Libro consigliato: “La bugia dell’alchimista”, il segreto della Porta Magica del Marchese Palombara

Naturalmente, un manoscritto.
Non si può fare a meno, leggendo La bugia dell’alchimista (La lepre edizioni, 2014), di riandare ad illustri precedenti, in primis, per citare i più famosi, I Promessi Sposi e Il Nome della Rosa. È la solita prassi: grazie ad un escamotage letterario ampiamente frequentato, ancora una volta un rinvenimento di antiche carte serve a creare storie, raccontate volgendosi a pari grado a fatti realmente accaduti e all’invenzione letteraria.
Nel caso di questo romanzo, viene fortunosamente rinvenuto un diario, scritto da una donna sconosciuta alla storia, tale Lisbetta Vincioli, nello stesso giorno della morte di Massimiliano Palombara, il 16 luglio 1685. Molto del conseguente intreccio è imperniato sulla puntigliosa caccia della protagonista Cristina alla ricerca dell’identità di Lisbetta.
Per gli amanti di vicende storiche, Massimiliano Palombara è stato un tipico uomo del Seicento, un nobile inquieto come il suo tempo, desideroso di mantenere la sua posizione ma soprattutto teso alla ricerca di quella sapienza occulta, ossessione di ogni uomo di cultura del tempo. Il Palombara ha pubblicato due opere, entrambi con lo stesso titolo, La Bugia, trattatelli di argomento alchemico.
E qui inizia il gioco di allusioni e depistaggi: di quale “bugia” si tratta? Di quella che si intende con una menzogna, oppure dell’oggetto che serve come porta candela, talvolta usato dagli alchimisti ed effettivamente raffigurato sulla copertina dell’opera di Palombara? Siamo nel dominio dell’Alchimia, dell’Opera al Nero, e quindi in un mondo di chiaroscuri dove nulla di ciò che sembra, o viene detto, è vero. Ma neppure falso.
La protagonista del romanzo, Cristina, è una studiosa di codici secenteschi. Un bel giorno trova nell’archivio di Palazzo Massimo, a Roma, il manoscritto firmato da Lisbetta Vincioli, a lei sconosciuta. Leggendo il diario e dipanando gli avvenimenti, avvenuti più di trecento anni prima, vive ella stessa una storia al presente, scoprendo analogie e specchiandosi nel passato.
Ma “cosa è specchio di cosa?” La risposta sarà data ancora dalla conoscenza alchemica: la corrispondenza di ogni componente dell’universo è la chiave dell’intreccio. L’affinità della luce e dell’ombra, dell’alto e del basso, come dice anche il Padre nostro: “Sicut in coelo et in terra”. Ma lo sforzo di Cristina di pervenire alla soluzione dell’enigma del manoscritto si rivelerà innanzitutto un lavoro su di sé.
A tutto questo Massimiliano Palombara ha dedicato la vita, trascorsa nello studio e nella dedizione all’Arte più oscura ma anche più luminosa. Egli era un uomo impegnato politicamente e anche militarmente, per realizzare i suoi sogni, nel crogiolo di un tempo in cui la durezza ha temprato il suo animo – tanto per rimanere nella terminologia alchemica.
Possedeva una villa all’Esquilino, dove fece costruire la cosiddetta Porta Magica – un monumento sito a Piazza Vittorio conosciuto da quasi tutti gli odierni romani –, essa stessa “una bugia” che porta la luce. Sembrano rimandi inspiegabili e senza connessione, ma il geroglifico della Porta Magica è il simbolo di una “bugia” che illumina l’accesso alla porta della conoscenza, per invitarci a portare i nostri passi su una via impervia che, sola, può darci la consapevolezza più alta.
