Natura per meditare

(Alexandre Hyacinthe Dunouy, Rousseau medita nel parco di La Rochecordon vicino a Lione, 1770)

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15 Risposte

  1. …Meraviglia delle meraviglie: sull’orlo di questo baratro, che concede un passo indietro, oppure di sostare in compagnia dei ricordi in Memoria in standby, la Coscienza può sostare a riflettere sul mistero che colma una Scelta, che rende l’essere umano “partecipe” delle sue capacità insite e acquisite. E’ la Fede, qui sul baratro, e non la Speranza: dell’uccellino che lascia il nido non verrà valutata la virata esperta, quanto la volontà di Essere.

  2. Ohibò ohibò ohibò
    eppur lontanissimo
    stava la mirabile SFINGE

    Osservando sè stessa
    negli altri immobile e muta

    come assopita

    ecco ecco ecco
    face l’eco

    ma non diè risposta
    che solo una conosceva

    io son voi non siete
    io vedo voi non vedete
    io miro voi non mirate

    Io sparo… voi non vi spostate.

  3. Rousseau vedeva una divaricazione sostanziale tra la società e la natura umana; affermava che l’uomo fosse, in natura, buono, un “buon selvaggio”, ma che fosse stato corrotto in seguito dalla società civile e colta; vedeva questa come un prodotto artificiale nocivo per il benessere degli individui, portandoli alla degenerazione e al vizio.
    Il negativo influsso della società su un uomo altrimenti virtuoso, nella filosofia di Rousseau, ruota intorno alla trasformazione dell’amore di sé (amour de soi), inteso in senso positivo, nell’amor proprio (amour-propre), visto come negativo. L’amore di sé consiste nell’istintivo desiderio, posseduto dall’uomo come dagli altri animali, di autoconservazione; l’amore proprio, invece, generato dalla società, costringe l’individuo a paragonarsi agli altri esseri umani, portando all’infondata paura di non essere sufficientemente apprezzato, o al trarre piacere dalle debolezze e dal dolore altrui. Tuttavia, il primo a porre questa distinzione non fu Rousseau; ad esempio fu affermata, tra gli altri, da Luc de Clapiers, marchese di Vauvenargues.

    Nel successivo Discorso sull’ineguaglianza, illustrò il progresso e la degenerazione dell’umanità da un primitivo stato di natura sino alla società moderna. Rousseau suggeriva che gli uomini primordiali fossero individui isolati, diversi dagli altri animali unicamente per il possesso del libero arbitrio e per la capacità di perfezionarsi. Questi uomini primitivi erano dominati dall’impulso di autoconservazione (“amore di sé”) e da una disposizione naturale alla compassione e alla pietà verso i simili; l’unica aggressività era quella atta a difendersi. Quando l’umanità fu costretta a vivere in comunità, a causa della crescita della popolazione, subì una trasformazione psicologica, in seguito alla quale cominciò a considerare come la buona opinione degli altri (“amor proprio”) fosse un valore indispensabile per il proprio benessere. Rousseau associava questa nuova forma di consapevolezza a un’età dell’oro della prosperità umana. Tuttavia, lo sviluppo dell’agricoltura e della metallurgia, e la conseguente creazione della proprietà privata e della divisione del lavoro, portarono a una crescente dipendenza reciproca degli individui e alla disuguaglianza tra gli uomini. L’invidia per chi aveva di più e la brama nel possedere ancora contribuirono al diffondersi di comportamenti crudeli.

