Per Ginevra, per Lancillotto e per Artù, per Mordred e per un altro santo, Galgano – Parte I

Cari amici,

sto per proporvi, suddiviso in quattro parti, un altro dei miei racconti: un altro viaggio intriso di magia, amore, mistero, scoperta o ri-scoperta. Dedicato a quanti sanno guardare al di là del proprio naso e continuare a stupirsi grazie alla fantasia e alla qualità di osservare senza pregiudizi.

Buona (ri-)lettura a tutti voi!

 

Quando i monaci vollero evangelizzare le popolazioni celtiche, vennero in contatto con i loro usi militari e quindi con il mondo cavalleresco. Fu facile per gli uomini di Chiesa adattare i miti dei Celti alla religione cristiana e così nacquero i «cicli cantati», il più importante dei quali fu quello di re Artù e dei Cavalieri della Tavola Rotonda.

Proprio in queste saghe è possibile trovare sotto la vernice cattolica, grandi significati iniziatici e magici.

Re Artù ha un illustre predecessore, addirittura un santo realmente esistito, san Galgano, alla cui storia si ispirarono le ballate di molti trovatori.

Galgano nasce a Monte Siepi nel 1150 e già in età precocissima mostra una grande attitudine all’uso delle armi. A sette anni, infatti, ruba la spada a un uomo d’arme assopito in un campo e con un solo colpo taglia in due un faggio.

Stupito dalla forza e dall’ardire del fanciullo, l’uomo lo prende con sé e l’addestra a diventare un perfetto cavaliere.

Gli anni passano. Galgano ne ha ormai sedici e ha imparato a difendere gli inermi, le donne, i vecchi, i bambini; considerare il proprio cavallo come un compagno, attaccare e sconfiggere le forze del male ovunque si annidino, combattere le prepotenze, avversare le ingiustizie, venerare la spada come la propria anima. In definitiva, tendere sempre e comunque al bene.

Il giovane è da sette giorni a digiuno. Assorto in preghiera, nel buio della sua cella sta aspettando l’alba. Allo spuntar del sole, infatti, sarà nominato cavaliere.

Nel silenzio assoluto, sente schiudersi la porta della piccola stanza. Aguzza gli occhi, ma non vede nessuno. Ode solo una voce, quella del cavaliere che l’ha raccolto ed educato: «Ricordati di compiere solo il bene, di non fare mai abuso della tua forza, di scacciare i demoni del male. Lo rammenterai sempre?».

«Sì mio signore,» promette solennemente l’adolescente. Poi cerca di vedere nell’oscurità l’uomo, ma non vede nulla. Avverte però un fremito d’ali, come se un’aquila gigantesca fosse entrata nella stanza.

«Adesso che hai promesso,» continua la voce, «sei degno di possedere la spada accecante di luce, la purissima. Eccola, è tua!»

Galgano sente una lama sguainarsi e subito rimane accecato. Una luce potentissima emana dall’arma che il suo benefattore gli porge. Emozionato, il giovane tende le mani e vede qualcosa d’incredibile, di così sublime da non poter credere ai propri occhi.

Cade in ginocchio con la spada nelle mani e prega sommessamente, mentre calde lacrime gli solcano il viso.

Ha visto due ali splendide, immacolate, dietro la schiena dell’uomo che l’ha adottato. Adesso Galgano sa chi è davvero.

«Adesso hai capito,» gli dice la creatura alata. «Io sono Michele, il nemico del male, il persecutore dei demoni, il portatore della luce nelle tenebre. lo sciolgo la notte oscura in aurora lucente, io abbatto le bestie immonde del male e tu farai lo stesso in mio nome.»

Una luce vivissima acceca ancora Galgano, poi torna il silenzio assoluto, finché il ragazzo cade addormentato in un sonno profondo. E sogna.

Sogna di camminare per un sentiero ripido, in alta montagna, tra picchi scoscesi e innevati. L’arcangelo Michele lo guida sino a un ponte sospeso tra due rive altissime, sopra a un fiume maestoso e terribile. Le sue acque sono tumultuose, potenti, incalzanti e muovono le pale di un immenso mulino, ciascuna di esse porta impressa una scritta rossa: lussuria, ingordigia, desiderio di potenza, voluttà, narcisismo. Insomma, le pale simboleggiano le vanità.

L’arcangelo con un solo balzo passa al di là del ponte e Galgano rimane solo ad affrontare la traversata, mentre nell’abisso ruggiscono acque furiose. Il loro rimbombo sembra quasi un richiamo: «Vieni, cadi giù, lasciati andare. Ti porteremo al mulino, lì avrai tutto ciò che vorrai!».

