Buon 2010!

Cari Amiche e Amici, dilettissimi Tutti,
vi auguro che possiate-possiamo vivere un anno denso di profondità,
sotto l’egida del Pensiero del Cuore.

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20 Risposte

  1. Auguri anche a te… speriamo che il 2010 sia migliore del 2009 🙂

  2. Carissimo Gabriele a carissimi Amici

    auguro a voi tutti un 2010 all’insegna della serenità, della felicità e soprattutto pieno di tanto tanto Amore!
    …….e ascoltiamo sempre il nostro cuore, perchè esso è la nostra luminosa guida nei nostri passi della vita!
    Con tanto affetto per tutti, Bea

  3. Buon anno a tutti!
    Caro Gabriele ha brindato bene ! Anche per noi?
    naddeo rosario

  4. Auguri per tutti arrivano proprio dalle profondità del mio cuore che mai come nell’anno appena trascorso ha esternato e condiviso pensieri densi… e in attesa!

    Gioia!

  5. grazie per alleviare la mia sete del sapere sull’ interiorità
    dell’anima. Sono un operaio che lavora al turno fisso notturno dal lunedì al venerdì, osservo e ascolto con un immenso interesse la trasmissione ” inconscio e magia”
    alla domenica notte, mentre mia moglie e i miei tre figli ormai grandi dormono tranquillamente. Ho un basso livello d’istruzione (terza media) ma riesco nonostante
    comprendere i commenti di elevata competenza degli ospiti e scopro che non sono così tanto diversi della voce della mia anima. grazie siete immensamente magici.

  6. Gentile professor La Porta,mi permetto di inviarle una lirica di Borges, dal titolo “Fine d’anno”

    Nè la minuzia simbolica
    di sostituire un tre con un due
    nè quella metafora inutile
    che convoca un attimo che muore e un altro che sorge
    nè il compimento di un processo astronomico
    sconcertano e scavano
    l’altopiano di questa notte
    e ci obbligano ad attendere i dodici irreparabili rintocchi.
    La causa vera
    è il sospetto generale e confuso
    dell’enigma del tempo;
    è lo stupore davanti al miracolo
    che malgrado gli infiniti azzardi,
    che malgrado siamo
    le gocce nel fiume di Eraclito
    perduri qualcosa in noi:
    immobile.
    Felice anno nuovo

  7. Buon anno nuovo anche a Lei, professore ^^

  8. Grazie Daniele!

    Che l’Universo intero ti sostenga sempre con il suo Amore e il 2010 ti doni incondizionatamente frutti meravigliosi !
    serena notte
    Maria

  9. Ho sentito citare nella trasmissione del 03 gennaio 2010 una poesia che iniziava: io non sono io, ma quello che mi cammina accanto.
    Gradirei sapere chi è l’autore.
    Ringrazio per la collaborazione

  10. Grazie Afovidius!

  11. Mettiamoci in ascolto e ascoltiamo il cuore… buon anno, cara Bea!

  12. Caro Rosario,
    ho brindato e brindo ancora a tutti voi!

  13. Gioia a te, Valeria!

  14. Grazie, anche a te, Sognatore!

  15. Cara Angela,
    e’ di Juan Ramon Jimenez. A presto!

  16. caro gabriele grazie di esistere! e’ bello poter dire questa frase a qualcuno. …….. e finalmente mi sento italiana……. commentare e scrivere di poesia! che gioia!!!!!!!!!!
    auguri a tutte le belle anime italiane !!!!!!! buon 2010 e musica di baci!