    La conseguente condizione di conflitto tra chi aveva molto e chi poco o nulla, fece sì, secondo Rousseau, che il primo Stato fosse inventato come una forma di contratto sociale suggerito dai più ricchi e potenti. Difatti i ricchi e i potenti, tramite il contratto sociale, sancirono la proprietà privata, lo stato di fatto e quindi istituzionalizzarono la diseguaglianza come se fosse inerente alla società umana. Rousseau concepiva la propria proposta per un nuovo contratto sociale come un’alternativa a questa forma fraudolenta. Al termine del Discorso sull’ineguaglianza, Rousseau spiega come il desiderio di essere considerati dallo sguardo altrui, che si era generato durante l’età dell’oro, aveva potuto, sul lungo periodo, corrompere l’integrità e l’autenticità degli individui all’interno di una società, quella moderna, segnata dalla dipendenza reciproca, dalle gerarchie e dalle diseguaglianze.

    Rousseau contrappone nettamente uno stato di natura in cui l’uomo, autosufficiente e isolato rispetto ai suoi simili, è spontaneamente buono e in armonia rispetto a sé stesso e all’ambiente circostante; ad uno stato civile dominato dalla competizione, dalla falsità, dall’oppressione e dai bisogni superflui, l’individuo si adatterà acquisendo questi fattori sociali (ovvero la falsità, la competizione..ecc). Auspica quindi, nella conclusione, che si possa, senza dover necessariamente tornare allo stato di natura (anche perché non ne saremmo più capaci), costruire uno stato civile giusto che emendi i danni morali e materiali in cui l’uomo si dibatte: un progetto che sarà concretamente analizzato ed esposto nel Contratto sociale.

    « L’uomo è nato libero, ma ovunque è in catene »

    L’opera più importante di Rousseau, probabilmente, è il Contratto sociale, in cui vengono proposte le basi per un ordine politico legittimo.
    Divenne uno dei titoli più influenti nella successiva teoria politica europea. Nei contenuti, proseguiva alcune idee già citate in un lavoro precedente, l’articolo sull'”Economia Politica” con cui Rousseau aveva contribuito all’Enciclopedia di Diderot. Rousseau affermava che lo stato di natura, degenerato in una condizione ferina priva di legge o morale, costringeva l’umanità ad adottare delle istituzioni o a perire. Nella fase degenerata dello stato di natura, l’uomo è soggetto a una competizione incessante coi suoi simili e, al contempo, a diventarne progressivamente dipendente. Una duplice tensione che minaccia sia la sua sopravvivenza che la sua libertà. Secondo Rousseau, unendosi grazie al contratto sociale e abbandonando la loro pretesa di diritti naturali, gli individui possono conservare se stessi e al contempo restare liberi.
    Questo perché, sottomettendosi all’autorità della volontà generale del popolo in quanto entità unitaria, gli individui evitano di diventare subordinati alla volontà di altri individui; inoltre, in questo modo, ci si assicura che obbediranno alle leggi di cui saranno, essi stessi, autori collettivi. Rousseau sostiene che la sovranità deve essere nelle mani del popolo, ma distingue nettamente tra sovranità e governo. Il governo è incaricato di eseguire e far rispettare la volontà generale, ed è composto da un piccolo gruppo di cittadini, definiti “commissari del popolo”. Rousseau si opponeva fortemente all’idea che il popolo potesse esercitare la propria sovranità tramite un’assemblea rappresentativa.
    Piuttosto, gli stessi cittadini dovevano essere i diretti autori delle leggi. C’è chi ha dedotto che, di conseguenza, lo Stato ideale di Rousseau non possa essere realizzato in società di grandi dimensioni, ma anzi il modello politico proposto era adattabile, al più, a Stati di una sola città. La maggior parte delle dispute successive sull’opera di Rousseau riguardano il disaccordo sulla sua affermazione che i cittadini siano liberi in quanto costretti a obbedire alla volontà generale.

    Emilio o dell’educazione.

