La Grande Madre — Il significato della parola “magia”, ovvero la magia come tramite e come follia

È necessario cercare il vero significato della parola magia, quindi i contenuti di tale disciplina. Perché la frattura tra coloro che la considerano come “la scienza delle scienze” e altri che la reputano quasi un accozzaglia di idee e tecniche derivate dalla superstizione e dall’ignoranza è così enorme da meritare una chiarificazione. È ovvio che cercheremo di vedere quelle fonti che, pur non schierandosi apertamente dalla “parte dei maghi”, hanno studiato il fenomeno senza prevenzioni preconcetti inutili.

Quando si cerca di capire etimologicamente il vocabolo “magia” ci si accorge che è impossibile scinderlo dai contenuti. Giuliano Kremmerz, uno pseudonimo che cela Ciro Formisano, medico omeopatico napoletano della fine del secolo XIX, afferma qualcosa di estremamente esplicativo: «Tra il materialismo scientifico e il misticismo di oltretomba c’è un tratto inesplorato che cangia ai due estremi il loro carattere di inflessibile esclusività, e che la scienza dell’uomo è nello stato intermedio di vita e di morte, che fu detto mag, rivelatore dell’esponente ignorato e potentissimo della natura umana» (G. Kremmerz, Il mondo secreto, in Opera omnia, Editrice Universale, 1951). Quindi per il Kremmerz magia deriva da mag, uno stato particolare dell’uomo, in cui si manifestano particolari poteri. Lo storico francese Louis Chochod è d’accordo affermando: «La magia è un’arte speciale che si fonda sulla esistenza di forze naturali, poco note o mal note, normalrnente sottratte al potere degli uomini. Conoscere tali forze, incanalarle, e in una certa misura utilizzarle, tale è l’oggetto dell’arte magica» (Louis Chochod, Storia della magia, Mursia, 1979). Lo studioso d’oltralpe specifica però che il potere desiderato dai praticanti è quello della forza della natura. Un altro ricercatore, François Ribadeau Dumas, puntualizza che tali energie sono certamente latenti in natura, ma soprattutto nell’uomo (F.R. Dumas, Storia della magia, Mediterranee, 1968). È ovvio che per sapere le leggi del mondo occorre un procedimento di conoscenza; ancora Chochod dice: «Una tradizione attribuisce alla magia il sapere per eccellenza». Uno stato che conduce a capire forze sconosciute in natura e all’umanità sembra essere la vera finalità della magia.

Un altro storico, Maurice Bouisson, dice qualcosa di più: «…l’appellativo di mago proveniva da una tribù di origine non ariana che, insieme ad altre tribù ariane, popolò anticamente la Media… I magi costituivano la casta sacerdotale. La città di Hagmatana, l’odierna Hamdan, veniva chiamata dai greci Ebactana-dei-magi. Di questa casta facevano parte indovini, astrologi, interpreti di sogni, aruspici» (Maurice Bouisson, La magia, SugarCo, 1962). Ancora Dumas aggiunge qualcosa di importante, affermando che gli esperti in cose magiche guarivano i malati (F.R. Dumas, op. cit.). Sperimentalismo, divinazione, guarigione, sono gli scopi perseguiti dagli iniziati allo “stato di mag.” Eppure alla comprensione della magia manca ancora qualcosa, più propriamente conoscitivo e nel contempo religioso.

