Con le mie stelle brillanti nel petto

La vita irrompe. Spiazza. Spezza. S’addenza prepotente il buio.
Oscuro, profondo. Impenetrabile.
Eppure, proprio in quel momento, veemente, torno gioioso d’essere al mondo.
Con la mia fierezza. La potenza del mio cuore che di tutto ha paura ma che nulla teme.
Perché, ogni volta, se tanto profonde sono le cadute e le sconfitte, altrettanto intensi sono gli slanci con cui riparto.
Alla vita, corro incontro, con tutte le mie stelle brillanti nel petto.

Il lustrascarpe

A te e a tutti gli amici del blog per Natale un regalo speciale:

(tratto da “Le fiabe per vincere la paura” di Elvezia Benini e Giancarlo Malombra edito da Franco Angeli)

Il lustrascarpe

C’erano una volta i lustrascarpe, poveri piccoli che per un soldo lustravano a puntino scarpe e stivali dei distinti signori che, prima di un incontro importante, prima di un evento speciale o soltanto per “chiccheria”, si fermavano distrattamente da loro per togliere il lordo dai piedi e per riordinare le idee in testa.
A volte i lustrascarpe non erano piccoli, erano grandi, uomini cresciuti nel vento, con troppo vento, dal viso disperso dal vento, dall’animo piagato dal vento, uomini che lustravano le scarpe ad altri uomini, genuflessi nell’umile gesto e consapevoli che anche Gesù aveva lavato i piedi agli Apostoli.
Ma spesso erano dei piccoli, nati per caso, sopravvissuti per caso, con la quotidiana scommessa della vita, della propria vita, che aspettava ogni giorno il gettare dei dadi sperando ogni giorno nella puntata più alta.
I piccoli vivevano nei fondi, nei bassifondi, nelle latrine, nelle fogne, nelle stalle, il più delle volte da soli o con qualche compagno di sventura, a volte con un ubriaco genitore, padre o madre che fosse, pronto a batterli per un nonnulla e a sfruttarli per procurarsi da bere.
l lustrascarpe avevano anche un’importante funzione sociale: siccome i veri signori si distinguevano per l’amido e il biancore di ghette e colletti e per lo splendore marmoreo del nero delle calzature, i lustrascarpe provvedevano a creare il vero signore, a fargli da deterrente ansiogeno prima di un solenne concilio, a specchiarne l’immagine nel consesso di chi veramente contava.
E i veri signori ringraziavano i lustrascarpe beandoli con la loro presenza, degnandoli di poterli toccare, fornendo loro un minimo di compenso per una magra sussistenza.
Tra i piccoli lustrascarpe vi era una sana competizione: la ricerca del lucido più brillante, del totale lucido ove specchiarsi, della scarpa più lucida che il sole potesse far splendere di fulgore, dello stivale così netto da potervi vedere la propria immagine riflessa.
E quando il piccolo servitore vedeva il proprio viso nelle scarpe del signore, l’opera poteva dirsi completa e il piccolo tendeva timidamente la mano.
Luisito no.
Non Luisito.
Lui, appena il lucido era al massimo riflesso, si voltava per non vedere il proprio viso riflesso.
Perché il suo viso era più nero delle scarpe e non di fuliggine, di sporcizia, di incrostazioni come quello dei suoi tristi compagni, ma proprio nero, così come nero era il resto del suo gracile corpicino.
Luisito non era emarginato dai signori a cui lustrava le scarpe.
In fondo per loro, bianco o nero che fosse il lustrascarpe, poco importava.
Importante era il risultato e Luisito era molto bravo.
Non era neppure isolato dai suoi compagni di lavoro: ognuno aveva la sua postazione e i suoi clienti e la sera, al rientro, ognuno aveva il suo tugurio e le proprie macerie nell’anima.
Ma per lui, nero tra i bianchi, essere nero gli sembrava essere come quelle scarpe nere che portavano il peso di tutta la persona, di tutte le persone, guatando nella melma della strada, mordendone la polvere e spesso lordandosi di sterco di cavallo.
E ogni volta alla fine del proprio lavoro, prima di tendere la mano, si voltava di colpo, evitando di scorgere la propria immagine riflessa.
Nel palcoscenico della vita, Luisito aveva degli abituali clienti, ognuno immerso nei propri problemi e nelle proprie attività, che lo degnavano appena di uno sguardo nel porgergli i piedi calzati, per poi ripiombare nei propri assorti pensieri.
