Come in una favola…

16 Risposte

  1. Come in una favola tutto scorre e così la vita è sempre da scoprire….

  2. Caro Gabriele, buona notte. Rosa.

  3. Buon Giorno Carissimo Prof. Gabriele 😀

    La scala, i libri, le immagini e la consapevole cristallizzante immaginazione di un incontaminato bimbo interiore è in parte ciò che ci permette di entrare come spettatori/osservatori consapevoli nei regni incantati , nei mondi fatati delle ninfe, delle energie sottili del creato, in una delle tante immaginarie reali realtà che la mente di Dio in noi ci permette di contemplare …….

    Nell’universo tutto è reale secondo la scala evolutiva di uno dei tantissimi piani di coscienza/vibrazione animico/spirituale….. E’ la Magia (scienza superiore) che incanta ogni cosa dai piani più elevati…..

  4. Che il Sole possa illuminare per sempre i tuoi passi, Gabriele. Un abbraccio dal profondo del cuore… 😀

  5. GIORGIO ANTONELLI

    ANALIZZARE I SOGNI, SOGNARE L’ANALISI.

    “Estratto”

    Il sogno non è necessariamente materiale da interpretare. Col sogno si tratta piuttosto di
    analizzare, di lavorare, di accompagnarci, come vuole Hillman, con Ade. L’analisi stessa
    diventa, in questa prospettiva, sogno. Ancora meglio: l’analisi è il sogno che ogni analista è
    chiamato a sognare.

    All’inizio è il fraintendimento. In ciò s’invera l’atteggiamento ermeneutico nella
    pressoché aurorale versione che ce ne ha dato Schleiermacher. Il fraintendimento è
    l’assolutamente naturale. Si produce, scrive Schleiermacher, spontaneamente. Al
    fraintendimento, alla sua naturalità, al suo prodursi spontaneo deve opporsi la prassi
    ermeneutica che vuole la comprensione. La comprensione è appunto quello stratificato
    movimento che deve essere voluto e ricercato, secondo Schleiermacher, punto per punto. Le
    distinzioni che la tradizione onirocritica, orientale e occidentale, ha da sempre registrato tra
    sogni veritieri e sogni mendaci (a partire da Omero, ad esempio) illustra chiaramente
    l’assunto. La posizione di Freud, in linea con tale tradizione, appare affine al dettato di
    Schleiermacher.
    Diverso invece è l’atteggiamento di Jung nei confronti del sogno e in apparente
    controtendenza rispetto alla tradizione. Non esistono sogni veri o falsi. Al contrario. I sogni
    sono indipendenti dalla coscienza e il loro eccezionale valore risiede appunto nel fatto che
    non ingannano. Si costituiscono quale luogo naturale di verità. O, meglio, come luogo che
    trascende le ragioni del vero e del falso. O, meglio ancora, semplicemente, come luogo.
    Quello stesso che i greci hanno chiamato metaxù, dimora di demoni, i filosofi persiani
    barzakh, intermondo, i tibetani bardo1, noi epigoni anima, intermittenza tra le ragioni della
    trascendenza e quelle d’ogni nostro carnale, sarchico, letterale qui e ora, e noi analisti setting.
    Al fine di poter leggere gli imparziali fatti dei sogni, occorre però tèchne, anzi occorre,
    con le parole di Jung, una tecnica seria. E ciò a dispetto di quanto da Jung stesso affermato,
    ad esempio nella conferenza del 1929 sugli Scopi della Psicoterapia, circa il proprio non
    possedere una teoria e un metodo relativamente alle produzioni oniriche. La tecnica seria
    stigmatizza ad esempio l’arbitrarietà di quelle interpretazioni che tendono
    pregiudizievolmente a sostituire tutto con tutto.
    L’esistenza di una tecnica seria che consenta l’accesso al sogno implica di converso
    l’esistenza di tecniche spurie d’interpretazione del sogno. Un esempio di tecnica spuria è
    appunto quello sopra indicato dell’«onnisostituzione». Le interpretazioni arbitrarie sono quelle
    in cui tutto sostituisce tutto. A partire dalla tesi che i sogni non ingannano Jung può affermare
    che il proprio metodo consiste nel non fare presupposizioni, ma nell’accettare i fatti. Il
    presupposto che domina la prospettiva è qui quello della specificità. Come direbbe Gertrude
    Stein una rosa è una rosa è una rosa. Quando Jung s’intrattiene con le immagini del sogno lo
    fa in quest’ottica.