I misteri eleusini erano antichissime cerimonie a carattere esoterico e iniziatico. Malgrado la massiccia partecipazione popolare, gli officianti veri e propri erano infatti una esigua minoranza. Quanto hanno scritto Erwin Rohde e Giorgio Colli determina esplicitamente che il fenomeno guarigione era collegato a un’esperienza mistica. Infatti i baccòi, secondo Rohde, scacciavano le malattie proprie e altrui mentre stavano in Eleusi (Erwin Rohde, Psiche, Laterza, 1970). Ma nella stessa cerimonia, secondo le ricerche di Colli, gli stessi raggiungevano una “visione” suprema, indicibile, esemplificabile come conoscenza totale (Giorgio Colli, La sapienza greca, vol. I, Adelphi, 1978, Introduzione). Colli è molto specifico al riguardo, infatti scrive del culto misterico eleusino come: «…variegata tecnica conoscitiva di tipo sciamanico» (ivi, pag. 17). E in seguito il filosofo stabilisce che la divisione, l’interpretazione dei sogni, non erano fini da raggiungere, ma manifestazioni collaterali al sapere conseguito dalla “visione” degli dèi, che suscitava negli iniziati la possibilità di alleviare i mali corporei. Allora, cercando di riassumere il più schematicamente possibile, lo stato di mag, ovvero di chi pratica la magia, è un modo particolare di conoscere, corrispondente a una sorta di estasi, di visione del divino, che dona agli iniziati effetti collaterali singolari, come la divinazione oppure addirittura il potere di sollevare gli infermi dalle proprie afflizioni. Questo è stato desunto dalle ricerche degli storici; abbiamo citato Kremmerz, Chochod, Dumas, Bouisson, Rohde, Colli, che sono appunto ricercatori, ma nessuno di essi (forse con l’eccezione di Kremmerz) ha mai praticato la tecnica magica. Se davvero la magia è una forma di conoscenza, dovremmo reperirne la “riprova” andando a consultare le opere degli addetti ai lavori, ovvero di chi ha messo, o avrebbe messo, in opera la magia.

Tommaso Campanella, uno dei massimi filosofi del tardo Rinascimento, ha praticato la magia naturalis, perché a suo dire tale tecnica gli permetteva una diretta comunicazione con Dio, mediante un rapporto con il mondo. Insomma Campanella raggiunge l’eterno attraverso la conoscenza dell’effimero. Nel proemio alla sua Metafisica scrive: «Conoscenza vera si ha per un diretto e profondo contatto, con grande dolcezza, intrinsecandosi con l’oggetto. L’uomo Sapit (conosce) in quanto fa suo il Sapore della cosa» (Eugenio Garin, Umanesimo italiano, Laterza). L’espressione è meno sibillina di quanto sembri: il filosofo vuole dire che il soggetto per conoscere davvero un oggetto deve compenetrarsi con esso, gustarne l’essenza. Tale gusto, se ben esaminato, corrisponde a una visione quasi estatica. Così intensa che permette al soggetto di superare la finitezza propria e della cosa con cui ha stabilito il rapporto, e di entrare nella sfera divina (Eugenio Garin, op. cit., pag. 249). È insomma la spiegazione filosofica di un antichissimo precetto religioso, secondo cui amando senza egoismi il mondo si ama anche Dio che l’ha creato. Tale esperienza estatica e visionaria è qualitativamente simile a quella dei partecipanti ai misteri di Eleusi che nelle loro visioni si gettavano, annullandosi, nella possessione della divinità che li estasiava (Erwin Rohde, op. cit., pagg.378-9).

L’iniziato, mediante un contatto “speciale” con le cose del mondo (ottenibile con un “gustare” per Campanella, con danze rituali per i misteri eleusini), riesce a “vedere” la divinità, vero e unico scopo della sua azione. Logicamente gli altri esseri umani, i non iniziati, lo avvertono come “diverso”. Elémire Zolla afferma che per ottenere l’estasi visionaria ha dovuto strapparsi di dosso se stesso, la sua personalità sociale, le sue piccole preoccupazioni (Elémire Zolla, I letterati e lo sciamano, Bompiani, 1978, pag. IX).