Luisito invece guardava bene questi clienti e da un’espressione del viso, da una contrazione muscolare, da un movimento oculare sapeva distinguere le preoccupazioni, le pulsioni, le aspettative, sapeva leggere le illusioni e le disillusioni, sapeva captare la pesantezza dell’essere o la leggerezza del vivere.
Tra questi clienti Rettino il becchino, sempre vestito di nero come un uccellaccio del malaugurio, sempre attento ai pianti e alle benedizioni forieri di lucrosi affari, Amleto il banchiere, il più assorto di tutti, con l’eterno sigaro tra i denti da squalo, basso e corpulento con gli stivali spessi come il suo pericardio, Ruperto l’attore, ora biondo ora bruno, ora triste ora allegro, ora torvo ora frizzante, simpatico camaleonte del palcoscenico e della vita, Alfonso il primario dell’ospedale che assomigliava a quel rinoceronte che Luisito aveva visto passare con gli acrobati di un circo, Armando il non si sa che Luisito vedeva giungere da lui con le scarpe già lucide, ma che chiedeva di rendergliele lucide come i suoi neri capelli impomatati, Armando con al fianco ogni volta una donna diversa, tutte bionde, tutte bianche, mai una che assomigliasse all’immagine che lui si era fatto della sua mamma non avendola mai conosciuta.
E poi Battista, di cui Luisito aveva sentito dire che faceva un misterioso mestiere chiamato commercialista, Severo il croupier le cui scarpe erano di due misure più larghe e Luisito non capiva il perché.
E molti altri abituali clienti, tutti frettolosi, tutti assorti, tutti distratti, tutti attenti unicamente al risultato prima di elargire a Luisito l’agognato soldino.
Luisito aveva tre amici.
Nel lurido tugurio ove si rifugiava la notte viveva anche Priscilla, una dolce bambina smunta e ossuta che raggranellava qualche spicciolo offrendo mazzolini di fiori di campo ai signori e alle signore davanti al teatro della città.
Con lei spesso Luisito parlava del suo sogno di vedere il suo viso sbiancato, di una vita diversa, dei giochi che aveva visto fare ai bambini della città nelle piazze e di fronte alle chiese.
Ogni tanto nel tugurio, una casupola diroccata e colma di macerie, capitava anche Montone, un vecchio sordomuto che raccoglieva stracci e rottami per un magro commercio.
E i due bimbi erano felici quando arrivava Montone: cercavano di fargli trovare un brodo caldo e un po’ di vino, bevendo i gesti sapienti del vecchio barbone.
Si sentivano a casa con Montone in casa, un po’ più protetti dall’adulta presenza che aveva il potere addirittura di scacciare gli onnipresenti topi.
E Montone parlava e ascoltava, pur essendo sordomuto, a gesti, a sguardi, ad abbracci, con gli occhi di brace lucidi e le scarpe sfasciate e sporche, con le grosse mani protese nello sforzo di assumere voce, con la magra figura distesa nell’ascolto dei suoi piccoli amici.
E il terzo amico di Luisito? Era Adelmo il tranviere.
Siccome Luisito lustrava le scarpe non distante dal capolinea del tram, aveva fatto amicizia con Adelmo che, dopo una dura giornata di lavoro, parcheggiava la vettura e si avviava verso casa.
All’avvicinarsi dell’uomo, Luisito aveva approntato i suoi piccoli arnesi; anche se l’uomo era diverso, molto diverso dai suoi soliti clienti, chi mai poteva avvicinarsi a lui?
Ma Adelmo non gli aveva allungato i piedi calzati, bensì una tenera carezza sul nero visino. E poi un biscotto. E poi un soldino. E poi tenere parole.
E da quella sera sempre più spesso, a fine turno per entrambi, i due si erano visti e scambiati parole e affetto, con l’unico cruccio per Adelmo di non poter portare il bimbo nella sua casa in quanto la moglie mai avrebbe accettato in casa il lustrascarpe, figuriamoci il lustrascarpe nero.
Queste amicizie rendevano accettabile la vita a Luisito, gli facevano sentire meno fredda la neve, meno sferzante il vento, meno umida la pioggia, meno nero il suo viso.
Tra i soliti clienti, tra le solite scarpe, tra il solito non volersi scorgere a lavoro finito.
E venne la sera della vigilia di Natale.
La neve candida ricopriva ogni cosa rendendo il nero viso di Luisito, un faro di ebano in un mare di schiuma: ecco avvicinarsi uno sconosciuto.
Era da tempo che Luisito non aveva un cliente nuovo, era quasi felice di lustrare scarpe diverse.
