Partita di anime

Carissimi, è con piacere che vi suggerisco un altro romanzo dell’amico Giovanni Agnoloni.

Partita di Anime… due racconti a sé stanti, eppure legati da un filo sottile, sullo sfondo di un’Europa ormai priva di Internet. Nel primo, un giornalista indaga sull’omicidio di un assicuratore italiano nel cuore di Amsterdam. Sulle tracce dell’assassino, scoprirà di essere al centro di una partita di anime impegnate a ricucire il tessuto strappato delle proprie vite. Nel secondo seguiamo le peregrinazioni notturne di uno scrittore per le vie di una Firenze segreta, alla ricerca del suo amore perduto. Una lettera ci introduce nell’avvincente spin off di Sentieri di Notte, in attesa degli eventi che animeranno il suo sequel.

Giovanni Agnoloni è nato a Firenze nel 1976 ha pubblicato il romanzo Sentieri di Notte (2012), tradotto in spagnolo (Senderos de noche, 2014), e i saggi Tolkien e Bach. Dalla Terra di Mezzo all’energia dei fiori (2011), Nuova letteratura fantasy (2010) e Letteratura del fantastico. I giardini di Lorien (2004). Curatore e co-autore di Tolkien. La Luce e l’Ombra (2011) e co-traduttore (con Marino Magliani) di Bolano selvaggio (2012), ha tradotto opere di Amir Valle, Peter Straub, Tania Carver e Noble Smith. Scrive sui blog “La Poesia e lo Spirito” e “Postpopuli”.

Titolo: Partita di Anime
Autore: Giovanni Agnoloni
Edito da: Galaad Edizioni
Uscita: 20 Marzo 2014
Pagine: 88 p.

La nostra cara Maria Allo…

Maria Allo, Al Dio dei ritorni

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di Gloria Gaetano

Maria Allo è una delle voci più intense, vitali e addolorate del nostro sistema letterario, ma riesce anche a conservare una magia sottile, pensosa, a volte anche ironica.

“siamo terra ferita di uno stesso paese
unico e molteplice turbine
tra le rovine
decomposta polvere dentro
le parole”.

Tutte le sue pagine, il suo dolersi si compone in versi di musicalità rarefatta, col garbo e il passo lieve di chi sa la misura e ne rispetta l’interno suo farsi . E’ così che sa togliere pesantezza alla sostanza più cruda della vita, addolcendo i tratti della fatica, che pure avverte, e sorvegliando la pena perché non sconfini e si faccia affanno disordinato nelle mani che non saprebbero più governarlo.
“…le tempie del cielo come rogo
su fatti di ogni giorno”.
In questi versi racconta i frammenti misteriosi, le soglie invisibili che non sappiamo schiudere, che ci fanno avvertire la distanza – una certa negata libertà – e che ci costringono a fare i conti con ciò che ci è dato, negli elementi naturali, nelle sinestesie, nei suoni, nel silenzio che rinomina le cose-poco forse, certamente non l’eccesso , la sovrabbondanza che frena l’espansione del lettore che entra in sintonia con la sua sensibilità appassionata eppure controllata.
L’autrice racconta del nostro quotidiano districarsi tra limite e limite, del nostro essere immersi nella natura (dalla sua Sicilia ridondante), fatta anch’essa di epifanie e confini (e i limiti che pone sono i respiri sospesi più belli), un lieve contrappunto musicale che sa essere loquace per l’orecchio.
E riesce a cogliere echi e risonanze col proprio vivere di passi incerti nel tempo in cui sembra di sentire il contrappunto musicale, sovrimpresso nel silenzio di fondo.
E le parole e il mondo sono uguali, curate, levigate, dure alla ricerca della perfezione.
Maria sa trovare nella natura consiglio o coincidenza , che compare nella folata di vento di una serata di autunno, dove l’isola può nascere in ogni minuto dalla sua terra che muore di calura, mentre tutti i segreti tormenti si riducono a pietra porosa e scalfita.
La sua è una ricerca accurata di segni, di schiarite al turbamento, di fermi più clementi, nel suo intimo colloquio con il tempo che va si facendo ancora più limpido quando è dedicato a luoghi,persone care e vicine o a dipinti,foto che hanno colto bene squarci di stupore.
Non è poi così strano che la sua poesia mi ricordi molto il canto di un grande soprano.
Nelle voci che emergono dal profondo sè, qualsiasi aurora o durezza della vita si leva sempre come un soffio che sa accarezzare le parole addolorate, che consola con un lirismo naturale, liquido e spontaneo.
La conversazione di Maria con la vita può solo somigliare alle parole che vorrebbero per un po’ quietarla, o venir trasformate in “magie alchemiche leggere, se lo sguardo è felice e in stato di grazia.
In ognuno dei suoi ‘fragmenta’, il timbro è sempre nitido, elegante e concentrato in “grammi puri” di bellezza.
La costruzione e la concentrazione di questo io lirico vuole essere una personale e tenace risposta ai problemi fondamentali del fare poesia nel nostro tempo (la crisi intima dell’autore, del soggetto, della letteratura). Nell’epoca in cui il Soggetto ha perso la sua unità, in cui l’Autore e la Letteratura sono orfani del loro ruolo e dei loro modelli tradizionali, in cui la Forma cede al Magma, Maria sceglie di imprimere alla sua voce un timbro fermo, teso a contenere ogni febbre, ogni smarrimento e ogni delirio nella fortezza di una pace profonda, di una quiete solenne, nella sovrana distanza di uno sguardo siderale e in acuta sintesi di pensiero e intuizione profonda.

http://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2014/03/08/76683/

 

La Mitologia Indù e il suo Messaggio

Le edizioni Mediterranee ripropongono un’opera di Jean Herbert (1896-1980) studioso che, a partire dagli anni trenta del secolo scorso, si è interessato e ha divulgato in Occidente lo studio del Buddhismo e delle religioni orientali. In Occidente, da Schopenauer in poi, si è conosciuto anche troppo questo fenomeno di interesse di massa per queste religioni, spesso banalizzandole, come ad esempio nel messaggio del tantra vedantico; leggere un libro di questo genere, che possiamo quasi definire classico, è come attingere ad una fonte di seria e sicura preparazione culturale.

Già il titolo, La Mitologia Indù e il suo Messaggio (pag. 131, euro 12.50), ci indica l’approccio dell’autore: descrivere e prospettarci i complessi miti dell’India, dis-velando e dipanando il messaggio che recano. Il volume raccoglie una serie di conferenze tenute da Herbert a Ginevra nel 1949, pubblicato per la prima volta nel ‘53. L’intenzione è indicare, dietro la grande messe di erudizione raccolta da grandi studiosi di Orientalismo, tra cui sir James Woodroffe, la via dell’Induismo, inteso non come evasione, fuga dal qui e ora, ma come metodo per accostarsi e risolvere i problemi fondamentali delle nostre vite.

La vita moderna dell’era della tecnica ci dà insoddisfazione e delusione per ciò che possediamo, da qui il bisogno di una ricerca di qualcosa che ignoriamo ma che desideriamo, lo spasimo a dissetarci alla sorgente stessa della spiritualità. Inizialmente, l’Induismo viene studiato più come una pratica speculativo-filosofica, non come una vera e propria mistica, al tempo quasi un tabù per noi occidentali presi dallo storicismo e dall’idealismo post-hegeliano. Certo, possiamo negare la mistica, ma i mistici esistono, tanto più che in India non c’è alcuna opposizione tra religione-mistica e scienza-filosofia; ogni aspetto di esse è ugualmente rigoroso nella sua applicazione, quanto la scienza ingegneristica o medica. In India la mitologia è viva, ed offre elementi di realtà pratica oltre che strettamente religioso-spirituale.

La mitologia induista costituisce da millenni la base morale e spirituale di una vasta moltitudine di uomini, che attinge da essa in maniera sempre uguale, esulando da ogni considerazione di tipo evoluzionistico che studiosi occidentali potrebbero avanzare. Perché evoluzione, così come noi la intendiamo, non c’è, né si può cercare nel significato autentico dei Veda, in cui si disvela un altro tipo di evoluzione, del tempo ciclico, l’avvicendarsi delle età con le varie fasi del mondo (Yuga), che si ripetono eternamente.

Herbert prende, ad esempio, il mito solare di Sharanyu, la sposa del sole, e ce lo narra nelle sue molteplici declinazioni, con aggiunte e variazioni che offrono un quadro poetico della realtà cosmica. Il Sole, inteso come illuminazione divina del mondo e dell’anima umana, sposa Sharanyu, personificazione della creazione e della manifestazione delle forme, ma essa, incapace di sopportare l’eccessivo ardore dell’astro diurno, si fa sostituire da Chhaya, l’ombra, anche se alla fine si riunisce al suo sposo che ha accettato di attenuare il suo fulgore. Questo mito, come altri, ha un valore educativo e di esempio quanto possono averlo le storie di Plutarco o Porfirio, e non è detto che non abbiano alcun valore di storicità.

Ognuno deve cercare per sé, trovare il suo Dio. Gli dei vedantici sono manifestazioni definite dell’Indefinibile: da Brahman (l’assoluto), attraverso la creazione, discende il mondo e il mito di Sharanyu lo descrive, allo stesso modo di altri racconti.

Un mito affascinante è quello che narra come il mondo sia poggiato su quattro elefanti che simboleggiano la forza fisica apparente, a loro volta poggianti su quattro tartarughe, la forza fisica segreta, simboleggiata dal fatto che si ritirano nel loro guscio; ancora più nel profondo, le tartarughe poggiano su Brahman, l’Ineffabile.

