Bellezza e magia

L’aspetto delle cose varia secondo le emozioni,
e così noi vediamo magia e bellezza in loro:
ma bellezza e magia, in realtà, sono in noi.

Gibran

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Alessandro Botticelli, Nastagio degli Onesti, terzo episodio 1483 (Il banchetto di nozze)

Guardando questo dipinto si è subito atterriti da una scena terribile. In mezzo ad una tavola con commensali gioiosi, fa irruzione un cavaliere che insegue una fanciulla dilanianta da cani feroci. Immoto è l’orrore dei presenti.
Tutto è come congelato da una visione spaventosa. Il quadro fu commissionato da Lorenzo Il Magnifico per il matrimonio di Giamnozzo Pucci e Lucrezia Bini. Come si addice una rappresentazione tanto spaventosa ad uno sposalizio?

Ce lo spiega Christian Gaillard in Donne in mutazione: tutta la “messa in scena” è inspirata ad un racconto inserito nel Decamerone di Boccaccio. E’ quanto racconta Filomena ed ha per protagonista Nastagio degli Onesti, innamorato di una
nobildonna di Ravenna che, però, non ricambia il suo affetto. Nastagio si strugge e sta per cadere in depressione.
E’ senza speranza finché un giorno, convenuto con amici ad una tavolata, con la donna riottosa presente, improvvisamente irrompe un cavaliere adirato. L’uomo, con la spada sguainata, è Guido degli Anastagi mentre la ragazza, denudata e dilaniata dalle bestie, è “colpevole” per averlo “respinto”. Da qui la maledizione: per sempre sarà condannato ad inseguire chi lo rifiutò mentre lei sarà costretta, per l’eternità, a fuggire da una morte atroce che non le darà scampo.
Il quadro, quindi, ammonisce sulla necessità della corporeità e fisicità dell’amore che non può essere solamente spirituale ma deve anche essere concreto ed incarnarsi. Ecco perché è adatto ad un matrimonio. L’amore totale è corpo e anima.

La tavola fa parte di una serie di quattro pannelli, commissionati da Lorenzo
il Magnifico nel 1483 per farne dono a Giamnozzo Pucci in occasione del suo
matrimonio con Lucrezia Bini. Già conservati a palazzo Pucci palazzo, nella
seconda metà dell’Ottocento vennero dispersi: tre oggi si trovano al Prado (dal
1941) ed uno solo, l’ultimo, è ritornato nella sua collocazione originaria dopo
essere stato, tra l’altro, nella Collezione Watney di Charbury presso Londra.