Nell’Interiorità di Anima – “Corazza”…

Corazza

Non osiamo arrenderci alla divina follia dell’amore, perché il nostro Io si sente troppo insicuro all’idea di perdere il controllo. Questo controllo, la nostra preventiva difesa da possibili ferite, si ottiene tendendo i muscoli, specialmente i muscoli del petto vicino al cuore. Tale “corazza”, come l’ha chiamata Reich, ci estrania dal mondo e limita la profondità delle nostre interazioni.

Alexander Lowen, Amore, sesso e cuore, Astrolabio-Ubaldini, 1989, pagg. 33-34

Corpo caldo

Ogni cosa attorno a noi si scompone, si sfalda, e il corpo caldo sotto il velluto caldo mi vuole, mi reclama, è uno strazio.

Henry Miller, Tropico del Cancro, Mondadori, 1996, pag. 24

Corpo sognante

Io non la toccavo, neanche la sfioravo, eppure il mio sangue e la mia anima si compenetravano in lei, come se la tenessi stretta tra le braccia. Un vento leggero accarezzava il suo corpo sognante. Il Tempo e la Morte sembravano ignorare lei dormiente, mentre da un angolo remoto della mia intimità, essi mi gridavano maligni che tutto sarebbe finito. Poi, nella luce incerta del primo mattino, Marianne si svegliò, sospirando mormorò il mio nome.

Michele Lauria, L’amante assente, Fazi, 2001, pag. 95

Credimi…

Credimi non si deve / affrettare il piacere d’amore / ma stimolarlo a poco a poco con gli indugi.

Ovidio, L’arte amatoria, Orsa Maggiore Editrice, 1996, pag. 136

Una Risposta

  1. Amarsi d’aprile

    Vuotami, finché, di luce respinto,
    il tuo tepore accolto s’infonde,
    finto il rifiuto inibitore,
    tenue come tuono,
    tiepido ibrido di spoglie ed aneliti,
    inalando pollini infranti da correnti timbriche,
    mentr’ immemori coppe d’orgoglio e di zelo
    si affrancano in un mare,
    incespicante papavero,
    e gli arbusti alti ci snodano
    i fardelli trapassati
    entro ovili o forse
    covi di serpenti, che, gemendo fra i terreni,
    scrollano i ventosi petali, adagiati al “non oltre”.
    Non oltre sarà quest’immersione, un primaverile
    sorteggio, quando i sogni forse barano nel
    vestito della sera, giacché
    fremono i dadi
    su uno stuolo d’eterno
    macchiato a compresenza.

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