La quiete di un parco

(Il Regno giardino di Dessau-Wörlitz è stato uno dei maggiori parchi inglesi dell’Europa ottocentesca)

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4 Risposte

  1. … ogni regno, il Regno, è attraversato da un fiume nascosto dalle piante che alimenta… e attraversa… : una…
    SINCRONICITA’:
    Di William WordsWorth – VERSI COMPOSTI AD ALCUNE MIGLIA DALL’ABBAZIA DI TINTERN (rivisitando le rive del fiume Wye durante un’escursione, il 13 luglio 1798) – Trad. di F. Marucci

    Cinque anni son passati; cinque estati, con la durata
    di cinque lunghi inverni! E di nuovo torno ad ascoltare
    lo scorrere di quest’acque giù dalle loro sorgenti montane
    con un dolce murmure d’interno. Una volta ancora
    contemplo questi erti, eccelsi colli
    che su una scena selvaggia ed appartata imprimono
    sensi di più marcata solitudine, e fondono
    il paesaggio alla pace del cielo.
    E’ giunto il giorno in cui ancora io mi stendo qui,
    ad osservare sotto questo scuro sicomoro
    questi rustici lotti e questi ciuffi di frutteti
    che a questa stagione coi boschi ed i cespigli
    e s’armonizzano, con le loro tinte verdi e smorte,
    al verde acceso del paesaggio. Ancora una volta
    vedo queste siepi, o più che siepi piccole strisce
    di bosco rigoglioso ed inselvatichito; questi casolari
    verdi fin sulla porta; queste ghirlande di fumo
    che salgono silenziose fra i rami degli alberi
    e paiono incerti indizi
    di nomadi abitatori del bosco inospitale,
    o di qualche grotta d’eremita in cui questi
    è seduto solo vicino al focolare

    Pur a lungo lontano
    queste essenze di bellezza non son state per me
    ciò ch’è un paesaggio agli occhi di un cieco;
    ché spesso, in luoghi solitari o in mezzo al frastuono
    di paesi e di città, sono stato loro debitore,
    nei momenti di noia, di dolci sensazioni
    avvertite nel sangue, dentro al cuore,
    e perfino nella parte più pura della mente,
    e capaci d’infondervi un quieto ristoro: sensazioni
    d’un piacere dimenticato, tali, foprse,
    da arrecare non effimeri influssi
    sulla parte migliore della vita d’un uomo retto,
    sui suoi piccoli, ignoti, in significanti atti
    di cortesia ed’amore. Nè meno, credo,
    sono stato ad essi debitore di un altro dono,
    di natura più sublime: quella cara, beata serenità
    grazie alla quale il fardello del mistero,
    anzi il peso sgradevole e gravoso
    di tutto questo momdo incomprensibile
    diventa più leggero: quella cara, beata serenità
    nella quale gli affetti dolcemente ci prendono per mano
    finchè, spentisi quasi il palpito di questa corporea forma
    e perfino i battiti del nostro sangue umano,
    il nostro corpo s’appresta al riposo,
    e noi diventiamo un’anima vivente,
    mentre con lo sguardo rasserenato
    dal profondo potere della pace e della gioia,
    penetriamo nella vita delle cose.