    Rousseau teorizzò un programma pedagogico basato sul concetto di “educazione preventiva”, ossia di un’educazione che non inculca alcuna virtù, ma previene il vizio; non insegna la verità, ma preserva dall’errore consentendo il libero sviluppo della personalità.
    Rousseau espone la sua visione dell’educazione nell’Emilio, un libro parzialmente di fantasia, che racconta nei dettagli la crescita di un giovane ragazzo chiamato appunto Emilio, e guidato dallo stesso Rousseau. Rousseau lo porta nella campagna, il luogo che, per lui, è maggiormente congeniale alla natura umana, diversamente dalla città, dove rischierebbe di apprendere unicamente cattive abitudini, sia dal punto di vista fisico che morale. Obiettivo dell’educazione, dice Rousseau, è come imparare a vivere, e questo si ottiene seguendo un guardiano in grado di mostrare la strada per una vita buona.
    Il libro è basato sugli ideali di Rousseau di una vita sana. Il ragazzo deve imparare, dalla propria esperienza diretta, come seguire i suoi istinti sociali e proteggersi dai vizi dell’individualismo e dell’autocoscienza urbana.
    L’Emilio è il suo capolavoro pedagogico. Emilio è un allievo immaginario, dotato di tutte le facoltà e le condizioni socioeconomiche per essere educato da un buon precettore. Il suo curriculum educativo dura venticinque anni, durante i quali, il precettore gli presenterà una serie di esperienze che avranno lo scopo di fargli raggiungere la maturità, in modo tale che egli possa ben integrarsi nella società in cui vive.
    Il precettore deve programmare la sua vita e i suoi incontri, infatti agisce indirettamente, per evitargli delle esperienze diseducative. Adeguerà, nelle sue diverse età, il suo sapere; e farà in modo che Emilio avverta in modo naturale i propri limiti. Emilio deve apprendere dall’esperienza, vivendo all’aria aperta e apprenderà solo quando ne avvertirà il bisogno.
    All’inizio dell’adolescenza dovrà imparare un lavoro manuale ed in questa fase il precettore gli impartirà un’educazione culturale, sessuale, morale, religiosa e lo avvierà anche al matrimonio e alla politica. Il precettore lo lascerà libero solo quando sarà convinto che Emilio saprà essere, a sua volta, un buon precettore per la sua prole.

    Religione

    Per capire appieno la posizione religiosa di Rousseau è necessario innanzitutto capire l’inconsistenza antropologica della sua cultura e l’anelito mistico che la domina. Se si può parlare di una rivoluzione rousseauiana essa riguarda la sociologia, la psicologia e il costume, ma per niente la filosofia. Rousseau è un pensatore che ebbe grande fortuna per il suo straordinario stile letterario, alla moda, e la “rivoluzione” da lui compiuta riguarda il modello di retroguardia che egli propone contro il moderno a favore dell’antico (il suo sogno è Sparta).
    Egli è, per certi versi, contro la modernità e contro la civiltà e la cultura, nel perseguimento di un utopico sogno di austerità e purezza primitiva; sogna alcune strutture universali e permanenti dell’esistenza umana al suo stato di purezza delle origini pre-culturali. Al riguardo sono fondamentali i concetti di “coscienza” e di “sentimento”: la prima rappresenta per l’autore una voce interiore che serve da “bussola” nella valutazione morale del proprio e altrui comportamento e che appartiene alla natura umana (ma che tuttavia si sviluppa in una fase successiva all’originario “stato di natura”). Il concetto di sentimento si sviluppa nel pensiero di Rousseau seguendo varie sfumature ma sempre contro la razionalità intellettuale, considerata causa della corruzione della bontà originaria dell’uomo e quindi fondamento di tutti i suoi mali. Il lume che lo guida e che gli fa pensare di uscire dall’immobilismo di una società corrotta è il sogno di un ritorno allo stato di natura.
    Ma questa è solo una pulsione religiosa che lo permea profondamente come fosse una verità sognata e illusoria. La ragione è ammessa nella misura in cui si assoggetti al sentimento, alla passionalità e il “cuore”, la sede del “sentimento” deve sempre prevalere sulla “testa”, la sede della razionalità modernista e corruttrice. Il “cuore” come autonomia sentimentale vitale, quindi contro le costrizioni e i precetti, contro l’autorità religiosa, contro lo stato corrotto. La religione positiva, quella istituzionalizzata e corrotta, va superata con una nuova religione del cuore e della spontaneità, che egli coglie nel deismo di Samuel Clarke debitamente riformato “alla Rousseau” ma con forti suggestioni di San Paolo. Da qui il dualismo anima-corpo, interiore-esteriore (natura-società), caratteristico del Rousseau, all’interno del quale la religione si colloca nel primo dei due termini: lo spirito religioso si sviluppa naturalmente nell’uomo, fa parte di un ambito individuale, intimo, interiore, si rivela nella sua semplicità e purezza spoglio di tutte le costruzioni apportate dalla cultura.