Galgano chiude le orecchie a quelle parole adescatrici e si incammina sugli incerti legni del ponte. Ha fatto pochi passi, quando un enorme rapace si getta in picchiata su di lui, tentando di ferirlo e di gettarlo nell’abisso. Per un istante il cuore del cavaliere sembra smarrirsi, ma, osservando la figura sicura dell’arcangelo Michele, subito si riprende, sguaina la spada e con un solo colpo recide la testa dell’uccello.

Eliminato il primo ostacolo, il giovane procede spedito fino a metà della passerella. Improvvisamente due orride mani spuntano dal vuoto, di sotto, si afferrano alle corde ed emerge una creatura d’incubo, un mostro sibilante che vomita fuoco nero. Il cuore batte in petto al guerriero, ma non ha timore. Brandendo la spada, si avventa contro l’essere, lo colpisce ripetutamente e a ogni fendente l’arma diviene sempre più lucente, sino a diventare fiammeggiante.

La creatura degli inferi si abbatte colpita a morte, ma con un ultimo guizzo afferra i piedi del ragazzo e lo trascina con sé, nel vuoto. Mostro e giovane cadono, eppure Galgano è sempre sul ponte.

Cosa è accaduto? Ciò che è precipitato è il corpo del ragazzo, mentre la sua anima, il suo vero io, è rimasta sul ponte.

Così Galgano procede e si ricongiunge a Michele. Insieme riprendono il cammino e raggiungono la cima di un monte, dove sorge una splendida cappella con dodici guglie, dodici rosoni, dodici campane, dodici porte.

L’arcangelo e il guerriero vi entrano in silenzio. Una luce intensa e vibrante li illumina, mentre dodici voci si rivolgono al cavaliere: «Entra, Galgano. Sei degno di difendere la nostra cattedra».

Il giovane guarda davanti a sé e vede i dodici apostoli: calde lacrime gli solcano il viso, mentre una musica celestiale gli invade la mente e l’anima.

A questo punto Galgano si sveglia e si accorge che ha sognato tutto e che il suo protettore non è san Michele, ma solo l’onesta persona che l’ha allevato: eppure non dimenticherà mai quella notte e tutta la sua vita sarà dedicata agli insegnamenti ricevuti durante quelle ore di sonno.

In effetti i motivi iniziatici del «viaggio» effettuato nel sogno sono tanti e tutti hanno riferimenti magici.

L’uccello rapace rappresenta il sottile inganno della mente, e Galgano ha compreso la necessità di non affidarsi ciecamente solo alla ragione. Il secondo mostro sta a significare la forza delle passioni, che possono trascinare in basso il corpo, ma solo quello: la parte spirituale procede sino all’incontro con gli apostoli.

Dopo, Galgano passerà quasi dieci anni della sua vita a combattere gli infedeli e i prepotenti, sottoponendosi a centinaia d’imprese sempre per il trionfo del bene.

Un giorno si trova a inseguire un musulmano per i monti della Toscana. Il guerriero cristiano ha già ucciso tutti i suoi compagni, una banda di predoni sbarcati nei pressi di Punta Ala per razziare. Galgano insegue il fuggitivo per kilometri e kilometri, finché il musulmano, allo stremo delle forze, si abbatte esausto in cima a un colle. Subito Galgano gli è sopra, alza la spada per finirlo, ma un istante prima di calare il fendente i suoi occhi incrociano quelli del nemico. Vi scorge tristezza, dolore, abbandono, stanchezza. Un sentimento nuovo lo prende. Con mestizia abbassa la spada, compie pochi passi, si avvicina a una grande roccia, di nuovo alza il braccio e tira un terribile colpo alla pietra, affondando la lama per metà nella viva roccia.

La spada è ancora lì, e chiunque può vedere la spada nel­la roccia recandosi a San Galgano, all’interno della strada statale che da Montalcino conduce al mare.

Da quel momento il cavaliere depone le armi e diventa eremita, capace di dialogare con gli uccelli.

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11 Risposte

  1. Caro Professore,
    i Suoi racconti continuano a far luce sui tanti simbolismi che io mi porto dentro e sui quali ho focalizzato la mia attenzione. I suoi racconti si direbbe servano la Ragione della Luce. Essere al servizio, servire…questo è quel che mi suggerisce il Suo racconto.
    Buona giornata, Marina.

