Le difficoltà del cammino …

Le difficoltà del cammino …
Stasera ho vinto anch’io …

(tratto da- Le fiabe per vincere la paura)

“Campione forever”

L’Australia è una terra sconfinata, ricca e assolata, ove i confini sono pure entità convenzionali, persi nel rossore della terra e nel verde del rigoglio naturale.
L’uomo, in Australia, ha creato luoghi bellissimi dove l’art house colpisce per essere riuscita ad imbrigliare negli edifici l’infinita creatività del protendersi umano verso il cielo e verso la perfezione.
Ma l’uomo, in Australia, è solo un corollario alla natura, una parentesi di abitudine nella più grande organizzazione naturale.
E di questa natura, come è noto, il simbolo è il canguro.
Il canguro, principe e re, baluardo e portavoce, antica immagine di una terra ancora oggi pervasa da un’aura di mistero.
I canguri sono animali atletici: così atletici da essere campioni di corsa e di … pugilato.
Essi infatti eccellono in tutti gli sport, ma sono veramente e decisamente imbattibili in queste due discipline atletiche.
I canguri sono sì anche molto teneri e graziosi, con il marsupio greve dei loro piccolini, con i loro balzi incredibili, con il loro caracollare apparentemente senza meta, ma sono soprattutto degli atleti, fuori dubbio dei campioni, senza discussione dei muscolosi e ruvidi animali da competizione, sempre in forma, agili e forti come bronzi di Riace.
Se i cavalli possono ritenersi gli Ateniesi naturali, se i lupi e le aquile possono a pieno titolo affiancarsi ai Romani, i canguri sono sicuramente gli Spartani della natura, sempre pronti come questi al confronto maschio e belligerante, aspro ma leale, sempre pronti a petto in fuori come Leonida e i trecento delle Termopili a contrastare i Persiani di turno che vogliono invadere il loro territorio, sempre in guardia, sempre in allerta, col balzo felino al fulmicotone inserito nelle zampe potenti.
Insomma i canguri sono veri e vincenti atleti, nel salto in lungo come nel salto in alto, nella corsa di velocità come in quella di resistenza, nella lotta come nel pugilato.
E Primo era proprio un pugile, un grande pugile, il migliore dei pugili canguri.
E se è vero che nel nome sta tutto un destino, il nome Primo era già un simbolo, un segno, una garanzia di ciò che lui sarebbe stato: il primo tra i pugili, il migliore, l’invincibile, colui che fuori dal ring poteva abbattere un orso con un pugno e che dentro al ring non aveva rivali.
Un destro, un sinistro, un gancio, un uppercut e l’avversario era k.o.!
Primo era famoso perché vinceva ogni suo incontro prima del limite per k.o. tecnico o per lancio della spugna; Primo non aveva mai perso, ma non era mai arrivato neanche a una vittoria ai punti.
Primo distruggeva i suoi avversari ben prima del termine dell’incontro!
Ormai era una costante: dove Primo combatteva stuoli di canguri accorrevano, ogni televisione pagava fior di diritti per accaparrarsi la diretta dell’incontro, i giornalisti sportivi andavano in delirio così come le folle che lo adulavano e lo adoravano.
Non c’era avversario, per quanto grande e grosso, forte e allenato, che potesse tener testa a Primo; la sua era una dote naturale, una innata potenza esplosiva, una buona cattiveria appresa nelle affollate e perigliose lande australiane, una costanza maniacale negli allenamenti defatiganti, uno spirito di sacrificio non comune, un rispetto totale per gli avversari, una deferenza antica verso le regole e verso gli arbitri, una fiducia illimitata nel suo vecchio allenatore: tutto ciò faceva di Primo un atleta unico, forte, rigoroso, invincibile.
Primo aveva tra i canguri un successo strepitoso: nelle tv era ricercatissimo e pagatissimo, gli sponsors si mettevano in fila, nascevano come funghi i fans club, fidanzate come se piovesse, soldi, tanti, tantissimi soldi, lusso, auto sportive, ville, preziosi, guardie del corpo, ogni agio era suo, ogni ricchezza era sua, ogni beneficio era il suo, ma anche stima e affetto erano con lui.
Venne chiamato “Campione Forever”.
E quando Primo era annunciato sul ring, ogni enfatico e adorante telecronista
urlava : ”E ora, canguri e cangure, ecco a voi Primo Campione Forever”, e giù applausi, urla deliranti, spintoni per abbracciarlo, toccarlo, odorarlo, prima e dopo il combattimento, prima per assaporare il profumo del suo bagnoschiuma, dopo per godere degli umori del suo sudore.
Primo era ormai “Campione Forever” per tutti e per tutte.
Non poteva uscire al ristorante che subito era circondato da giornalisti a caccia di scoop e da fans a caccia di autografi, doveva mimetizzarsi tra la folla con ampi cappottoni e occhiali da sole, ma invariabilmente un fan più attento degli altri riconosceva il suo fisico statuario e il delirio ricominciava.
Ma muto e silenzioso, così come inesorabile e incontrastabile, il tempo passava, il tempo passò.
Tutto o quasi può un canguro, così come un uomo, tranne che fermare il tempo.
