La sabbia del Tempo

Come scorrea la calda sabbia lieve
per entro il cavo della mano in ozio
in cor sentì che il giorno era più breve.

E un’ansia repentina il cor m’assale
per l’appressar dell’umido equinozio
che offusca l’oro delle piagge salse.

Alla sabbia del Tempo urna la mano
era, clessidra il cor mio palpitante,
l’ombra crescente di ogni stelo vano
quasi ombra d’ago in tacito quadrante.

Gabriele D’Annunzio

8 Risposte

  1. Ti abbraccio con affetto infinito, Gabriele caro. Una dolcissima giornata a te… 😀

  2. Dobbiamo dire che, la lirica di Gabriellone D’ Annunzio è una metafora : espressione di un linguaggio poco semplice e chiaro.

    Nella prima strofa, il poeta accarezza e massaggia la sabbia, fra le dita, misura il tempo e si accorge che la vita è breve… .

    Nella seconda strofa, il poeta, è afferrato, dalla paura, anche per l’ avvicinarsi dell’ umido equinizio, ossia la fine di settembre e arrivano le prime pioggie, porta via con se, l’ estate… .la forza, il desidero e dice “.. che offusca l’ oro delle piagge salse ” l’ equinozio ( l’ autunno ) è tristezza e trasforma il colore della sabbia del mare.

    Nella terza strofa, il tempo rappresentato dalla clessidra è il suo cuore che ha un ritmo ansioso, si avvicina l’ ombra della sera e forse vuol dire nostalgia, la morte di una giornata.

  3. Alla luna

    O graziosa luna, io mi rammento
    che, or volge l’anno, sovra questo colle
    io venia pien d’angoscia a rimirarti:
    e tu pendevi allor su quella selva
    siccome or fai, che tutta la rischiari.
    Ma nebuloso e tremulo dal pianto
    che mi sorgea sul ciglio, alle mie luci
    il tuo volto apparia, che travagliosa
    era mia vita: ed è, né cangia stile,
    o mia diletta luna. E pur mi giova
    la ricordanza, e il noverar l’etate
    del mio dolore. Oh come grato occorre
    nel tempo giovanil, quando ancor lungo
    la speme e breve ha la memoria il corso,
    il rimembrar delle passate cose,
    ancor che triste, e che l’affanno duri!

    Giacomo Leopardi

  4. IL PRIMO AMORE

    Tornami a mente il dì che la battaglia
    D’amor sentii la prima volta, e dissi:
    Oimè, se quest’è amor, com’ei travaglia!

    Che gli occhi al suol tuttora intenti e fissi,
    Io mirava colei ch’a questo core
    Primiera il varco ed innocente aprissi.

    Ahi come mal mi governasti, amore!
    Perchè seco dovea sì dolce affetto
    Recar tanto desio, tanto dolore?

    E non sereno, e non intero e schietto,
    Anzi pien di travaglio e di lamento
    Al cor mi discendea tanto diletto?

    Dimmi, tenero core, or che spavento,
    Che angoscia era la tua fra quel pensiero
    Presso al qual t’era noia ogni contento?

    Quel pensier che nel dì, che lusinghiero
    Ti si offeriva nella notte, quando
    Tutto queto parea nell’emisfero:

    Tu inquieto, e felice e miserando,
    M’affaticavi in su le piume il fianco,
    Ad ogni or fortemente palpitando.

    E dove io tristo ed affannato e stanco
    Gli occhi al sonno chiudea, come per febre
    Rotto e deliro il sonno venia manco.

    Oh come viva in mezzo alle tenebre
    Sorgea la dolce imago, e gli occhi chiusi
    La contemplavan sotto alle palpebre!

    Oh come soavissimi diffusi
    Moti per l’ossa mi serpeano, oh come
    Mille nell’alma instabili, confusi

    Pensieri si volgean! qual tra le chiome
    D’antica selva zefiro scorrendo,
    Un lungo, incerto mormorar ne prome.

    E mentre io taccio, e mentre io non contendo,
    Che dicevi, o mio cor, che si partia
    Quella per che penando ivi e battendo?

    Il cuocer non più tosto io mi sentia
    Della vampa d’ amor, che il venticello
    Che l’aleggiava, volossene via.

    Senza sonno io giacea sul dì novello,
    E i destrier che dovean farmi deserto,
    Battean la zampa sotto al patrio ostello.