    “Bisogna tollerare tutte quelle religioni che a loro volta tollerano le altre, fintanto che i loro dogmi non contengano niente di contrario ai doveri del cittadino” (dall’Emilio).

    Pensiero socio-politico

    Uno dei principi fondamentali del pensiero socio-politico di Rousseau è l’impossibilità di separare l’ambito prettamente politico da quello morale. Uno Stato che non riesca ad agire in modo morale fallisce nella sua funzione primaria, e cessa di esercitare un’autorità autentica sull’individuo. Lo Stato, secondo Rousseau, deve agire sugli individui per trasformarli ed emendarli da tutte le distorsioni morali generate da una società, come quella attuale, dominata dall’ineguaglianza.
    Il secondo principio fondamentale è la libertà, che lo Stato deve difendere a ogni costo contro lo straniero. Non si tratta tanto di una libertà intesa in senso liberale, ma una libertà morale e interiore, che consiste nell’indipendenza del popolo e di ogni singola personalità individuale che ne faccia parte dai valori fluttuanti e soggetti alle mode della maggioranza.

    . Per la volontà di riformare e trasformare l’uomo e per l’ideale di una comunità statale totale, Rousseau è stato visto talvolta come precursore delle successive utopie e degli Stati totalitari del XX secolo. Per altri, invece, la volontà generale di Rousseau rappresenta solo il valore fondativo dello Stato (la Costituzione): chi non vi si riconosce è fuori dal contratto sociale perché può solo nuocere, ma è lo stesso pensatore a riconoscere che ogni individuo è diverso e va rispettato nella sua diversità.C’è chi lo vede come il padre della democrazia moderna, chi del socialismo, chi dello stato etico e chi dello stato liberale ottocentesco. Alcune sue idee, come la libertà nello stato di natura verranno riprese da William Godwin e poste alla base della teoria anarchica.

    Si ringrazia Wikipedia.

  4. Osho: ESSERE IN SINTONIA CON LA PROPRIA NATURA

    Dal libro CHE COS’E’ LA MEDITAZIONE di OSHO

    Ognuno deve muoversi in accordo col pro­prio sentire; se ti senti a tuo agio passando da una cosa all’altra, ciò è perfettamente giusto per te. Il punto è che qualunque cosa tu faccia dovrebbe essere un piacere profondo, senza alcuna tensione. Se ti forzi di esplorare più profondamente tutte le possibilità che ti sono date, puoi creare delle tensioni dentro di te. Se senti che è ab­bastanza, che il contatto con una certa pos­sibilità ti ha dato sufficiente linfa per passa­re a un’altra, allora fallo. Forse quella è la cosa naturale per te; la tua andatura.
    Non si dovrebbe mai andare contro la pro­pria natura. Quello, secondo me, è l’unico peccato: andare contro la propria natura; mentre l’unica virtù è muoversi in totale ar­monia con essa. E non paragonarti mai agli altri; siamo tutti diversi, e diverso è ciò che pia­ce a ciascuno. Una volta che cominci a fare pa­ragoni, pensando: «Il tale approfondisce le cose più di me, si muove più lentamente, e io sono più veloce», dentro di te sorgerà una tensione: «Forse sto andando troppo in fret­ta». Tutte le tensioni vengono dal confronto.

