Senza identità. Volutamente senza identità.

Amici nel cuore, ecco Nicola. Vedete come di giorno in giorno ognuno di voi sta facendo un “bello e buono” itinerario?

Caro Gabriele,

oggi ho preso dalla mia libreria un libro che avevo letto tanto tempo fa e sfogliandone quasi per caso le pagine, mi sono soffermato a leggere un paragrafo che avevo sottolineato.

– E’ possibile che per la maggior parte dei mortali la personalità significhi la “felicità più alta”, ma la tragedia delle tragedie del metafisico consiste appunto nel non poter oltre mai oltrepassare completamente l’individuo che reca in sé. Dice Keats del poeta: “la naturopoetica non ha un Io è ogni cosa e nulla, non ha indole – un poeta non ha identità… è continuamente in e permeando degli altri corpi”. Avrebbe potuto aggiungere che il poeta deve essere privo di sé soprattutto nel senso che solo se lo è per davvero può compiere il suo lavoro. […] Egli non deve quindi esaurirsi nè identificarsi in nessuna forma; il centro della sua coscienza deve coincidere con quello del mondo, ed egli deve guardare ogni singola manifestazione dal punto di vista di Dio, soprattutto la sua stessa indivuidualità e la sua stessa filosofia.

Il libro che mi è venuto incontro si chiama “Diario di viaggio di un filosofo” (sottotitolo “L’india”) ed è di Hermann Keyserling.

Buona giornata!

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