce tacita
    che parla e dice e spiega.
    Quello che sono oggi
    non lo so.
    Vorrei sentirmi padre,
    o amarlo un poco,
    vorrei sentirmi me
    ma non lo sono,
    forse nulla sarò
    e chi io sia
    forse mai lo saprò.

    Salvatore Armando Santoro
    (Boccheggiano 2.3.2011- 6.04

    Ed “Edera amara” forse la dice lunga sulla stesura della mia poesia “Padre non fui”!

    EDERA AMARA

    Sentire: “Figlio mio!”
    Mai, mai l’ascoltai;
    udire, appena in un sussurro lieve,
    lieve per non svegliarmi,
    un vezzo dolce su una culla
    che dondola pian piano
    al rosolante chiarore di un lumino,
    sperso nel buio di un casolare antico,
    anch’esso smarrito
    tra le pieghe d’una memoria stanca.

    “Figlio mio!”, sentir solo una volta,
    ricordare un pensiero,
    una carezza,
    un pianto greve sul mio corpo infermo,
    un canto lontan di ninna-nanna
    che piano si smorza
    mentre m’addormento.

    Quante volte sognai d’avere un padre,
    le cui premure restassero nel cuore
    da custodir come reliquia sacra
    e poter dire, davanti a un cimitero,
    padre t’amai
    ed il tuo amore è qui nella mia mente.

    Nulla conservo
    se non l’ombra nera
    di giorni sepolti per non ricordare,
    che rimuovo insieme al mio rimpianto
    di non poterti, padre, amare tanto.

    Santoro Salvatore Armando
    (Lillianes 16/01/2000 15,51)

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