    Ricordati una cosa: tu devi essere in sin­tonia con la tua natura, non in sintonia con qualcun altro. Quindi ascolta sempre quello che senti dentro di te. Se una cosa è piace­vole, falla. Se la senti tesa e forzata, allora non è per te. Non farla.
    Segui sempre il fiume della vita. Non cer­care mai di andare contro corrente, né di andare più veloce del fiume stesso. Solo, muoviti completamente rilassato, in modo da sentirti in ogni momento a casa, a tuo agio, e in pace con l’esistenza.
    La seconda cosa che devi ricordare è che la vita non è corta. La vita è eterna, quindi non c’è bisogno di avere alcuna fretta. Con la fretta puoi solo perdere delle cose. Hai mai visto fretta nell’esistenza? Le stagioni giungono quando è il loro tempo, i fiori sbocciano quando è il loro tempo, gli alberi non si affrettano a crescere velocemente perché la vita è corta! Sembra che l’intera esistenza sia consapevole dell’eternità della vita.
    Siamo sempre stati qui e saremo sempre qui – naturalmente non con le stesse forme e negli stessi corpi. La vita continua a evol­versi, raggiungendo stadi più elevati. Ma non c’è nessuna fine in nessun luogo e non c’è stato nemmeno nessun inizio in nessun luogo. Tu esisti tra una vita senza inizio e una vita senza fine. Sei sempre in mezzo a due eternità, da una parte e dall’altra.
    Ti hanno condizionato con l’idea di un’unica vita. L’idea cristiana, l’idea ebrai­ca, l’idea musulmana – che hanno tutte ra­dici nella concezione ebraica di un’unica vi­ta – hanno dato all’Occidente una folle passione per la velocità. Ogni cosa dev’es­sere fatta con una tale fretta che non puoi provare piacere nel farla, e non puoi portar­la a termine in modo perfetto. Ti arrangi a concluderla in qualche modo, e passi di cor­sa a un’altra.
    L’uomo occidentale ha una concezione della vita molto sbagliata: una concezione che ha creato tali tensioni nelle menti delle persone che esse non riescono a sentirsi a proprio agio in nessun posto, sono sempre in movimento, e sempre preoccupate di non sapere quando arriverà la fine. Voglio­no fare tutto prima della fine. Ma il risultato è esattamente l’opposto: non riescono a fare nemmeno poche cose che abbiano grazia e bellezza, che siano perfette.
    La loro vita è talmente offuscata dalla morte che non sono in grado di vivere con gioia. Qualunque cosa porti gioia sembra essere uno spreco di tempo. Non riescono a stare semplicemente seduti, in silenzio, per un’ora, poiché la loro mente dice: «Perché stai sprecando un’ora? Avresti potuto fare questo, o quest’altro».
    È a causa di questa concezione di un’uni­ca vita che l’idea della meditazione non è mai nata in Occidente. La meditazione ha bisogno di una mente molto rilassata, senza fretta, senza preoccupazioni, senza alcun luogo dove andare… una mente che gioisca di ogni attimo, semplicemente, qualunque cosa accada.
    Era destino che la meditazione fosse sco­perta in Oriente, a causa dell’idea di vita eterna – dell’idea che puoi rilassarti. Puoi rilassarti senza alcuna paura, puoi gioire e suonare il tuo flauto, puoi danzare e cantare la tua canzone, puoi goderti l’alba e il tra­monto. Puoi gioire per tutta la vita. Non so­lo, puoi gioire persino morendo, perché an­che la morte è una grande esperienza, forse la più grande esperienza della vita. È un crescendo.
    Nella concezione occidentale la morte è la fine della vita. Nella concezione orientale la morte è solo un evento bellissimo nel lungo processo della vita; ci saranno tante e tante morti. Ogni morte è il culmine della tua vi­ta, prima che un’altra vita cominci – un’al­tra forma, un altro corpo, un’altra consape­volezza. Non sei giunto alla fine, stai solo cambiando casa.