L’aspirante mago ricerca perciò “visioni” che gli permettano un contatto con il divino. Questa è la sapienza desiderata, che corrisponde, lo ripetiamo ancora una volta, a un “vedere” del tutto particolare, una forma d’estasi. Gli studi di Colli hanno chiaramente delineato come tali iniziati vedenti siano giudicati “sacri folli” nel mondo misterico eleusino. È proprio quella “pazzia” speciale a condurli nella dimensione infinita. Non a caso i cosiddetti maghi della tradizione, anche lo stesso Campanella, ogni tanto, parlando di se stessi, giungono a definirsi “pazzi”, ovvero capaci di accedere a quella follia che dona loro le visioni divine. Giordano Bruno è un acceleratore dei tempi iniziatici, infatti crea “immagini” che possono portare subito l’iniziato nella sfera delle idee immortali, quindi con Dio che pensa quelle idee (Giordano Bruno, De Umbris idearum, Atanòr, 1978, pag. 32 e segg.).

È giunto il tempo di occuparci della magia immaginativa. Non dimenticandoci le conclusioni a cui siamo giunti: la magia dovrebbe portare l’iniziato a una conoscenza estatica, visionaria, contemplante la divinità. I cosiddetti “poteri” sarebbero solo un effetto secondario che si manifesta nell’iniziato. Ma non sono affatto lo scopo principale della tecnica magica. Infatti sia Campanella sia Bruno parlano con disprezzo di chi pratica la magia per divinare, comandare, o anche guarire a scopo di lucro. La ricerca autentica è quella del “vedere” la divinità. La magia immaginativa, appunto. Giordano Bruno usa le tecniche mnemoniche e immaginative per giungere a una concezione della scienza che intrinseca Dio alle cose. Garin ricorda che «anzi, per Bruno, il fondatore di religioni si serve della sua conoscenza dei segreti delle cose per convincere e educare». Mosè, «che in tutte le scienze degli egizi uscì addottorato da la corte di Faraone», operò mirabili cose servendosi delle leggi stesse di natura: «La magia, dunque, tanto di Moise quanto la assolutamente magia non è altro che una cognizione de i secreti della natura con facoltà di imitare la natura ne le opere sue, e fare cose meravigliose agli occhi del volgo: quanto alla magia mathematica e superstiziosa la intendo aliena da Moise, e da tutti gli onorari ingegni» (Eugenío Garin, op. cit., pag, 232).

Il mondo di Bruno sembra in opposizione a quello religioso perché intende una natura vivente, che torna in se medesima attraverso ciclicità inesorabile. «Nihil sub sole novum» è il suo motto, vergato di suo pugno nel 1587 nell’albo dell’università di Wittenberg («Salomon et Pythagoras. Quid est quod est? Ipsum quod fuit. Quid est quod fuit? Ipsum quod est. Nihil sub sole novum»). Per lui lo spirito divino è l’anima dell’universo, quindi «da questo spirito poi, che è detto vita dell’universo, intendo nella mia filosofia piovenire la vita e l’anima a ciascuna cosa che have anima e vita, la qual però intendo essere immortale; corne anco alli corpi. Quanto alla loro substantia, tutti sono immortali, non essendo altro morte che divisione e congregazione; la qual dottrina pare esposta nell’Ecclesiaste (ricordato da Eugenio Garin, op. cit., pag. 233. La concezione dell’anima mundi che insoffia la vita nel mondo, traendola dalle idee immortali, è un elemento bruniano tratto da Marsilio Ficino. I pedanti di Oxford si avvalsero di questo per accusarlo di plagio allorché in Inghilterra egli li provocò in’aperta disputa. La Yates riporta molti particolari di questo contrasto nel Giordano Bruno e la tradizione ermetica, Laterza).

La natura è per Bruno divinizzata, quindi conseguentemente tutti i corpi sono immortali «nella substantia». Questa concezione è molto differente da quella che emerge nelle speculazioni fisiche di Aristotele, che stabilisce una differenza invalicabile tra Dio, sempre irraggiungibile, e la materia. Il carattere di Bruno ha quelle caratteristiche di impeto che già abbiamo potuto osservare più di una volta: eccolo quindi impugnare la penna è partire all’attacco di Aristotele come un cavaliere in un torneo.

