Guardare le cose da ogni angolatura.

Marsilio Ficino è stato l’inventore del Rinascimento. Era a capo del Cenacolo che dal 1478 in poi ha, di fatto, dato tutte le peculiarità della rinascenza. Con lui c’erano Poliziano (26 anni), Botticelli (35 anni), Pico della Mirandola (15 anni) e Lorenzo (28 anni).  E Marsilio ne aveva 45, maestro e guida di tutti.

Ma lui cominciò ad essere apprezzato da Cosimo dei Medici, predecessore di Lorenzo. Il Signore dei Medici conobbe Marsilio quando era giovanissimo.

Il punto fondamentale è che il Ficino era figlio del medico personale di Cosimo e quest’ultimo accettò di vedere il ragazzo solo perchè molto legato al suo terapeuta (tutti i medici Ca’ Fagiolo erano malati e sono morti prematuramente, tranne poche eccezioni).

Cosimo, quando vede Marsilio, si trova di fronte un ragazzo giovanissimo.  Ed allora lo mette alla prova; gli da un compito praticamente impossibile, una nuova traduzione dell’Iliade, da realizzare in pochi mesi.

Marsilio ci mette pochi giorni.

Da qui la fiducia del Signore, che mette a disposizione di quel giovane prodigio la Villa di Careggi, da quel momento in poi fucina di tutti i geni del Rinascimento.

La domanda è questa? Se Cosimo non avesse avuto paura delle malattie, non avrebbe avuto bisogno di quel medico, che aveva quel figlio. Quindi, persino la malattia può nascondere qualcosa di aureo. Inoltre Marsilio era piccolo, curvo e balbuziente, eppure Cosimo non ha neppure visto questi aspetti esteriori. E nessuno del Cenacolo si è mai fatto trarre in inganno dalle fattezze esterne del loro Maestro.

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27 Risposte

  1. La ringrazio per questo post.
    Mi viene in mente Biancaneve e i Sette Nani, capolavoro d’animazione della Walt Disney, e di quando Biancaneve vedendo Cucciolo, il meno abile fra i sette minatori di gemme preziose, chiede come mai lui non parli e Dotto, il maggiore, le risponde allegramente che, in realtà, lui a questo non ci aveva mai fatto caso: “…non ci ha mai provato…” aggiunge con leggerezza.
    Tuttavia, Prof., la malattia ha un suo lato oscuro e molto pesante…direi che è insopportabile e che fa soffrire.
    Un bacione.

    Succo di mirtillo e Romeo e Giulietta di Tchaikovsky…note danzanti d’amore e dalla bellezza struggente; il silenzio s’impone nelle pause che lasciano l’animo appeso ad un filo…

  2. La sua domanda caro Gabriele inizia con un Se…ebbene io ritengo che nell’intersecazione di eventi nella vita di ciascuno di noi ci sia già scritto un Progetto Divino secondo cui il libero arbitrio è del tutto secondario..qualunque decisione noi prendiamo, seppur con vie traverse…giungiamo sempre dove è la meta prefissata per noi, e che se poi è irta e piena di ostacoli…non vuol dire che non siam capaci di affrontare..anzi le prove nascondono dei quesiti e delle sorprese. Che sia un incontro o che sia altro..cogliere i frutti giusti presuppone i giusti tempi di maturazione. Ciò che di aureo troviamo il più delle volte è proprio in seguito al piombo sul cammino.
    Le esteriorità sono un involucro troppo facile da vedere, è l’interno che occorre Vedere, con l’anima di un bambino che scarta una caramella nuova.
    buon inizio settimana prof.

  3. Certamente il Destino può giocare con noi, farci avere esperienze difficili e darci della sofferenza, ma le conseguenze possono portarci lontano ed avere impensati risvolti anche positivi per la nostra vita. Ma la domanda è: dove e come trovare l’energia necessaria a superare certe situazioni? E’ un po’ ossessivo per me il pensiero del Destino in questo periodo della mia esistenza, perché non capisco dove mi stia dirigendo e annaspo … Come riprendere la corsa a perdifiato del Micio che mi attendeva sulla strada? Alcune notti fa, tra sogno e pensiero, ho visto il mito del labirinto collegato alla mia vita e a chi mi sta vicino ed ho lasciato andare la mente percependo che doveva significare qualcosa… Ho scritto una specie di racconto-resoconto…Scusa, se è troppo lungo e personale, non riportarlo nei commenti. Grazie Gabriele, ti mando pensieri gentili.