L’archetipo della porta si trova in molte tradizioni ermetiche, basti pensare alle due porte delle anime di Porfirio e dei neoplatonici, che gli uomini oltrepassavano al termine della loro vita, per accedere purificati ai mondi superiori della luna e del sole.
Poi c’è il discorso del matrimonio interiore, ovvero della riunione dei due principi maschile e femminile, espresso a molti livelli del romanzo in maniera simbolica. “Le nozze chimiche” – nome di un manifesto rosacrociano scritto nel Seicento e trasmessosi nei secoli a venire – e la corrispondenza degli animi sono la quintessenza dell’Opera, che con fede e fiducia vuole creare un uomo migliore.
Lisbetta Vincioli è colei che sembra incarnare questo principio. Nel diario ritrovato da Cristina, è scritto che ella si recò dal Palombara come portatrice di una misteriosa custodia, contenente libri magici. Ma molto di più si rivelerà lei stessa compagna e dono per lui, legandosi al nobiluomo romano per il resto della sua vita e trovando così, insieme, il premio dell’opera.
Lisbetta però è anche Lesbio Lintuatici, un tecnico teatrale che ha operato nella compagnia dei Confidenti. Infatti, sotto queste mentite sembianze maschili, si è celata per vivere un’esistenza più libera e per poter accedere allo studio, opportunità precluse a una donna del Seicento. Lisbetta ha quindi riunito nella sua persona le opposizioni uomo-donna, realizzando l’androgino. Ennesimo rimando, ennesimo specchio, che tuttavia la protagonista Cristina decifrerà, scoprendo che ogni uomo deve essere materia, vaso e fuoco per raggiungere la meta vagheggiata.
È sufficiente questo intreccio? No di certo! Nella trama secentesca, contro-storia di quella che vive Cristina nel presente, si introduce un nuovo grande personaggio, la regina Cristina di Svezia, alter ego della protagonista anche nel nome. La regina di Svezia fu un’adepta delle arti occulte al pari di Caterina de’ Medici, regina di Francia, ma siamo nel Seicento, secolo della magia, secolo rosacroce.
La bugia dell’alchimista è scritto con notevoli conoscenze storiche e ricco di citazioni della tradizione alchemica, originalmente interpretati. Una curiosità del romanzo è che sia firmato in maniera spiazzante da Jason D’Argot, un personaggio che, come l’ebreo errante, rivive in tutte le epoche storiche, dal 440 d.C. quando nacque a Smirne fino ai nostri giorni, passando per Medioevo e Rinascimento, tra esperienze rosacruciane e massoniche ed attività letteraria e politica.
Ma il nome dell’autore non è scelto a caso, come nulla lo è in questo romanzo (e nelle arti occulte): Giasone è colui che conquista il vello d’oro, altro modo segreto di definire il premio alchemico, premio sicuramente ottenuto dal Palombara, come si vedrà nel sorprendente finale. Egli, come già D’Argot, può aggirarsi in carne e ossa tra noi dopo secoli di esistenza per indicarci la via che ha già trovato, vivendo così sotto i cieli di tutte le epoche.
Un libro molto interessante che, tuttavia, anche per i più scettici verso certi argomenti, si potrà leggere come appartenente alla migliore tradizione del romanzo storico, come ci spiega anche la curatrice Fiammetta Iovine in una delle presentazioni romane della Bugia. Un libro ben documentato e scritto con una lingua che si fa antica, quasi aulica, nella parte che racconta la storia di Lisbetta; ma sempre con uno stile introspettivo e coinvolgente che ci farà riflettere e che ci suggerirà, forse, cosa sia la vera trasformazione interiore: esercizio della coscienza e riflessione, pratica costante e viaggio periglioso, ma illuminante, dentro di noi.
Naturalmente, un manoscritto.

