L’immaginazione ermetica VI

La natura è divinizzata. L’uomo partecipa dell’essenza di Dio. Il corpo umano riproduce il mondo. È possibile catturare le forze dell’universo con talismani e rituali. L’azione mentale dell’umanità non ha limiti perché trae la sua origine dal perfetto ordinatore del cosmo. Questa può essere una sintesi schematica, ma suggestiva, del pensiero di Ficino, che abbiamo cercato di riportare nell’articolo precedente. Sono contenuti che potrebbero entusiasmare molti giovani d’oggi, figuriamoci un ragazzo ardente e intelligentissimo come Pico della Mirandola. Alto, colto, dal portamento sicuro, capace di parlare tutte le lingue antiche, esperto di ebraismo e di cabala, poeta, filosofo, letterato, matematico, artista: Pico è tutto questo e anche di più. Uno spirito universale, vero anticipatore del Rinascimento in tutti i suoi aspetti, anche in quelli imprevedibili e avventurosi. Un giorno arriva a rapire in chiesa una ragazza, di cui è follemente innamorato, che è pronta a convolare a giuste nozze con un altro.

A un’anima così poliedrica ed entusiastica, le parole di Ficino giungono come acqua per un assetato. Il Mirandola diventa in breve il migliore allievo di Marsilio, sino a oscurare la fama del suo stesso maestro. A venticinque anni Pico è già conosciuto in tutte le università d’Italia e d’Europa. Il suo ingegno precocissimo desta ammirazione in tutti, anche negli avversari. Certamente la gioventù lo porta a essere impetuoso, ad accentuare le posizioni del fondatore dell’Accademia platonica. Il suo scopo principale è dimostrare l’unitarietà dell’intelletto, quindi della verità, al di là e al di sopra di tutte le differenze fittizie, legate allo spazio e al tempo.

In un’opera monumentale e mirabile, le 900 tesi, Pico intende valorizzare l’uomo e la sua intelligenza, mediante un raffronto con tutte le cose del mondo. Alberi, pietre, acque, animali sono e saranno sempre alberi, pietre, acque, animali. Ogni cosa è dunque quello che è perché una sua essenza interiore la determina; l’uomo invece è signore di se stesso in quanto edifica da sé la sostanza di se medesimo. Il significato che Pico rivendica all’attività umana è non già di ordine civile (come per gli altri umanisti pedanti), ma cosmico. L’uomo è il nodo vivente dell’universo perché partecipe della materia con il corpo e della spiritualità con la mente.

Dio – argomenta Pico – ha concesso all’uomo la libertà di orientarsi verso uno dei due mondi di cui fa parte. Egli non ha definito nell’umano un essere assolutamente determinato, ma, dandogli la scelta orientativa, ha costituito un essere degno di rispetto e di ammirazione, innalzandolo all’essenza di un dio che conosce il mondo divino, vincendo quello che ha in sé di materiale e conseguendo il congiungimento con il divino. Il vincolo d’amore permetterà all’essere di abbracciare ogni cosa, una volta giunto nella dimensione eterna. L’immaginazione di Pico colloca l’umano al centro del tutto, amante delle creature inferiori e amato da quelle superiori. «Coltiva la terra» dice il filosofo «gareggia con gli elementi, il suo pensiero giunge nel profondo dei mari, la sua scienza l’innalza al culmine del cielo».

La celebrazione delle possibilità umane rende esplicito in Pico, più ancora che in Ficino, l’accentuazione del discorso magico, inteso come “parte pratica delle scienze naturali”. Il Mirandola aborre però la negromanzia superstiziosa e l’astrologia che predice il futuro: il suo discorso verte sulla “scientia scientiarum naturalis”, ovvero sulla magia concepita quale disciplina capace di dare all’uomo un completo dominio sulle forze fisiche, attraverso una giusta conoscenza delle cause.

