Un grande amore, il tempo e la giovinezza. Due scomparse misteriose.

È con piacere  che vi propongo, a puntate, un mio racconto  a cui tengo davvero particolarmente. È tratto dal mio testo Storia della magia. Grandi castelli, grandi maghi, grandi roghi, edito dalla Bompiani.

 

UN GRANDE AMORE, IL TEMPO E LA GIOVINEZZA.

DUE SCOMPARSE MISTERIOSE

(Parte I)

 

 

«Ancora quattro ore, l’alba a maggio arriva presto.»

La ragazza ha il suo viso tondo oscurato da un pensiero cupo. Sembra impossibile che un tormento si possa aggirare in lei, che pare ridere in tutto il suo essere.

Quante volte lui le ha detto: «Come sei solare»? Tante.

E il timbro della sua voce virile che le risuona dentro. Una nostalgia insopprimibile l’avviluppa. Le si incunea nel seno allegro, tenero e voluttuoso. «Un giardino delle delizie.» Ancora le parole di lui. Un altro ricordo. Incredibile.

È afferrata da uno struggente senso di mancanza e il suo uomo è lì con lei. Ma mancano ancora quattro ore. E il rivale è tanto più giovane, forte ed esperto di fioretto. Lo dicono tutti. Ha ucciso ventitré uomini in duelli all’ultimo sangue. Se almeno l’alba non arrivasse mai. Poter fermare il sole. Non lo ha forse fatto già una dea? Almeno così crede di ricordare.

Ecco, se si mettesse a pregare forse otterrebbe il miracolo. Congiunge le mani e si allontana dalla finestra dove il suo cavaliere è appoggiato per guardare distrattamente un cupo Canal Grande. Scuro come mai in primavera. Torbido come la morte.

I pensieri tenebrosi continuano a impazzare nella gentile testolina della giovane. Si rifugia nella penombra e supplica silente tutti i santi, Madonna e Trinità.

Tre ore e mezzo e tutto sarà concluso. Non può rassegnarsi a vederlo morire. Le pare di scorgere la spada di quell’orribile marchese Veniero, certamente indegno figlio di una casata illustre, spezzare il torace del suo amato. Ecco il ferro farsi largo tra le costole, striare la carne, aspirare crudele al battito del cuore, raggiungerlo in un soffio e scardinare il tessuto della vita.

Rapirlo cosi a lei? Troppo ingiusto. Quanto ha atteso? Tutta la sua brevissima esistenza. Non molti anni, d’accordo, ma ugualmente per lei è tutto il tempo che ha avuto. Come l’inizio del mondo per Dio stesso.

«Sì, mio Signore,» supplica adesso in un bisbiglio, «non consentire questo omicidio. Perché si tratta proprio di un delitto. Che speranze pub avere il mio diletto? Certo, è un uomo vigoroso, ma ha anche quarantacinque anni.»

Per la verità non sa perfettamente la sua età. Crede che più o meno tanto debba aver vissuto. È grande, ma anche tanto affascinante. Non è solo lei a dirlo. Tutte le sue amiche.

Anche Monique, la sua sorellina, è incantata. «Mi rassicura,» dice sempre. «Non mi sento più sola, E poi sento che mi vuole bene.»

È vero, ha una capacità di tenerezza sconfinata. Incredi­bile a dirsi per un uomo che ha tanto vissuto e ha conosciuto immensi Paesi. Non c’è luogo che non abbia visitato e discorre di contrade lontane come neppure un navigatore sa fare. Per non parlare dei libri. Ha una biblioteca nella testa. Ma quanto deve aver letto? Come ha fatto a conoscere tante cose?

«Quante vite ti ci sono volute?» Così lei gli dice sempre quando parlano di filosofia o di storia. È attenta, ascolta per imparare. È andata a scuola, non è una semplice nobile ignorante. Suo padre nel Palazzo Stati di Roma, dove ha vissu­to per quindici anni, le ha dato più di un precettore. È istruita. Ma di fronte al suo uomo si sente meno che una servetta. E ascolta. Anche ora le sovviene la sua voce. Ecco, ancora un ricordo. Eppure lui e lì, in controluce, al chiarore della luna. Ma è come se non ci fosse già più. Quanto mancherà? Tre ore e non più.

«Dio, Dio, compi il miracolo. È la tua piccola Donata Stati che te lo chiede. È vero, sono una peccatrice. Ho fatto tante volte l’amore. Ma sempre con chi ho amato. Mai per speculazione, come fanno le dame qui a Venezia o anche a Roma. Dicono poi che questo sia il secolo della libertà dei sensi, per reagire al Seicento bigotto e crudele. Così si chiacchiera ovunque. Quindi io che potevo fare? Mi sono adeguata. Certo, con gusto. Sì, mi piace tanto stare con un uomo. Ma, lo ripeto, sempre per amore. Poi, da quando ho incontrato il conte, non sono stata che con lui. Lui. Ho capito davvero cosa sia l’abbandono, la dolcezza, le carezze con sentimento che moltiplicano la gioia di essere nella totalità di un altro. Ho dimenticato tutto di me. A cosa mi possono servire i ricordi di tempi vissuti senza di lui? Sono polvere, scorrono tra i grani della memoria e non lasciano traccia, perché lui, il mio amore, ha diviso il mio tempo dando un senso alla vita. No, mio Signore, non privarmi della vita. E se proprio hai necessità di un sacrificio, eccomi. Ma salvalo.» Così Donata prega.