Nello Spaccio della bestia trionfante l’ironia, l’invettiva, la dissacrazione del «divo Aristoteles» sono pesantissime, ma psicologicamente spiegabili. Bruno crea un sistema filosofico basato sulla presenza divina nel mondo, principio panteistico in realtà non dimostrabile razionalmente, ma esclusivamente ipotizzabile mediante intuizione. Non avendo perciò armi logiche, Bruno deve attaccare le posizioni opposte attraverso mezzi diversi, cioè la dissacrazione (Giordano Bruno, Spaccio della bestia trionfante, in Opere italiane, a cura di G. Gentile, Laterza, Bari 1925-7, vol. II, pagg. 223-224). Però la sua visione estatica è così suggestiva, coraggiosa, entusiastica da creare una sorta di fascinazione continua. L’anima umana stessa è un riflesso dell’anima universale, ma pure non è qualitativamente diversa da quella dei bruti essendo l’anima dell’uomo «medesima in essenza specifica e generica con quelle delle mosche, ostreche marine e piante, e di qualsivoglia cosa che si trova animata» (Giordano Bruno, Cabala del cavallo pegaseo, in Opere italiane, cit., II, pag. 274 e segg.). Concezione che comportava non un abbassamento dell’anima dell’uomo, bensì un innalzamento delle cose naturali al divino.

Bruno concepisce una fissità del tutto naturale ed eterna, priva di creazione, che si riverbera in un rapporto Dio-mondo essenzialmente di derivazione necessaria. Dio non crea liberamente il mondo naturale, perché esso è una sua necessaria manifestazione. La natura è l’infinita apparizione di un Dio infinito, e non può essere altrimenti in quanto la divinità eterna e infinita non può che creare una potenza infinita e perfetta. Altrimenti volontariamente avrebbe creato l’imperfezione, mentre l’essere perfetto non può creare che cosa simile a sé, non potendo volere «il male», a meno che non si ipotizzino in esso gli attributi della «malvagità e dell’invidia», il che escluderebbe le altre prerogative divine. E come dalla infinita potenza divina si discende necessariamente al mondo, così da esso si risale all’unità da cui tutto ha origine.

Poiché la natura è come le acque che esprimono la sorgente, essa manifesta Dio. La sua imperscrutabile unità si esteriorizza tempo a tempo, forma a forma, in mille e mille esseri naturali, che a loro volta, nell’insieme ordinato, ricostruiscono l’unità: «Nella natura è una revoluzione e un circolo», poiché ciò che è in alto discende in basso e viceversa («tutto quel medesimo, che ascende, ha da ricalar a basso»), secondo la legge degli eterni ritorni, derivata a Bruno dai Pitagorici, e a questi da Eraclito. Ma la poliedricità delle forme, degli esseri individuali, il tempo, le vicende storiche non sono che apparenze del medesimo essere costituente il tutto. Le forme non devono pertanto temere la morte: la sostanza ultima che le compone è il divino. La cessazione della vita è il termine solo del mutare e sancisce il ricongiungimento con la fonte.

Lo scorrere del tempo e le umane inquietudini non sono che parvenze; occorre riconoscerle per tali e penetrare finché si può l’inaccessibile matrice. La contemplazione dell’unità è perciò liberatrice, conducendo il praticante all’intima unità delle cose, all’universo «uno, infinito, immobile». Contemplare è fissare la quiete fondamentale dell’essere, sfondare la dimensione del tempo con le sue ansie, penetrare la pace abbandonandosi alla realtà primigenia. «Doglia o timore… piacere o speranza» sono lasciati indietro, nel mare delle cose cangianti nel perenne illusorio divenire.

I «veri contemplatori dell’istoria della natura» capiscono che nella sua essenza l’universo non ha alto o basso, giusto o sbagliato, grande o piccolo, lontano o vicino, bensì un’identità del tutto che ha l’assoluta unità come suo solo attributo. Contemplare e vedere (vedere è qui adoperato come sinonimo di conoscere, in quanto le visioni bruniane devono essere assimilate a forme sapienziali) tale realtà unitaria significa liberarsi dalle pene di questa terra, lasciare i timori del futuro o del destino perché nell’eterna ciclicità cosmica nulla muta, ma tutto cambia volto. L’uomo in contemplazione, con gli occhi fissi alle stelle, si libera da ogni timore, speranza e da altre dispersioni per gioire della «beatitudine» di essere nell’essere.