  17. L’UOMO REALE

    di LUCIANO VENIA

    ORDINE, DIRITTO E GIUSTIZIA SOCIALE

    Alla caduta dei regimi delle democrazie popolari che avevano inteso trasformare in sistemi la teoria politica marxista, dissi che cessava quel comunismo; ma non veniva meno e sarebbe riemersa “l’aspirazione dei popoli alla uguaglianza economica e sociale” (Luciano Venia, 1991) anche se con declinazioni e denominazioni diverse. Facevo l’esempio dei levellers britannici e della vicenda della Comune di Parigi ma facevo accenno anche alle molte esperienze tese idealisticamente a generare società perfette: dal contenuto della “Città del sole” di Campanella alla comunità americana e anarcoide di New Armony.
    Ebbene se questa idea di uguaglianza può essere oggi meglio pensata e inquadrata come condizione paritaria di partenza accordata a tutti (un cardine della democrazia), diremmo con Rifkin di “accesso” alle opportunità (e qui integralmente recuperare il senso americano del self-made-man, di colui che raggiunge il successo con il proprio lavoro e le proprie abilità, skills) è opportuno dichiarare che questo senso di maggiore giustizia sociale, se pure vogliamo omettere di citare terze vie viziate da accenti totalitari come i fascismi o le dottrine sociali del cattolicesimo ritenute viziate dalle credenze – e i cui elementi risalgono alla Populorum Progressio, alla Rerum Novarum, alla Centesimus Annus, alla Laborem Exercens una serie di encicliche papali; da ultimo la Caritas in Veritate di Benedetto XVI che vertono sui diritti del lavoro, il funzionamento dell’impresa, la funzione sociale della proprietà, i diritti dei lavoratori e la loro partecipazione alla vita della azienda sino a toccare il capitale, la sussidiarietà, i nuovi diritti – si può ben recuperare un concetto da altra scienza per indagare su questo aspetto. Il fisico Pierre Lecomte du Nouy adottò il termine di telefinalismo per indicare la capacità degli organismi viventi di agire intenzionalmente contrastando il secondo principio della termodinamica (cfr Luciano Venia – Il Pontefice, la Nuvola, l’Entropia, 2002).
    La questione è quella della conservazione delle fondamenta dello Stato e della capacità di questo di espandersi, di svilupparsi, di elevare il tenore di vita degli associati; di condizionare culturalmente, tecnologicamente o finanziariamente un’area geopolitica; di mantenere la disponibilità di capitali privati e di avere riserve auree e finanziarie per fronteggiare la domanda di investimenti e di spesa corrente; di avere crescente e continua disponibilità di energia e anzi tendere all’autosufficienza, di acqua, di alimenti e beni di consumo; di custodire i confini e di offrire forza per le missioni di pace sovranazionali al fine di confermare il proprio ruolo strategico; di tenere indenni e funzionanti le infrastrutture e anzi di moltiplicarle; e di difendere gli interessi fondamentali di fronte alle correnti galvaniche del tempo e della storia, dei marosi dei movimenti sociali, delle insorgenze su base sociale e politica, delle ondate di nichilismo che impattano sui cardini filosofici e “costituzionali” del sistema, sulle architravi della convergenza delle articolazioni popolari e che attengono alla disconnessione delle masse dalla tacita delega pattizia con cui assegnano o consegnano a un ceto determinato la direzione politica e il timone della decisione strategica, specie in ordine alle tutele stabilite in materia civile e penale, ai valori egemoni, alla quotazione dei redditi, al potere di acquisto della moneta, alla fruizione dei beni e dei servizi, all’accesso ai gradi superiori nella scala sociale e del relativo meccanismo di mobilità.
    Dato un ordine, la stessa fisiologia politica e gli effetti del mero vivere del sistema registrano una cessione di qualità e di identità che va di continuo rigenerata mediante una dotazione in surplus di credenze e di coesione che proviene in parallelo dalla riproduzione del sapere giuridico-tecnico e dalla rivitalizzazione delle camere politiche mediante rinnovo delle sue componenti.