Quanto si può meditare su questo mito, e quanto ci spiega, ben più di ogni teoria cosmologica, in quanto parla alla nostra intuizione. Ci dice come si è passati dall’Indifferenziato alle molteplici forme del mondo, in un movimento che va dall’indeterminato ad una crescente formalizzazione. Ogni mito poi, come petali di un fiore di loto, si aggiunge ad altri, in modo da comporre, pur nella loro apparente contradditorietà, una spiegazione complementare della creazione. Quale teoria del Big Bang o simile ci può dare conto del mistero dell’origine, quanto e più di questi meravigliosi miti?

Il movimento incessante del rapporto tra gli elementi della Trimurti, cioè le tre divinità inscindibili tra loro, ci riporta, oltre alla Trinità cattolica, al pensiero filosofico della dialettica hegeliana, con tesi-antitesi-sintesi. In effetti si può dire che il pensiero sia stato già tutto pensato nell’Induismo. Anche le recenti scoperte fisiche, con la intima identità tra materia ed energia, descritta nella teoria relativistica, sono nient’altro che la scoperta di ciò che già era noto alla speculazione indiana, millenni fa, con mondo-uomini-dei senza personalità distinte, in quel gioco delle forme che è proprio della religione induista.

Per un occidentale, con una mente formata dal pensiero razionale di stampo cartesiano, è estremamente difficile penetrare nella natura delle divinità Indù. C’è un’identità profonda tra esse, come se ognuna fosse una manifestazione dello stesso principio, con un nome diverso; ma il devoto non cerca spiegazioni, è solo consapevole che sia così, che ciascun dio è sempre il Dio unico Ishwara, ma che per necessità di culto, e di pratica religiosa, deve ricorrere alle diverse caratterizzazioni, necessarie per ciascun frangente. È come se la divinità fosse inattingibile nella sua totalità, e l’uomo le si possa accostare solo a piccoli sorsi, per non inebriarsi troppo di una relazione così impari.

Dove si situa l’uomo tra tutti questi dei? È anch’egli partecipe alla divinità, poiché non c’è gerarchia, anche se il vero sapiente non anela ad essere Indra, il dio mitico solare. Non ci sono classificazioni, ossessione dell’occidente. La creazione è ancora in atto, con l’uomo che collabora con il Creatore per realizzarla: prima è apparso il piano materiale, in cui si è poi inserita la vita; poi dalla vita si è manifestato il mentale; infine è preconizzato l’avvento di un ultimo piano, il sovra-mentale. Per noi uomini del XXI sec., non si può fare a meno di volgere il pensiero alla Rete, che oggi tutti ci avvolge.

In effetti, dal 1953, anno di pubblicazione di questa opera, ne è passata di acqua sotto i ponti. La nostra attuale società di consumo è ben più adatta alla spiritualità orientale di quanto lo fosse la società più antica degli anni di Herbert, quasi per una legge di contrappasso. Merito dello studioso è comunque di essere stato un pioniere, ed un maestro, in questo campo. L’insegnamento è sottile: tutto, dei, uomini e mondi sono incessantemente in movimento, impegnati nell’eterna danza di Lila, in qualcosa che per la mentalità occidentale, immersa nel suo schema descrittivo, classificatorio e razionalistico, è inconcepibile. Ma la crisi dell’occidente è così avanzata che, se appunto non uscirà da questo schema, rischierà di essere travolto. E l’Oriente è lì, con il suo messaggio, che ci offre delle opportunità; sta a noi cambiare la nostra visione del mondo per accoglierle e, forse, salvarci.

Mario Sammarone

L’attentato di Clara Martinelli

556759_545250772191425_1139790180_nE’ con timidezza e con orgoglio che vi suggerisco il libro d’esordio di Clara Martinelli. Con timidezza e orgoglio perché è la moglie di mio figlio e la madre di mia nipote. E’ una persona di famiglia, non per “acquisizione” ma per l’amore che ci lega e “muove”, insieme. Il libro, soprattutto, l’ho trovato un lavoro molto interessante e mi auguro che sia solamente il primo di tanti altri…
Gabriele

L’ATTENTATO
E’ una mattina di luglio. In una metropoli, dieci persone si preparano per andare a lavorare o per iniziare una nuova giornata. Nove di loro abitano nello stesso palazzo: Ester, Roger e Paul al terzo piano; Hugh, Rose e Jack al secondo; Robert, Scarlett e Jesse al primo. In uno stabile di fronte vive Kate, che ha la mania di osservare le vite degli altri. Ognuno custodisce dentro di sé un segreto o una questione lasciata in sospeso. Tutti saranno coinvolti in un attentato sotto la metropolitana

QUESTO IL LINK…

http://ilmiolibro.kataweb.it/schedalibro.asp?id=1017723

 

dr. Massimo Lanzaro

http://www.fattitaliani.net/index.php?option=com_k2&view=item&id=1108:ebook-%E2%80%9Cnel-punto-atomico-dove-scompare-il-tempo%E2%80%9D-di-massimo-lanzaro&Itemid=201

(In foto: Dr. Massimo Lanzaro)

“Studiare i miti e le fiabe è un buon modo di studiare l’anatomia comparata dell’inconscio collettivo” da questa osservazione di Carl Gustav Jung parte l’idea di Massimo Lanzaro, medico, psichiatra e psicoterapeuta napoletano classe 1971, di raccogliere nell’ebook “Nel punto atomico dove scompare il tempo” (scaricabile gratuitamente all’indirizzo http://www.editoredimestesso.it/ebook/lanzaro/) le sue riflessioni in merito pubblicate negli ultimi anni su riviste internazionali. “Non esiste cultura, antica o moderna, arcaica o civilizzata, che non possieda i suoi miti e molti si assomigliano: l’intreccio di base ed il significato sostanziale delle storie, restano gli stessi, in maniera trans temporale – spiega Lanzaro -.
Le fiabe, i miti, le narrazioni in generale consentono pertanto di ipotizzare paragoni tra l’ieri e l’oggi degli strati profondi della psicologia collettiva”.

In questi “Scritti di psicologia” (come da sottotitolo dell’eBook) i temi più importanti affrontati sono: la valenza simbolica delle fiabe e dei “miti di oggi”, gli stadi di reazione psicologica alla perdita ed ai momenti di crisi; le costanti naturali presenti nell’arte contemporanea; la decodifica dei relativi messaggi e la potenziale valenza catartica; alcuni effetti psicologici del consumismo e della società dello spettacolo; le patologie mentali viste da un punto di vista poco ortodosso ed originale. La lettura di questo lavoro si consiglia a studenti di psicologia, psicologi ad orientamento analitico, operatori sociali, medici, antropologi, studenti di letteratura e storia dell’arte, ma risulta piacevole anche a chi non ha una formazione specifica. Leggendo ci s’imbatterà nella teoria del Super Ego o nell’esortazione a “fare anima” con leggerezza e profondità al tempo stesso. Lanzaro affronta i temi più complessi tenendo il lettore per mano. Eccone una dimostrazione.

“Riassumo innanzitutto la nota tesi di Hillman espressa nel suo ‘Il mito dell’analisi’: gli ‘Dei’ rimossi (non più esperiti, le cui istanze vitali non sono più riconosciute, verbalizzate ed, entro certi limiti, agite) ritornano come nucleo archetipico di complessi sintomatici – dice Lanzaro -. Prendiamo come esempio la sindrome da attacchi di panico. Questo disturbo (l’etimologia della parola appare un epifenomeno del modo in cui la regione psichica e archetipica di Pan è arrivata fino a noi dall’antica Grecia) è oggi diffuso e diverse evidenze suggeriscono che fattori psicologici possono essere rilevanti, ed in particolare l’incapacità di riconoscere ed identificare i propri stati affettivi e le proprie emozioni, della difficoltà nell’identificare i sentimenti e nel descrivere, esprimere agli altri tali stati d’animo. La body art e l’arte estrema contemporanea nasconde, al di là delle dichiarate valenze di critica di parte dell’istituzione sociale, una sorprendente inversione dei processi di somatizzazione (passivi) descritti, attraverso la produzione attiva d’immagini e l’uso del corpo”.

Poi si può riflettere a partire da un classico. “In sostanza – dice Lanzaro – il fatto che ne ‘Il signore degli anelli’ il tema del potere e del controllo (orwelliano) delle persone sia così prominente e relativamente nuovo rispetto alle narrazioni del passato (remoto), tanto da offuscare più o meno insolitamente gli altri molteplici elementi classici della mitologia (conquista/liberazione di fanciulle, palingenesi dell’eroe etc.). Anche quando questi temi sono sviluppati sono sempre secondari e le storie d’amore, le imprese degli ‘dèi’, dei nani, degli elfi, degli uomini e dei giganti ruotano sempre intorno al tema liberarsi dall’influenza dell’anello, ovvero del potere e del controllo di pochi (o uno) su molti”.

Autore di numerose pubblicazioni scientifiche su riviste nazionali ed internazionali e membro dell’International Association for Jungian Studies, il dottor Lanzaro è stato primario al Royal Free Hospital di Londra e direttore sanitario in Italia ed in Inghilterra. Attualmente collabora con il Centro Raymond Gledhil di Roma e con l’Università del Cile.

In che direzione stanno andando le sue ricerche? “In questo momento – risponde – sto approfondendo le applicazioni della Schema Therapy, un nuovo sistema di psicoterapia che integra elementi di terapia cognitiva comportamentale, della Gestalt, della psicoanalisi, della teoria dell’attaccamento, della psicoterapia costruttivista, della psicoterapia focalizzata sulle emozioni, in un modello esplicativo chiaro ed esaustivo formulato dal Dr. Jeffrey Young. La Schema Therapy è particolarmente utile nel trattamento di ansia e depressione cronica, disturbi dell’alimentazione (anoressia, bulimia, disturbo da alimentazione incontrollata), difficili problemi di coppia, difficoltà di lunga data nel mantenere relazioni sentimentali soddisfacenti e nell’aiutare a prevenire la ricaduta nel disturbo da uso di sostanze. E’ dimostrata, inoltre, la sua efficacia nel trattamento di pazienti con difficoltà complesse e di lungo termine come i Disturbi di Personalità, in particolar modo il Disturbo Borderline di personalità”.