  2. Questo è quanto, Fedro. Non mi sentirai dire di più, ma considera ormai finito il discorso.
    FEDRO: Eppure io credevo che fosse a metà, e che tu avresti speso uguali parole per chi non ama, dicendo che bisogna piuttosto compiacere lui e indicando quanti beni ne derivano; ma ora perché smetti, Socrate?
    SOCRATE: Non ti sei accorto, beato, che ormai pronuncio versi epici e non più ditirambi, proprio mentre muovo questi rimproveri? Se comincerò a elogiare l’altro, cosa credi che farò? Non lo sai che sarei certamente invasato dalle Ninfe, alle quali tu mi hai gettato deliberatamente in balia? Perciò in una parola ti dico che quanti sono i mali che abbiamo biasimato nell’uno tanti sono i beni, ad essi opposti, che si trovano nell’altro. E che bisogno c’è di un lungo discorso? Di entrambi si è detto abbastanza. Così il racconto avrà la sorte che gli spetta; e io, attraversato questo fiume, me ne torno indietro prima di essere costretto da te a qualcosa di più grande.
    FEDRO: Non ancora, Socrate, non prima che sia passata la calura. Non vedi che è all’incirca mezzogiorno, l’ora che viene chiamata immota? Ma restiamo a discutere sulle cose che abbiamo detto; non appena farà più fresco, ce ne andremo.
    SOCRATE: Quanto ai discorsi sei divino, Fedro, e semplicemente straordinario. Io penso che di tutti i discorsi prodotti durante la tua vita nessuno ne abbia fatto nascere più di te, o perché li pronunci di persona o perché costringi in qualche modo altri a pronunciarli (faccio eccezione per Simmia il Tebano, ma gli altri li vinci di gran lunga). E orami sembra che tu sia stato la causa di un mio nuovo discorso.
    FEDRO: Allora non mi dichiari guerra! Ma come, e qual è questo discorso?
    SOCRATE: Quando stavo per attraversare il fiume, caro amico, si è manifestato quel segno divino che è solito manifestarsi a me e che mi trattiene sempre da ciò che sto per fare. E mi è parso di udire proprio da lì una certa voce ch e non mi permette di andare via prima d’essermi purificato, come se avessi commesso qualche colpa verso la divinità. In effetti sono un indovino, per la verità non molto bravo, ma, come chi sa a malapena scrivere, valido solo per me stesso; perciò comprendo chiaramente qual è la colpa. Perché anche l’anima, caro amico, ha un che di divinatorio; infatti mi ha turbato anche prima, mentre pronunciavo il discorso, e in qualche modo temevo, come dice Ibico, che «commesso un fallo» nei confronti degli dèi «consegua fama invece tra gli umani».
    Ma ora mi sono reso conto della colpa.
    FEDRO: Che cosa dici?
    SOCRATE: Terribile, Fedro, terribile è il discorso che tu hai portato, come quello che poi mi hai costretto a dire!
    FEDRO: E perché?
    SOCRATE: è sciocco e sotto un certo aspetto empio. Quale discorso potrebbe essere più terribile di questo?
    FEDRO: Nessuno, se tu dici il vero.
    SOCRATE: E allora? Non credi che Eros sia figlio di Afrodite e sia una creatura divina?
    FEDRO: Così almeno si dice.
    SOCRATE: Ma non è detto da Lisia, né dal tuo discorso, che è stato pronunciato tramite la mia bocca ammaliata date. E se Eros è, come appunto è, un dio o un che di divino, non sarebbe affatto un male, e invece i due discorsi pronunciati ora su di lui ne parlavano come se fosse un male; in questo dunque hanno commesso una colpa nei confronti dì Eros. Inoltre la loro semplicità è proprio graziosa, poiché senza dire niente di sano né di vero si danno delle arie come se fossero chissà cosa, se ingannando alcuni omiciattoli troveranno fama presso di loro.
    Pertanto io, caro amico, ho la necessità di purificarmi; per coloro che commettono delle colpe nei confronti del mito c’è un antico rito purificatorio, che Omero non conobbe, ma Stesicoro sì.
    Costui infatti, privato della vista per aver diffamato Elena, non ne ignorò la causa come Omero, ma da amante alle Muse quale era la capì e subito compose questi versi: Questo discorso non è veritiero, non navigasti sulle navi ben costrutte, non arrivasti alla troiana Pergamo. E dopo aver composto l’intero carme chiamato Palinodia gli tornò immediatamente la vista. Io pertanto sarò più saggio di loro almeno sotto questo aspetto: prima di incorrere in un male per aver diffamato Eros tenterò di offrirgli in cambio la mia palinodia, col capo scoperto e non velato come allora per la vergogna.
    FEDRO: Non avresti potuto dirmi cose più dolci di queste, Socrate.

  3. (continua: di W.WordsWorth) (la parte della sincronicità… che amo… e che dedico a Jung e a Pauli)

    … E se questo è soltanto un credo vano, pure quante volte
    nelle tenebre o in mezzo alle molteplici forme
    della grigia luce quotidiana, quando la vuota
    inquietudine e la stessa febbre del mondo
    hanno sopraffatto i palpiti del mio cuore,
    quante volte nel mio spirito mi son rivolto a te,
    Silvestre Wye! Esploratore dei boschi,
    quante volte il mio spirito si è volto a te!

    Ed ora, con bagliori di pensieri semiestinti,
    con molti ricordi deboli e sbiaditi,
    e con una certa qual mesta perplessità,
    il dipinto della mente torna a rivivere:
    io mi soffermo qui, e non godo soltanto del senso
    del presente piacere, ma anche della soddisfazione
    che in questo momento c’è vita e nutrimento
    per gli anni futuri. tale è la mia speranza,
    benchè certo io sia mutato da com’ero la prima volta
    che scalai questi colli, quando come un daino
    balzavo sulle montagne, sulle rive
    dei fiumi profondi e dei solitari ruscelli
    ovunque la natura mi guidava, più come un uomo
    che fuggisse qualcosa di temuto, che come uno
    che inseguisse l’oggetto amato. Ché allora la natura
    (passati i più rudi piaceri dei miei verdi giorni,
    e i loro allegri moti animaleschi);
    per me era tutto l’universo. Non so descrivere
    com’io fossi allora. La scrosciante cascata
    era per me come un incubo e l’alta rupe,
    il monte, il bosco cupo ed intricato,
    i loro colori e le loro forme, erano allora per me
    cose bramate: un sentimento ed un amore,
    che non abbisognavanod’un più recondito fascino
    trovato nel pensiero, o d’altro interesse
    che non fosse quello offerto dalla vista. Quel tempo è passato,
    e tutte quelle acute gioie non son più,
    nè tutti i suoi vertiginosi rapimenti. Nè per questo
    mi sento mancare, o m’addoloro, o mi lagno:
    altri doni son giunti, per tale perdita, io credo,
    abbondante ricompensa. Poichè ho imoarato
    a guardare alla natura non come nella stagione
    della spensierata giovinezza, ma intento spesso
    ad ascoltare la pacata, triste musica dell’umanità,
    non aspra nè stridente, seppur ricca del potere
    di punire e di domare. Ed io ho sentito
    una presenza che mi turbava con la gioia
    d’elevati pensieri, un senso sublime
    d’un qualcosa d’ancor più profondamente infuso
    la cui dimora è il fuoco del del sole declinante,
    l’oceano ricurvo, l’aria vivente
    e il cielo azzurro e, nella mente dell’uomo,
    un moto ed uno spirito che s’imprimono
    in ogni essere pensante e in ogni cosa pensata,
    e permeano il tutto. E’ per questo che sono
    ancora innamorato dei prati e dei boschi
    e delle montagne, e di tutto quanto vediamo
    su questa verde terra; di tutto il vasto mondo
    dell’occhio e dell’orecchio, sia ciò che in parte creano
    e ciò che percepiscono; contento di ravvisare
    nella natura e nel linguaggio dei sensi
    l’ancora dei miei più puri pensieri, la nutrice
    e la guida, il custode del mio cuore,
    l’anima di tutto il mio essere morale.

