Discesa in se stessi

Il timore e la resistenza che ogni uomo naturale prova quando scava troppo a fondo in se stesso, sono in ultima analisi la paura del viaggio dell’Ade. […] In realtà però da quello sfondo  psichico, dunque proprio da quello spazio oscuro, ignoto, emana un’attrazione, una fascinazione… che minaccia di diventare tanto più travolgente quanto più a fondo si penetra. Il pericolo psicologico che si presenta è un dissolversi della personalità nelle sue componenti funzionali…

Carl Gustav Jung

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Proverbio arabo

Condivido con voi questo proverbio arabo che ho trovato su un testo delizioso della GIUNTI Demetra, “Aforismi sull’ottimismo“. Aspetto le vostre riflessioni!

L’ottimismo è un dono di Dio; il pessimismo una scoperta dell’uomo.

«Che cos’hai da darmi?»

Cari viaggiatori, oggi vi propongo un componimento di Rabindranath Tagore, tratto da una della sue più famose opere, Gitanjali (“offerta di canti”). Composta originariamente in lingua bengali,  questa raccolta di poesie e canzoni fu tradotta in inglese dallo stesso Tagore, e pubblicata nel 1912 con l’introduzione dell’immenso, e da me amatissimo, poeta irlandese William Butler Yeats. Proprio questo piccolo capolavoro valse all’autore il premio Nobel nel 1913.

Ci sposteremo, con queste parole, in un’India intrisa della Sophia più luminescente… facciamole risuonare nelle pareti del nostro cuore:

Ero andato ad elemosinare
di porta in porta
sulla strada del villaggio
quando il tuo carro dorato
apparve in lontananza
come un magnifico sogno
e mi chiesi chi fosse
quel re di tutti re!

La mia speranza si esaltò
ed ebbi la sensazione
che i miei giorni sventurati
fossero giunti alla fine.
Rimasi in attesa
di un’elemosina non richiesta
e di una ricchezza sparsa qua e là
nella polvere.

Il carro si fermò dove stavo io.
Mi desti un’occhiata
e scendesti con un sorriso.
Sentivo che finalmente
Era arrivata la fortuna della mia vita.

Poi all’improvviso
mi tendesti la mano destra
con queste parole:
«Che cos’hai da darmi?»

Ah, che gesto regale
tendere la mano a un mendicante
per mendicare!
Ero confuso, indeciso
poi lentamente tolsi dalla bisaccia
un piccolissimo chicco di grano
e te lo porsi.

Ma quale fu la mia sorpresa
quando, alla fine della giornata,
vuotai per terra il sacco
e nel povero mucchio delle mie cose
trovai un piccolissimo chicco d’oro.

Piansi amaramente
pentendomi
per non aver avuto il coraggio
di darti tutto.

R. Tagore, “Gitanjali“, 50, Acquerelli, GIUNTI Demetra, 2006, pag. 67-68

Sopra: una libreria a Calcutta, città natale di Tagore (foto di Carl Parkes)

Inspirare lo spirito

“Perché l’eccezionalità riesce sospetta? La respingiamo forse perché l’ispirazione ci fa paura, in quanto la consideriamo uno stato della mente individualistica ed aristocratica, che privilegia la comunicazione con gli spiriti rispetto alla comunicazione con gli spiriti rispetto alla  comunicazione con i pari? Ma una cultura che immagina l’ispirazione come una pulsione asociale non si aggrapperà sempre più tenacemente a una mediocrità solo piatta? […] ‘Ispirazione’ significa semplicemente ‘inspirare’ lo spirito, non ‘esaltazione dello spiritato’. Esistono società che richiedono espressamente ai loro membri di cercare attivamente l’ispirazione per il bene della collettività: gli indiani d’America, per esempio, con la ricerca della visione, le saune, le cerimonie del peyote…”

James Hillman