Medico affermato, all’estero è conosciuto anche come fotografo. Ha esposto con successo a Londra ed anche a Lincon, nelle Midlands. La fotografia che valore ha per lei? “E’ il mio modo di produrre immagini. E forse talora di proiettare le immagini che ho dentro. Altre volte soddisfa il mio bisogno di mettermi alla ricerca di un silenzio adeguato: la fotografia ha un suo carico di potenzialità riflessive – risponde -. Per altri aspetti, mi è poi cara la riflessione di Robert Adams che, in sostanza, fa coincidere la bellezza – nella fotografia così come nell’arte in generale – con il parametro della Forma, o, se si vuole, della composizione; Forma, a sua volta, intesa come sinonimo della coerenza e della struttura sottese alla vita (un concetto, a mio avviso, molto vicino a quello di ‘archetipo’). «Perché la forma è bella? – si chiede Adams: – Lo è, perché ci aiuta ad affrontare la nostra paura peggiore, cioè a dire il timore che la vita non sia che caos e che la nostra sofferenza non abbia dunque alcun senso; quell’elemento (la Forma) ha in sé il potere di consolare, rassicurando sull’esistenza di un ordine, per quanto abilmente dissimulato, in ciò che lo circonda»”.

Nel punto atomico dove scompare il tempo

Non esiste cultura, antica o moderna, arcaica o civilizzata, che non possieda i suoi miti. Molti miti si assomigliano, pur appartenendo a popoli vissuti in epoche diverse e in luoghi molto lontani. In alcuni miti dell’America si raccontano storie uguali a quelle di altri miti dell’Asia o dell’Africa o dell’Europa. Cambia il nome dei personaggi, cambia l’ambiente geografico, l’epoca, cambiano altri particolari ma l’intreccio di base e il significato sostanziale delle storie, restano gli stessi. Le fiabe, i miti, le narrazioni in generale consentono pertanto di studiare l’anatomia comparata della psiche collettiva, ovvero di “ipotizzare paragoni tra ieri ed oggi”. Alcune “costanti naturali” sono l’espressione più pura dei processi psichici dell’inconscio di massa e di base rappresentano gli archetipi in forma semplice e concisa, su cui di volta in volta si stratificano o con cui si intersecano elementi e contaminazioni culturali. Ad un livello più ampio alcune narrazioni sono ritenute una compensazione inconscia dei valori dominanti di una determinata società

(Massimo Lanzaro)

Carissimi, senza ulteriori e superflui commenti (tanto sapete già quanto sia ampia la mia stima), vi suggerisco l’ebook del dottor Massimo Lanzaro.
Assolutamente da leggere….

Gabriele

http://www.editoredimestesso.it/Massimo_Lanzaro/Home.html

Da leggere…

Carrismi, giorni fa vi ho parlato del musicista, autore e ricercatore, Alberto Tebaldi. Oggi è uscita una interessante intervista su Il Velino.
Ve la consiglio

Buona lettura
Gabriele

http://www.ilvelino.it/it/article/alberto-tebaldi-mostro-una-strada-alternativa-agli-operatori-musicali/54255fb5-01b9-4f63-a678-c42307f7a0c1/

Alberto Tebaldi: Mostro una strada alternativa agli ‘operatori musicali’
Con “Trattato di Armonia Jazz Alchemica” il musicista è al suo terzo libro

Chi è Alberto Tebaldi? Più uno studioso, più un musicista o più una persona in cerca di sé? “Un noto pianista del panorama Jazz italiano, con il quale ho avuto la fortuna di collaborare nel mio ultimo disco, mi ha definito un ‘Ricercatore’. Probabilmente è la parola che racchiude in sé i tre aspetti messi insieme. Sicuramente sono una persona in cerca di sé; grazie alla stesura del ‘Trattato di Armonia Jazz Alchemica’ posso dire, oggi, di conoscere quella persona un po’ di più”. Così il musicista romano classe 1972 che ha da poco pubblicato il suo terzo libro (Narcissus Self Publishing). L’artista si descrive “lunatico, esigente, autocritico” e mastica le note sin da quando era piccolo, amando suonare ed insegnare a farlo. “Mi sono avvicinato alla musica per caso, grazie a mio padre, artigiano del legno, il quale un giorno restaurò una vecchia chitarra gettata via da chissà chi e me la regalò. Da quel momento non ho mai più abbandonato lo studio di questo strumento – racconta Alberto Tebaldi al Velino -. L’interesse per la didattica è nato parallelamente ai primi approcci alle sei corde. Ho iniziato sin da subito ad ‘auto-insegnarmi’ e ad insegnare cercando di comprendere le potenzialità dello strumento, compilando decine e poi centinaia di fogli che ancora oggi conservo, pieni di speculazioni e teorie, spesso strampalate, qualche volta azzeccate, a volte illuminanti, che sarebbero poi state alla base del materiale delle mie pubblicazioni”. Se gli si chiede cos’è per lui la musica, Alberto risponde: “Uno dei più noti studiosi di esoterismo del 1800, Eliphas Levi, sosteneva che… ‘La Magia è la scienza tradizionale dei segreti della Natura…’. Io penso che la Musica, intesa come ‘vibrazione’, sia tra i principali elementi di cui la Magia dispone per esplorare i segreti della Natura”. “Trattato Di Armonia Jazz Alchemica” è il suo terzo libro. “Il mio primo libro ‘Metodologie di linguaggio musicale p.1’, edito da Sinfonica Jazz, venne pubblicato nel 2001; nel 2007 Nuova Argos pubblicò il mio secondo libro dal titolo ‘Manuale creativo di Chitarra jazz’, dedicato alla figura di John Coltrane e alla visione simbolica dell’armonia jazzistica comparata alla teoria del colore. Il ‘Trattato di Armonia Jazz Alchemica’ è il terzo scritto – spiega -, al momento solo in versione eBook, e rappresenta un ampio approfondimento dei concetti esposti nei primi due”. DA DOVE NASCE L’IDEA DI QUESTO NUOVO LAVORO? “Iniziai a realizzare nuove tavole didattiche già nel 2009 in occasione di un Seminario tenuto, in qualità di docente, presso l’Istituto d’Arte Osvaldo Licini di Ascoli Piceno. L’intento per questo nuovo libro non era rivolto unicamente all’analisi degli equilibri interni che regolano alcune cadenze armoniche; volevo, infatti, capire se e cosa potesse esserci dietro questi equilibri. La lettura di testi di natura alchemica e di Magia, in associazione alla sperimentazione onirica spontanea e indotta, mi ha permesso di poter formulare l’esistenza di una tonalità occulta che condiziona la composizione del musicista suggerendogli linee melodiche e accordali, senza che possa rendersene conto. Al momento – sottolinea Alberto Tebaldi – la ricerca mi ha portato a determinare l’aspetto cromatico di questi suoni occulti, nonché la disposizione degli stessi all’interno della tonalità d’appartenenza. Per quanto riguarda invece la parte tecnica, il ‘Trattato di Armonia Jazz Alchemica’ offre un gran numero di soluzioni armonico-improvvisative, che prendono spunto dalla suddivisione in parti uguali dell’ottava musicale illustrando sovrapposizioni e veri e propri sistemi, certamente già utilizzati in passato da John Coltrane, ma che ancora oggi vengono studiati e rielaborati dai più grandi musicisti di Jazz contemporaneo”. QUALI I PASSAGGI FONDAMENTALI DELLA TEORIA CHE ILLUSTRA? “Non credo d’essere in grado di fornire una ‘teoria’ nei miei libri, piuttosto il mio è l’intento di mostrare una strada alternativa a coloro che io chiamo ‘operatori musicali’; quella strada che io stesso ho intrapreso grazie ad alcuni ‘suggerimenti’ ricevuti sin dagli inizi del mio cammino artistico”. A CHI CONSIGLIA QUESTO LIBRO? SOLO AGLI ADDETTI AI LAVORI? “Lo consiglierei a chi non si è ancora reso conto che dietro alla Realtà conosciuta si nasconde un ‘sopra’ e un ‘sotto’ fatto di numerosi ‘luoghi dimensionali’ il cui accesso è indissolubilmente legato alla sensibilità soggettiva dell’individuo e alla propria ‘capacità onirica’ e percettiva della forma, del suono e del colore, nonché del simbolismo che i tre elementi portano con sé. Questo libro può essere utile a tutti i musicisti e, almeno per ciò che riguarda l’intera prima parte, anche a chi con la musica non ha nulla a che fare, ma che è dedito ad una personale e profonda ricerca interiore”. USA SPESSO PARLARE IN PRIMA PERSONA: LO FA PERCHÉ SI PROPONE AD ESEMPIO PER GLI ALTRI MUSICISTI O PER SOTTOLINEARE IL FATTO CHE QUESTA RICERCA È UN VIAGGIO INTERIORE? “Rispetto ai miei primi due libri ho voluto espormi ancor di più – dice Alberto -, anche a rischio di incorrere in critiche feroci, poiché ho ritenuto molto più importante affrontare aspetti da cui la didattica musicale convenzionale si tiene alla larga, un po’ per mancanza di argomenti, un po’ per paura di affrontarne i risvolti. Un capitolo del libro è dedicato al mio pensiero sulla misteriosa quanto nota legge di Adolfo Gustavo Rol e alla spiegazione che i miei studi mi hanno portato a darne. Il tentativo di scandagliare ciò che l’abbinamento percettivo del colore verde e della quinta musicale comporta a livello psichico e di consapevolezza individuale è un chiaro esempio di come questo libro sia in fondo il ‘racconto’ del mio personale viaggio interiore, che non nasconde la ‘presunzione’ di riuscire ad indurre una forte spinta nel viaggio interiore del lettore il quale, lungo il proprio percorso di crescita personale, si trova ad incrociare i miei scritti”. ATTUALMENTE DOVE INSEGNA? “Da tre anni circa ho uno Studio privato nel centro di Roma che ho chiamato ‘Nono livello di percezione’ (’9th Level of Perception’ per gli appassionati anglofili). Il nome prende spunto dal simbolo complesso delle 9 Dimensioni rappresentate dalla Chiave d’accesso all’Armonia universale descritta nel mio secondo libro. Grazie ad internet, ricevo spesso richieste di studenti e musicisti disseminati per l’Italia che mi chiedono aiuto riguardo le problematiche armoniche e improvvisative. Estratti dei miei libri sono stati utilizzati anche in alcune tesi universitarie”. LEI SUONA MUSICA JAZZ. CON QUALE FORMAZIONE I SUOI PROSSIMI LIVE? QUALE IL CONCERTO CHE STA PREPARANDO ATTUALMENTE? “Successivamente alla pubblicazione del Cd album Cyber Alice (2010 – etichetta discografica Zone di Musica) mi sono dedicato alla raccolta e all’ideazione di nuovo materiale utile alla stesura del ‘Trattato di Armonia Jazz Alchemica’. Nei miei progetti musicali di stampo jazzistico ‘Cyber Alice’ e ‘Phalaen (opsis)’ ho sempre presentato composizioni originali, dove l’utilizzo dell’armonia jazz si fondeva alle esperienze giovanili di stampo rock-progressive. Riguardo i miei prossimi live, non ho fretta… reduce dalle fatiche del libro, attualmente sto lavorando alla ricerca di una formazione stabile i cui requisiti fondamentali dovranno essere necessariamente serietà e umiltà. Mi piace selezionare i miei collaboratori principalmente in base alle doti umane prima ancora che musicali (che, naturalmente, non devono mancare) e questo richiede, necessariamente, tempo. Il concerto che sto preparando prevede la presentazione di alcune composizioni inedite, sulle quali sto lavorando già da molti mesi, dalle armonie alquanto complesse che prendono volutamente spunto dagli studi proposti nel ‘Trattato di Armonia Jazz Alchemica”. QUALE IL SUO LIVE INDIMENTICABILE E CHI È IL MUSICISTA CON CUI ASPIRA A SUONARE? “Il mio live indimenticabile è senz’ombra di dubbio il primo in assoluto, all’età di 17 anni credo, fatto di cover rock, d’imbarazzo, di inconsapevolezza armonica, di totale incoscienza musicale, di fraseggi rubati e mal riproposti, di fuori tempo, di scale pentatoniche legnose, di note sbagliate e di una tecnica a dir poco improbabile… ma con la sensazione che da quel giorno avrei intrapreso un percorso importante che mi avrebbe portato a fare un passo fondamentale verso la conoscenza di me stesso e delle ‘forze’ che mi circondano. Più che aspirare a suonare con un musicista in particolare, il mio sogno è quello di poter un giorno ascoltare le mie composizioni suonate dai grandissimi della musica contemporanea, sedermi al tavolo con una buona birra e godermi lo spettacolo”. PER UN MUSICISTA CONTA PIÙ LA DIDATTICA O LA PROPRIA CAPACITÀ DI TRASMETTERE EMOZIONI? “Non mi sono mai posto il problema di dover trasmettere emozioni; se la propria musica nasce da un lavoro serio e costante è inevitabile che ne trasmetta, siano esse positive o negative. La musica non è sempre piacevole, ciò che fa la differenza è l’onestà del musicista e di ciò che propone. Per quanto riguarda la didattica è per me un processo di crescita personale e al contempo di condivisione irrinunciabile. L’attitudine a pubblicare nei miei libri i traguardi raggiunti è l’inevitabile conseguenza della mia avversione nei riguardi di una ‘certa didattica’, italiana in particolare, fatta di pseudo insegnanti terrorizzati all’idea di essere surclassati dagli stessi allievi, e che spesso si nascondono dietro la bravura tecnica, paragonabile a ginnastica per le dita, capace solo di impressionare uno stolto”. ALTRI PROGETTI IN CANTIERE? “Non escludo l’idea di scrivere un libro sulle tecniche empiriche e spontanee da me utilizzate nella sperimentazione onirica. È un argomento che mi sta molto a cuore e che vorrò affrontare con il massimo rispetto, per cui credo passerà molto tempo prima che questo progetto possa vedere la luce. Più a breve termine ho intenzione di realizzare dei video esplicativi sulle armonie che caratterizzano alcune mie composizioni e, parallelamente, vorrei lavorare ad un nuovo disco, dove valorizzare al meglio la consapevolezza musicale fin qui acquisita. Ma, ad essere sincero, il ‘progetto’ che in assoluto ritengo più importante per la mia ricerca artistica è, senza dubbio, quello di avvicinarmi sempre più al ‘Cancello verde’ (…) e tentare di varcarne la soglia!”.