Si tratta senza dubbio di concetti estremi, e in quel tempo producono un effetto scardinante, che conduce Pico dinanzi al tribunale ecclesiastico di Roma, dove però viene assolto grazie a una mirabile orazione, poi raccolta nelle 900 tesi, la celebre De hominis dignitate, rivendicante all’umanità il diritto di “signoreggiare” sul mondo, sull’ipocrisia, sui preconcetti, sull’ignoranza. Un vero inno alla tolleranza in nome della cultura e della conoscenza.

Gli effetti dell’opera di Ficino e di Pico sono di immensa portata. Gli artisti ne rimangono influenzati così profondamente da esser condotti a creare opere totalmente ispirate al pensiero di questi filosofi. Botticelli, loro intimo amico, diviene il “rappresentatore” geniale della visione del mondo dei due filosofi. La sua Primavera è uno dei capolavori assoluti dell’umanità, perché in esso sono esplicitati tutti i contenuti di un’epoca, in cui si intrecciano perfettamente la gioia di una vita riconquistata e la sublime certezza di una ragione libera e investigatrice. Appartiene alla sfera della Divina Commedia, del Faust di Goethe, della Nona sinfonia, del Partenone. Di quelle opere che non sono attribuibili a un paese, a un’epoca, a una corrente culturale, ma all’umanità intesa nella sua globalità.

Chiunque osservi il dipinto, anche se completamente digiuno di arte, rimane colpito dall’atmosfera di soavità, di leggiadria, di gioia profonda che emana dalle figure. Il dipinto “parla” un linguaggio sottile all’osservatore, un inno silenzioso alla vita nei suoi valori più alti. Tolleranza, amore, gaudio, corporeità, spiritualismo si intrecciano in un mosaico geniale, che colpisce direttamente al cuore il turista anche più frettoloso. In effetti questo è lo scopo di Ficino e di Pico. No, non è un errore, nominare Marsilio e il signore di Mirandola, perché l’opera compiuta da questi due filosofi viene assegnata a Botticelli, perché ritenuto il più sensibile ai temi della rinascita platonica e della magia. Il pittore non viene scelto per la sua tecnica, ma essenzialmente per la capacità di apprendere totalmente la nuova visione del mondo delineata dalla Accademia platonica fiorentina. La sua genialità nel dipingere, la conoscenza dei «contenuti» da trasmettere, l’influenza dei testi ermetici, l’insegnamento ficiniano, contribuiscono alla nascita del capolavoro. Vediamo allora nei particolari il dipinto, dal punto di vista di chi osserva.

Sulla destra c’è Zefiro, poi la ninfa Chloris, e Flora. Quindi, al centro, Venere, l’unica di cui non si intraveda il corpo nudo, sul cui capo c’è Amore che scocca una freccia con gli occhi bendati. Poi le tre Grazie, Pulchritudo, Castitas e Voluptas. Infine, al fondo, Hermes. La “chiave” di interpretazione a noi particolarmente utile è racchiusa nelle tre Grazie, perché ci introduce per la prima volta a contatto con le immagini “magiche”, ovvero contenenti significati esplicitamente esoterici.

Anche al più disattento osservatore contemporaneo balzano agli occhi le caratteristiche di Voluptas, l’ultima delle tre Grazie, a sinistra del dipinto; il capo leggermente reclinato sulla sinistra sembra abbandonato, eppure accenna a un invito coinvolgente in un movimento come di danza. I capelli sciolti sul collo a piccole ciocche rafforzano il senso del darsi e nel contempo dell’accettazione della persona oggetto dello sguardo sognante e denso di inviti riscontrabili anche nella bocca, il cui labbro inferiore è sotteso all’altro nell’espressione della proposta. Un insieme rispecchiante fedelmente il nome della donna-grazia incarnata in quel viso. Voluttà nel senso pieno del significato latino, che intende il desiderio di ricevere, del dare e del sapersi abbandonare. Il dipingere questo volto con le intenzioni citate, il fatto che potesse essere creato, determina appunto una rottura con gli antichi canoni artistici, introducente l’uomo nel mondo permeato del senso pieno dell’esistere.