    La funzione della riproduzione e dell’assestamento dei saperi è delegata alla comunità degli accademici che compilano ed aggiornano i manuali sui quali sono chiamate a indottrinarsi e perfezionarsi la classe dirigente attuale e le elites disponibili in sovrannumero che, in caso di crisi del sistema o al fine di ricostituire i quadri burocratici e governanti usurati dalla gestione o logorati dalla crisi vengono reclutate o inglobate per finire cooptate in senso michelsiano, nella gestione di una parte ampia ma non completa, delle esigenze fondamentali della Macchina Stato. Solo la permanenza nella classe dirigente da un certo numero di anni e la idonea qualificazione funzionale o il possesso di un requisito di compatibilità con gli interessi strategici e le regole essenziali o le idee mitiche di sistema o meglio il graduale e testato accesso ad un esteso numero di chiavi interpretative e di una serie di leve effettive di movimento dello Stato abilitano alla scalata ai massimi vertici della Res Publica. In basso la fluttuazione è garantita ed entro certi limiti, libera; mentre è ristretta e vigilata nei gradi più elevati del sistema. Questa impostazione è del resto la stessa pur mutando nome o motivazione da Atene a Roma e in tutti i regimi storici, comunque essi si definiscano o vengano percepiti, che viene attuata a difesa delle mura romulee del potere che serbano il fuoco sacro della Sovranità.
    Se per Entropia accettiamo la definizione di misura di disordine di un sistema è evidente che nell’avanzare del tempo ogni sistema vedrà un incremento dell’Entropia.
    Lo Stato è quindi lo strumento rigeneratore della Integrità di un sistema sociale e si serve di strumenti molteplici per riparare istantaneamente le sue parti o di porle in sintonia col progresso tecnologico e scientifico-culturale attingendo a un deposito di valori e di formule, di algoritmi e procedure, di credenze e principi che rappresentano il cemento di connessione tra i pilastri psicologici e quelli fisici nella Res Publica adeguando la rete e l’organismo statale alle innovazioni ed anzi predisponendosi ad anticipare e stimare il portato delle innovazioni o addirittura governando lo stesso processo entropico modulando rimedi e risorse per mantenere attorno all’ottimo o al sostenibile la quantità di disordine generato dal funzionamento del sistema.
    Ma anche sul piano propriamente politico e su quello giuridico, il concetto di diritto naturale o giusnaturalismo, vuole sul piano teorico che, antecedente del diritto positivo sia un complesso di norme eterne e immutabili; anzi, una serie di principi primi, generali, sempre validi che orientano la produzione positiva delle norme nei diversi ordinamenti. Per i religiosi la radice di questi principi risiede nei testi sacri, mentre per i laici essi sono ipostasi della ragione, della giustizia, della equità, della misura, dell’armonia. Ora se per il Gabrielli l’ipostasi è appunto “ciò che sta, che resta fermo al di là del fluire dei fenomeni, ovvero la sostanza, la natura stessa delle cose” possiamo riandare a migliaia di anni fa e trovare una conferma di questa aspirazione dell’uomo reale alla giustizia sociale e all’ordine comunitario. E’ semplice citare la grande riforma di Urukagina, Ensi (legislatore o capo) di Lagash in Mesopotamia che correggendo norme precedenti metteva al riparo orfani e vedove e si spingeva nella lotta alla arroganza e alla sopraffazione predatoria.
    Più che un socialismo arcaico è qui lampante una Struttura di Stato Sociale che lasciando a ciascuno diversità di ruoli e funzioni, e stimolando anche alla competizione e al lavoro, opera a tutela e conservazione del bene comune e della armonia, cioè della ordinata vita della città, un riassetto distributivo su base umanitaria e solidaristica riequilibrando e perequando i ceti deboli.
    L’Uomo Reale quindi già circa 5000 anni fa riteneva fondamentale l’Intervento dello Stato e per esso del Governo e della Legge, al fine di ristabilire le condizioni essenziali di dignità per ciascun individuo, fosse anche il più vulnerabile ed esposto alle brame e ai soprusi dei potenti e dei ricchi.
    Peraltro questi principi della Tradizione, così amo definirli, operano grandemente all’interno di un Luogo, così definisco le opere d’arte che rilasciano significati e mostrano una vita propria in senso ermeneutico, cioè come testo che si rivitalizza alla azione interpretativa del lettore, – e come non citare qui Ernst Junger quando egli straordinario intellettuale e pensatore finissimo ci ricorda che possiamo essere solo “lettori” del mondo piuttosto che attori, anche se come attori dobbiamo agire per essere appunto ciascuno di noi, Uomo reale, uomo totalmente dispiegato, uomo integralmente realizzato – un Luogo dicevo, che si è fatto monito e stella polare per tutti gli idealisti e i rivoluzionari al di la del segno e del fine del loro rivolgersi contro l’egemonia o il dominio o l’ingiustizia, misurata in rapporto ai principi del diritto naturale: l’Antigone di Sofocle.