I tempi concreti della contemplazione sono dati dall’uso dello strumento che è stato da Bruno stesso assimilato alla magia, quasi l’esaurisse in sé; l’arte della memoria. Le immagini del De umbris idearum e del Cantus circaeus hanno solo come secondo fine quello di potenziare la memoria, intendendo altresì come fine primario quello di dilatare la mente dell’adepto, ricorrendo a figure atte a proiettare la sua psiche al contatto diretto con le idee.

Tale opera è realizzabile mediante l’interiorizzazione di immagini, quindi attraverso un “vedere” proiettato all’interno. Questo elemento visionario, unito a una predicata necessità dell’errore (Spaccio della bestia trionfante), congiungono idealmente e praticamente Giordano Bruno all’ambito dei sapienti che adoperavano le visioni estatiche come vera forma di conoscenza, di coloro che Platone chiamava i veri saggi, giudicando se stesso solo un filosofo, dei presocratici legati a Eleusi e a Dioniso. Le immagini bruniane dovevano essere collocate nella interiorità cosciente mediante la vista figurativa. Tale immaginazione comportava un mutamento sapienziale nell’officiante, quindi è legittimo dichiarare l’equipollenza di vedere e conoscere per Giordano Bruno. Tale equivalenza è il cardine su cui si basa la trattazione dei presocratici mirabilmente compiuta da Giorgio Colli (La sapienza greca, voll. I e II, cit., Introduzioni). Ne consegue che la filosofia del nolano si ricollega a una tradizione conoscitiva risalente al culto misterico di Dioniso officiato a Eleusi.

L’estrema poliedricità multicolore delle figure mnemoniche del campano permette anche l’introduzione dell’elemento “follia” come dimensione del sapere, congiungendo ancor più le tematiche del filosofo a quel remoto mondo greco. La connessione sorge soffermandosi su quelle figure che Bruno non trae dalla tradizione, ma che spontaneamente crea per “impressionare” la mente dello studente. Queste sono piene di un simbolismo figurativo, prive di ogni remora rappresentativa, continuamente arricchite da una fantasia senza legami, che nutre se stessa in un continuo sforzo creativo. Tale carattere permette appunto l’uso del termine “follia” per contraddistinguere l’opera figurativo-mnemonica bruniana, conferendo all’attributo “folle” il senso di partecipante a una visione estatica e conoscitiva, caratteristica già attribuita da Giorgio Colli agli iniziati ai riti eleusini.

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16 Risposte

  1. Grazie per le coordinate sul MONDO SEGRETO di kremmerz.

    Non posso risponderLe come vorrei su un blog, riguardo alla magia, mi coinvolge troppo e Lei mi ha insegnato ad esprimermi ermeticamente. Lei è molto colto professore quindi io posso solo parlare per esperienza e dirò che la magia è la magia e che la babele di simboli osservabili nel mondo da un occhio addestrato possono divenire immagini interiori potenti… Ma bisogna essere iniziati ai misteri della Natura e del Cosmo…e non è per tutti, perché la magia è sapienza ed ha molto a vedere con il potere insito nell’inconscio e nelle immagini in esso contenute.
    “Dov’è la sapienza che abbiamo perso in cultura
    e dove è la cultura che abbiamo perso in informazione?” (T.S. Eliot)

