canto Navajo (da Matteo)

Sono andato alla fine della terra,

sono andato alla fine delle acque,

sono andato alla fine del cielo,

sono andato alla fine delle montagne,

non ho trovato nessuno che non fosse mio amico.

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Nell’Interiorità di Anima — “Conoscenza dell’amore”

Conoscenza dell’amore

Esistono studi ponderosi che assorbon del tutto la mente

dei loro cultori – che sono infecondi sgobboni:

ma chi li ha visti, i frutti di tante pesanti fatiche?

L’amore invece, che occhi di donna han dapprima ispirato,

non vive di se stesso, murato nel nostro cervello,

ma nobile e fluido, al pari di ogni altro elemento vitale,

invade, rapido come il pensiero, le facoltà umane,

e di ciascuna raddoppia la forza e il vigore,

mentre trascende ed esalta la loro funzione.

L’amore fa dono a chi ama di un occhio sì acuto

che un occhio d’aquila n’è abbacinato, se prova a fissarlo.

[…] E quando è l’Amore a parlare, gli Dei gli rispondono in coro,

e tutto il cielo s’inebria a cotanta armonia.

Nessun poeta osa mai metter mano alla penna,

senza aver prima stemperato l’inchiostro in lacrime d’amore.

Solo così conquista il poeta le orecchie dei barbari,

solo così riesce a ammansire un crudele tiranno.

Questa teoria io l’attingo dagli occhi delle donne:

son essi a custodire, da sempre, il fuoco di Prometeo.

Son essi i libri, le arti, le scienze di un’accademia

che spiega, comprende e alimenta ogni umana realtà.

Senza di essi, nessuno avrà mai creato qualcosa di eterno.

William Shakespeare, Pene d’amor perdute, IV, 1 (IV, 3) vv. 323-333, 343-353, Mondadori, 1993, pagg. 133-135