    Ora però per non lasciarla sospesa, voglio risolvere l’apparente antinomia di vitalismo e mera lettura del mondo; come? Dobbiamo sopravvivere, dobbiamo lottare, dobbiamo competere epperò possiamo essere solo lettori del mondo?
    Sono due verità non contrapposte in quanto usando parole di un Santo, quelle di Madre Teresa di Calcutta “Siamo soltanto una goccia d’acqua nell’oceano, ma se mancasse quella goccia l’oceano mancherebbe di qualcosa.”
    Inoltre, a conclusione di questo ragionamento, per connettere ancora politica e biologia una ulteriore riflessione di Junger è una esplicitazione massima: “Vivere significa ribadire la propria forma. In questo senso il morire è l’azione estrema”. Ed ancora Heidegger afferma che l’Uomo è un essere per la morte. Ma solo in quanto pienezza conclusa e vissuta del proprio Io e quindi completo dispiegamento ed esistenza dinamica dell’Uomo reale.
    Ma se il decreto mesopotamico di Urukagina nella Terra di Lagash non distante da Uruk ci è sembrato un fatto attorno a cui abbiamo svolto un ricco e intenso lavoro di interpretazione, ecco appunto la tragedia di Sofocle a rimarcare il significato di un diritto naturale. Nel secondo episodio del primo stasimo e riferendosi alla mancata sepoltura del fratello di Antigone decretato dal Tiranno di Tebe e verso cui Antigone si ribella provvedendo ella stessa a dare sepoltura al corpo altrimenti esposto allo strazio degli uccelli, Creonte chiede: “E tu dimmi, senza giri, in breve: sapevi che era stato proibito per mio decreto di farlo? Antigone risponde: “Lo sapevo. Come potevo non saperlo? Era bando pubblico.” E Creonte: “E hai osato ugualmente trasgredire la mia legge?” Antigone chiarisce in modo definitivo: “Non veniva da Zeus la tua legge; nè la Giustizia che convive con gli dèi di sotterra l’aveva stabilita per i mortali. Nè credevo che i tuoi decreti potessero avere tanta forza da abrogare quella delle leggi non scritte degli dèi, quelle leggi che non solo oggi o ieri, ma sempre vivono e nessuno sa quando apparvero.” Ancor prima, Sofocle fa recitare al coro un’altra tesi riferendosi all’uomo: “Allorchè s’accorda alle leggi della sua terra e alla giustizia giurata degli dèi siede in alto nella città; ma se si macchia di azioni malvagie e sfrontata audacia, della città neppure fa parte. Mai gli sarò commensale, mai avrò animo uguale con chi così agisce.” (trad. it. di M. Cacciari, Einaudi 2007).
    Altri temi ricorrenti nella tragedia greca vengono così introdotti da questa proclamazione come ad esempio il tema della arroganza o della hybris (prevaricazione, oltrepassamento della misura intesa come vulnus alla integrità e sacralità del sistema, non solo in senso politico come ordine e coesione civica, ma come necessaria armonia del cosmo simbolico e culturale che regge lo Stato) sia del potere che dell’uomo in quanto tale; e poi la giustifica di una sanzione quale mezzo per ristabilire l’ordine infranto dal comportamento innaturale e delittuoso per così dire, del singolo che strappa la trama armonica e soave del reale. Quest’ordine – voglio concludere citando Eraclito – che è identico per tutte le cose, non lo fece nessuno degli Dèi nè gli uomini, ma era sempre ed è e sarà fuoco eternamente vivo, che secondo misura si accende e secondo misura si spegne.
    Ma qui la novità è che questo diritto naturale o questa misura, questa necessità del funzionamento eterno del mondo sfugge al governo di uomini e dèi. Questo frammento di Eraclito essendo tale e quindi monco di un contesto può essere manipolato. E se prima Antigone eccede nell’attribuzione alle divinità di questa legificazione, così un naturalismo indefinito lascia aperta la porta a qualunque risposta limitandosi ad enunciare una evidenza, l’esistenza di una sorta di costante che si traduce in usi e regole in ambito umano per la normazione dei comportamenti. E qui è bello ricordare come ad un certo punto questi principi, differenti ma convergenti nelle diverse culture chiedono una sistemazione, una codificazione così come ad esempio, per dare certezza alla legge, i decemviri della antica Roma ebbero a presentare una sintesi del mos maiorum codificando quei precetti nelle XII Tavole scritte nel 450 a.C.
    HIC ET NUNC