Mario Sammarone

Venerdì scoprite come me “Cross Roads”

Cross Roads

Il nuovo bestseller di Paul Young
Pubblicato da Verdechiaro Edizioni
Presentato da Gabriele La Porta

Venerdì 13 Gugno 2014 Ore 19.00

CENTRO OLISTICO HARMONIA MUNDI

Via Dei SS. Quattro, 26/a – 00184 ROMA
Tel: 0670478834 – 3493400396 – www.harmonia-mundi.it

Carissimi amici,
venerdì presenterò a Roma, presso il Centro Olistico Harmonia Mundi, di cui vi lascio tutti i riferimenti, “Cross Roads“, il nuovo libro di Paul Young. Vi aspetto numerosi per poter far “respirare” l’elemento numinoso che c’è in noi.

Dopo 7 anni, finalmente anche in Italia il secondo romanzo di W. Paul Young, autore del bestseller “Il Rifugio”. Un libro che parla di scelte, di partecipazione, di relazioni, parla delle conseguenze delle nostre azioni. “Cross Roads” è il luogo dove tutto crolla, tutto viene sfidato, perché possa emergere la possibilità di un cambiamento genuino. Fa ridere e piangere, sorprende e meraviglia: è una testimonianza della ricerca della bellezza e dell’autenticità, e del bisogno che abbiamo di questi valori. Tutti noi siamo chiamati a compiere delle scelte, ad attraversare delle strade, a guardarci negli occhi, ad amarci l’un l’altro. È la storia di un uomo prigioniero della sua stessa creazione.
Anthony Spencer è un uomo egoista, orgoglioso del suo successo come self-made man, seppur raggiunto a costo di scelte dolorose. Un’emorragia cerebrale lo lascia in coma in ospedale. Si “risveglia” in un mondo surreale, che rispecchia la sua vita sulla terra, nel bene e nel male. È qui che, forse per la prima volta nella sua vita, ha incontri genuini con altre persone, che gli danno una speranza di redenzione. Avrà il coraggio di fare la difficile scelta che gli permetterà di risolvere l’ingiustizia commessa prima di cadere in coma?

W. Paul Young (1955) è autore del romanzo “Il Rifugio”, bestseller in tutto il mondo con 18 milioni di copie vendute, nato dal desiderio di esplorare il rapporto dell’uomo con Dio in situazioni di trauma e disperazione. Nato in Canada, è cresciuto tra le tribù indigene con i genitori missionari nella Nuova Guinea Occidentale. Dopo aver sofferto gravi perdite nell’infanzia e nella giovinezza, ha cresciuto 6 figli e vive con la famiglia negli Stati Uniti.

Ingresso Libero. Iscrizione sul sito.

La Lucrezia di Dario Fo – Nel suo ultimo libro “La figlia del Papa” dedicato alla più famosa dei Borgia, nell’ambito della politica del ‘500 (così simile a quella di oggi)

Madame Bovary c’est moi! Questa famosa esclamazione di Gustave Flaubert, davanti al suo romanzo capolavoro, potrebbe valere per molte altre opere. Sicuramente vale per l’ultimo lavoro  di Dario Fo, La figlia del papa (Chiarelettere, 2014) in cui sembra ci sia una forte adesione tra l’autore e il suo personaggioPer l’ennesima volta, si ripercorre la vita di Lucrezia Borgia, tante volte raccontata in modi diversi, come dai romanzieri dell’Ottocento ad esempio, che disegnarono una figura quasi infernale, una manipolatrice di situazioni e di uomini, addirittura esperta di veleni che usava contro i nemici e chiunque ostacolasse i suoi piani, tesi al potere. Questo perché i romanzieri dell’Ottocento volevano screditare il papato, che a quel tempo reputavano corrotto.

Maria Bellonci, invece, con il suo Lucrezia Borgia del 1939 ha riabilitato in pieno questa figura, penetrando nella sua interiorita’ pur appoggiandosi fedelmente alla realta’ storica. Più recentemente, l’editoria commerciale, nonche’ la filmografia, hanno puntato di nuovo su aspetti  erotico-scandalistici con prodotti volti a solleticare il gusto del grande pubblico.Invece Dario Fo e’ sempre Dario Fo, e allora anche Lucrezia un po’ gli somiglia, anche perché la figura di Lucrezia che emerge in questo romanzo è del tutto utopistica, e dove c’e’ utopia c’e’ Dario Fo.Lucrezia si muove nel suo ambiente di luci ed ombre, ma rimane sempre nella sua luminosa alterità, ripudiando ciò che corrompe e contamina l’essere umano, la brama del potere. Lei stessa è una pedina usata dal padre, il papa Alessandro VI, e dal fratello Cesare, il famoso duca Valentino, manipolata per accrescere o conservare la posizione dei due e saziare la loro sete di potere.Eppure Lucrezia riesce a maturare un’aura di saggezza che le permette di allontanarsi, distaccarsi da tutto cio’ che le accade, condannando perfino le sopraffazioni e le violenze per restare nella sua mandorla di innocenza, con una presa di coscienza degna di eroine ben più moderne.Nel corso degli avvenimenti, la figlia del papa sviluppa un pensiero quasi utopistico, spera in una società piu’ giusta, perché il suo animo è stanco di agguati, delitti, tradimenti e vorrebbe pace e giustizia intorno a sé; tutto ciò è affine al pensiero politico e umano di Dario Fo.