  6. …continua…

    L’interpretazione può essere arbitraria nella misura in cui letteralizza. Un caso tipico,
    esaminato da Jung, è quello del sogno ricorrente di Socrate riferito nel Fedone e che appare
    possibile rileggere già a partire dalla concezione che lo stoico Crisippo intrattenne
    dell’immaginazione, immaginazione come «vuota attrazione». Racconta dunque Socrate:
    «Nella mia vita passata mi capitò, spesso, di sognare il medesimo sogno, ora sotto una forma,
    ora sotto un’altra, che mi ripeteva sempre la medesima cosa ‘Socrate, componi e pratica
    musica’».2 Socrate ritenne in un primo tempo che il sogno lo incitasse a fare ciò che egli già
    faceva, a coltivare la musica, e cioè la filosofia, da lui ritenuta la forma più alta di musica.
    Successivamente, ripetendosi l’apparizione del sogno, Socrate ritenne di doverlo prendere alla
    lettera. L’immagine proposta dal sogno diventava, così, res. Egli credeva inoltre che, con
    l’obbedire alla lettera sogno, avrebbe messo a posto la propria coscienza prima della morte.
    Jung ha stigmatizzato la lettura che Socrate ha dato del proprio sogno. Era il demonico
    di Socrate, per Jung, a suggerirgli di fare musica. Gli chiedeva però di lateralizzare il suo
    abito razionale e coltivare l’arte del sentimento. Socrate ingenuamente aveva pensato di
    letteralizzare il sogno invece che lateralizzarsi rispetto all’immagine proposta dal sogno, un
    atteggiamento che mantenne sino alla fine, se si presta fede al resoconto di Platone circa le
    preoccupazioni nutrite dal suo maestro in relazione al ripetersi del sogno, un sogno di
    compensazione.
    L’interpretazione può essere arbitraria anche in un senso non direttamente contemplato
    da Jung, ma che ha suscitato l’interesse degli odierni onirocritici. Si può considerare un
    arbitrio quello che l’analista commette quando interpreta là dove non deve. In senso generale
    ciò potrebbe essere considerato da alcuni pressoché sempre vero. Interpretare un sogno è, per
    Hillman, sempre in odore di arbitrio. In senso più specifico, volendo limitare la questione a
    casi più facilmente riconoscibili, si tratta di considerare il sogno quale mediatore del transfertcontrotransfert.
    Si può ad esempio considerare arbitraria l’interpretazione che soddisfa il
    narcisismo dell’analista, facendo da specchio a quello che Ferenczi e Rank chiamerebbero
    l’eccesso del suo sapere. Se, inoltre, il paziente usa il sogno per resistere alla situazione
    analitica, al lavoro analitico, e cioè per difendersi dal rapporto, allora l’analista che interpreta
    o lascia interpretare collude con tale resistere e difendersi. Probabilmente in questo caso la
    dizione «arbitrario» non è corretta, ma è un altro il punto che va considerato. Chi può
    legiferare sulla resistenza del paziente? Si potrebbe anche sostenere che, se un paziente si
    difende o resiste, ha presumibilmente ragione di farlo.
    Fordham ha enucleato due situazioni tipiche dell’uso resistenziale del sogno. Il paziente
    può inondare la relazione di sogni lunghissimi, ultraelaborati, ultracorredati di associazioni.
    Nel secondo caso il paziente aspira a una gratificazione da parte del terapeuta e per ottenerla
    gli mostra la propria abilità di interprete, togliendogli nello stesso tempo ogni spazio e,
    comunque, girando a vuoto (come nel primo caso del resto). Stavolta è l’eccesso del sapere
    del paziente, il narcisismo del paziente cioè, a bloccare il lavoro analitico. Fordham sostiene
    che nel primo caso i sogni sono terapeuticamente negativi e andrà esclusivamente analizzata
    la loro utilizzazione resistenziale da parte del paziente. Non dà invece nessuna indicazione
    tecnica relativamente al secondo caso.3 Una terza situazione, che esaminerò più avanti, è
    quella che vede il paziente non portare sogni nel setting. Anche in questo caso, come
    vedremo, il paziente sta resistendo al sogno, sta resistendo, diciamo così, al proprio
    immaginale autotrasferimento in quel metaxù, barzakh o bardo di cui s’è detto. Il fatto è che,
    come sostiene Bion, contro l’asse Aristotele-Freud, il sogno è il modo in cui la psiche
    funziona, e funziona meglio, quando è sveglia.