L’artefice divino che pare sonnecchiare sulle nostre azioni e sulle nostre venture ha messo un ineffabile e imparziale arbitro a disciplina di esse: il tempo, l’immortale tempo che nasce e muore, rinasce e rimuore, milioni, miliardi di volte, all’infinito, in ognuno di noi, in ognuna delle creature, sia essa effimera come una farfalla o longeva come una tartaruga.
Il tempo, paziente e silenzioso, impalpabile nel benessere e interminabile nel malessere, il tempo che tutto muta e che tutto cancella, per il quale la parola “forever” è una briciola di pane da scrollarsi dalla barba, per il quale le parole “campione forever” risultano piccole interpunzioni nello spartito infinito del disegno divino.
E il tempo segnò anche Primo, e l’ictus lo segnò anche più.
E fu così che “Campione Forever” mutò prospettiva.
Divenne un canguro invalido, divenne un canguro con progetti di suicidio.
Primo rimaneva sempre nell’affetto di molti, non più di tutti, ma di molti, veniva ancora chiamato in tv, ma come ex pugile, di lui si parlava come di ex campione anche sui giornali, si diradavano molti canguri e molte cangure prima sempre intorno a lui, alcuni restavano, ma lo trattavano, appunto, da ex, ex campione, ex canguro, solo ex.
E Primo si chiuse: lui che sempre colpiva era stato colpito, lui che sempre ledeva era stato leso, lui che sempre abbatteva era stato abbattuto.
Lui che aveva sempre avuto rispetto per l’avversario era stato trattato senza rispetto alcuno dall’avversario più forte e più tenace di lui, il Tempo, era stato distrutto senza ritegno e vigliaccamente, lui così coraggioso, dal più vile e silente degli avversari, l’Ictus.
Entrambi questi avversari a Primo non erano stati presentati, non gli avevano stretto la mano, non lo avevano abbracciato e confortato dopo la sua sconfitta.
E Primo si chiuse, non parlava più, lui “Campione Forever” era ora in balia di chi lo assisteva e che, in grazia solo dei suoi soldi, lo curava e badava a lui.
Lui, indomito come Leonida, invincibile come Cesare, pugnace come Alessandro era ora un’ameba irriconoscibile che via via scivolava nell’oblio.
La sua forza non c’era più, colpita, così come il movimento, dal feroce avversario Ictus, non più l’agilità, la bellezza, la prontezza, l’aitanza,: tutto perduto, meglio morire, meglio farla finita, l’avesse vinto fino in fondo questo match il Tempo e l’avesse vinto come lui, Primo, vinceva i suoi di match, prima del tempo, per k.o.!
E Primo decise di morire il primo gennaio.
Ma il trentuno dicembre, durante la consueta visita che quasi tutti i giorni faceva a Primo, il suo amico Cassio gli lesse una fiaba.
La fiaba parlava di castori, animali che piacevano molto a Primo; in particolare narrava di un castoro disperato perché, col passare del tempo, aveva perso tutti i denti e con essi il suo ruolo nella comunità: non poteva più costruire le tane, portando i rami con i denti, non poteva più nutrirsi, non poteva più difendere la sua famiglia dalle lontre invadenti e fameliche. Aveva deciso di affogarsi, di lasciarsi affondare nel fiume che lo aveva visto giovane e forte.
Ma un amico aveva narrato al castoro una fiaba nella quale si affermava che vi è un tempo per la forza, uno per l’azione, uno per la gioia, uno per la debolezza, uno per la sofferenza, uno per il tramonto; nella fiaba si spiegava come questi tempi siano naturali e come vadano affrontati e accettati con serenità tra gli affetti veri, pochi, non eclatanti, non mondani, ma stretti, forti e autentici, come la vita vada gradita e accettata come un dono da non sprecare, da non umiliare, da non dissacrare.
E il castoro aveva capito, si era disteso e si era lasciato amare così, senza denti, per quello che era diventato.
E anche Primo capì: non era importante essere “Campione Forever”, lo era stato, ne aveva beneficiato a piene mani, ma ora vecchio e malato capiva di essere finalmente un canguro vero, amato da pochi, ma autenticamente.
Capì anche che il Tempo non è né avversario né nemico: è solo il tessitore delle nostre trame, è colui che tiene in mano il capo e la coda del filo che tesse le nostre azioni, come una tela più o meno lunga che viene poi avvolta nel magazzino della memoria.

Elvezia Benini

Una Risposta

  1. Il TEMPO. Per compiere il cammino è necessario un tempo. Ognuno ha il suo tempo.

    La fiaba “Campione forvever” trova ispirazione in Primo Carnera; essa ci mette in contatto con il TEMPO: il tempo che ci è dato, il tempo percepito, il tempo che fugge, il tempo dato a noi stessi e quello dato agli altri, quello donato e quello ricevuto.
    Un tempo per la costruzione, un tempo per la ri-costruzione, un tempo per il ritiro, un tempo per la riflessione, un tempo spirituale.
    Così il protagonista Primo che da primo di fatto, sarà “non più primo” , perdendo la sua “maschera” si sente dannato; ma, attraverso la malattia si manda un segnale che indica la necessità di una “fermata” e nel tempo della sofferenza darà nuovo senso alla sua vita. La vita ha bisogno di essere ascoltata e Primo era abbagliato dalla “luce esterna” che impediva di vedere “la luce interna”, quella che illumina il proprio cammino.

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