I concetti filosofici del dipinto sono stati più volte esaminati (anche se con notevoli divergenze) dagli studiosi. In questo ambito è utile concentrare l’attenzione sulla parte sinistra del dipinto, perché i volti delle Grazie e i loro movimenti possono essere assunti a simbolo della nuova concezione tendente a liberalizzare gli intelletti. Nella tradizione Castitas, Pulchritudo e Voluptas venivano rappresentate sempre con Voluptas in posizione subalterna o paritetica rispetto alle altre. Botticelli rivoluziona tale schematismo immettendo nel gruppo il movimento (come farà poi Raffaello). Castitas è sempre di spalle, come vuole l’usanza, ma la gamba sinistra ha appena compiuto un passo in avanti perché la destra rimane come sospesa in attesa di un nuovo movimento. Il viso è chiaramente visibile di profilo, con lo sguardo assorto, teso, calmo e fiducioso verso un’altra Grazia che le si fa incontro, Voluptas (questa chiave di interpretazione è data da Edgar Wind, Misteri pagani nel Rinascimento, Adelphi, pag. 23 e segg).

Questo è il motivo dirompente, la Castità che si muove verso la Voluttà. La stessa spalla sinistra completamente nuda, il velo-vestito slacciato, alcune ciocche di capelli liberatesi dall’elmo, l’intrecciarsi delle dita della mano sinistra, attestano come questa sia coinvolta nell’ambito della Voluttà. Il suo movimento di coinvolgimento sembra aspettarla, invitarla e nello stesso tempo avvolgerla con lo sguardo. Il loro incedere l’una verso l’altra è osservato da Pulchritudo, dalla bellezza, che intreccia le mani con le altre due, assistendo all’incontro distante, e tuttavia partecipe. Voluttà perciò comanda il gruppo attirando a sé le altre in un movimento sincronico danzante e rituale. Castità a sua volta viene come posseduta dalla vicina in un abbraccio in movimento. L’interdipendenza delle tre, il predominio dell’elemento erotico, il possedimento di Castitas e lo sciogliersi delle sue naturali remore, ricordano una danza d’amore a sfondo dionisiaco, unico elemento di questo ambito riscontrabile nelle opere dei partecipanti al circolo platonico fiorentino. A tale proposito è utile rammentare come lo psicoanalista Rollo May ricordi quanto, nella danza rituale presso i cosiddetti popoli primitivi, l’indigeno si identifichi con la figura che egli ritiene padrona di se stesso. Insomma il ballerino, nella danza frenetica del rituale, invita gli dèi ctonii, li riceve, li accetta identificandosi con essi, accogliendoli come una parte costitutiva del proprio essere. Questo implica il principio dell’identificazione con ciò che ossessiona, non tanto per liberarsene, ma per assumerlo in quanto parte costitutiva della personalità precedentemente rifiutata (Rollo May, L’amore e la volontà, Astrolabio, pag. 131).