  2. Premetto che ho scritto di getto. Parto dall’immagine della creatura degli inferi che trascina con sè il cavaliere: mi ricorda il passaggio nell’Ombra, la prova, che il mago grigio Gandalf – in Il Signore degli Anelli – deve affrontare per diventare il Bianco. A nuova luce.
    Il corpo è delle passioni. Soltanto l’Anima del cavaliere, può procedere su quel ponte che collega la realtà al sogno, l’io cosciente al vero io. Al di là del ponte c’è il suo faro, il suo Angelo, la sua Guida. Soltanto il vero io può affrontare la scalata, la montagna, la fine del viaggio iniziatico.
    Il destino del cavaliere è difendere la cattedra degli Apostoli: ultima meta, l’ultimo simbolo, la dodicesima porta.
    La spada è l’anima del cavaliere, la roccia è il suo corpo, la guaina; la pietà che Galgano prova, mentre è sul fratello musulmano e sta per annientarlo, ricongiunge in lui i due elementi imprescindibili e necessari nella ricerca della Coerenza. E il cavaliere varca, nella realtà, l’ultima delle dodici porte portando a compimento il suo destino, il livello più alto della conoscenza: l’eremita, in dialogo, in movimento, con l’intero creato.
    E’ una mia curiosità: quali, tra i Tarocchi dell’Immaginazione, leggono in sequenza questo primo racconto?
    ,

  3. Caro Professore..l’ho letto tutto di un fiato e poi una seconda volta.. respirando.
    Questo post caro prof arriva in un momento particolare dove simboli ed ermetismo sono in tempesta dentro di me…e a volte mi trovo faccia a faccia col malvagio che assume forme disparate..insospettabili.
    Ma poi collego tutto..
    confido nel mio arcangelo..
    Un bacio.

  4. Questo racconto è straordinario , e da brividi .
    grazie Gabriele !
    ricordo ,che da piccolo la favola della spada nella roccia
    era tra le mie preferite , e mi incantava .
    come è incantevole la storia che ci hai proposto una meraviglia Gabriele , tra le cose più belle che ho mai letto !

  5. Questo meraviglioso racconto mi ha riportato alla mente i giorni felici e spensierati che trascorrevo in campagna con mio nonno: anche lui mi raccontava sempre di cavalieri, principesse, maghi e folletti in cui a trionfare erano sempre la giustizia, il bene, l’amore, i sogni, l’immaginazione e la felicità. Con tanto affetto e tanti tanti baci. Bea

  6. che dire Gabriele sei stupefacente…..in un altro post ti avevo chiesto di suggerirmi spunti sui libri che hai scritto….con questo racconto hai toccato corde della mia anima e del mio essere (in quale libro è contenuto il racconto…?? Lo acquisterei volentieri…). Ho sentito sempre forte in me la propensione alla giustizia e l’esigenza di difendere i più deboli. Già nell’infanzia fra le varie amicizie, ero legato in particolare ad un ragazzo che viveva in uno stato emotivo a dir poco precario, causato soprattutto da una situazione di povertà e di disagio familiare molto pesanti. I genitori erano separati e in lui percepivo nitidamente la sofferenza che gli causava la mancanza di affetto della famiglia, i litigi familiari e forse il sentirsi emarginato da una società che lo considerava di uno status “inferiore”. Istintivamente percepivo una diffidenza innaturale nei suoi confronti da parte delle persone del quartiere (abitavamo nello stesso quartiere e a poca distanza) motivata dal pregiudizio per la sua situazione familiare e forse per la paura del suo dolore. Anche in me talvolta quell’atmosfera ha creato una sorta d’imbarazzo nello stargli accanto, ma allo stesso tempo ho sempre sentito la necessità di lenire il suo dolore, di liberarlo (e forse anche liberarmi) dal pregiudizio, di condividere la sua amicizia. Non posso scordare i suoi occhi pieni di tristezza e sofferenza (a volte di pura rabbia), ma allo stesso tempo ricordo con felicità la sua particolare intelligenza e acutezza che manifestava sia alle scuole elementari sia nella vita (una parte di lui purtroppo sconosciuta a chi non ha provato a stargli accanto). Forse nei suoi occhi ho visto riflessa una parte di me, ma forse allo stesso tempo la sua amicizia mi ha fatto intravedere la strada attraverso cui ricercare le emozioni più vere.

    Ricollegandomi al racconto, l’episodio finale mi suggerisce come la compassione provata da Galgano sia l’amore vero desiderato e profondamente celato nella sua Anima, che gli permette di deporre le armi (i sensi??) e gustare quella pace interiore in cui le armi tacciono e il silenzio interiore (l’eremo??) si trasforma in un linguaggio d’amore naturale e allo stesso tempo divino (il linguaggio degli uccelli). L’Amore cercato si svela nel contatto con le ferite della propria Anima (il saraceno sofferente), prima di questo accadimento la sua vita era “segnata” da un destino da cavaliere guidato dalla propria Anima, ma nello stesso tempo soffocato dalla stessa (venerava la sua spada come la sua Anima). In Galgano quindi il sogno era più potente della realtà, la realtà viene così vissuta da Galgano seguendo in senso letterale le indicazioni che i simboli del sogno gli suggeriscono. Forse però tali simboli e la vita conseguente erano necessari alla sua evoluzione verso il riconoscimento dell’Amore presente nella realtà, l’unico che purifica l’Anima (pacificandola) proprio da quei mostri o demoni incontrati nel sogno.