    “Noi scriviamo per gli INIZIABILI EFFETTIVI, la cui ambizione è quella d’iniziarsi DA SOLI ai misteri, dedicandosi al lavoro dello spirito che è indispensabile a questo scopo.
    Ci si può istruire nelle cose profane ascoltando gli insegnanti: ma nell’Iniziazione è diverso. Il vero segreto rimane sempre incomunicabile: non può venire mormorato da una bocca a un orecchio. Per possederlo, bisogna arrivare ad assimilarlo spiritualmente, scoprendolo dentro noi stessi.
    La scoperta avviene attraverso la mediazione dei simboli, che diventano eloquenti per il pensatore autonomo, il cui pensiero si ridesta alla vista muta delle cose, senza attendere lo stimolo della parola umana. Poiché il sapere viene inculcato, nelle scuole, con grande spreco di parole, noi siamo ormai disabituati a pensare. Le cose non ci dicono più nulla, e noi rimaniamo storditi davanti ad esse. Sappiamo leggere soltanto ciò che è scritto in caratteri alfabetici e non riusciamo più a discernere il significato di un’immagine: è il trionfo della lettera morta, vittoriosa sullo spirito. Per imparare a pensare, chiudiamo i nostri manuali e fuggiamo il rumore della parola.
    Il silenzio istruisce il disepolo degli antichi saggi che si dedicarono a decifrare i geroglifici dell’ideografia naturale. Per loro, ogni forma diventava espressiva, e il disegno più semplice suggeriva visioni profonde.” (LE LIVRE de l’APPRENTI, Oswald With)

    Chissà che un giorno non mi possa spiegare meglio.

    GRAZIE di esistere.
    Marina Morelli

  2. Una piccola mia che spero sia in armonia con il post di oggi, direttore caro. Spero di non essere troppo invadente con queste miei riflessioni.

    Lo sconosciuto

    Lo Sconosciuto divora la mia lucidità,
    conduce la coscienza in un altro mondo,
    abbatte le 4 mura di questa illusione.

    Lo Sconosciuto mi guarda nel vuoto,
    ha distrutto i miei miti,
    allontanato i ricordi,
    tranciato i miei legami,
    pone i suoi occhi immensi nei miei.

    Non ho più nulla.
    Non sono più nulla.
    Nel buio l’unica luce è lo Sconosciuto.

    E’ sempre stato lì, nascosto tra la folla.
    Lo Sconosciuto invocava il mio nome, urlava!
    Prima non potevo,
    poi non volevo udirlo.

    Mi nascosi tra la moltitudine.
    Discreto osservava le mie gesta quotidiane.
    Lo Sconosciuto era accanto la mio dolore,
    gioiva orgoglioso delle mie imprese,
    in silenzio e solo, nel buio.

    La folla era sparita,
    di notte sul molo cercavo lo Sconosciuto,
    lo chiamavo con il pensiero.
    Invano lo Sconociuto urlava:
    “Sono qui, ti ascolto!”

    Persino il silenzio ostacolava
    il contatto con lo Sconosciuto.
    Separati da pareti di Ego,
    un soffito di rabbia,
    un pavimento d’infferenza
    e una porta di paura.

    Lo Sconosciuto ha divorato la mia lucidità,
    ha abbattuto le 4 mura di questa illusione,
    occhi negli occhi danziamo nell’Armonia del Cosmo.

    Direttore che bello questo blog! Un’altra dimensione spazio-temporale.
    Un abbraccio a tutti i partecipanti!
    Angela

  3. L’energia segue sempre il pensiero manifesto.

  4. caro La Porta,
    la magia è quando l’uomo riesce a portare se stesso in maniera piena e pura nel mondo.
    la natura ci risponde plasmandosi sotto di noi al nostro volere. i mediocri anelano a questo utilizzando pratiche e servendo formule, qualunque esse siano …
    saluti