    Ogni Uomo appartiene alla sua generazione, al suo Tempo; ed in ciò, sta il primo denso significato di reale, inteso qui come l’essere situato in uno spazio-tempo definito, inglobato in una cultura, in uno spazio-mondo, in una traiettoria esistenziale propria avente un orizzonte di possibilità; pur rimanendo egli stesso, l’uomo autentico il custode di una autonomia e di una libertà nell’esserci. Questo concreto Essere è il fondamento del reale dell’uomo.

    L’individuo nel divenire si conosce e si realizza, si dispiega tendendo alla sua pienezza attraverso l’esperienza vitale tessendo relazioni molteplici e poliedriche e costruendo un complesso di intenzioni e di azioni che si orientano a una idea del mondo e dei fenomeni.

    L’uomo è quindi acqua vivace che zampilla e scorre; e cerca così il suo proprio alveo nella terra di origine occupando il contenitore strumentale che incontra sul percorso per assumerne la forma esistenziale determinata.

    Egli è plastico nel recepire l’impronta sociale e naturale onde conformarsi al modello, allo schema, alla legge che governa l’epoca e l’organizzazione sociale o per sintonizzarsi e sincronizzarsi al concerto di forze che regge l’evoluzione fisica dell’ambiente con i suoi cicli e le sue selezioni.

    La sua latenza è già una potenza possibile nell’orbitare intorno alle opzioni fornite dal suo ambito ed è quindi capitale psichico disponibile per una elaborazione ulteriore del reale o una ermeneutica del vissuto e dell’esperibile.

    DITTATURA E DISTORSIONE

    L’uomo è se diviene, ma diviene in quanto è.

    La rigidità delle proprie convinzioni al confronto con le pretese scientifiche e con le egemonie culturali oscilla e vibra verso una configurazione che, come una membrana elastica riveste la sua propria coscienza, imbrigliandola in un dovere essere compatibile e standardizzato, cioè nella generazione-incubazione-educazione-conservazione di un Io che chiama mente e memoria ad agire e fluttuare lungo un delineato sentiero, privo di uscite laterali e finalizzato a raggiungere esclusivamente una meta prestabilita e sacralizzata.

    Una via sacra accolta, suggerita, prescelta e indicata dai facitori di ponti con la tecnica e con il potere. E cosa è il potere se non quello della detenzione e l’uso del denaro e della custodia, dell’utilizzo e della trasmissione del sapere? Tutto discende da queste due aree di dominio.

    L’uomo così condizionato e incanalato lavora su se stesso adeguando la sua psiche al volere sociale; ed emargina in memoria o rimuove o secreta o distrugge le sue intime essenze e le sue priorità, lasciando emergere invece le nenie e i calchi che possono recepire il plauso di chi plaude, per funzione, alla omologazione o alla fungibilità di persone e cose, di idee e problemi, di ipotesi e tesi.

    Questo nesso di piombo che costringe l’individuo è stato il tipico scafandro che le dittature hanno forzosamente fatto indossare all’uomo libero devitalizzandolo e relegandolo a una nebbia dell’anima pur illuminata con false teorie e illusorie promesse.

    L’uomo immerso nella formaldeide si è mantenuto sospeso in rare luminescenze capaci di oltrepassare le nebbie ed ha colto di rado qualche eruzione solare, qualche lampo di energia della folgore o qualche fiaccola di luce purissima in grado di rischiararlo o schiarirlo interiormente o di lumeggiarlo in superficie senza abbagliare la sua vista tenue e fragile.

    Talora si è dotato di occhiali che hanno distorto la percezione delle cose e ha finito con l’aggravare invece che risolvere le condizioni critiche e le sue sofferenze singole e collettive da cui avrebbe voluto emanciparsi, magari abbattendo una dittatura e sostituendola con una di violenza e di ingiustizia ben peggiori.