L’Oltre…

“Dietro al colore e alla forma, elementi fondamentali alla composizione,
si cela spesse volte un significato altamente simbolico; quel significato
profondo che nulla ha a che vedere con la visione puramente estetica
della forma e del colore stessi, giustificato, in prima analisi, semplicemente
con le reazioni associative che il nostro cervello mette in atto al fine
di decodificare e di ‘significare’, collocandolo in un determinato ambito
sensoriale, uno stimolo. Solamente guardando oltre i confini della percezione
si può scorgere ciò che all’Uomo non è dato ‘possedere’
in quanto cadrebbe inesorabilmente il senso della ricerca, quella spinta
al movimento la cui assenza getterebbe l’umanità in uno stato di penosa
solitudine spirituale. Questo trattato proverà, pertanto, ad indagare
‘l’Oltre’, tentando di fornire spunti di riflessione sui meccanismi occulti
che determinano il nostro ‘sentire’ e di cui si è troppo spesso inconsapevoli.
Esiste una Magia dietro ciò che ascoltiamo e la vibrazione
è il mezzo che più in assoluto ‘serve’ al passaggio dimensionale, di conseguenza,
al cammino verso la conoscenza”.

Alberto Tebaldi, Trattato di Armonia Jazz Alchemica

Amnesie creative

“È mia convinzione che sono molti i compositori i quali, al termine dell’atto creativo compositivo, hanno la netta sensazione che la sinfonia o il brano composto in realtà esistesse già da qualche parte e fosse solo in attesa di essere ‘trasferito’. Questa sensazione viene confermata dal fatto che l’artista, il più delle volte, non ha piena coscienza di come e quando la propria creazione sia nata, fino al punto di averne, spesso, una vera e propria amnesia”

Alberto Tebaldi, musicista, autore.

Da Trattato di armonia Armonia Jazz Alchemica

Un libro “magico”, illuminate e che vi consiglio.
Per chi lo volesse, è acquistabile on line

Amore

…”Se esiste una cosa come il vero amore, questo implica che esista anche il falso amore: non appena il sottile rivestimento romantico si consuma, la relazione diventa di piombo. Il piombo, considerato dagli alchimisti un metallo primario, è un simbolo altrettanto antico dell’oro, per simbolizzare un tipo di pesantezza e di mancanza di lucentezza che è contrario all’amore. Un’altra metafora per il falso amore è quella dell’oro degli stolti (la pirite), che sembra oro ma non lo è. Fu creato dagli alchimisti per creare l’ “olio di vetriolo” (l’acido solforico). L’oro degli stolti non è soltanto una forte delusione per i cercatori dell’oro letterale, è anche una sostanza che quando si ossida diventa esplosiva”….
Ginette Paris

La famiglia che uccide

Nel 1973 lo psichiatra americano Morton Schatzman, ha scritto un testo intitolato “Soul Murder” (Omicidio di anima), che, nello stesso anno, in Italia è stato pubblicato da Feltrinelli col titolo “La famiglia che uccide”.

In questo libro Schatzman descrive ed interpreta il caso di Daniel Paul Schreber (1842 – 1911), un famoso giudice tedesco, Presidente della Corte di Appello di Dresda, che fu seguito da Sigmund Freud.

Il giudice Schreber, all’età di 42 anni impazzì, fu curato, migliorò la sua salute, ma, otto anni dopo, ebbe una grave crisi, dalla quale, sembra, non si riprese mai del tutto e non fu più possibile definirlo una persona “normale”.

La pazzia di Schreber fu classificata come “un caso di paranoia e schizofrenia”. La malattia presentava, tra l’altro, una forma di delirio molto complesso, che l’autorità giudiziaria, alla quale Schreber si era rivolto, chiedendo di essere dimesso, descrisse come segue: “Egli ritiene di essere chiamato a redimere il mondo e a restituire ad esso la perduta beatitudine …”.
Riteneva di essere un illuminato, di essere ispirato direttamente da Dio, viveva continuamente “miracoli” e, come spesso accade per le psicosi, al di fuori di queste sue idee, conservava ottime capacità intellettuali e non aveva perduto le sue competenze in campo legale e giuridico. Trascorse tredici anni delle sua vita in ospedali psichiatrici e vi morì. Pubblicò un libro “Memorie di un nevropatico”, nel quale descriveva le sue idee; scrisse di se stesso: “Quando la mia malattia di nervi sembrava pressoché incurabile, raggiunsi la convinzione che un assassinio di anima era stato compiuto su di me da parte di qualcuno”.

Allargando un po’ il punto di osservazione, rileviamo che il fratello maggiore di Daniel Paul Schreber, che si chiamava Daniel Gustav, era anche lui malato di mente, e si suicidò sparandosi all’età di trentotto anni. Si disse allora che soffriva di “melanconia”.

Ci domandiamo quindi in quale famiglia sono cresciuti questi due uomini (uno pazzo, l’altro suicida) e che cosa può essere successo durante la loro infanzia.