  5. …a proposito di piccole magie.
    Caro Gabri, Ti racconto un aneddoto, una di quelle coincidenze miracolose che anche tu ami tanto.
    Come specializzanda in psicoterapia, svolgo un tirocinio presso una struttura per malati in fase terminale. Ieri ero lì e ho potuto assistere la vedova di un paziente trapassato da un mese.
    Lei ci racconta:
    “La scorsa notte non riuscivo a prendere sonno, continuando a piangere mio marito. Ad un certo punto, inizio a sentire lo squillo del mio cellulare provenire dal salone. I miei figli, nella camera accanto alla mia, non sentono nulla. Io mi alzo dal letto, raggiungo il cellulare, e nel buio lo accendo. Non stava, in effetti, suonando. Nell’accendersi, “si apre” su un messaggio ricevuto a dicembre. Il messaggio dice ‘Sei la mia Stella’. Me lo aveva mandato mio marito all’inizio della sua malattia. Ho pianto di gioia, comprendendo che lui era lì e voleva farmi sapere che ero sempre la sua Stella.”
    Le parole di questa donna mi hanno commosso fino alle lacrime. Lei e il marito si sono amati e coccolati per 44 anni! Lei lo ha lasciato andare, decidendo di interrompere l’accanimento terapeutico, e lo ha vegliato e baciato fino all’ultimo respiro.
    Il vero amore rende liberi. E’ un donarsi e un accogliersi reciproco.

    Un abbraccio a te,
    Sarah

  6. SARAH,
    la storia che hai raccontato è meravigliosa, anche a me succedono queste coincidenze miracolose non facimente condivisibili, quindi che dirti, ti ringrazio dal profondo e, inoltre, grazie per essere una terapeuta che riesce a guardare al di là.
    Marinariannachiara

  7. E il pensiero nascosto, Raffaele?

  8. Angela hai ragione, questa nostra “creatura” è “aperta” su altre dimensioni e credo sia meglio non tentare di “definirla troppo”. Gli incontri vanno curati con lo sguardo obliquo. (Bella la lirica)

  9. Vedi Bimbola, la MAgia è piena di Anima, Spirito e IMMAGINAZIONE. Quindi di Follia. Le persone “corazzate” non si accorgono di nulla. Però Condannano. Quindi Hanno paura. Inquisitori sempre e comunque.

  10. La Magia, Massimilano, è Armonia fra gli opposti. (Armonia è figlia di Ares e Afrodite).

  11. Sarah.
    Troopo commovente, per me. Troppo struggente per non raccontarlo, bocca-orecchio, in ogni dove e tempo.

  12. Carissimo Prof. Gabriele,
    quando la luce dell’anima si fa strada fra i tortuosi meandri della mente, è come il sole nascente che rischiara e spazza via i vapori e le nebbie dell’anima. Allora in virtù di questa luce il potere dell’illusione astrale e mentale comincia a svanire, e tutto quello che potrebbe essere chiamato magia o sopranaturale fa parte solo di una conoscenza più elevata che attraverso l’intelletto si manifesta attraverso il pensiero e poi attraverso le parole. E’ come un telecomando che se conosciuta la combinazione ci permette di sintonizzarsi su dei particolari canali o meglio ancor a su dei portali interdimensionali si dentro che fuori dell’essere . Esistono canali interiori che se risvegliati permettono di connetterci con il soprasensibile perché questa è la vara natura energetica dell’essere che guida i nostri passi attraverso tantissime induttanze su tanti piani di consapevolezza.

    Vi sono Parole di potere, non alterabili nel tempo che se capite da sole o nell’insieme contemplate in modo diverso, per trovare risposte e vibrazioni nel nostro essere, nel nostro percepire intuitivo focalizzandole nel nostro cuore. Parole che se colte come una bellissima rosa nel proprio cuore diventano chiave di volta chiarificatrici di tante verità prima non capite. Questo è il vero motivo delle tante tramandate preghiere e delle vere parole di potere in tutti i credi di questo mondo che devono trovare risposta nel nostro cuore perché ogni colore, ogni profumo ogni parola ogni suono, ogni sensazione, ogni pensiero ogni sentimento è vibrazione. Ogni vibrazione è realtà manifesta.

    Nella fisica quantica è il collasso di particelle subatomiche emesse dall’osservatore, che si adattano alla realtà osservata/osservabile dal pensiero del suo pensatore è come dire che siamo i costruttori della realtà che percepiamo, in uno spazio/tempo dove esistono tutte le probabilità e possibilità di creare manifestare e sperimentare il vero potere del verbo della parola sacra e del vero pensiero creativo. Permettendo a noi stessi di fondere nell’unità quelle forze opposte e trasmutarle in forze unificanti di creatività.