 Certamente, questa è una ricostruzione che l’autore ha fatto del personaggio, seguendo un percorso  e portandolo avanti coerentemente, ma per fare questo ha dovuto minimizzare certi fatti o enfatizzarne altri. Quello che emerge è comunque una condanna di quei tempi (e per riflesso di questi) in cui ogni inganno, meschinità o corruzione vale solo se tira l’acqua al proprio mulino.Probabilmente Lucrezia Borgia non è stasta come la descrive Fo, né poteva esserlo del resto, ma ha combattuto con le armi che aveva una donna di quell’epoca: la duttilità per adattarsi alle situazioni, la dolcezza e l’obbedienza per favorirsi le simpatie degli uomini, ma anche una grande intelligenza che ogni storico le riconosce.Le parti migliori del romanzo di Fo sono quelle in cui l’autore, da meraviglioso affabulatore qual è, apre spiragli di comicità per lanciare qualche sberleffo ai potenti del tempo, identici a quelli di oggi, come nell’episodio in cui il papa Alessandro intende cambiare radicalmente il Vaticano, la Curia e tutto il sistema di potere di Roma; ma l’intento si sbriciola ben presto in un niente di fatto per lo spavento che il pontefice prova riflettendo sulle conseguenze che potrebbe provocare.E allora, sembra dirci Dario Fo, nel Cinquecento come oggi, cambia tutto (o si finge di cambiare tutto) ma rimane sempre tutto uguale. Tanto gli uomini, come dice Machiavelli in una sua frase riportata ad inizio libro, sono sempre pronti a farsi infinocchiare dal nuovo venuto che promette miracoli.

Mario Sammarone

Partita di anime

Carissimi, è con piacere che vi suggerisco un altro romanzo dell’amico Giovanni Agnoloni.

Partita di Anime… due racconti a sé stanti, eppure legati da un filo sottile, sullo sfondo di un’Europa ormai priva di Internet. Nel primo, un giornalista indaga sull’omicidio di un assicuratore italiano nel cuore di Amsterdam. Sulle tracce dell’assassino, scoprirà di essere al centro di una partita di anime impegnate a ricucire il tessuto strappato delle proprie vite. Nel secondo seguiamo le peregrinazioni notturne di uno scrittore per le vie di una Firenze segreta, alla ricerca del suo amore perduto. Una lettera ci introduce nell’avvincente spin off di Sentieri di Notte, in attesa degli eventi che animeranno il suo sequel.

Giovanni Agnoloni è nato a Firenze nel 1976 ha pubblicato il romanzo Sentieri di Notte (2012), tradotto in spagnolo (Senderos de noche, 2014), e i saggi Tolkien e Bach. Dalla Terra di Mezzo all’energia dei fiori (2011), Nuova letteratura fantasy (2010) e Letteratura del fantastico. I giardini di Lorien (2004). Curatore e co-autore di Tolkien. La Luce e l’Ombra (2011) e co-traduttore (con Marino Magliani) di Bolano selvaggio (2012), ha tradotto opere di Amir Valle, Peter Straub, Tania Carver e Noble Smith. Scrive sui blog “La Poesia e lo Spirito” e “Postpopuli”.

Titolo: Partita di Anime
Autore: Giovanni Agnoloni
Edito da: Galaad Edizioni
Uscita: 20 Marzo 2014
Pagine: 88 p.

La nostra cara Maria Allo…

Maria Allo, Al Dio dei ritorni

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di Gloria Gaetano

Maria Allo è una delle voci più intense, vitali e addolorate del nostro sistema letterario, ma riesce anche a conservare una magia sottile, pensosa, a volte anche ironica.

“siamo terra ferita di uno stesso paese
unico e molteplice turbine
tra le rovine
decomposta polvere dentro
le parole”.