  7. 3 continua…

    La questione posta da Fordham si presta a numerose osservazioni. Come va ad esempio
    valutata, accolta, lavorata la resistenza (una volta concessa la possibile funzionabilità
    resistenziale del sogno)? Non è infrequente la circostanza che vede un paziente portarci una
    lista di tre, quattro e più sogni. Iniziamo dal primo, potrebbe esordire. Mi sembra importante,
    di fronte a tanta dovizia, attendere in silenzio che il paziente operi una scelta dal proprio
    materiale. Scegliere è intanto uccidere. Il paziente deve, scegliendo, patire una qualche morte
    di sé. Il fatto che ne porti tanti è, ovviamente, sovradeterminato. Vuole per esempio lasciarmi
    a bocca aperta facendomi vedere quanti ne ha fatti. Oppure, constatato che una seduta è a
    malapena sufficiente per analizzare un sogno o una parte di esso, vuole mettermi in difficoltà,
    competere con me, superarmi o anche ricevere (in dono) più tempo e, dunque, più
    immaginario amore. Dietro quella molteplicità, insomma, vuole ripararsi, nascondersi. Mi dà
    in pasto un apparente molto per transferarmi un reale meno. Quello che vuole nascondere è,
    presumibilmente, la sua inferiorità, la sua funzione inferiore, la sua ombra. La sua ancora
    ignorata volontà di morire davanti a un altro volto.
    Ma il molto appunto questo fa, getta molta ombra. Così come in un singolo sogno
    prendo in particolare considerazione quell’immagine che il paziente, circumabulando intorno
    alle altre immagini, strettamente associando e analogizzando, lascia fuori del proprio
    racconto, lo stesso criterio applico, nella misura del possibile, nel caso di più sogni. Il paziente
    in genere manca di citarne almeno uno andando a rinforzare sugli altri la propria
    egosintonicità. Così applico il famoso «e il quarto dov’è?» di socratico-platonica memoria e
    d’una memoria rinverdita dalla numerologia di Jung. Se sopravvengono tanti ospiti mi chiedo,
    come a suo tempo fece Socrate, dove sia quello mancante. Voglio diventare amico di quello
    mancante. Voglio che l’analisi diventi amica del mancante. Mi sembra soprattutto importante
    che il paziente diventi amico dell’ospite da lui disatteso. Oppongo l’immagine più dimenticata,
    trascurata alla serie sterminata d’immagini che il paziente mi esibisce. Di tutto quello che mi
    ha portato per nascondersi lavoro su quella immagine trascurata che lo rivela. Messo di fronte
    all’immagine trascurata, al quarto ospite, il paziente reagisce in genere con sorpresa,
    imbarazzo. E così entra, all’inizio senza saperlo, in relazione con la propria inferiorità, con
    quel luogo che non si sentiva assolutamente di abitare. Ho sempre trovato teoricamente
    istruttivo e analiticamente fruttuoso lavorare col quarto ospite. Un modo, come vedremo, di
    sognare l’analisi. Il criterio da considerare, nei casi esplicitati da Fordham, è che molto
    difficilmente il molto non getta riconoscibili ombre.
    Dalla concezione della genuinità del sogno discendono conseguenze fondamentali per
    l’approccio junghiano alla dream analysis. In primo luogo la critica alla Traumdeutung
    freudiana. Non c’è ragione di credere, sostiene Jung, che il sogno non intenda dire, presentare,
    quelle che effettivamente dice, presenta.4 In contrasto con Freud, Jung afferma che l’inconscio
    intende dire, presentare, sempre proprio ciò che dice, presenta.
    Suona alquanto paradossale che Jung faccia riferimento al Talmud per sottolineare
    questo diverso modo di considerare il sogno rispetto a Freud. Il sogno, si legge nel Talmud, è
    la sua interpretazione. E risulta ancora più paradossale rilevare nella diffidenza di Freud nei
    confronti del sogno un’orma, una cifra inequivocabilmente cristiana. Basti soltanto pensare
    alla corrispondenza tra Barsanufio e Giovanni di Gaza (VI sec.) dalla quale si evince che
    l’immagine onirica di Cristo può nascondere una frode del diavolo.5 Il confronto sul sogno,
    tuttavia, anche in ragione di quanto negativamente precede, non può non assumere valenze religiose.

  8. 4 continua…
    il resto alla prox volta….

  9. L’interpretazione psicanalitica delle fiabe mi ha sempre affascinato, (ricordo “Mondo Incantato” di Bruno Bettelheim), la funzione educativa e terapeutica della fiaba ma sarebbe interessante anche la lettura in chiave alchemico esoterica.
    A riguardo ho trovato questi riferimenti:
    “Favole ermetiche” di Sebastiano B. Brocchi sul sito books.google.ch
    e di Sermonti “Alchimia della fiaba” http://web.mclink.it/MH0077/ArsRegia/ars%20regia%201/sermonti_cappuccetto_rosso.htm

  10. L’interpretazione psicanalitica delle fiabe mi ha sempre affascinato, (ricordo “Mondo Incantato” di Bruno Bettelheim), comprendere la funzione educativa e terapeutica della fiaba ma sarebbe interessante anche la lettura in chiave alchemico esoterica.
    A riguardo ho trovato questi riferimenti:
    “Favole ermetiche” di Sebastiano B. Brocchi sul sito books.google.ch
    e di Sermonti “Alchimia della fiaba” http://web.mclink.it/MH0077/ArsRegia/ars%20regia%201/sermonti_cappuccetto_rosso.htm

  11. Dolcissima

    .

  12. Carissime e Carissimi 😀
    dietro ogni fiaba c’è sempre una storia dell’anima, che come dice la nostra Cara Anna ha una propria lettura in chiave alchemico esoterica. che è assai distante della psicoanalisi del profondo ;D

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