Cominciamo a dire che in certe famiglie malate, le condizioni di vita dei bambini sono insopportabili. In queste situazioni tutti i giorni viene calpestata la personalità del bambino, viene represso ogni suo istinto, la mancanza di rispetto diventa la regola. In altri casi ci sono anche violenze e abusi sessuali. Allora può capitare che il bambino, che non può sottrarsi o difendersi dalla situazione in cui vive, si inventi un mondo fantastico e delirante nel quale evadere, e poi perda la strada per vivere la realtà.

Tornando alla famiglia Schreber, arriviamo così al padre, Daniel Gottlieb Moritz Schreber (1808 – 1861), un famoso medico tedesco e uno studioso di pedagogia. Le sue teorie ebbero molto successo in Germania; anche dopo la sua morte furono considerate, per parecchie decine di anni, un valido riferimento per i genitori. Le sue idee oggi, esaminate da Alice Miller, psicoanalista svizzera, sono state definite “Pedagogia Nera”.

Il Dottor Schreber padre scrisse diversi libri sull’educazione dei bambini, partendo dall’idea che la società tedesca di allora fosse “fiacca” e “in decadenza”, e che questo fosse in gran parte causato dalla debolezza e mancanza di disciplina, con le quali venivano allevati i bambini. Elaborò “speciali mezzi educativi” che dovevano portare i bambini ad obbedienza acritica e sottomissione totale ai genitori e agli adulti in genere. Trattò i propri figli come sudditi di un dittatore crudele. Pensava che in questo modo, la società e la “razza tedesca” sarebbero migliorate.

Le idee di base del Dottor Schreber riflettevano, amplificandole come in una caricatura, le ideologie condivise dalla società borghese europea dell’Ottocento. In questo quadro di riferimento, gli uomini adulti hanno il diritto (anche Dio è maschio)di comandare sulle mogli e sui figli; i bambini vanno educati alla disciplina già a partire dal quarto mese di vita; qualsiasi manifestazione di volontà autonoma del bambino deve essere annullata; tutti devono aver fede nel Dio dei cattolici.

Scriveva Schreber padre: “Il cattivo contegno di un bambino diverrà nell’adulto una grave mancanza di carattere che apre la via al vizio e alla bassezza”.
Attraverso i metodi educativi di Schreber si doveva arrivare ad un adulto che fosse capace di autodeterminazione. Il risultato ottenuto su suo figlio fu descritto dal direttore del manicomio che lo aveva in carico: “Il paziente era completamente sotto il potere di opprimenti influenze patologiche”.

L’educazione di Schreber padre doveva portare alla “obbedienza inconscia e incondizionata”, cioè immediata, automatica, senza critiche né osservazioni.
Shatzman l’ha descritta come “persecuzione infantile”.

Lo scopo dell’educazione di Schreber padre era: “Diventare padrone del bambino per sempre”. Fin dai primi mesi di vita, se il bambino faceva qualcosa di “sbagliato” (ad esempio mangiare un dolce) i genitori dovevano “distrarre e sottrarre”, che significa togliere dalla vista del bambino il dolce e farlo distrarre facendogli fare qualcos’altro.

Ogni disobbedienza del bambino andava annotata in una lavagna posta nella sua stanza, dove veniva anche scritta la punizione che, a fine giornata, sarebbe stata impartita.

Il padre doveva parlare “con disprezzo” al bambino che non obbediva e guardarlo con “minaccia e disapprovazione”.

La filosofia di Schreber padre si può riassumere nel proverbio: “Un punto a tempo ne risolve cento”, e cioè interventi educativi precoci, immediati, repressivi. Come lui stesso scrisse: “Tutte le ignobili o immorali emozioni devono essere stroncate al loro primo apparire”.

Ogni gesto del bambino doveva essere controllato e corretto. Schreber padre aveva inventato una serie di strumenti per controllare la posizione assunta dal corpo del bambino. Così il “Reggitesta” era una fascia che si attaccava, da una parte ai capelli del bambino, dall’altra alla cintura impedendo al bambino di abbassare la testa. Il “Raddrizzatore della schiena” era un supporto metallico e spigoloso da collegare al tavolo, in modo che il bambino fosse costretto a stare dritto, per non urtare il metallo del supporto.
I bambini dovevano dormire sempre a pancia in su, per evitare che la pressione del materasso sui genitali potesse eccitarli; così Schreber padre mise a punto una serie di legacci per tenere i bambini fermi a letto. E se i bambini tenevano le spalle basse, ecco il “Raddrizzaspalle” che consisteva in cinghie di cuoio e molle di metallo, legate attorno alle braccia e poi passate dietro la schiena, in modo da provocare dolore se si abbassavano le spalle.

Per evitare “mollezze e tentazioni alla sensualità”, era meglio che i bambini dormissero in stanze non riscaldate. Le pulizie personali dei bambini andavano sempre fatte con acqua fredda. A partire dal sesto mese di età, “per irrobustire il bambino” anche l’acqua del bagno doveva essere fredda. E siamo in Germania e non ai Caraibi.

Si doveva far attenzione a che i bambini usassero in modo uguale le due parti del corpo; fargli fare “esercizi visivi” per imparare a osservare come volevano i genitori; far usare a lungo un giocattolo prima di sostituirlo con un altro; non far avvicinare i bambini all’arte che ne potrebbe sviluppare troppo la sensibilità e le emozioni, distraendoli quindi dai loro doveri; si doveva controllare anche come i bambini salivano le scale, per vedere se usavano il corpo in modo simmetrico.

Per evitare i “danni delle polluzioni notturne insane e debilitanti” e le tentazioni della masturbazione, oltre ai bagni freddi, se si riscontrava una certa agitazione serale nel bambino, gli si doveva praticare un clistere di acqua gelata, da trattenere a lungo, prima di andare a letto.

Nello stesso tempo si invitava il bambino alla preghiera, affinché fosse “eccitato dalla presenza di Dio” e provasse la “voluttà dell’anima” piuttosto che quella del corpo.

Questi sono soltanto pochi accenni al tipo di educazione e al tipo di famiglia dove Daniel Paul Schreber è cresciuto. Un ambiente sessuofobico, malsano, sadico, morboso, intriso da fanatismo religioso. E, considerando che, le persone tendono a ripetere coattivamente per tutta la vita le forme di relazione umana imparate in famiglia durante l’infanzia, possiamo ben comprendere come questo “omicidio di anima” sia potuto avvenire.

Dr. Roberto Vincenzi
Morton Schatzman
“La famiglia che uccide”
Feltrinelli, Milano 1973

A proposito di amicizia II

Così in pieno deserto,
sulla nuda scorza del pianeta,
in una solitudine da primordi
del mondo, abbiamo costruito
un villaggio d’uomini…
Sei o sette uomini, che al mondo
non possedevano più
nient’altro che i loro ricordi,
spartivano ricchezze invisibili.

Antoine de Saint-Exupéry, “Terra degli uomini”

…a proposito di amicizia I

Provavo il bisogno di sentire più solidi e più durevoli
di me stesso coloro dei quali avevo bisogno per orientarmi.
Per conoscere o ritornare.
Per esistere.

Antoine de Saint-Exupéry, “Lettera a un ostaggio”

…uomini di vista acuta

Edward_Burne-Jones_Star_of_Bethlehem

Edward Burne-Jones, “The Star of Bethlehem”, 1885-1890

…[ i magi] «che praticano anche la divinazione… e che l’aria è piena di immagini che, esalando, si immergono nella visuale degli uomini di vista acuta»…

Diogene Laerzio, I 7, in Walter Burkert, “Da Omero ai Magi”, Marsilio.

Il dispiacere solitario

di Costanza Bondi

IL DISPIACERE SOLITARIO è un piacere immaginario che racconta tante storie in una storia, in cui l’opulenza descrittiva e sensorialmente goduriosa – servita in gustose tazze di cioccolata calda – è interrotta, a tratti, da sapienti coltellate a freddo narrative. Mai scontate. Tanto meno assennate. Ornellissimamente ornellante, la tragica e tenera storia di Viola ci viene disfilata sotto gli occhi dalla protagonista Gilda D. che ce la offre pagina per pagina, tanto delicatamente quanto il gesto lento di chi si stesse togliendo i guanti davanti a noi lettori… dito per dito… mano per mano… Guanti come custodia erotica o guanti come nascondiglio di velluto. Guanti che coccolano mani, le curano e le scaldano. Ma soprattutto guanti che nascondono le mani che amano e scrivono e perciò parlano e quindi trasudano tutto l’amore e l’odio che possono raccontare. Guanti e mani, allora, che carezzano l’intimità nel romanzo di Ornella Pennacchioni, in un dispiacere solitario che squarcia l’anima e l’animo ricuce, in cui la protagonista si traveste, di volta in volta, per recitare sempre e solo la parte di se stessa.

NOTA BIOGRAFICA

Ornella Pennacchioni nasce ad Agugliano, un paese delle Marche. Laureatasi in scenografia teatrale presso l’Accademia delle Belle Arti di Macerata, dopo svariate partecipazioni in qualità di scenografa, è stata invitata a partecipare operativamente al Festival dei Due Mondi di Spoleto. Dotata di temperamento artistico poliedrico, si è lungamente dedicata alla pittura, all’arredamento per interni, a creazioni di monili, alla moda, di cui ha conseguito il diploma di stilista. Infine, nel mezzo neofita della scrittura, s’è presa la briga di dare vita ad un nuovo itinerario in prosa. Per non smemorare nell’oblio, nel tratto che divide la realtà dallo spettacolo, un attimo prima del debutto. Questo ha detto a se stessa: “Sono Ornella Pennacchioni, nessuno mi conosce e sto per essere letta. Non avrei mai creduto di poter scrivere oltre il pensare.”