    Instaurando una nuova dittatura del proletariato in vece di quella borghese o tecnocratica nulla si modifica nello schema del potere, se non la qualifica teorica; mentre la prassi rimane costante se il potere in quanto tecnica non ha premesse di valore ma identicamente funziona; funziona per obiettivi e per risultati nutrendosi di econometrie e stime previsionali, di quantificazioni di prodotto e di consumi, di misura della coesione e del disagio prevenendo lo shock della frantumazione dell’ordine con l’ordine della frammentazione.

    PIOGGIA DI INFORMAZIONI E SOCIETA’

    Investito da una precipitazione incessante di informazioni che lo raggiungono come una vigorosa e densa radiazione al modo di una continua pioggia di asteroidi attorno a pianeti lontani senza atmosfera protettiva, l’individuo è costretto a processare miliardi di stimoli al secondo selezionandoli per importanza o rilevanza e ne cataloga una piccolissima parte per poi assorbirne la residua gran parte nell’inconscio. Ed ivi essi operano o germogliano stando inerti nella elaborazione simbolica ed onirica o comunque agiscono in aree cerebrali e fasi della mente su cui vi è ancora molto da scoprire o riemergono come fiume carsico impetuoso e talora violento dopo lungo periodo.

    Basta solo questo dato a dimostrare la radicale differenza della nostra vita rispetto al passato, anche se, come giustamente afferma Pareto e in in senso assoluto, “l’uomo non muta in profondità”.
    Questa molteplicità di stimoli subisce una progressiva accelerazione con l’evoluzione della tecnica e della tecnologia che, inventando congegni ed applicazioni, le incorporano in macchine sempre più sofisticate ed intelligenti che ordinano la cronologia della stessa organizzazione civile e trascinano l’uomo sempre più velocemente nell’impianto che lo ordina e lo dispone.
    Ergo, lo stupore che chiamò alla meditazione e alla filosofia i presocratici con i loro poemi ancora da comprendere o da interpretare sempre più integralmente – in quanto l’Inizio non cessa mai di suscitare la riflessione, anche quando essa sembra stabilmente e definitivamente attestarsi al guadagno di una meta o di un concetto, testimoniando così il poderoso perfetto circolare delle idee -è causato dal perchè sul tutto che c’è, invece che il nulla (“Perchè in generale l’essente e non il nulla?” che Heidegger chiama la domanda fondamentale) ed è diretto a scrutare non solo e intensamente l’architettura delle stelle e la miriade di corpi celesti colle loro misteriose fenomenologie su cui non riusciamo a dire una sola parola, ma la mirabile creazione del nostro pianeta.
    E a contemplare “la panoplia di microbi, funghi, piante e animali che avvolge oggi la terra come una ragnatela multicolore pulsante di vita.” come la definisce Christian de Duve.
    Ora che altre ragnatele di cavi, antenne e tubi sormontano e guarniscono il geoide e distribuiscono a tutti i continenti energia e informazioni, l’uomo è chiamato a smuoversi dallo stallo e dalla nicchia ambientale e a essere davvero cittadino del mondo.
    Quella globalità effettiva lo pervade senza sosta e lo espone a mille condizionamenti, per i quali altri libri hanno messo in allarme ed ai quali si rimanda per una lettura dei rischi e dei problemi; ma sinteticamente si può dire che che le società umane, da statiche sono divenute dinamiche; e cioè perennemente e vorticosamente in moto verso traguardi e indicatori sempre più elevati, come l’atleta del salto in alto che colloca l’asticella sempre più su per conseguire un nuovo primato, il record che a propria volta rimanda al concetto di registrazione, di fissazione indubbia di un evento che cambia e muta il catalogo e la graduatoria dei valori e di valore.
    Sorge quindi, in questo magmatico processo di ascensione elicoidale verso nuovi record e nuovi accadimenti, anche di trascendimento della usuale configurazione della società il problema essenziale della coesione; ma anche quello della identità nell’ormai maestoso flusso di culture che si incrociano e si combinano scambiando usi e costumi, tecniche ed arti.
    La conservazione della cultura, il mantenimento della identità, la promozione dei valori fondamentali sono la prioritaria occupazione del complesso nucleo pesante che alberga al centro decentrato di un impianto statale; al fine di consentire il funzionamento di un meccanismo, per così dire di biologia politica, teso alla sopravvivenza dell’organismo e anzi al suo accrescimento in ogni direzione, al suo sviluppo, al conseguimento dei fini posti a base del proprio ordinamento, alla espansione economica e del benessere all’interno del proprio ambito comunitario, alla estensione della sfera di influenza e al potenziamento dei suoi confini e delle sue forze di difesa ed alla capacità culturale e strumentale nel contesto sovranazionale e infine alla replica di se stesso, alla esportazione del proprio modello di apparato e di collettivo di principi guida in altri formati e in altri luoghi per schiudere nuove opportunità e massimizzare il proprio utile o assicurare l’approvvigionamento di energia, acqua, alimentari e beni di consumo.
    FILOSOFIA DELLA STORIA