E le scarpe del nuovo arrivato erano proprio diverse.
Erano rosse.
Ebbe un attimo di sconforto e poi disse:”Gentile signore, non posso lustrarle le scarpe, non ho il lucido rosso, ma solo quello nero”.
Lo sconosciuto rispose:”Non temere Luisito, strofinale soltanto con le tue mani e poi specchiati in esse”.
“Come poteva conoscere il suo nome quello sconosciuto?” pensò Luisito, “Come poteva sapere il suo problema a specchiarsi?”
Ma una forza magnetica attraeva il bambino che obbedì senza indugio.
E allo specchiarsi nelle rosse calzature, Luisito si trovò proiettato in un mondo fantastico.
Le scarpe rosse erano una porta e aldilà della porta una cascata di luce invitante e suadente immersa in una musica celestiale lo attendeva.
E poi fiumi di latte, tavole imbandite, frutti succosi appesi ad alberi facilmente raggiungibili dalle sue nere manine.
Luisito pensò subito a Priscilla e a Montone e anche ad Adelmo.
Doveva riempirsi il più possibile le tasche della logora giubba di quel ben di Dio per portarlo poi ai suoi amici al ritorno.
Ma quale ritorno? Perché doveva tornare?
In questo posto i bambini erano neri, gli angeli erano neri, nere erano le persone che gli sorridevano da ogni parte.
Era giunto a casa, in un posto così bello e sublime che neppure nel migliore dei suoi sogni aveva mai immaginato.
Certo era dispiaciuto per i suoi amici, ma avrebbe chiesto a qualcuno che comandava in questo posto come fare per far venire anche loro.
I suoi amici erano bianchi, ma era certo che in quel posto li avrebbero accolti con gioia.
E trovò chi comandava.
Era un bambino, nero come lui, soltanto più etereo, quasi trasparente, con ai piedi due splendide scarpe nere nelle quali ogni tanto si rispecchiava.
Immaginarsi la sorpresa di Luisito nel vedere al comando un bambino! E perdipiù nero come lui!
Il bambino si avvicinò a Luisito con un’incredibile leggerezza, sembrava che volasse, e così parlò:”Caro Luisito, so che tu vorresti stare con noi, ma un grande compito ti attende”.
“Tu ti impegnerai nello studio e così come io governo in questo mondo, tu governerai nel tuo mondo!”
Come inebetito nel risveglio da un torpore profondo, Luisito si ritrovò con le nere manine sulle rosse scarpe dello sconosciuto.
L’uomo era ancora lì, gli sorrideva e gli tendeva la mano.
Magneticamente la manina nera del bimbo si inserì nella mano bianca dell’uomo e i due si diressero verso il tramonto.
Si diressero al miglior collegio della città dove a Luisito venne riconosciuta una intelligenza eccezionale, una capacità di apprendere fuori dal comune, così come una naturale propensione all’ascolto degli altri.
E come gli aveva richiesto il capo bambino, Luisito studiò e si impegnò.
E più cresceva e più si impegnava, traguardo dopo traguardo, tappa dopo tappa, esame dopo esame sino a brillantemente laurearsi con il massimo dei voti.
Era solo un passaggio.
Era talmente bravo e capace e affascinava talmente tutti che fu fatto prima sindaco e poi governatore.
Ma non aveva dimenticato i suoi amici: sposò Priscilla con la quale segretamente si era sempre amato, volle con sé Montone e Adelmo, ormai anziani, come consiglieri di fiducia e abolì il mestiere di lustrascarpe, facendo studiare tutti i bimbi che pulivano scarpe per poi avviarli verso la realizzazione dei loro desideri.

Qual è il vostro talento?

Carissimi, riportando la recensione del libro di James Hillman “Il codice dell’Anima”, sono curioso di sapere qual è la vostra vocazione. Qual è il vostro “talento” e se, nella vostra vita, siete riusciti ad ascoltare il sussurro del vostro daimon

“Esiste qualcosa, in ciascuno di noi, che ci induce a essere in un certo modo, a fare certe scelte, a prendere certe vie – anche se talvolta simili passaggi possono sembrare casuali o irragionevoli?
Se esiste, è il ‘daimon’, il ‘demone’ che ciascuno di noi riceve come compagno prima della nascita, secondo il mito di Er raccontato da Platone. Se esiste, è ciò che si nasconde dietro parole come “”vocazione””, “”chiamata””, “”carattere””. Se esiste, è la chiave per leggere il “”codice dell’anima””, quella sorta di linguaggio cifrato che ci spinge ad agire ma che non sempre capiamo.

21 grammi

L’infinitamente grande

Alda Merini

Quanti ricordi…