Votiamo l’amico Sergio Bellucci…. ovviamente è un consiglio….

Per una autorità condivisa

La crisi che attraversa il nostro Paese necessita di innovazione e responsabilità sociale. Senza innovazione sarà impossibile garantire, nel futuro, la produzione di ricchezza necessaria ad una vita degna, e senza la responsabilità sociale sarà impossibile la costruzione di una società di eguali e liberi. L’innovazione tecnologica deve essere posta al servizio della responsabilità sociale, non deve essere sviluppata come variabile autonoma.
Per questo serve indicare una strada.
È necessario un nuovo indirizzo nelle politiche industriali, economiche, tecnologiche e culturali del nostro Paese, per trovare la strada di un nuovo modello di sviluppo, ecosostenibile e democratico, che non consideri la crescita del PIL come unico modello possibile. Il cuore di tale innovazione risiede nelle possibilità aperte dall’avvento del digitale. Per questo l’esito degli assetti dell’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni è una delle principali condizioni per orientare il futuro del nostro Paese.
La rivoluzione digitale che stiamo vivendo può essere subita, sottovalutata o non compresa, come largamente è stata fino ad oggi, o può essere agita, valorizzata e rilanciata, aprendo così la strada a nuovi modelli di economie, di relazioni, di pratiche che possono basarsi sulle logiche aperte della condivisione e della cooperazione, tipiche del modello della rete.
La rete è il nuovo territorio nel quale vanno garantite nuove libertà, vanno evitate nuove forme di esclusione e va combattuto il rischio di una mercificazione asfissiante. La rete è uno spazio sociale costituito da beni comuni materiali e immateriali che necessitano di politiche attive per la loro salvaguardia. Oggi tale tutela implica la ridefinizione dei diritti nell’intero mondo del lavoro. Gli assetti e le libertà nella rete, infatti, descrivono nuove categorie e disegnano nuove forme della vita sociale e lavorativa. La stessa forma della democrazia può e deve essere ripensata in funzione delle sue nuove potenzialità.
L’impatto della rete riconfigura l’intero sistema dei media, attraversa tutto il sistema culturale, e può essere l’occasione per metterci alle spalle gli attuali assetti oligopolistici che bloccano la libera concorrenza e impediscono la nascita di un pluralismo espressivo che sappia nutrirsi della voce fertile delle minoranze di ogni tipo. Ma non solo. Dobbiamo utilizzare la rivoluzione digitale per aprirci ad un reale pluralismo di voci anche nei media tradizionali, che ancora oggi costituiscono un punto nevralgico del funzionamento della nostra democrazia. La questione delicatissima delle frequenze tv e tlc non è stata affrontata nella prospettiva giusta, a causa del perdurante deficit di “politica mediale” del nostro Paese: chi utilizza l’etere deve essere soggetto al pagamento di un pedaggio adeguato alle dimensioni del business potenziale – trattandosi di un bene della collettività – ed obbligato ad investire in contenuti originali di qualità.
Le politiche delle tlc debbono essere sviluppate in sintonia con le politiche dei media e della cultura, affermando la centralità dei contenuti e l’importanza delle industrie creative come motore di un immaginario innovativo: una “agenda culturale” nazionale (purtroppo ancora inesistente in Italia) non è meno importante di una “agenda digitale” che corre il rischio di celebrare la autoreferenzialità di tecnologie vuote di contenuti, ovvero asservite alle dinamiche del mero consumismo.
Certo tutto questo deve basarsi su scelte che vadano esplicitamente verso il superamento dell’attuale blocco oligopolistico del sistema dei media e delle tlc italiane, eliminando i conflitti di interesse che stringono il Paese alla gola. Gli assetti oligopolistici di ampi settori della comunicazione, a partire da quello centrale della televisione, non hanno garantito e non potranno garantire per il futuro, una base di sviluppo solida che riguarda non solo il settore della comunicazione, ma l’intero assetto industriale e socio-economico del Paese e la stessa struttura democratica delle sue istituzioni.
Il sistema dei media oggi non lega la propria esistenza alla produzione di senso, ma vuole produrre il senso stesso dell’esistenza: per questa ragione è necessario disporre di strumentazioni che consentano la rappresentazione della realtà che è l’opposto della reificazione pervasiva tipica delle società contemporanee.
Il settore della pubblicità deve uscire dall’attuale stagnazione, e il servizio pubblico radiotelevisivo non può essere messo sullo stesso piano delle intraprese private: deve essere dotato di autonomia produttiva e garantito nelle risorse necessarie alla missione che la collettività gli affida.
L’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni non può vivere con le risorse fornite dai controllati, ma deve poter contare su risorse pubbliche adeguate alle sfide che si annunciano. Le sue attività debbono caratterizzarsi per la massima trasparenza, il suo organico deve essere formato attraverso selezioni pubbliche trasparenti.
La rete ci suggerisce nuove pratiche e nuove logiche sui diritti e sulla definizione della proprietà. Non è più solo un tema legato alla libertà di scaricare o meno contenuti, ma l’apertura verso un mondo che il digitale si annuncia come nuovo nelle sue logiche e che non può restare invischiato nelle regole di un mondo che sta morendo. Debbono essere messe in atto politiche che, favorendo una maggiore integrazione tra i media tradizionali e i media digitali, garantiscono una più ampia partecipazione attraverso la produzione di nuovi contenuti e una maggiore interazione tra produttori e fruitori, pratiche ormai ampiamente consolidate nella rete internet. I diritti degli autori, dei produttori dei contenuti e degli utenti vanno declinati alla luce delle potenzialità espressive e democratiche di internet.

Per questo, ci vuole una Autorità che sappia cogliere le novità che emergono, le tendenze che si consolidano, guardando alle migliori esperienze nel mondo in materia di “authority” indipendenti e indicare le vie per garantire quel particolare bene comune che è la comunicazione.

Per questo, crediamo che la candidatura di Sergio Bellucci rappresenti un
segno di svolta e di rottura:

– perché può vantare una notevole esperienza professionale nel mondo della
comunicazione, su differenti versanti;

– perché si caratterizza per la tenacia tipica di un gran lavoratore, che
conosce la realtà reale così come quella mediata dai media;

– perché unisce all’esperienza concreta la competenza di un teorico del
sistema della comunicazione;

– perché la sua storia personale dimostra la assoluta indipendenza da
qualsiasi lobby economico-industriale e dai poteri forti del nostro Paese.

Un uomo libero all’Agcom.

http://www.firmiamo.it/bellucci-agcom

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