Accidia

E chi mai l’avrebbe detto che tra i vizi capitali avremmo trovato la noia che i medievali chiamavano “accidia” e che Pascal descrive come: “La risultante degli umori in presenza di deprecabili azioni morali tipiche di chi, avendo abusato del piacere, si trova nell’impossibilità di desiderare?”. A leggerla bene questa definizione sembra riprodurre la condizione che caratterizza molti giovani del nostro tempo, afflitti da assenza di interessi, monotonia delle impressioni, sensazioni di immobilità, vuoto interiore, rallentamento del corso del tempo e quindi accidia, riconducibile alla presenza di energie non impiegate e perciò affogate in un divertimento che risuona senza eco, perché, nel vuoto intriso di nulla che lo attraversa, non c’è nemmeno quel tanto che possa rendere avvertibile una risonanza.

Umberto Galimberti

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La vita imita l’arte

La vita imita l’arte più che l’arte non imiti la vita… I Greci indovinarono questa verità con quel loro meraviglioso istinto artistico, e nella camera della sposa ergevano le statue di Ermete o di Apollo, affinché essa partorisse figli belli quanto le opere d’arte che fissava nei momenti di estasi e nei momenti d’angoscia. Essi sapevano che la vita non soltanto acquista dall’arte la spiritualità, la profondità del pensiero e del sentimento, il travaglio o la serenità dello spirito, ma ancora che può modellarsi perfino sulle linee e sui colori dell’arte e rispecchiare la dignità di Fidia o la grazia di Prassitele. Da ciò l’ostilità dei Greci contro il realismo. Essi erano avversi al realismo per ragioni puramente sociali. Sentivano che il realismo rende brutta la razza, e avevano perfettamente ragione.

Oscar Wilde