    ALL’IMPROVVISO
    Un pomeriggio caldo di metà settembre. All’improvviso, intorno diventa buio, il cielo perde il suo azzurro, una enorme nuvola scura mi avvolge. Lo sguardo si perde, non vede nulla intorno a sé, non c’è più nulla che possa vedere. Oscurità.
    Qualcuno lega al mio polso un filo di lana rossa, facendo un piccolo nodo.
    Io, nella tenebra, mi avventuro in un viaggio senza meta. Pian piano mi addentro nei vicoli di Taggia, un labirinto di strette viuzze, solo il buio mi accompagna. Le case ammassate sembrano inghiottirmi e schiacciarmi fra le loro larghe mura di pietra antica. Non sento calore.
    Da qualche finestra aperta arriva una forte musica ballabile che mi infastidisce: il contrasto è forte con i miei sentimenti di solitudine.
    Il filo si dipana ed io mi perdo sempre più. Salgo scalinate, percorro rari passaggi in piano, poi cerco ancora di salire…ma arrivo sempre ad un punto in cui l’unica possibilità è scendere di nuovo.
    Il sottile filo rosso si allunga, mi lascia camminare apparentemente libera, ma non mi perde di vista.
    Passano i giorni, è autunno inoltrato, piove e un vento freddo mi prende alla testa, mi dà un leggero capogiro, ma riprendo ugualmente il cammino. Non riesco a fermarmi che per qualche minuto quando mi trovo di fronte alla Chiesa dei Cappuccini: attimi fugaci di benessere, parole a prima vista leggere, scambiate con chi incontro. Ma devo ossessivamente percorrere i vicoli scuri.
    Una porta si apre e scorgo segni di serena vita familiare in una cucina illuminata, ma mi accorgo subito che non mi appartiene, mi giro e vado oltre.
    Il mio filo mi segue in silenzio, spesso non mi rendo più conto di averlo ancora legato al polso.
    Quando ero piccola, mio padre mi legava in questo modo leggeri palloncini colorati, comprati alla fiera. Ero felice di così poco, muovevo su e giù il braccio per far oscillare il palloncino e vederlo danzare di fronte ai miei occhi. Sono lampi di dolci ricordi. Poi, però, il palloncino finiva per volare via, perché lo staccavo dalla mia mano per giocarci, ed allora lo vedevo salire sempre più in alto, lo seguivo con lo sguardo deluso di bambina.
    Ora non c’è nessun palloncino attaccato a me, non so con cosa potrei giocare, non ho voglia di giocare.
    Taggia è grande da percorrere tutta, penso di perdermi, che non saprò più uscirne, quel mio filo è inutile, troppo sottile, si spezzerà e neppure me ne accorgerò.
    Ormai è inverno, piove molto spesso, l’aria è tagliente ma io non smetto di attraversare vicoli e piazze.
    Guardo un ritratto di Madonna racchiuso in una nicchia, un attimo di dolcezza mi avvolge, ma devo addentrarmi nel labirinto fra le case, non ho tregua, mi trascino il lungo filo rosso e non capisco perché resisto alla tentazione di spezzarlo.
    Qualche volta i palloncini avevano lunghe orecchie di coniglio, ne rivedo il tenue azzurro, guardo in su ma son rinchiusa sotto volte pesanti, se lo liberassi ora non potrebbe volare in alto nel cielo, perché il cielo non lo vedo. So che finirà, invece, con lo scoppiare, rimarranno solo brandelli di gomma dei quali non potrò fare nulla, ancora delusione, ancor più cocente, lanciarlo verso le nuvole poteva dare spazio a pensieri di vita libera e felice…
    Ormai la labirintica Taggia mi ha ingoiata, tutto un groviglio di filo rosso, passo e ripasso sulle mie orme, cerco stradine ancora non segnate, ne continuo a trovare, devo percorrerle tutte, mi sembra che forse troverò quella che cerco, che mi porti lassù nel punto più alto, vicino al Castello.
    Da lassù, penso, forse potrò vedere il cielo più chiaro.
    Salire, scendere, correre, rallentare, bere a una fontana. Sono stremata.
    Infine sono giunta dove speravo, ma è ancora inverno e la notte scende presto, non vedo la luce. Non posso che restare qui, al limitare degli orti, vicino alle mura diroccate, sulla stradina che diventa semplice terra e pietre. Sono stanca, una stanchezza non lenita dal riposo, ma il mio filo non si dipana oltre, devo per forza fermarmi ed aspettare, aspettare, aspettare…
    Ed ecco, all’improvviso, Marzo, le giornate più lunghe, il sole più forte, un inatteso calore mi pervade. Prima debole è incerto ma pian piano si fa più deciso, mi scalda davvero un po’. Mi pare strano, dopo tutto quel gelo: ho paura che duri solo qualche istante, che scompaia prima che mi possa davvero entrare nella pelle.
    Inaspettatamente, il mio polso ha una vibrazione, il filo rosso si tende, dà impercettibili strappi. Sarà immaginazione.
    Dopo poco, gli strattoni si fanno più forti, ho paura che si spezzi… slego il piccolo nodo e inizio a raccogliere la lana in un gomitolo, non so neppure io perché, è un richiamo a cui non voglio resistere. Inizio ad avvolgerlo, ripercorro, a ritroso, sempre più veloce ed incredula tutta la strada che mi sembra di aver totalmente smarrito.
    Mentre scendo e risalgo cento volte, corro sempre più rapidamente dietro il piccolo filo, il gomitolo prende forma, più grande, più grande, più grande, più veloce, più caldo, in alto, in basso, non capisco dove mi sta portando… Ma faccio molto più in fretta di quanto avrei potuto immaginare, mi accorgo che è quasi primavera, il sole mi scalda davvero, e allora vedo chiaro nella luce abbagliante che mi accoglie oltre i vicoli bui.
    Il filo serviva perché potessi non perdermi, perché potessi uscire dal labirinto oscuro, corro con passi veloci, seppure ancora incerti. Alla fine mi ha portato fuori dal mio dedalo di strade sconosciute, alla fine sorrido, alla fine capisco.
    Sei proprio tu che avevi fatto quel debole nodo, per venirmi incontro sorridente. Grazie.
    Guardo Taggia, non c’è più buio nei suoi vicoli.