Tutte le sue pagine, il suo dolersi si compone in versi di musicalità rarefatta, col garbo e il passo lieve di chi sa la misura e ne rispetta l’interno suo farsi . E’ così che sa togliere pesantezza alla sostanza più cruda della vita, addolcendo i tratti della fatica, che pure avverte, e sorvegliando la pena perché non sconfini e si faccia affanno disordinato nelle mani che non saprebbero più governarlo.
“…le tempie del cielo come rogo
su fatti di ogni giorno”.
In questi versi racconta i frammenti misteriosi, le soglie invisibili che non sappiamo schiudere, che ci fanno avvertire la distanza – una certa negata libertà – e che ci costringono a fare i conti con ciò che ci è dato, negli elementi naturali, nelle sinestesie, nei suoni, nel silenzio che rinomina le cose-poco forse, certamente non l’eccesso , la sovrabbondanza che frena l’espansione del lettore che entra in sintonia con la sua sensibilità appassionata eppure controllata.
L’autrice racconta del nostro quotidiano districarsi tra limite e limite, del nostro essere immersi nella natura (dalla sua Sicilia ridondante), fatta anch’essa di epifanie e confini (e i limiti che pone sono i respiri sospesi più belli), un lieve contrappunto musicale che sa essere loquace per l’orecchio.
E riesce a cogliere echi e risonanze col proprio vivere di passi incerti nel tempo in cui sembra di sentire il contrappunto musicale, sovrimpresso nel silenzio di fondo.
E le parole e il mondo sono uguali, curate, levigate, dure alla ricerca della perfezione.
Maria sa trovare nella natura consiglio o coincidenza , che compare nella folata di vento di una serata di autunno, dove l’isola può nascere in ogni minuto dalla sua terra che muore di calura, mentre tutti i segreti tormenti si riducono a pietra porosa e scalfita.
La sua è una ricerca accurata di segni, di schiarite al turbamento, di fermi più clementi, nel suo intimo colloquio con il tempo che va si facendo ancora più limpido quando è dedicato a luoghi,persone care e vicine o a dipinti,foto che hanno colto bene squarci di stupore.
Non è poi così strano che la sua poesia mi ricordi molto il canto di un grande soprano.
Nelle voci che emergono dal profondo sè, qualsiasi aurora o durezza della vita si leva sempre come un soffio che sa accarezzare le parole addolorate, che consola con un lirismo naturale, liquido e spontaneo.
La conversazione di Maria con la vita può solo somigliare alle parole che vorrebbero per un po’ quietarla, o venir trasformate in “magie alchemiche leggere, se lo sguardo è felice e in stato di grazia.
In ognuno dei suoi ‘fragmenta’, il timbro è sempre nitido, elegante e concentrato in “grammi puri” di bellezza.
La costruzione e la concentrazione di questo io lirico vuole essere una personale e tenace risposta ai problemi fondamentali del fare poesia nel nostro tempo (la crisi intima dell’autore, del soggetto, della letteratura). Nell’epoca in cui il Soggetto ha perso la sua unità, in cui l’Autore e la Letteratura sono orfani del loro ruolo e dei loro modelli tradizionali, in cui la Forma cede al Magma, Maria sceglie di imprimere alla sua voce un timbro fermo, teso a contenere ogni febbre, ogni smarrimento e ogni delirio nella fortezza di una pace profonda, di una quiete solenne, nella sovrana distanza di uno sguardo siderale e in acuta sintesi di pensiero e intuizione profonda.

http://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2014/03/08/76683/

 

La Mitologia Indù e il suo Messaggio

Le edizioni Mediterranee ripropongono un’opera di Jean Herbert (1896-1980) studioso che, a partire dagli anni trenta del secolo scorso, si è interessato e ha divulgato in Occidente lo studio del Buddhismo e delle religioni orientali. In Occidente, da Schopenauer in poi, si è conosciuto anche troppo questo fenomeno di interesse di massa per queste religioni, spesso banalizzandole, come ad esempio nel messaggio del tantra vedantico; leggere un libro di questo genere, che possiamo quasi definire classico, è come attingere ad una fonte di seria e sicura preparazione culturale.