Rileggendo la triade delle Grazie del Botticelli con il contributo psicanalitico del May appare manifesta la tensione di Castitas ad assorbire gli elementi erotici di Voluptas, per farli propri in un intreccio creativo. In effetti l’Accademia ficiniana ha agito concretamente con i mezzi dell’arte e della filosofia per affermare la nuova concezione della vita, tramite gli scritti ermetici e platonici. (Tra gli scritti tramandati come Corpus hermeticum ebbe grande influsso soprattutto il Picatrix. Esso è una summa, con stile diseguale, raccolta in Spagna tra il 1047 e il 1051. Biqratis – Buqratis, quindi, alla latina, Picatrix – sembra esserne stato il compilatore. Del Picatrix c’è una versione latina del 1256 voluta da Alfonso d’Aragona, ma tale versione è incompleta e contiene varianti. Oggi esistono due manoscritti latini fedelissimi. Uno è nella Biblioteca nazionale di Parigi e l’altro nella Biblioteca nazionale di Firenze. Questo scritto fu quello che Ficino e Pico diedero a Botticelli come fonte di ispirazione per la Primavera.) L’influenza di tali scritti fu vasta e riscontrabile persino in Galilei, nella lettera a monsignor Pietro Dini del 2 marzo 1615, come riporta ancora Garin. Tale testo «dimostra la presenza nello scienziato di echi di ogni genere: accanto ad una metafisica di matrice neoplatonica perfino il tema cabalistico della concentrazione della luce, e del suo esplosivo irraggiamento» (Eugenio Garin, Lo zodiaco della vita, Laterza, 1982, pagg. 12-13). L’ascendente, a decenni di distanza, nei confronti di uno scienziato come Galilei, mostra l’influenza del gruppo filosofico fiorentino su ogni campo del sapere.

Insomma la Primavera, negli intenti di Ficino, ha il compito di propagandare il pensiero magico e platonico, come uno splendido supporto visivo, capace di parlare ai cuori molto più rapidamente di qualsiasi libro.

Ma torniamo adesso al dipinto. Dopo le Grazie, c’è Hermes, il dio della intelligenza, che con un bastone sembra scostare delle fronde, per far penetrare la luce tra i rami. La danza delle tre donne pare condurre proprio al dio. Questo significa che, una volta trovata la pienezza del corpo, l’uomo può spingere la propria mente verso la luce. Ecco, adesso il messaggio è chiaro.

Quando la natura fiorisce, mentre spira il vento di Zefiro, recante i doni della conoscenza delle cose, è giusto che l’uomo riscopra il suo stesso corpo, e una volta che si è riappropriato anche del piacere fisico, può conquistare le vette dello spirito. Perché l’unica saggezza possibile è quella che equilibra perfettamente, amorosamente, la carne con l’anima, senza privilegiare nessuno dei due a discapito dell’altro. La sapienza è di chi armonizza il finito (il corpo) con l’infinito (anima), sotto il segno dell’amore. Infatti la “signora” del dipinto è proprio l’antica dea dell’amore, Afrodite, che non a caso Esiodo definiva “la saggia”. Ricorrere alle figure delle divinità mitiche è una valenza propria anche di Guarino Veronese e della cultura di Ferrara. La lingua con cui si scriveva era il latino di Lucrezio, i contenuti erano platonici ed epicurei, la finalità era la restaurazione di una ipotetica antichissima religione fatta di convergenze, espresse mediante l’uso sistematico di nuclei mitici. (Eugenio Garin, Ritratti di umanisti. Guarino Veronese e la cultura di Ferrara, Biblioteca Sansoni, pagg. 84-85).

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19 Risposte

  1. Caro Professore,
    da un po’ di giorni, mi apparivano continuamente le parole AUREO e ORO. Ad esempio aprivo un libro e ne trovavo una piuttosto che l’altra e viceversa, così con i cartelloni pubblicitari, appunti volanti, la televisione etc.
    Poi, stamattina, ho aperto un libro che sto leggendo lentamente ed ho letto:

    Ficino chiamava la sua epoca Età dell’ORO : “Perché questo secolo, come AUREO, le dissipline quasi estinte in luce ha ridutte.” Ficino se ne vantava “la Grammatica, la Poesia, l’Oratoria, la Pittura, la Scultura, l’Architettura, l’antico modo di cantare i versi alla Lira, come già fece Orfeo, e questo si fu in Fiorenza.” …….. “Primieramente quelle tre gratie che appresso di noi i Poeti come tre fanciulle dipingono, le quali tra loro insieme si abbracciano, sono appresso gli celesti tre pianeti, Mercurio Giovio, ciò è Mercurio che da Giove gratia e benefitio riceve, Febo, e Venere gli quali corrispondenti e propitii tra loro nel celeste aggirare copagni sono, e similmente quei tre nomi delle gratie cioè Verdezza, luce e letizia, attissimamente in quelle medesime stelle si confanno. Queste stelle in tal modo tra le cose celesti disposte più dell’altre a l’human ingegno prestan favore, e per questo non per nome gratie di altri animali ma solamente gratie de gli huomini son domandate. Né sono in verità di Venere, ma di Minerva seguaci…..”