    Facendo un sunto, nell’iniziazione è indispensabile avere un sogno-guida, ma ancor di più è avere un maestro che ne illumini il senso all’allievo, quindi sia guida reale in quanto altrimenti il sogno conduce ad una realtà alterata, ma forse nonostante questa alterazione la speranza che trasforma il sogno e la vita risiede nell’Amore verso l’Altro e aggiungerei ancor prima verso il Divino.

    contorto come sempre Gabriele…grazie di cuore per questo racconto affascinante…!!

  7. Mi ha sempre affascinato ricercare nel sincretismo religioso i simboli originari, nascosti nella loro nuova fusione: svelare ciò che è stato ri-velato.
    La saga di re Artu nasconde sotto la “vernice cattolica” simboli e figure di grande ricchezza per l’anima.
    Uno stretto e strano collegamento unisce Re Artù a San Galgano. Basti pensare ai ruderi a cielo aperto dell’Abbazia di Glastonbury (patria dei celti) dove secondo la leggenda Artù sarebbe sepolto (c’è anche la tomba) che ricordano inevitabilmente l’Abbazia di San Galgano. Le analogie sono tante: è curioso che fra i cavalieri della tavola rotonda ce ne fosse uno di nome Galvano; la spada: Artù la estrasse dalla roccia mentre Galgano ce la piantò e la chiesa dove è conservata ha forma circolare ed è decorata in uno stile che ricorda quello celtico; la tavola rotonda e i 12 cavalieri come i 12 apostoli…
    Storie diverse con in comune gli stessi simboli.
    In questa storia la spada che l’Arcangelo Michele consegna a Galgano diventa un potente simbolo unificatore…
    Jung cita in “Il simbolo della trasforzazione nella Messa” (pag. 227) un alchimista del XVI secolo: Gerard Dorn il quale afferma che nel nostro mondo la spada si è trasformata in Cristo. Queste le sue parole: “Molto tempo dopo la caduta di Adamo, il Deus Optimus Maximus s’immerse nel più intimo dei suoi misteri nel quale Egli, a causa della misericorda dell’amore e dell’esigenze della giustizia, decise di togliere di mano all’angelo la spada dell’ira e, appesa la spada all’albero, la sostituì con un tridente d’oro; e l’ira di Dio si trasformò in AMORE…”

  8. Mi dia pure della pasticciona, adesso…
    -Il Matto 0
    -L’Imperatore (Aquila) IV
    -Il Diavolo XV
    -Il Mondo (qualità riconosciute a Galgano dagli apostoli) XXI
    -n°10- gli anni durante i quali Galgano combatte per il trionfo del bene (negli arcani maggiori X è la Ruota della Fortuna!)
    -Temperanza XIV
    -Asso di spade capovolto (leggevo che, tra i tanti significati, è anche simbolo di rinascita!)
    -Eremita IX
    Pasticciando, tra lo 0 e il 9 ho immaginato tutto questo!

  9. Ricambio con gioia il bacio, Calliope (io sono convinto che quando lo cerchiamo, l’Arcangelo arrivi)

  10. Dici bene, caro prof. “La spada è ancora lì, e chiunque può vedere la spada nel­la roccia recandosi a San Galgano, all’interno della strada statale che da Montalcino conduce al mare”.
    Ho un dolore sempre nuovo quando ripenso ad un episodio avvenuto 19 anni fa: Visito, insieme a mio marito, l’abbazia di San Galgano, luogo affascinante, di una intimità che raramente si percepisce in un ambiente così aperto.
    A pochi metri dall’abbazia visitiamo la cappella di Montesiepi, guardo dappertutto o almeno penso di guardare e, cosa insolita per me, mi attardo nella stanza accanto alla cappella, adibita ad erboristeria e perdo tempo tra spezie, erbe e frivolezze varie.
    Caro prof. ho “capito” di essere passata accanto alla spada nella roccia e di aver guardato senza “vederla” soltanto quando, tornati a casa, abbiamo commentato il viaggio e guardato le foto.
    Puoi immaginare la rabbia ed il dolore per non aver vissuto quel momento?
    E perchè mai sono stata distratta dalla stanza dell’erboristeria della quale, sinceramente, non mi importava niente?
    Un caro saluto, luminoso come questo pomeriggio

  11. cara mariagrazia, evidentemente nella tua sibologia erano più importanti le piante e le erbe che non l’anima del Cavaliere imprigionato nella rocia. Tieni presente che la spada nella roccia può anche avere la valenza dell’anima nella roccia. che poi rimanda alla Vergine nella Grotta. La Grotta Vergine.

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