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Una grande professionista della letteratura moderna che non ha scelto di solcare le strade consumate dagli altri scrittori ma quelle che nessuno fin ora aveva osato solcare. Nel suo immaginario, attraverso le musa nate dall’eleganza della sua scrittura, l’autrice Ornella Pennacchioni ci regala con “Il dispiacere solitario” un’oasi di lettura straordinariamente bella e affascinante, che tiene il lettore “ammagaratu” (incantato) in una dimensione nella quale chi legge non sa bene se anch’egli è protagonista o solo spettatore. Un opera eccezionale nella quale c’è stato posto anche per me avendo scritto la Prefazione.

Alessio Patti

Ancora un’estate o un’estate ancora

Carissimi, oggi voglio segnalarvi la seconda ristampa del romanzo di un amico. Un ragazzo con cui ho avuto il piacere di lavorare, approfondendo la sua amicizia, fra un bicchiere di vino bianco, una risata, e una riflessione più articolata e intensa. E’ un regista teatrale e televisivo, uno scrittore e un autore completo.

Per chi volesse, in questi giorni è alla manifestazione “Più libri più liberi”, al palazzo dei Congressi di Roma, allo stand di Historica (H17)

In bocca al lupo, caro Luca Guardabascio
Con amicizia
Gabriele

ANCORA UN’ESTATE O UN’ESTATE ANCORA

Siamo nel 1983.
E’ l’estate del rapimento Orlandi e del pentapartito di Craxi, della diffusione dell’Aids mentre in spiaggia risuonano spensierate le note di “Vamos A la Playa” dei Righeira.
Come ogni anno Luca trascorre l’estate al mare con genitori, cugini e parenti presso un casello ferroviario di proprietà della famiglia. Luca ha nove anni e pochi miti, pochi punti di riferimento in una famiglia medioborghese e di radice meridionale.
Ci sono i parenti che vivono in Abruzzo da anni, hanno fatto i soldi e pretendono disciplina; c’è il ragazzino che si crede un vigile, il playboy che cerca di far capitolare una suora per scommessa, chi è andato in India per amore o chi ha troppi anni per raccontare di essere omosessuale. Soprattutto c’è un paese: “Sulciano” con la sua gente stramba che ogni anno apre le porte a turisti e curiosi.
L’estate scorre rapida tra biciclette, palloni e il tempo trascorso in sala giochi mentre i ragazzi scoprono il sesso, la buona musica e la morte. Si’, perché la tragedia è dietro l’angolo e aiuterà i ragazzi a capire che ormai è tempo di diventare adulti, un terreno in cui la spensieratezza lascia il passo a menzogne, ipocrisie, sensi di colpa con quel folle desiderio di ritornare ad essere ancora fanciulli: Ancora un’estate o un’estate ancora.

LUCA

Sentieri di notte di Giovanni Agnoloni

Carissimi, vi sottopongo questo libro, di prossima uscita, che merita la vostra attenzione.
Gabriele

Sentieri di notte di Giovanni Agnoloni (Galaad Edizioni), segna l’esordio narrativo dell’autore fiorentino, già autore di saggi su J.R.R. Tolkien e traduttore. Siamo di fronte a un romanzo fantascientifico dalle tinte gialle e filosofiche, denso e carico di significati profondi.

Che energia è racchiusa nel Chakra del Castello di Cracovia? E chi è Luther, l’androide che una notte del settembre 2025 si sveglia sulle sponde del Lago di Lucerna con accanto a sé il corpo del suo creatore? Un mistero si profila su un’Europa messa sotto scacco dalla Macros, multinazionale informatica che da Berlino ha preso il potere, privando il continente di internet e dell’energia, mentre a Cracovia un’enigmatica nube bianca avanza inglobando la città. La salvezza sta nel cuore di quella nebbia, attraversata da uno studioso irlandese di teologia in cerca del suo passato, e nel viaggio verso la Polonia di Luther e del programmatore cieco Christoph Krueger. Un romanzo viscerale, figlio della poetica del Connettivismo, avanguardia italiana le cui origini affondano nel Cyberpunk americano, ma anche nel Crepuscolarismo e nel Futurismo. Una storia frutto di una lunga e seria ricerca spirituale condotta dall’autore, che mira al ritorno alla Fonte, a una fusione con la radice dell’Essere. Un viaggio viscerale tra l’Ombra e la Luce, che passa per territori sondati dalla psicologia junghiana ed esplora la topografia di due grandi capitali della storia d’Europa, Berlino e Cracovia, fino ad affacciarsi sugli inquietanti ma suggestivi scenari dell’intelligenza artificiale e della post-umanità. Sentieri di notte è anche il primo romanzo della collana “Larix”, diretta da Davide Sapienza. Dopo Nel cuore della Groenlandia di Fridtjof Nansen (2012) e prima di un’antologia inedita di scritti di Barry Lopez curata da Davide Sapienza in uscita nel 2013, quest’opera contribuisce a tracciare la visione della Collana che è dedicata all’esplorazione in senso geografico, umano e letterario.

Sentieri di notte sarà presentato ufficialmente venerdì 26 ottobre dalle ore 18,00 a Roma presso il Centro Culturale Elsa Morante (in Piazzale Elsa Morante), in occasione della NeXT-Fest, il festival del movimento connettivista, con la partecipazione di Giovanni Agnoloni e dello scrittore Francesco Verso, Premio Urania 2008.
L’opera è fin da ora prenotabile sul sito dell’editore, www.galaadedizioni.com. Dal 26 ottobre in tutte le librerie italiane.

Giovanni Agnoloni
Sentieri di notte
Galaad Edizioni – Collana Larix

La tv al tempo del web 2.0

Carissimi, oggi ci tengo particolarmente a parlarvi di un libro scritto da un caro amico. Ovviamente attendo le vostre riflessioni. Un abbraccio. Gabriele

Ogni giorno, milioni di giovani nel mondo, preferiscono navigare su internet piuttosto che accendere la televisione. Gli studiosi del settore sostengono che accade perché hanno la libertà di scegliere, di consultare e di condividere con i propri amici ciò che reputano più interessante. Eppure i maggiori picchi di traffico su internet sono dovuti proprio alla visione e alla condivisione di programmi televisivi. Un controsenso? Assolutamente no e ce lo spiega abilmente Maurizio Gianotti con il suo ulimo libro ’La tv al tempo del web 2.0’, edito dall’Editore Armando. Il saggio analizza la metamorfosi del piccolo schermo dalla sua nascita fino all’utilizzo delle nuove tecnologie che, grazie alla trasmissione in tempo reale di contenuti audio e video, sta trasformando il telespettatore in reporter liberandolo dal suo contesto di ricettore passivo. Un evento impensabile solo fino ad alcuni anni fa che sta modificando radicalmente il modo di fare televisione. Gli ingegneri e i tecnici designati alla messa in onda dei programmi, infatti, avevano come unico obiettivo quello di garantire la qualità tecnica delle trasmissioni, scartando ogni immagine che non raggiungesse gli standard previsti. Gradualmente, però, con il diffondersi delle nuove tecnologie queste barriere sono state ampiamente rivoluzionate e superate. Basti pensare ai recenti accadimenti avvevuti durante la ’primavera araba’oppure in Siria, testimoniati e resi noti al mondo proprio attraverso le immagini riprese dei telefonini che di certo non possono attestarsi su eccellenti livelli qualitativi. Nel nostro Paese c’è una interessante piattaforma multimediale (www.youreporter.it) che basandosi proprio su questo, quasi quotidianamente, fornisce i propri servizi amatoriali ai nostri telegiornali nazionali. Il loro slogan, presente sul sito internet, appare fin troppo evidente: “Vuoi raccontare una notizia? Sei stato testimone di un fatto di cronaca?Allora non perdere l’occasione di far sentire la tua voce, iscriviti a YouReporter e inizia ad inviare foto e video perché siamo la prima piattaforma italiana di videogiornalismo partecipativo, seguitissima da tutti i principali mezzi d’informazione”. Recentemente anche il quotidiano “La Repubblica”, nella sua versione on line, con il progetto “Reporter”, ha dato vita ad una iniziativa simile ricevendo, in pochissimi giorni, migliaia di adesioni e di visite. Ovviamente a Giannotti, storico e lungimirante autore televisivo Rai e Mediaset, tutto questo non poteva sfuggire. Con il suo lavoro editoriale, vuole quindi dare forma a una nuova Tv in cui cittadini e professionisti della comunicazione e dell’informazione lavorino alla creazione di un nuovo villaggio globale nel quale a nessuno sia negata la possibilità di partecipare in modo attivo e propositivo. Ma “La Tv al tempo del web 2.0″ non parla solamente di questo. Come scrive la collega Marida Caterini sulle pagine di Panorama, il volume analizza anche le metodologie classiche della fruizione televisiva facendo riferimento alle principali trasmissioni del passato. Dalla cosiddetta preistoria del piccolo schermo, fatta dai programmi di Bongiorno, Tognazzi e Vianello, fino agli show moderni, analizzandone la varie componenti strutturali e indagando anche sul cosa guardano in tv gli italiani. Infine, attraverso l’analisi quotidiana dei dati Auditel, ci delinea un identikit dell’utente televisivo, indispensabile per comprenderne ogni sfaccettatura. Ma non allarmatevi, non è il solito testo per addetti ai lavori che, troppo spesso, sembrano “parlarsi da soli”. Giannotti grazie ad una scrittura chiara e incisiva, riesce a spiegare a tutti cos’è la televisione, quali sono le sue regole e quali protranno essere gli scenari futuri, quando il web3 segnerà un’altra ricoluzione.
E chi cambia canale, resterà indietro…

La coppia intrappolata – agganci nevrotici

Carissimi, voglio sottoporvi un libro molto interessante sulle dinamiche di coppia, scritto dall’amica Daniela Di Battista.
Oltre alla presentazione del libro, trovere anche una sua intervista.
Buona lettura
Gabriele

La coppia intrappolata
Agganci nevrotici
Springer-Verlag Italia Srl
di Daniela Di Battista

Il rapporto di coppia dovrebbe essere improntato all’amore e al reciproco rispetto ma in alcuni casi, e più spesso di quanto si crede, si trasforma in una spirale di frustrazioni e di rivalse. Ma come si arriva a instaurare una relazione di questo tipo? Non si tratta del frutto del caso, ma dell’“aggancio nevrotico” tra due persone con strutture di personalità particolari, che giocano ciascuna un ruolo ben definito: da una parte il succube, con un orientamento di personalità dipendente, ossessivo-compulsivo e autofrustrante, dall’altra il dominante, con un orientamento di personalità paranoide e narcisistico. In questo nuovo volume, l’autrice descrive questa peculiare dinamica di coppia, illustrando alcuni casi ricavati dalla sua esperienza clinica e delineando i possibili approcci terapeutici. Completano la trattazione il test “Sei in una coppia da ‘aggancio nevrotico’?” che può rappresentare un utile strumento di riflessione per chi pensa di trovarsi “agganciato” o in una situazione a rischio, e una griglia di lavoro di impostazione cognitivo-comportamentale per la pianificazione terapeutica a uso del professionista psicologo.