    Stamattina ho pianto, adesso vengo qui e ripiango…tutte queste coincidenze e metafore a priori mi meravigliano, veramente…e mi rendo conto, solo ora, del significato dell’appellativo Triade Botticelliana di Emanazione Interiorizzazione e Donazione.

    Gratie.
    MarinAriannaChiara…

  2. …a proposito, altra sincronicità, proprio oggi ho trovato l’introvabile “Lo zodiaco della vita” di Garin edizione 1976, però! Alla libreria Aseq, quella vicino Corso Rinascimento!
    Ci sono andata con Arianna, anche detta “Il ninino”; ad un certo punto lei ha fatto un gridolino (tipo quelli dei bimbi piccoli, mentre è più alta di me!) ed il libraio l’ha guardata con una dolcezza infinita ed ha detto:
    “Amore. E’ meravigliosa….meravigliosa.”
    Gente, sappiatelo, il libraio della libreria Aseq è una persona dolcissima; non dimenticherò mai il suo volto radioso…mi ha anche dato un consiglio sul modo di leggere i libri che io sottolineo, spesso , mentre lui mi ha detto:
    “Non lo faccia. Dobbiao sforzarci di non fare le cose che vogliamo fare…”
    Ed io mi sono ricordata di un vecchio detto toscano che recita mia nonna: “E’ più difficile a togliere l’abitudine che il vizio.”
    Salut,. MarinAriannaChiara.

  3. Ciao gabriele,

    non è esprimibile la ricchezza che mi doni e doni a tutti noi…mi hai fatto ammirare e contemplare di nuovo la bellezza del quadro di botticelli con la tua anima e grande sapienza….ho gustato le forme artistiche del quadro con il sottofondo delle tue parole…Stupendo!!

    in questo momento il bastone ermetico purtroppo punta verso il basso, ma devo saper accettare anche questo e imparare a navigare nel bene e nel male…

    Grazie per i tuoi racconti…manna per l’Anima…!!
    Un abbraccio a te e a Marina

  4. cara Bimbola, tutti gli studiosi che conosco sottolineano i libri. baci mariariannachiara

  5. come avrai capito, cara marinariannachiara, quando torno da un lungo viaggio sono un po’ “groggi” e rispondo cronologicamente al contrario. ma spero che tu ti sia abituata. L’oro è anche aurum, l’aurum, laura, aura; è tutto come un cerchio. Da qui l’allorum, l’alloro. Forse si sta compiendo un’aurea interno a te.Più probabile che tu ti stia accorgendo di averla.

  6. Accorgersi di avere l’Aurea comporta sentire molto dolore? Fino in fondo?

    In effetti, riguardo ai libri, nonostante il consiglio del libraio, continuo indomitamente a sottolineare…evidentemente, sono diventata “studiosa”, tanto vero che ho “conosciuto” Lei.
    Baci e bacioni.

  7. Cara Marinariannachiara,
    posso con-fortarti? Credo che “accorgersi di avere un’Aurea” sia come compiere un transito attraverso un valico di montagna, quando i piedi affondano nella neve e un gelido vento ci colpisce, quando nulla è accarezzevole. Al di là del passaggio, la calma di una valle soleggiata…e di un abbraccio in attesa di noi.
    Con affetto,
    Sarah

  8. SARAH,
    ascolta. Non ci crederai, ma ho aperto il blog del prof e guardando tra i commenti (quelli col disegnino laterali e non nei post RSS), ho pensato che tu avessi scritto a me: così è. Bah! Sto diventando, ogni giorno di più, uno strano tipo…
    Comunque, mi sa che hai ragione: arranco, affondo, ho freddo, schiaffi a volontà… spero che di là, nella valle soleggiata (ad arrivarci!) ci siano le iridiscenze dell’arcobaleno. Pensa che la sera sono talmente stanca che vado a letto alle 9:00.
    Un bacio e grazie delle attenzioni.