    La storia mentre accade si vela di consueto; anche se e quando possiede punte di asperità mai esperite, rapide deflagrazioni di equilibrio, contraddizioni di senso, sequenze inaudite e apparentemente inattuali.
    Questo velamento avviene pure e addirittura, quando il fatto echeggia altri momenti epocali ma si nega ad una piena visione reale tuffandosi o lasciandosi raggiungere nell’acqua della logica, dalla somiglianza con un altro tempo che semplicisticamente e riduzionisticamente viene interpretato come analogo.
    Questo scarto dalle attese e dalle speranze, il fatto nuovo, sorge nel campo delle previsioni come sboccio di un seme speciale e si mimetizza in modo camaleontico nella cronaca ordinaria alla maniera di un ordinario straordinario e offrendosi poi come dettaglio sganciato e sfuso, come raccolta di collezioni di oggetti singolari e spuri, eccessi di coincidenze asimmetriche, ridondanze e riverberi di teorie e problemi o di prassi ultrasviluppate ad una analisi tronca, inesaustiva, parcellare e diacronica rispetto all’adveniente che non è strumento e non ha strumenti per la comprensione, in quanto il codice ermeneutico proprio è arcaico e desueto, arido e conchiuso e cioè risulta un veteroprodotto in-capace di vedere e spiegare un complesso simbolico neoformatosi con l’emersione di concetti e schemi, forme e figure, relazioni e rapporti all’interno di una fisisdischiusa come arena e vaso contenitore in cui stanno le cose e gli uomini; mondo alieno e altro che non è quello da esso generato come linguaggio del pensiero di una trascorsa era a cui era-destinato e in cui svolgeva la funzione causale e computazionale-descrittiva.
    Il fatto nuovo giace al contrario come una dinamica estranea alla precedente – ma non solo come antecedente causale – bensì come Insieme tempestoso di fenomeni e frequenze fenomenologiche che si intelaiano per imprinting ad una figura poligonale avente più lati de facto vettori di forze antagoniste, concorrenti e risultanti che producono una complessa sintesi.
    L’Evento che accade è numerabile e analizzabile all’estremo del suo proprio dispiegamento come proiezione fondata in un tempo locale ed animato cioè funzionale e funzionante in quanto reso attivo e dinamico cioè scorsoio e corrente nel suo attuarsi progressivo ed inflazionario essendo nel divenire rilasciando in potenza completo nella contemplazione aperta di ennesimi gradi di libertà tali da condurre a un telos mai contraddittore rispetto al suo lucore includente la sequenza e il dosaggio, la calibratura e l’attimo, le potenze e la serratura del possibile.
    Tale sintesi è la direzione del processo globale in quel macroquadro.
    L’Evento si eventua come possibile nel possibile e si raccorda, etere e liquor, solido e Idea, astratto e concreto al percorso della escogitazione facendosi curva di traiettoria nel cammino. Quivi stanno essere e divenire, mutamento e stabilità che procedono e vibrano, staccano e saltano, pulsano ed esistono cioè sono e permangono dimensionalmente ed essenzialmente nell’istante cairologico della trasformazione adiabatica; laddove poi l’istante storico si apre, ed apre una breccia nel velo impenetrabile dell’Enigma, ragnatela gelatinosa dell’ignoto scaturente da quel nulla che occlude la visuale dei fenomeni. Il nulla del nulla e il nulla totale che negando ogni cosa tutto contiene in potenza, si alternano e si susseguono tra pieni e vuoti, concessione e fuga, presenza e mancanza configurando coi soli codici binarii il teatro della fisis.
    Riprendere le fasi e i momenti in cui le ipostasi si intuiscono e si rispecchiano volgendosi e trasfigurandosi riconoscendosi essenti nelle Enneadi[1] aiuta a guadagnare, ma non im modo diretto ed automatico bensì lento e latente come Platone disse dell’accensione del fuoco filosofico secondo modalità e tempi che irrompono nella vita povera di progetto spirituale la comprensione di uno schema utilizzabile per tale processo generativo.