  4. Caro Gabriele, questo post è meraviglioso.
    Mia nonna, che Dio l’abbia in gloria (scrivo questo perchè sono sicuro che si arrabbierebbe moltissimo se non lo scrivessi), religiosa scrupolosissima, diceva sempre, sgranando in continuazione il rosario, che Dio non ci toglie nulla senza aver pianificato precedentemente per noi qualcosa di ancora più bello. Io, molto meno religioso, o comunque religioso in un senso differente da quello della “presunta e consueta etica comune” (credo che tu possa capirmi), ho sempre cercato di interpretare quelle parole applicandole praticamente nel quotidiano, in preda a deduzioni ed induzioni di speranza non necessariamente legate alla religiosità. Ho sempre pensato, in effetti, che il “fato” ci possa riservare sempre un aspetto meraviglioso all’interno di ciò che ci accade. Traduco, o cerco di farlo, con un esempio pratico. Non troppo tempo fa, ho perso un caro amico (niente di grave, per carità, si è solo allontanato da tutti noi per “seguire” una passione fatua, molto fatua, d’amore). Nulla da dire, ci mancherebbe. Quando un amico si innamora si è doppiamente felici. Ma lui, purtroppo, si è allontanato molto. Ero molto dispiaciuto, questo amico mi mancava, mi manca. Ma contemporaneamente, proprio mentre lui si allontanava, un altro carissimo, vecchio amico di gioventù tornava ad affacciarsi alla mia vita. Questo proprio contemporaneamente. Più uno si allontanava, più l’altro si avvicinava. All’inizio non avevo fatto caso a questo “passaggio d’affetto”. Ma poi ho provato a guardare la cosa, il dolore per “l’abbandono”, da una differente angolatura, ed ho capito che, probabilmente, se il primo non si fosse allontanato, il secondo non sarebbe tornato. Lo stesso mi è accaduto per in amore.
    Anni fa frequentavo una ragazza che, evidentemente, non provava per me i medesimi sentimenti che invece io nutrivo per lei. Quando lei mi lasciò, un’amica, forse per risollevare un po’ il mio morale ormai disseminato nell’asfalto, continuò ad insistere perchè accettassi di conoscere una sua compagna di università. Allora, forse per evitare di pensare troppo alla ragazza che mi aveva distrutto il cuore, incontrai la compagna dell’amica. Questa, Gabriele, è la ragazza meravigliosa che ormai da cinque anni mi sopporta e mi fa l’onore di donarmi il suo amore, la ragazza che io vedo, accanto a me, per sempre. Ecco, forse il dolore che provavo per l’abbandono serviva a farmi conoscere il vero amore. Questa è la diversa angolatura con la quale, ancora oggi, guardo a quei giorni orribili.
    Carpe diem