Già il titolo, La Mitologia Indù e il suo Messaggio (pag. 131, euro 12.50), ci indica l’approccio dell’autore: descrivere e prospettarci i complessi miti dell’India, dis-velando e dipanando il messaggio che recano. Il volume raccoglie una serie di conferenze tenute da Herbert a Ginevra nel 1949, pubblicato per la prima volta nel ‘53. L’intenzione è indicare, dietro la grande messe di erudizione raccolta da grandi studiosi di Orientalismo, tra cui sir James Woodroffe, la via dell’Induismo, inteso non come evasione, fuga dal qui e ora, ma come metodo per accostarsi e risolvere i problemi fondamentali delle nostre vite.

La vita moderna dell’era della tecnica ci dà insoddisfazione e delusione per ciò che possediamo, da qui il bisogno di una ricerca di qualcosa che ignoriamo ma che desideriamo, lo spasimo a dissetarci alla sorgente stessa della spiritualità. Inizialmente, l’Induismo viene studiato più come una pratica speculativo-filosofica, non come una vera e propria mistica, al tempo quasi un tabù per noi occidentali presi dallo storicismo e dall’idealismo post-hegeliano. Certo, possiamo negare la mistica, ma i mistici esistono, tanto più che in India non c’è alcuna opposizione tra religione-mistica e scienza-filosofia; ogni aspetto di esse è ugualmente rigoroso nella sua applicazione, quanto la scienza ingegneristica o medica. In India la mitologia è viva, ed offre elementi di realtà pratica oltre che strettamente religioso-spirituale.

La mitologia induista costituisce da millenni la base morale e spirituale di una vasta moltitudine di uomini, che attinge da essa in maniera sempre uguale, esulando da ogni considerazione di tipo evoluzionistico che studiosi occidentali potrebbero avanzare. Perché evoluzione, così come noi la intendiamo, non c’è, né si può cercare nel significato autentico dei Veda, in cui si disvela un altro tipo di evoluzione, del tempo ciclico, l’avvicendarsi delle età con le varie fasi del mondo (Yuga), che si ripetono eternamente.

Herbert prende, ad esempio, il mito solare di Sharanyu, la sposa del sole, e ce lo narra nelle sue molteplici declinazioni, con aggiunte e variazioni che offrono un quadro poetico della realtà cosmica. Il Sole, inteso come illuminazione divina del mondo e dell’anima umana, sposa Sharanyu, personificazione della creazione e della manifestazione delle forme, ma essa, incapace di sopportare l’eccessivo ardore dell’astro diurno, si fa sostituire da Chhaya, l’ombra, anche se alla fine si riunisce al suo sposo che ha accettato di attenuare il suo fulgore. Questo mito, come altri, ha un valore educativo e di esempio quanto possono averlo le storie di Plutarco o Porfirio, e non è detto che non abbiano alcun valore di storicità.

Ognuno deve cercare per sé, trovare il suo Dio. Gli dei vedantici sono manifestazioni definite dell’Indefinibile: da Brahman (l’assoluto), attraverso la creazione, discende il mondo e il mito di Sharanyu lo descrive, allo stesso modo di altri racconti.

Un mito affascinante è quello che narra come il mondo sia poggiato su quattro elefanti che simboleggiano la forza fisica apparente, a loro volta poggianti su quattro tartarughe, la forza fisica segreta, simboleggiata dal fatto che si ritirano nel loro guscio; ancora più nel profondo, le tartarughe poggiano su Brahman, l’Ineffabile.

Quanto si può meditare su questo mito, e quanto ci spiega, ben più di ogni teoria cosmologica, in quanto parla alla nostra intuizione. Ci dice come si è passati dall’Indifferenziato alle molteplici forme del mondo, in un movimento che va dall’indeterminato ad una crescente formalizzazione. Ogni mito poi, come petali di un fiore di loto, si aggiunge ad altri, in modo da comporre, pur nella loro apparente contradditorietà, una spiegazione complementare della creazione. Quale teoria del Big Bang o simile ci può dare conto del mistero dell’origine, quanto e più di questi meravigliosi miti?

