Il silenzio

Dietro suggerimento di  Valentina De Vincenti, pubblichiamo anche un altra opera di Johann Heinrich Füssli, “Il silenzio”, realizzata dall’artista tra il 1799 e il 1800. La nostra amica ha usato l’immagine per la copertina di un suo percorso di ricerca intitolato “Angoscia e solitudine”. Cosa ne pensate? Un abbraccio. Gabriele

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Una lettera di Jung

Mia cara amica,

lei si chiede, e mi chiede, come possa la vita continuare dopo un evento così doloroso come solo può esserlo il distacco il dall’amato, dalla persona cioè alla quale abbiamo unito il nostro destino e con la quale abbiamo affidato tutti noi stessi nelle mani del futuro. […]

Il problema è allora questo: giunto alla fine della mia vita che cosa mi ritrovo tra le mani? Se trovo solo il rimpianto per ciò che avrebbe potuto essere e non è stato non sarà gran cosa.

Ma potremmo trovare ben di più, ben di peggio. Ogni vita non vissuta accumula  rancore verso di noi, dentro di noi: moltiplica le presenze ostili. Così diventiamo spietati con noi stessi e con gli altri. Intorno a noi non vediamo che lotta, cediamo e soccombiamo alle perfide lusinghe dell’invidia. Si dice bene che l’invidia accechi: il nostro sguardo è saturo delle vite degli altri, noi scompariamo dal nostro orizzonte. La vita che e stata perduta, all’ultimo, mi si rivolterà contro.

Perciò, l’ultima cosa che vorrei dirle, mia cara amica, è che la vita non può essere, in alcun modo, pura rassegnazione e malinconica contemplazione del passato. É nostro compito cercare quel significato che ci permette ogni volta di continuare a vivere o, se preferisce, di riprendere, a ogni passo, il nostro cammino. Tutti siamo chiamati a portare a compimento la nostra vita meglio che possiamo.

Mi creda.

Sinceramente,

suo C. G. Jung.

Da “Jung parla: interviste e incontri”.

Saper dire no

Spesso non sappiamo dire di no poiché temiamo di perdere l’affetto dell’altro; ciò è comprensibile, ma non dobbiamo dimenticare che è sempre nostro dovere continuare a credere in noi stessi anche quando gli altri non ci approvano o ci rifiutano e che un no, detto al momento opportuno, può aiutarci ad uscire dalla trappola di chi crede di potersi accettare solo in una condizione di sudditanza e di compiacenza. Le trappole cognitive che abitualmente ci impediscono di dire di no sono i seguenti pensieri: “L’altro potrebbe sentirsi ferito o rifiutato”; “L’altro potrebbe abbandonarmi”; “L’altro potrebbe rifiutare la mia collaborazione”; “L’altro mi ha detto di sì, quindi debbo dire di sì anch’io”; “Mi sento molto colpevole se l’altro ci rimane male”.

Recuperiamo, quindi, tutta la stima di noi stessi e, quando è opportuno, rispondiamo con un no fermo e deciso: “No, ho deciso…, non voglio”. I nostri diritti valgono quanto quelli degli altri. Spetta a noi che nessuno, chiunque egli sia, si senta legittimato a calpestarli.

Franco Nanetti