    sito http://eliotroporosa.blogspot.com/

  5. «Troverai più nei boschi che nei libri. Gli alberi e le rocce ti insegneranno cose che nessun maestro ti dirà» – (Bernardo di Chiaravalle)
    http://it.wikipedia.org/wiki/Ecologia_profonda

  6. Rousseau ha prospettato l’esigenza di formare un uomo nuovo e con il “contratto sociale”, si può formare una società in cui il patto sociale può garantire la libertà e i diritti di ognuno. Il paesaggio raffigurato come momento di meditazione è rasserenante.

  7. Buon giorno Carissimo Gabriele. Un forte abbraccio. Rosa

  8. Buona giornata a voi amici di questa casa accogliente.

  9. Un caro abbraccio per te, Gabriele! Con tanto affetto… 🙂

  10. Dal diario segreto di Hermespartì Er Ctrl+Eppureilmouse, il quale meditava nel parco di La Rochecordon …

    Di Robert Burns
    A UN TOPO, AVENDO RIVOLTATO LUI E LA SUA TANA CON L’ARATRO (Trad. di M. D’Amico)

    Animaletto liscio, rannicchiato, spaurito,
    che panico nel tuo poccolo petto!
    Non cì’è bisogno che scappi così di furia
    con ansimante affanno!
    Io non penserei maid’inseguiti
    con vanga omicida!

    Veramente mi addolora che il dominio dell’uomo
    abbia rotto l’unione sociale della natura,
    giustificando questa diffidenza
    che ti fa trasalire
    davanti a me, tuo povero collega nato dalla terra
    e tuo compagno nella morte!

    Lo so che rubi, qualche volta;
    e con ciò? Devi pur vivere, povera bestiolina!
    Una spiga di grano in un covone
    non è chiedere molto;
    io ringrazio il cielo di quel che rimane
    e non rimpiangerò nulla.

    E poi, la tua casetta rovinata!
    Le sue fragili mura sparse ai venti!
    Non c’è più il tempo di costruirne un’altra, ora,
    col verde foraggio autunnale!
    E verranno i venti del pallido dicembre,
    aguzzi e amari!

    vedevi i campi spogli e devastati
    e l’approssimarsi del tedioso inverno,
    e qui al calduccio, riparato dal soffio del vento
    credevi di restartene,
    finche, CRAC! il vomere crudele non è passato
    attraverso la tua stanzetta.

    Quel mucchiettino di foglie e stoppie
    ti era costato tanti stanchi morsi!
    Ora sei scacciato, dopo tanta fatica,
    sei senza casa nè dimora,
    a sopportare il nevischio fitto dell’inverno
    e la geklida brina!

    Ma, Topolino, non sei solo
    a mostrare che la previdenza può essere vana:
    i meglio studiati disegni di topi e uomini
    vanno spesso per storto,
    non ci lasciano che dolore e pena,
    invece della gioia promessa!

    Tu sei ancora fortunato, in confronto a me.
    Tu sei toccato solo dal presente;
    Ma ahimé! io volgo indietro lo sguardo
    su di un panorama tremendo!
    E benchè quel che ho innanzi io possa vederlo,
    pavento e tremo!

  11. Cara ANNA , che telepatia!!!
    Un bacio fortissimo.

  12. Buon giorno anche a te, Rosa. Baci baci

  13. Con tanto affetto anche da parte mia. Baci

  14. Un Radioso Meditativo Buon Giorno a TUTTI 😀

  15. 🙂 ……..l’albero a cui tendevo la pargoletta mano ……….Beatrice….

    ciao amici del blog. grazie

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