    Bisogna anche capire che è giusto che il vero cammino d’ogni vero discepolo lungo il tortuoso sentiero della vita che conduce alle conoscenze alla gnosi, alla saggezza, al vero potere è un continuo saggio ricercare che porta ad un graduale e consapevole giusto riscoprire. Di riscoprire quelle verità che sono state tramandate, sono state dette o sono state scritte con un particolare universale linguaggio simbolico.

    Verità che sono state celate, nascoste apposta nell’intimo cuore di ogni essere, nella sua anima, nel suo stesso cuore affinché col tempo e nel tempo solo e solo usando come chiave di lettura il proprio cuore si potesse aprire quelle porte che conducono alle grandi verità. Verità che renderanno l’essere veramente libero di manifestare la sua Essenza e Umile Regale Divina.

    Come nel pensare / ragionare / riflettere / meditare / contemplare a volte si è nelle condizione di coerenza neurofisiologica di sincronismo tra i due emisferi che portano a momenti d’ipercoscienza, cioè di scoperta di nuove idee creative, di INSIGHT che a volte ci permette anche partendo dalla tridimensionalità di percepire le realtà trascendentali, di attingere e di leggere nel mondo delle IDEE. Così Nel Sentire è Celato il Grande Mistero.

    L’energia del pensiero nell’essenza è EMOZIONE è VIBRAZIONE. Come in ogni cosa del creato universo c’è vibrazione. Come ad un livello più sottile ogni vibrazione è collegata alle altre, al tutto. Ogni forma, ogni canto, ogni grido, ogni colore, ogni sfumatura è una nota armonica che all’unisono vibra di quel divino immenso infinito pensiero che lo ha generato.

    Come disse Aristotele “nulla è nell’intelletto che non sia prima nei sensi”. Capite che, molte volte basta abbandonare la parte del raziocinio intellettivo, la parte logica, la parte maschile, la parte pensante, per farsi trascinare e fluttuare come una goccia d’acqua, in un fiume fatto di soli sentimenti, di semplici percezioni sensoriali, affinché attraverso quel sentiero, questa strada questa via, quel silenzio, si possa percepire e contemplare se stessi e la vera realtà unitaria?

    Una spiegazione esiste, anche se è inaccettabile, impensabile, inconcepibile, non ordinaria, irreale, non capita. Si chiama MEMORIA. Semplice e pura Atavica Memoria Storica acquisita in tantissimi sentieri di vita in questo nostro universo, in questo nostro mondo ed in tanti infiniti mondi del creato.

    Perché non si vuole accettare e credere nell’idea di una Conoscenza Integrale già Preesistente, celata nell’intimo profondo del cuore quale fulcro dell’integrità spirituale d’ogni essere, sede di tutti gli atti conoscitivi dell’anima? Conoscenza che in certi particolare compensevoli condizioni dell’essere riaffiora alla mente?

    Affettuosamente
    Raffaele

  13. Cara Marina, hai colto l’essenza di Sarah: lei ha lo “sguardo”.

  14. Già, Raffaele, perchè è così difficile per noi accettare qualsiasi cosa non sia figlia del riduzionismo scientista empirico?

  15. siete bellissimi, vi ho scoperti per caso e mentre vi leggevo sentivo un’emozione di felicità dentro il mio cuore

  16. Carissima Marta,
    il nostro blog è tornato in vita. Purtroppo c’è stato un problema legato al dominio, e dal fraintendimento che ne è sorto attualmente abbiamo rimediato tornando al dominio di wordpress. Quindi, per ora, l’indirizzo da usare è il seguente:

    https://gabrielelaporta.wordpress.com/

    Mi raccomando, diffondete a tutti gli amici la variazione. Grazie e scusa ancora!

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