  5. Ancora oggi il destino mi fa rimanere perplessa.
    Poiché a volte si manifesta in modo bizzarro, certe volte prende direzioni diverse, in riferimento a ciò che accade alle persone, ma anche nella mia vita, penso che prende vie difficili e vie facile, ma che forse non bisognerebbe né capire il motivo né cercare di capirlo, per non rischiare che cambi nuovamente.
    Sembra avere una propria identità.

    Nel mio destino ha preso vie strane.
    Vorrei solo raccontare un brevissimo episodio che ha a che fare con Pico della Mirandola.

    Da piccoloa ho sempre detestato la scuola, non ero brava e ho dovuto ripeterla ed allora ero malaticcia, ma il destino ha fatto in modo che la lasciai inconsapevolmente perché mi dovevo occupare di mia madre. E l’ho ripresa a 30 anni con la licenza media, mi vergogno per questo!
    In questa classe ero la più brava, quasi mi assalivano per insegnare agli altri specialmente la matematica. Una volta un prof. fece una domanda sulla storia, nessuno la sapeva, solo io e il prf, michiese pure come la sapevo. Senza saperlo che scoprii dodo che avevo usato la Mnemonica (elaborata da Pico della Mirandola), da allora conobbi la storia di Pico.

    da allora continuai alcuni studi e in due anni feci 30 esami di vario genere. E non so nemmeno come avevo fatto.

    Il fatto sta che dopo molti anni ritornai nella stessa scuola per far partecipare gli studenti alle attività culturali che organizzavo . Danto premi e onorificente a prof, scuola e studenti. E mi trattano con riverenza.
    Se solo allora quando ero studente avrei saputo cosa avrei fatto in futturo, non so come avrei reagito, visto che allora detestavo la scuola.

  6. Da quando incominciai a interessarmi di Pico della Mirandola, mi misi a interessarmi di molti personaggi del passato, in cui nella loro vita essendo malaticci e fisicamente debilitati, avevano avuto una intelligenza precoce e straordinaria, ma spesso sono morti giovanissimi.

    così avevo capito che la malattia o la sofferenza da un lato impedisce una vita normale, ma per altre vie si sviluppano altre facoltà superiori, ma penso ci sono di mezzo altre forze o cose che influiscono.