Dott.ssa Di Battista, il suo nuovo saggio “La coppia intrappolata” reca un sottotitolo molto eloquente: “agganci nevrotici”. Quando e con quali modalità la relazione di coppia si trasforma in un rapporto che reca danno e frustrazione?
Possiamo riconoscere una relazione di coppia che reca danno e frustrazione quando uno dei due componenti della coppia cerca di prevaricare sull’altro manipolandolo e cercando di plasmarlo con una lettura della realtà che non corrisponde a quella vera; quando le incomprensioni, i sensi di colpa, le rivalità prendono il posto dell’amore; quando si perde il proprio “baricentro” e lo si sposta sul partner; quando il proprio partner diventa l’unica ragione di vita, il centro del proprio universo; quando si perde la propria capacità di critica e di giudizio e ci si aggancia alla lettura erronea che viene propinata dal partner come un mantra; quando confondiamo il vero ruolo che un partner dovrebbe avere all’intero di una coppia e lo si investe di magici poteri che dovrebbero sciogliere, come d’incanto, le catene che ognuno di noi si trascina dentro e dietro; quando ci si sminuisce e ci si annulla troppo idealizzando invece il partner. Certo spesso non è facile riconoscere di trovarsi in una di queste situazioni critiche: è per questo che nel libro si trova un test che offre un aiuto, un’occasione per capire e riflettere su quanto si potrebbe essere a rischio di diventare troppo dipendenti da un partner a discapito della propria autonomia e quindi probabili vittime di un aggancio nevrotico.

E quali sono i tratti di personalità o le nevrosi che più facilmente predispongono a rimanere intrappolati nella coppia?
Chi si lascia intrappolare è una persona con una bassa autostima, considerazione e consapevolezza di sé; generalmente è perfezionista e molto esigente con se stessa; è rigida e soprattutto non ammette di aver sbagliato (ma non per presunzione, semplicemente perché si sente sempre in errore); infine è abituata a compiere scelte che finiscono per sabotare la propria felicità e realizzazione. Ho sintetizzato ciò che in gergo psicologico corrisponde a un orientamento di personalità dipendente, ossessivo-compulsivo e auto-frustrante. Chi in genere cerca di intrappolare è un individuo che recita fino in fondo la parte del sicuro di sé che non mette mai in discussione le proprie idee; che ha bisogno continuamente di mettere alla prova chi ha di fronte stressandolo più del necessario e comunque mai abbastanza per rassicurarsi circa la propria scelta. Anche qui ho sintetizzato ciò che in gergo psicologico corrisponde a un orientamento di personalità narcisistico e paranoide. La nevrosi che intrappola è semplicemente il comportamento di voler perseverare in questa coppia così strutturata e caratterizzata non certo da un amore autentico, ma dal soddisfacimento di bisogni individuali non sani per un’unione felice.

Nel libro è riportata un’ampia casistica ricavata dalla sua esperienza di psicoterapeuta: quali tra questi le sembrano i più significativi?
Sono i tre casi che descrivo in modo dettagliato perché dimostrano la dinamica di questo aggancio nevrotico, evidenziando come esso non sia una peculiarità di un sesso rispetto all’altro, non dipende da una scelta sessuale, né dall’età; sono proprio gli orientamenti di personalità, le strutture di personalità che si agganciano.

Una volta delineato il problema, la domanda fondamentale è: come se ne esce? Quali sono i percorsi terapeutici che, nella sua esperienza, offrono la migliore prospettiva di risoluzione?
Ho dedicato tantissimi anni della mia professione nel mettere a punto una griglia di lavoro per uscire da un aggancio nevrotico: si trova nell’ultima parte del libro ed è utile sia alle persone che hanno questo problema, che possono rendersi conto di quale sia il percorso necessario per potersi sentire nuovamente liberi e più consapevoli, sia a tutti gli addetti ai lavori che possono utilizzare questa griglia di lavoro come un protocollo con una propria scientificità testata. Si tratta di una pianificazione terapeutica a impostazione cognitivo-comportamentale che include un elenco degli obiettivi terapeutici principali, formulati tenendo presenti i sintomi caratteristici dell’aggancio nevrotico.

Cuori spezzati

Carissimi,
mi permetto di consigliare a tutti voi un libro appena uscito. L’autrice è Ginette Paris, una psicoterapeuta di cui abbiamo parlato molto. Il testo è “Cuori spezzati (Guarire dalla perdita di un amore)”, edito dalla Moretti & Vitali.

Gabriele

Chimica della Psiche

Non si riuscirà tanto presto a tradurre in formula chimica i fatti psichici così complessi; per il momento, dunque, il fattore psichico, deve ex hypothesi esser considerato una realtà autonoma di carattere enigmatico, e ciò soprattutto perché secondo ogni esperienza effettiva esso appare essenzialmente diverso dai processi fisico-chimici.

Se è vero che noi in definitiva ignoriamo quale sia la sua sostanzialità, ciò vale anche per I’oggetto fisico, per la materia. Quindi, se consideriamo lo psichico come un fattore per sé sussistente, dobbiamo concludere che c’è un’esistenza psichica sottratta all’arbitrio della manipolazione e dell’elucubrazione cosciente.
Se dunque aleggia sullo psichico un carattere di imprecisione, superficialità, vaghezza, di futilità insomma, ciò vale soprattutto per lo psichico-soggettivo, ossia per i contenuti della coscienza, non però per lo psichico-oggettivo, I’inconscio, il quale rappresenta una condizione a priori della coscienza e dei suoi contenuti.

Dall’inconscio emanano effetti determinanti che, indipendentemente dal modo in cui sono trasmessi, garantiscono in ogni singolo individuo la somiglianza, I’uguaglianza stessa dell’esperienza e dell’attività immaginativa. Una delle prove principali di ciò è data dal parallelismo per così dire universale dei motivi mitologici, da me denominati per la loro natura di immagini primordiali “archetipi”.

C. G. Jung,  “GLI ARCHETIPI E L’INCONSCIO COLLETTIVO.
SULL’ARCHETIPO, CON RIGUARDO AL CONCETTO DI ANIMA”,
da “Opere”, vol. 9*

La sofferenza

La profonda sofferenza rende nobili… e talvolta la follia stessa è la maschera per un sapere infelice troppo certo

Friedrich Nietzsche, “Al di là del bene e del male”, 270

Ancora su “Il libro rosso”

Cari viaggiatori sulle ali di Psiche,
vi chiedo, ancora, di riflettere su questa immagine dell’immenso Carl Gustav Jung, tratta dal suo “Libro rosso” , pubblicato dalla Bollati Boringhieri!
Chi è il protagonista?

Vi chiedo scusa ma, purtroppo, ho dovuto eliminare l’immagine… (diritti riservati)

 

Se è il dolore che abita il mondo

Se è il dolore che abita il mondo, se è la sofferenza, come possiamo immaginare il nostro procedere oltre in vista di un cambiamento, di un miglioramento, senza assumere questo peso sino a farcene compagni, senza volgerci a noi stessi?

Se non mentissimo a noi stessi, potremmo accorgerci che è proprio la conoscenza di sé ad accompagnarci di momento in momento nel corso della nostra vita, di compito in compito, chiedendoci ogni volta di andare oltre, sino a divenire sempre più indispensabile per la continuazione di questa stessa vita nella vecchiaia.

Carl Gustav Jung, “Opere”, vol. 8

Stravaganza per eremiti e solitari…

Lo sforzo introspettivo rimane, dunque, una impresa impopolare anche in quanto viene giudicata come una sorta di rifiuto irritante della strada maestra, una inutile eccentricità che non giova in alcun modo ai nostri legami, una stravaganza per eremiti e solitari.

Osservare se stessi, occuparsi di sé, diviene un’eventualità giudicata con grande sfavore. Ben altro ci chiede il mondo a cui apparteniamo: esso assorbe tutta la nostra attenzione, ci chiama a compiacere e ad assecondare e da ciò otteniamo sostegno e protezione: la nostra persona prospera a prezzo di noi stessi.

…proprio questa avversione così profondamente radicata a saperne di più di sé che, a mio avviso, rende ragione del fatto che, di contro a tutto il progresso esteriore, non si sia verificato nei nostri tempi un corrispondente sviluppo e miglioramento interiore.

Ora, mi domando, come è possibile che qualcuno veda chiaro quando non vede nemmeno se stesso, né quelle ombre che egli stesso proietta in ogni sua azione?

Carl Gustav Jung, “Opere”, vol. 8

Minaccia interiore?

L’esperienza interiore, o forse dovremmo dire l’avventura dello spirito, è estranea a molti di noi, quasi fosse associata a un pericolo o a una minaccia. A questa minaccia è peraltro assai difficile dare un volto preciso.