    Né forse,
    senza questo ammaestramento, saprei
    sopportare l’inaridirsi dellamia esuberanza;
    ma tu sei qui con me, sulle rive di questo
    caro fiume, tu, mia più cara Amica,
    mia cara, cara Amica! Nella tua voce io riascolto
    il linguaggio del mio cuore di allora, e leggo
    i miei passati piaceri nei lampi dardeggianti
    dei tuoi occhi selvaggi. Oh possa io ancora un poco
    contemplare in te ciò che ero allora,
    mia cara, cara sorella! Questo voto io formulo,
    consapevole che la Natura non tradì mai
    il cuore d’un suo innamorato, e che è suo privilegio,
    in tutti gli anni di questa nostra vita, guidarci
    di gioia in gioia: essa sa infatti così plasmare
    la mente che è dentro di noi, così imprimervi
    quiete e bellezza e così nutrirla
    d’elevati pensieri, che né le lingue mALIGNE,
    Nè gli avventati giudizi, nè lo scherno degli egoisti,
    nè i complimenti ipocriti, nè tutte
    le tetre consuetudini della vita quotidiana
    avranno mai ragione di noi, nè turberanno
    la nostra gioiosa certezza che quandto vediamo
    è benedetto. Splenda dunque la luna
    sul tuo solitario cammino
    spirino pure liberi contro di te i nebbiosi
    venti montani: negli anni futuri,
    quando quest’estasi furiose diverranno
    sobri piaceri, quando la tua mente
    sarà la dimora d’ogni più pura essenza,
    e la tua memoria il rifugio
    d’ogni dolce armonia, oh, allora,
    se la solitudine, la paura, il dolore e lo sconforto
    ti toccheranno in sorte, con che benefici pensieri
    di tenera gioia ti ricorderai di me
    e di queste mie esortazioni […]

  4. I FRAMMENTI DI ERACLITO /(Fulmine e Fiume come nella Tempesta del Giorgione).

    A chi discende nello stesso fiume sopraggiungono acque sempre nuove.
    Noi scendiamo e non scendiamo nello stesso fiume, noi stessi siamo e non siamo.
    Non si può discendere due volte nel medesimo fiume e non si può toccare due volte una sostanza mortale nel medesimo stato, ma a causa dell’impetuosità e della velocità del mutamento si disperde e si raccoglie, viene e va.
    Tutte le cose sono uno scambio del fuoco, e il fuoco uno scambio di tutte le cose, come le merci sono uno scambio dell’oro e l’oro uno scambio delle merci.
    Quest’ordine, che è identico per tutte le cose, non lo fece nessuno degli Dei né gli uomini, ma era sempre ed è e sarà fuoco eternamente vivo,che secondo misura si accende e secondo misura si spegne. Mutazioni del fuoco: in primo luogo mare, la metà di esso terra, la metà vento ardente. L’uno, l’unico saggio, non vuole e vuole anche essere chiamato Zeus.Esiste una sola sapienza: riconoscere l’intelligenza che governa tutte le cose attraverso tutte le cose.
    2
    Il fulmine governa ogni cosa. Il fuoco sopraggiungendo giudicherà e condannerà tute le cose. La natura umana non ha conoscenze, la natura divina sì. Di questo lógos che è sempre gli uomini non hanno intelligenza, sia prima di averlo ascoltato sia subito dopo averlo ascoltato; benchè infatti tutte le cose accadano secondo lo stesso lógos,essi assomigliano a persone inesperte, pur provandosi in parole ed in opere tali quali sono quelle che io spiego, distinguendo secondo natura ciascuna cosa e dicendo com’è. Ma agli altri uomini rimane celato ciò che fanno da svegli, allo stesso modo che non sono coscienti di cio che fanno dormendo. Bisogna dunque seguire ciò è comune. Ma pur essendo questo lógos comune, la maggior parte degli uomini vive come se avesse un propria e particolare saggezza. L’opposto concorde e dai discordi bellissima armonia.

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