  7. Sicuramente Pico della Mirandola al di là dell’aspetto fisico aveva un’aura ben visibile a tutti. E probabilmente anche per questo in un modo o nell’altro, come diceva Calliope, sarebbe entrato nella vita di Cosimo, forse per vie diverse, ma sarebbe accaduto.
    Ed è proprio vero ciò che scrive Maria: dall’indigenza, dalla sofferenza, dalla diversità, dalla perifericità, dal silenzio si muove la genialità. Perché solo chi si vede al buio va alla ricerca della Luce, mentre chi è abituato al chiarore del mattino difficilmente lo sa apprezzare. E ricordiamo chi sono i genitori di Eros! Non a caso.
    Leggendo il tuo libro, Gabriele, mi sono soffermata sulla definizione di “caverna”. Tutti quei personaggi illustri scelsero di addentrarsi e Marsilio fu la loro torcia

  8. Graziella, non c’è bisogno di commenti. sarebbe troppo riduttivo. baci

  9. Calliope, ribadisco con le parole di jung: ” Se l’umanità credesse nel destino, avrebbe fatto un passo avanti…”

  10. Sinfonia mai screitta per te, Marina. La malattia è come dici tu. ti prego, leggi Krenheider. baci

  11. Ciao Calliope, Buonasera Gabriele,
    Sono d’accordo con il professore, per esperienza, sinceramente. Credo che l’ammonizione di Jung su un destino che incombe su di noi sia una delle affermazioni più illuminate del secolo scorso.

    Calliope, se ti fa piacere ho pubblicato un post al riguardo, visto che la discussione è stata aperta qui. Bacioni. Marinariannachiara…una vita nell’inconscio/conscio.

    http://lapenisolaincantata.blogspot.com/2009/03/del-destino.html

  12. Guardare le cose da ogni angolatura?…Esperienza personale: quando manca un talento si ci mette tutta l’anima x far si che altri mille di natura diversa possano superare in valore quello che manca !…. Posso dire che è un atto spontaneo dover ricorrere ad altri espedienti ,ad altre soluzioni x colmare quella mancanza, normale è, che si sviluppi intelligenza,ingegno che spesso non tanto serve x incoraggiare se stessi.. ma per far si di essere accettati dagli altri senza dover subire giudizi negativi evitando che si possa essere di peso e di fastidio,e spesso anche ci si mette alla prova delle proprie capacità e più successo si ottiene più ci si applica con dedizione e più si ci sente completi, cercando in tutti i modi di poter dare più di quello che gli altri si aspettano! E questo pare che sia un Atto d’Amore incondizionato !?…..Che il prof mi illumini se così non è! …Un abbraccio e sorrisi x tutti Voi ..baci

  13. Ti prego Nella, leggi il mio post di cui sopra al 11 marzo: clicca sul link…tutti abbiamo un talento da scoprire dentro di noi e non importa se questo non coincida con le nostre aspirazioni artistiche. E’ della nostra Anima/Spirito che ci dobbiamo preoccupare, fidare. solo lei/lui può indicarci quale sia il nostro talento/destino, in che modo debba esprimersi la nostra creatività. Daimon?
    Siamo tutti preziosissimi diamanti allo stato grezzo: dobbiamo scoprirlo.

  14. E’ così Maria. Debbo dire a te, come a Moreno, Cristina, Rosario, Melamondi e via via, a tutti, che mi arricchite. Molto di più di qualsiasi corso di perfezionamento. baci

  15. tutto merito della ghianda, maria.

  16. Questa, Moreno, è la vista circolare.<Sono felice del tuo amore. Ma ricorda, comunque, che nessun amore è sprecato (Cervantes)

  17. sulle citazioni di Nella, Marina e Gabriele, mi viene da ricordare sul destino, sulla ghianda, sul Daimon, sul talento. Dopo tanti anni che mi ero interessato a varie cose, l’ultima è stata l’arte, così facile ma per ultima, ma non avrei mai immaginato che sarebbe stata quella che mi avrebbe dato valore, non nel senso di essere famosi perché non lo sono. Ma valore come persona. Dopo tanti anni compresi che forse era il daimon o il destino, bisognava aspettare il tempo giusto e le persone giuste. Tutto era incominciato quando ero adolescente e vivendo in una famiglia numerosa e povera non avevo niente e non potevo fare niente e una volta dissi a me stessa che se avrei potuto costruire e fare tutto con le mie mai non avrei avuto bisogno dei soldi per averle, ed allora. Non avrei mai immaginato che la mia vita di oggi a tempo pieno sarebbe stato quello che desideravo allora. La cosa più strana è quello di aver saltato le tappe e non fare le cose per me ma per gli altri, ma dare la possibilità agli altri di evolversi nelle loro arti e in quelle cose che amano. Un giorno dissi a me stessa di essere contenta di far felice gli altri.