    Ed io timido e cheto ed inesperto,
    Ver lo balcone al buio protendea
    L’orecchio avido e l’occhio indarno aperto,

    La voce ad ascoltar, se ne dovea
    Di quelle labbra uscir, ch’ultima fosse;
    La voce, ch’altro il cielo, ahi, mi togliea.

    Quante volte plebea voce percosse
    Il dubitoso orecchio, e un gel mi prese,
    E il core in forse a palpitar si mosse!

    E poi che finalmente mi discese
    La cara voce al core, e de’ cavai
    E delle rote il romorio s’intese;

    Orbo rimaso allor, mi rannicchiai
    Palpitando nel letto e, chiusi gli occhi,
    Strinsi il cor con la mano, e sospirai.

    Poscia traendo i tremuli ginocchi
    Stupidamente per la muta stanza,
    Ch’altro sarà, dicea, che il cor mi tocchi?

    Amarissima allor la ricordanza
    Locommisi nel petto, e mi serrava
    Ad ogni voce il core, a ogni sembianza.

    E lunga doglia il sen mi ricercava,
    Com’è quando a distesa Olimpo piove
    Malinconicamente e i campi lava.

    Ned io ti conoscea, garzon di nove
    E nove Soli, in questo a pianger nato
    Quando facevi, amor, le prime prove.

    Quando in ispregio ogni piacer, nè grato
    M’era degli astri il riso, o dell’aurora
    Queta il silenzio, o il verdeggiar del prato.

    Anche di gloria amor taceami allora
    Nel petto, cui scaldar tanto solea,
    Che di beltade amor vi fea dimora.

    Nè gli occhi ai noti studi io rivolgea,
    E quelli m’apparian vani per cui
    Vano ogni altro desir creduto avea.

    Deh come mai da me sì vario fui,
    E tanto amor mi tolse un altro amore?
    Deh quanto, in verità, vani siam nui!

    Solo il mio cor piaceami, e col mio core
    In un perenne ragionar sepolto,
    Alla guardia seder del mio dolore.

    E l’occhio a terra chino o in se raccolto,
    Di riscontrarsi fuggitivo e vago
    Nè in leggiadro soffria nè in turpe volto:

    Che la illibata, la candida imago
    Turbare egli temea pinta nel seno,
    Come all’aure si turba onda di lago.

    E quel di non aver goduto appieno
    Pentimento, che l’anima ci grava,
    E il piacer che passò cangia in veleno,

    Per li fuggiti dì mi stimolava
    Tuttora il sen: che la vergogna il duro
    Suo morso in questo cor già non oprava.

    Al cielo, a voi, gentili anime, io giuro
    Che voglia non m’entrò bassa nel petto,
    Ch’arsi di foco intaminato e puro.

    Vive quel foco ancor, vive l’affetto,
    Spira nel pensier mio la bella imago,
    Da cui, se non celeste, altro diletto

    Giammai non ebbi, e sol di lei m’appago.

    Giacomo Leopardi

  5. Nella prima strofa, il poeta accomuna il tempo che diventa breve al tempo trascorso in ozio. E’ il tempo dell’anima, non il tempo biologico. E’ in questa strofa la chiave di lettura?…

    Sembrerebbe che la “presa di coscienza”, la rivelazione del mondo intorno, si preannunci con questi sintomi nel mondo umido di anima, dove il concetto di tempo è metafora ed “equivale” ad “equinozio”: simulando una precoce accelerazione che sfuma i contorni delle cose che è possibile cogliere, invece, in uno stato di tranquillità emotiva.

  6. Ho visto angeli ieri bussare all’uscio della taverna,
    impastare argilla umana e versarla nella coppa.
    Abitanti del tempio segreto, purezza d’un Mondo Ideale,
    insieme a me mendicante, bevvero il vino degli ubriachi.
    Non poté il cielo contenere il peso del Pegno,
    estratto a sorte, sul mio nome cadde follia.
    Perdona la guerra delle settantadue sette:
    verità non videro, imboccando la strada dell’Illusione.
    Sia grazia a Dio, ché pace è venuta tra Lui e me,
    e i sufi danzanti vuotaron la coppa della riconoscenza.
    Non è il fuoco alla cui fiamma sorride la candela,
    ma è il fuoco per cui s’incantò la falena.
    Nessuno, altro che Hafez, ha disvelato il volto del Pensiero,
    dacché coi calami pettinarono i ciuffi sporgenti della parola.

    Hafez

  7. Grazie, Rossano 🙂 graziee grazie grazie per l’equilibrio che offre la tua poesia di Hàfez

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