    Nell’istantaneo il Tutto riposa nel silente rumore sinfonico presente come antecedente logico delle scissioni e conflagrazioni dell’ordito materiale deposto soavemente e potentemente nell’alveo ghiacciato della matrice degli eventi, la fornace fulminante del possibile che è assume le sembianze e le vigorie della folgore che Eraclito riconobbe essere al timone dell’universo[2].
    L’infinita variabilità della decisione è la gamma delle potenze lungo l’ordinata scalare delle possibilità accordate all’esserci.
    Mondo è la sostanza in cui il possibile si alloca e diviene come cornice e struttura dell’evento che accoglie/fonda/diffonde/effonde le idee e le sviluppa vera logica implicita dell’equazione descrittiva di tal concerto di forze e di energie, di realtà e futuro (il possibilitato concreto avvenuto e dispiegato pienamente) come teoria e sequenza, sistema e apparato generatore.
    Il mondo è ologramma e sementa, seminatore e seminato, semina e raccolto, prodotto e produzione, produttore e producibile.
    Mondo è ermeneutica che legge e comprende le parti di sé, i nessi, le relazioni e i rapporti, il globale e il locale, le entità e i fenomeni, le apparenze e la musica, la matematica e la chimica, la fisica e la cultura reciprocamente connessa ad arte (estrazione dal tutto della figura e del concetto, individuando e inventando – nel senso del trovare – forse dopo aver inconsciamente voluto e cercato – narrando una trama e costruendola ancora nella sua stesura ricostruttiva all’atto della memorizzazione e della riproduzione, addensando e spaziando il decorso temporale, allargandolo non solo per dilatazione ma per esplosione dei suoi vincoli logico-fisici facendone un tempo durante e persistente, solido e memorabile, osservabile e misurabile, presente e proiettabile nelle due versioni elaborate dall’inconscio per sentirsi situato entro i limiti della ragione.
    Il tempo-attimo creativo cioè della volontà attuata e conclusa, integrale, mancando o abbondando e aggiungendovi o sottraendovi senso e significato nella prospettiva del sincronico e diacronico tempo logicizzato e codificato a mezzo di simboli ordinati su un continuum divisibile e divisore.
    La materia causale e causante uscita dalla disintegrazione delle limitazioni del previgente equilibrio inteso come modo attuale di svolgimento del progetto-nel-mondo sorregge in forma di colonnato e travi, portale e specchio, archi e volte, supporto e basamento, elevazione e altezza, rotondità e linea spezzata – ma anche leggerezza e forza, potenza e stasi, moto e lampo – la plenitudine del complesso mondano e ne è esplicazione-impalcatura celantesi dietro la velata brezza ebbra di brama che si fa onda impetuosa, scrosciare uragano e scarica di energia re-vitalizzante ed esistentiva-radicale-originante.
    Il velo sospeso e misterico dell’indicibile, degli embrioni dell’esserci e della stessa genesi cosmica che radicano le più alte bellezze e perfezioni alla miscela primordiale e alle gelatine in cui galleggiano e agiscono le parti infinitesime del tutto.

    [1] Cfr Plotino – Enneadi – Bur
    [2] Cfr Eraclito – Frammenti – Mondadori;

    PUBBLICATO DA SOCIALCONSERVATORI LIBERALI A 08.33

  18. Caro Michele,
    tu dimostri che la cultura ANIMA e’ mille profondita’ piu’ “entro” che l’Erudizione.

    A presto!

  19. Caro Valerio
    splendida lirica. Felice anno nuovo anche a te. A presto!

  20. Cara Tea,
    le tue parole mi lusingano troppo. Sono io che ti ringrazio. Buon 2010 e a presto!

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