  18. Caro Gabriele,..” se Cosimo non avesse avuto paura delle malattie, non avrebbe avuto bisogno di quel medico, che aveva quel figlio” , dici tu e Calliope ritiene “che nell’intersecazione di eventi nella vita di ciascuno di noi ci sia già scritto un Progetto Divino secondo cui il libero arbitrio è del tutto secondario..qualunque decisione noi prendiamo, seppur con vie traverse…giungiamo sempre dove è la meta prefissata per noi,.. .” Graziella, a sua volta, nota “che il Destino può giocare con noi, farci avere esperienze difficili e darci della sofferenza, ma le conseguenze possono portarci lontano ed avere impensati risvolti anche positivi per la nostra vita”.
    Ecco,è proprio questo il punto. Il Destino, il Fato, come diocevano gli antichi, è già segnato: niente e nessuno può salvare Ettore, la bilancia del Fato lo condanna inesorabilmente. Se è scritto che una certa cosa deve accadere, accadrà. E qualunque azione noi si intraprenda per evitarla o ritardarla, in realtà non farà altro che facilitarne, accelerarne il compimento. È questo anche uno degli innumerevoli significati delle “Affinitä elettive”, uno di quei romanzi da rileggere, qua e là, ogni tanto

  19. Nella, è un aspetto dell’Amore raggiante.

  20. Di che DAIMON siamo?

  21. Caro Giuseppe, ma il Fato non vuol dire rassegnazione.
    Ostad Helai (poeta e sapiente islamico) dice: ” è sommamente gradito a Dio chi pur credendo, agisce”

  22. (Le api danno il miele). Qui c’è un segreto ermetico. E’ presente tra le righe di quanto hai scritto, Maria.

  23. Cristina, nel mio modo di rispondere un po’ pasticcione ti riscrivo solo oggi, ma le tue considerazioni mi sono piaciute. Marsilio come fiamma-torcia è suggestivo. Voglio solo dire che Pico era un uomo molto bello. C’è stato un saggio (risale a 6/7 anni fa) molto documentato che “provava” come il volto della Voluptas della Primavera (l’ultima Grazia a sinistra per chi guarda il quadro di Botticelli) fosse in realtà il viso di Pico. Moltissimi anni fa ebbi l’intuizione e lo scrissi in un romanzo “Un’avventura nel Rinascimento” ed. Re Nudo. baci

  24. Certo che non vuol dire rassegnazione, al contrario: te lo dice uno che dalla vita ha avuto molto, ma che si è dovuto conquistare tutto, metro per metro, giorno per giorno. Io non so se sarò gradito a Dio, ma se il Suo metro fosse solo quello della combattività potrei stare più che tranquillo.
    Cercavo solo di raccogliere il senso di alcune citazioni, compresa la tua, con le quali ero in perfetto accordo, confortandole al tempo stesso con un esempio di bella letteratura..

  25. Caro Gabriele, non ti devi giustificare, anch’io sono stata assente, causa due settimane di assoluto divertimento (di giustificazioni non ne ho!!!). 🙂
    Mi hai fatto tornare la voglia di riprendere in mano i manuali dell’università, infatti sono qui, sulle mie ginocchia.
    Non a caso nel dipinto compare anche Mercurio.
    Ma allora, le altre due Grazie?
    Spero di riuscire a trovare il tuo romanzo!

  26. Mai dubitato dei tuoi intenti. Figurarsi. Anzi.

  27. Le altre due grazie sono Bellezza e Castità. Trascinate da Voluptas verso MErcurio (Hermes) che gurda altre il giardino e i suoi alberi. Tutto conduce ad Hermes. (da qui la filosofia Ermetica) ma ci vuole Eros-Amor.

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