  9. MArco, baci e grazie.

  10. (Ti adoro, vi adoro. tutto di te sa di profumo)

  11. (Sarah, la strada è comunque difficile…ma poi…)

  12. Cara Marinariannachiara, vai a letto alle 9.00? Beh, proprio questa settimana sono precipitata a letto due volte alle 19.30! Da record…ho paura che a forza di lavorare perderò di vista la possibilità di un amore. Ma se c’è e non arriva, che posso fare?
    Un abbraccio di condivisione!
    Saretta

  13. Cara Marinariannachiara e Tutti che vogliano leggermi,
    il primo post che ti/vi ho scritto stamane era dettato da una certa triste stanchezza che mi accompagna al mattino quando sono al primo posto di lavoro (ne faccio tre in posti e tempi diversi). Poco dopo ho avuto modo di rientrare in contatto con l’energia che mi accompagna in questo periodo: ho voglia di salire su un alto scoglio sul mare e gridare al mondo che sono felice e piena di voglia di vivere come non ho mai potuto sperimentare prima (dura la vita…). E allora ti dedico una poesia (scrivo scrivo scrivo nel poco tempo che mi rimane) che ho scritto per quella persona Amata Immortale che ancora ha il privilegio di essere prima nei miei pensieri e per la quale non esiterei a gettarmi nelle fiamme. Spero che ti/vi giunga come una nuvola rosa di benessere e Amore.
    Un abbraccio appassionato.
    Sarah

    SONO PER TE

    Sarò per te musicista con arco e frecce,
    arciere con arpa e cimbali.

    Tingerò il cielo di verde
    e brucerò l’acqua col fuoco.

    Costruirò per la tua anima un palazzo di diamanti
    e per il tuo corpo innalzerò una torre di nuvole.

    Piangerò per dissetarti,
    per darti spazio scomparirò.

    Sono legno,
    bruciami per riscaldarti.

    Sono ghiaccio,
    scioglimi per lavarti.

    Sono aria,
    respirami.

  14. Cara Voluttà Bellezza e castità, anche il prof va a letto prestissimo.

  15. PROF,
    siamo stanchi noi….

    SARA,
    io pubblico la poesia. Grazie. A proposito, se non sei innamorata di nessuno che te ne importa…dormi, che è meglio, almeno ti riposi e ti viene la pelle bella.
    Baci.

  16. MARINARIANNACHIARA
    Direi che sono commossa: dammi il link che me la ri-gusto. “Dormire dolce morire!”. Amleto, credo. Beh…voglio vivere – sempre più in profondità. E continuare ad amare (e certo che sono innamorata!)
    Baci8

  17. c’è chi porta a nanna il sole o meglio come le ombre cinesi, lo si porta a cospetto della Luna, cosi viceversa…

  18. …c’è chi aiuta il sole, ogni giorno, a sorgere e tramontare…

  19. Buon Giorno Carissimo Prof. Gabriele
    Buon Giorno Carissimo Giusepponeeeeeeeeeeeeeeeeeee

    Nel contemplare l’indefinibile Ahura Mazdā così come anche le radiose grandiose stelle che, nel buio della notte si mostrano al nostro cuore; c’è invece chi si bagna e quasi s’immerge per poi fondersi con il suo stesso sole interiore… In ogni cosa c’è un cuore, un faro, una luce perpetua che nessuna forza potrà mai spegnere, perché è l’impronta divina di Dio.

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