Il movimento incessante del rapporto tra gli elementi della Trimurti, cioè le tre divinità inscindibili tra loro, ci riporta, oltre alla Trinità cattolica, al pensiero filosofico della dialettica hegeliana, con tesi-antitesi-sintesi. In effetti si può dire che il pensiero sia stato già tutto pensato nell’Induismo. Anche le recenti scoperte fisiche, con la intima identità tra materia ed energia, descritta nella teoria relativistica, sono nient’altro che la scoperta di ciò che già era noto alla speculazione indiana, millenni fa, con mondo-uomini-dei senza personalità distinte, in quel gioco delle forme che è proprio della religione induista.

Per un occidentale, con una mente formata dal pensiero razionale di stampo cartesiano, è estremamente difficile penetrare nella natura delle divinità Indù. C’è un’identità profonda tra esse, come se ognuna fosse una manifestazione dello stesso principio, con un nome diverso; ma il devoto non cerca spiegazioni, è solo consapevole che sia così, che ciascun dio è sempre il Dio unico Ishwara, ma che per necessità di culto, e di pratica religiosa, deve ricorrere alle diverse caratterizzazioni, necessarie per ciascun frangente. È come se la divinità fosse inattingibile nella sua totalità, e l’uomo le si possa accostare solo a piccoli sorsi, per non inebriarsi troppo di una relazione così impari.

Dove si situa l’uomo tra tutti questi dei? È anch’egli partecipe alla divinità, poiché non c’è gerarchia, anche se il vero sapiente non anela ad essere Indra, il dio mitico solare. Non ci sono classificazioni, ossessione dell’occidente. La creazione è ancora in atto, con l’uomo che collabora con il Creatore per realizzarla: prima è apparso il piano materiale, in cui si è poi inserita la vita; poi dalla vita si è manifestato il mentale; infine è preconizzato l’avvento di un ultimo piano, il sovra-mentale. Per noi uomini del XXI sec., non si può fare a meno di volgere il pensiero alla Rete, che oggi tutti ci avvolge.

In effetti, dal 1953, anno di pubblicazione di questa opera, ne è passata di acqua sotto i ponti. La nostra attuale società di consumo è ben più adatta alla spiritualità orientale di quanto lo fosse la società più antica degli anni di Herbert, quasi per una legge di contrappasso. Merito dello studioso è comunque di essere stato un pioniere, ed un maestro, in questo campo. L’insegnamento è sottile: tutto, dei, uomini e mondi sono incessantemente in movimento, impegnati nell’eterna danza di Lila, in qualcosa che per la mentalità occidentale, immersa nel suo schema descrittivo, classificatorio e razionalistico, è inconcepibile. Ma la crisi dell’occidente è così avanzata che, se appunto non uscirà da questo schema, rischierà di essere travolto. E l’Oriente è lì, con il suo messaggio, che ci offre delle opportunità; sta a noi cambiare la nostra visione del mondo per accoglierle e, forse, salvarci.

Mario Sammarone

L’attentato di Clara Martinelli

556759_545250772191425_1139790180_nE’ con timidezza e con orgoglio che vi suggerisco il libro d’esordio di Clara Martinelli. Con timidezza e orgoglio perché è la moglie di mio figlio e la madre di mia nipote. E’ una persona di famiglia, non per “acquisizione” ma per l’amore che ci lega e “muove”, insieme. Il libro, soprattutto, l’ho trovato un lavoro molto interessante e mi auguro che sia solamente il primo di tanti altri…
Gabriele

L’ATTENTATO
E’ una mattina di luglio. In una metropoli, dieci persone si preparano per andare a lavorare o per iniziare una nuova giornata. Nove di loro abitano nello stesso palazzo: Ester, Roger e Paul al terzo piano; Hugh, Rose e Jack al secondo; Robert, Scarlett e Jesse al primo. In uno stabile di fronte vive Kate, che ha la mania di osservare le vite degli altri. Ognuno custodisce dentro di sé un segreto o una questione lasciata in sospeso. Tutti saranno coinvolti in un attentato sotto la metropolitana

QUESTO IL LINK…

http://ilmiolibro.kataweb.it/schedalibro.asp?id=1017723

 

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