Carl Gustav Jung, “Opere”, vol. 8

Fuga da Psiche

…sono convinto, ogni giorno di più, che quando si tratti di esperienza interiore, cioè di tutto ciò che riguarda il nucleo della nostra propria personalità, molti sono coloro che si sentono assaliti da un inspiegabile timore e altrettanti che si volgono indietro e ne fuggono via.

Carl Gustav Jung, “Opere”, vol. 8

Sapere di più

L’uomo in generale
nutre un’avversione profondamente
radicata a saperne di più su se stesso.

Carl Gustav Jung, “Opere”, vol. 8

…l’acqua degli addii

Sopra: Auguste Rodin, “Orfeo ed Euridice”, 1893 (part.)

…come se il rivo in cui scorre l’acqua degli addii avesse sempre forma di spirale; e come se, benché il passato sia alle nostre spalle, la sua ombra ci aspettasse sempre più avanti.

Luisa Colli, “La morte e gli addii”

Maria Allo : “Riflessi di rugiada”

Uno strano bagliore cerca di squarciare la quotidianità, che ci avvolge con tutte le sue inaspettate composizioni, così le nubi che scorrono, le onde del mare che ritornano irrequiete, il candore di una illusione che ripete , l’intima partecipazione che racconta incertezze e riflessi, sono qui il gioco instancabile del ritmo e dei versi. La poesia sottilmente sveste l’orizzonte per sospendere il canto che si annida tra i pensieri che non riescono a cambiare i colori, se non con la voce ripetutamente urlante della poetessa. Un tragitto trasparente snoda i coni d’ombra, che gli attimi effimeri sottolineano per i silenzi tra l’infinito e le stelle. “Quando mi coglie il buio/ una soffocata luna/ dietro il cancello/ solleva misteriosi grovigli/ e sul sagrato d’abissi/ mi fiacca l’anima.” – Allora il sogno diventa emozione, in una attesa che non è più solitaria e si offre pagina dopo pagina per diventare parola. Una percezione tangibile nella candida espressione dell’ammiccamento.

Antonio Spagnuolo

 

C’è un silenzio

c’è un silenzio antico nelle cose
sui crinali dei colli
nei limoneti
in fondo alle valli
intrecciate d’ortiche
grovigli di rami disseminati
erbe aromatiche
finocchi selvatici
menta e rucola
c’è un silenzio antico nelle cose
aspetta da sempre
sorregge radici di ulivi
nidifica nel forno sconnesso
tendo l’orecchio
a inseguire voci
che invadono segni
consonanze di parole lievi
librate nelle crepe
dei muri sconnessi
tra ciottoli e spini
dietro ogni siepe
c’è un silenzio antico nelle cose
estenuato da parole di sempre
in ogni angolo
della vecchia casa
nella speranza che tende la mano
inseguo tenacemente l’azzurro
con occhi spalancati
ma respirare cieli è un’altra cosa
E c’è un silenzio dentro le parole
che rimbalza distrattamente
mai al tempo giusto
muto nel dolore
un silenzio non ancora sfiorato
da venti lievi
come le mie ciglia
c’è un silenzio che nessuna parola
può penetrare senza fiatare
con mille nodi i suoni
ne infittiscono gli echi
segnati da erba calpestata
e rami che annaspano
al fruscio dei pioppi ansimanti
ma poi senti l’acqua del torrente
borbottare prima piano
poi sempre più incessante
parole e parole
c’è silenzio nel nido
di quei passerotti implumi
c’è silenzio nel buio che trasmigra certezze
nel rumore incessante dei dubbi
nelle pagine bianche
nei luoghi di frontiera
in questo tempo che se ne va
c’è silenzio anche nel fuoco
che divampa e zampilla
empiti di poesia
arde seguendo tracce
di odori suoni e colori
ma quante parole non dette
nel silenzio di tante parole

S’aprono in ogni mia fibra-

S’ aprono in ogni fibra gesti aguzzi
abissi e cunicoli scaglie involucri
innervati d’umori schiusi
a cercare sussurri
d’una antica lingua che perfori
come in un campo di sterpaglie
invisibile
su spazi imprevisti e buche
ma silenzioso tenace
mi fai semina di mare
spersa avvinghiata
e tu nascosto tenace
parli di partenze di ritorni
prosciughi tutti i respiri
dietro davanti e oltre
mi attraversi
non trovi un alibi razionale
si aprono in ogni mia fibra
respiri nel corpo viola
che vuole fermenti di pietà
per noi in questo settembre
s’aprono in ogni mia fibra
scaglie di purezza tremiti cari
e non trovo parole

Maria Allo

Dubbi interiori

Il dubbio o la felicità che hai nel prossimo sono strettamente connessi con i dubbi e la fiducia che hai in te stesso.

K. Gibran in “Aforismi sull’ottimismo”, GIUNTI Demetra, Firenze, 2005

Felici o infelici

Si è felici o infelici per una quantità di motivi che non appaiono, che non si dicono e che non si possono dire.

Nicolas de Chamfort, “Massime, pensieri, caratteri e aneddoti“, a cura di Bruno Nacci, Giunti, 1997.

Il Libro rosso

Carissime e carissimi,

vi chiedo, in questa domenica, di riflettere su questa immagine dell’immenso Carl Gustav Jung, tratta dal suo “Libro rosso” , recentemente pubblicato dalla Bollati Boringhieri. Buona giornata!

Bellezza interiore

Anche se giriamo il mondo in cerca di ciò che è bello,
o lo portiamo già in noi, o non lo troveremo.

Ralph Waldo Emerson in “Aforismi sull’ottimismo”, GIUNTI Demetra, Firenze, 2005.

Ridere

L’ottimista ride per dimenticare,
il pessimista dimentica di ridere.

Anonimo in “Aforismi sull’ottimismo”, GIUNTI Demetra, Firenze, 2005

Sopra: William-Adolphe Bouguereau, “Bacchante”, 1894

Ecco un maestro

«Chi ravviva il passato per conoscere il nuovo: ecco un maestro»

Confucio, “I Dialoghi”, II, BUR, Milano, 2000.

Sopra: Dante Gabriel Rossetti, “Mnemosyne”, 1875-81

“Tu sei matto”

Gentilissime amiche e gentilissimi amici,
la nostra Beatrice ha risposto ad Hikmet con questa citazione di Alessandro Baricco, tratta da “Oceano mare”. Come il protagonista, attendo le vostre “lettere” in questa scatola di mogano che è il nostro/vostro blog.

Buona giornata!

Posa la penna, piega il foglio, lo infila in una busta. Si alza, prende dal suo baule una scatola di mogano, solleva il coperchio, ci lascia cadere dentro la lettera, aperta e senza indirizzo. Nella scatola ci sono centinaia di buste uguali. Aperte e senza indirizzo.
Ha 38 anni, Bartleboom. Lui pensa che da qualche parte, nel mondo, incontrerà un giorno una donna che, da sempre, è la sua donna.
Ogni tanto si rammarica che il destino si ostini a farlo attendere con tanta indelicata tenacia, ma col tempo ha imparato a considerare la cosa con grande serenità. Quasi ogni giorno, ormai da anni, prende la penna in mano e scrive. Non ha nomi e non ha indirizzi da mettere sulle buste: ma ha una vita da raccontare. E a chi, se non a lei?
Lui pensa che quando si incontreranno sarà bello posarle sul grembo una scatola di mogano piena di lettere e dirle –Ti aspettavo.
Lei aprirà la scatola e lentamente, quando vorrà, leggerà le lettere una ad una e risalendo un chilometrico filo di inchiostro blu si prenderà gli anni –i giorni, gli istanti– che quell’uomo, prima ancora di conoscerla, già le aveva regalato. O forse, più semplicemente, capovolgerà la scatola e attonita davanti a quella buffa nevicata di lettere sorriderà dicendo a quell’uomo –
“Tu sei matto”.
E per sempre lo amerà.

Ma, Mamá, Mami, Mamo, Madre

Al di là delle appartenenze religiose…

Sopra: Antonello da Messina, “La Madonna Annunziata”, 1476 circa.

[...]

China sulle nostre ferite e ossa rotte spirituali, lei ci esorta a smettere di crederci soli nelle prove che affrontiamo… quando invece lei è sempre con noi, e possiamo sempre correre da lei, sempre nasconderci sotto il suo manto inviolato, sempre farci guidare dalla sua saggezza tanto duramente conquistata… perché anche lei sopportò miracoli e sofferenze in vita sua, e perse tutto ciò che la sua anima aveva di più prezioso nel mondo ottenebrato dall’umana stoltezza, debolezza, fragilità di spirito…
Eppure è ancora qua, radiosa di luce, Vaso di Sapienza Eternamente Effusa, a esortarci a ricordare che per invocarla non c’è nulla di complesso da fare: basta chiamarla con quel nome-del-cuore inscritto nell’anima di ciascuno di noi prima di inviarci sulla Terra, quell’unica parola che ciascuno di noi conosceva ben prima di sapersi nutrire e reggere in piedi da solo… La Primissima Parola scritta nei cuori di tutta l’umanità in tutto il pianeta:

Ma
Mamá
Mami
Mamo
Madre

Tratto da “Forte è la Donna. Dalla Grande Madre Benedetta insegnamenti per i nostri tempi”, di Clarissa Pinkola Estés, edito da Frassinelli, 2011.

Felicità divina

Sopra: Apollo di Veio, attribuita allo scultore etrusco Vulca e conservata nel Museo nazionale etrusco di Villa Giulia di Roma

La felicità rende uguale agli dei.

Epicuro in “Aforismi sull’ottimismo”, GIUNTI Demetra, Firenze, 2005.

Proverbio arabo

Condivido con voi questo proverbio arabo che ho trovato su un testo delizioso della GIUNTI Demetra, “Aforismi sull’ottimismo“. Aspetto le vostre riflessioni!

L’ottimismo è un dono di Dio; il pessimismo una scoperta dell’uomo.

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