Sogni

” I sogni non sono in grado di preservarci dalle vicissitudini esistenziali, dalle malattie e dagli eventi tristi. Ci offrono, invece, una linea di condotta sul come rapportarci a questi eventi, sul come dare senso alla nostra esistenza, sul come realizzare il nostro destino, sul come seguire la nostra stella: in definitiva, sul come realizzare dentro di noi il massimo potenziale di vita. “

~ Marie-Louise von Fran

La meta

” La meta è questa: mettermi sempre là dove io possa servir meglio, dove la mia indole, le mie doti e le mie qualità trovino il terreno migliore, il più largo campo d’azione. “

- Hermann Hesse, tratto da “Narciso e Boccadoro” -

ancora sulla comunicazione

” Tutto il comportamento, e non soltanto il discorso, è comunicazione, e tutta la comunicazione − compresi i segni del contesto interpersonale − influenza il comportamento. “

- Paul Watzlawick, psicologo austriaco naturalizzato statunitense -

Comunicare

Comunicare è indispensabile. Vitale. Charles Horton Cooley sostiene che “senza la comunicazione lo spirito non sviluppa una vera natura umana, ma rimane ad uno stadio anormale ed indefinito”.
Eppure, solamente pochi di noi, si interrogoano sulle modalità della propria comunicazione.
Lo fanno e basta. Automaticamente. Oserei dire, quasi incosapevolmente.
In una società ipertecnologica come quella attuale, capace di aggiungere nuove possibilità comunicative, potrebbe risultare un paradosso soprattutto perché, la comunicazione intesa come processo sociale di condivisione della conoscenza, ha assunto un carattere di centralità in tutte le sfere della vita individuale e collettiva. Il paradosso, purtroppo, sta nella velocità con la quale questa società sta mutando tanto rapidamente da non dare il tempo, agli individui, di adeguarvisi. I mutamenti sociali, infatti, per essere totalmente condivisi, compresi e riprodotti, necessitano di molto più tempo. Oggi, non ragioniamo sull’evoluzione in corso, la viviamo incosciamente.
Non analizziamo gli imput e le sollecitazioni che riceviamo dal mondo esterno e che rimettiamo in scena.
Ci lasciamo solamente stordire. Confondere. Trascinare.

Per ridere un po’…

https://www.youtube.com/watch?v=vhsZocLidiQ

E’ arrivata la felicità… al Teatro Parioli di Roma

ARIA PAESANA di Peppino De Filippo
In un paese di campagna, non lontano da Napoli, un giovane nipote di benestanti agricoltori, sogna un lavoro, la felicità ed un avvenire a Napoli o in una grande città del Nord. Il giorno della partenza arriva, ed il giovane lascerà il suo paese con tante belle speranze, ma abbandonando i vecchi zii nel rammarico per la sua partenza.
Una storia commovente ma pervasa da quella ironia e comicità propria di Peppino De Filippo che sapeva mostrare, anche tra le lacrime, la risata della commedia umana.

DON RAFELE IL TROMBONE di Peppino De Filippo
Un povero suonatore di trombone, modesto musicista, un giorno crede di aver incontrato finalmente la fortuna. Gli capita in casa un ricco signore che si presenta come famoso concertista e che gli promette di condurlo con sé in giro per il mondo a raccogliere gloria e danaro. Ma il destino beffardo sta per giocargli l’ennesima delusione al posto della fortuna e della felicità appena immaginata.

Vi riporto anche l’artico della collega Tiberia De Matteis de “Il Tempo”

Umorismo e riflessioni amare nella commedia di Luigi De Filippo

di Tiberia De Matteis Dopo aver aggiunto al nome del Teatro Parioli quello di suo padre Peppino De Filippo, l’attore e regista Luigi si sta occupando con solerzia e positiva risposta del pubblico…

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 Dopo aver aggiunto al nome del Teatro Parioli quello di suo padre Peppino De Filippo, l’attore e regista Luigi si sta occupando con solerzia e positiva risposta del pubblico della gestione di questo storico spazio capitolino per proseguire l’impegno di una vita a diffondere e promuovere l’arte scenica intramontabile della sua famiglia, che ha segnato la storia della drammaturgia, non solo partenopea, e ha rinnovato la tradizione della commedia, mutandola in sano e catartico umorismo, in grado di attivare negli spettatori la riflessione sulla realtà oltre al piacere del divertimento. Dal 24 aprile all’11 maggio La Compagnia di Teatro Luigi De Filippo propone lo spettacolo «È arrivata la felicità», dittico formato da due atti unici di Peppino, associati da un’amara comicità che punta il dito sulla fragilità umana, suscitando l’ilarità quanto la comprensione affettuosa dei mali propri e altrui. Il titolo è già di per sé allusivo agli inganni della sorte che spesso sembra premiare gli individui, costretti poi a scoprire quanto di sfavorevole o poco edificante si nascondi in quella che sembra la soluzione più facile e agognata.

Ecco allora il primo testo «Aria paesana», ambientato ovviamente in un paesino di campagna, non troppo lontano da Napoli, in cui un giovane nipote di benestanti agricoltori sogna un lavoro e un avvenire nel capoluogo campano o in una grande città del Nord. Quando arriva il giorno previsto per la sua partenza, il giovane lascerà il suo paese con tante belle speranze, ma abbandonando i vecchi zii nel rammarico per la sua lontananza. Si tratta di una storia dai risvolti commoventi, che si sviluppa però con il ritmo e la vivacità di una sapienza scenica capace di scatenare la risata, non senza la lacrimuccia dovuta alla desolazione della commedia umana. Luigi De Filippo incarna qui lo Zio Giovanni, riservandosi anche il compito di dirigere l’intero cast formato da Vincenzo De Luca nei panni Salvatore, Giorgio Pinto per Vincenzo, Riccardo Feola in veste di Vittorio, Stefania Ventura a restituire Zia Teresa, Michele Sibilio nella parte di Egidio, Stefania Aluzzi come Orsola e Fabiana Russo a misurarsi con Angela.

Nel secondo tempo ha luogo la rappresentazione di «Don Rafele il Trombone» in cui un povero musicista, dal talento piuttosto modesto, crede di aver incontrato finalmente la fortuna. Tutto accade quando gli capita in casa un ricco signore che si presenta come un famoso concertista, disposto a promettergli di condurlo con sé in giro per il mondo per raccogliere gloria e danaro. L’ingenuo protagonista non capisce quanto il destino beffardo stia per giocargli l’ennesima delusione che andrà a sovvertire quell’esperienza apparentemente propizia, maturando conseguenze spiacevoli. Luigi De Filippo firma la regia e si cimenta pure con il personaggio principale di Rafele Chianese, affiancato da Stefania Aluzzi a interpretare Amalia, Fabiana Russo come Lisa, Vincenzo De Luca calato in Nicola Belfiore, Michele Sibilio che anima Il Compare, Paolo Pierantonio che dà corpo e voce ad Alfredo Fioretti e Riccardo Feola negli abiti di Luigi.

La duplice vicenda offre uno spaccato interessante della drammaturgia di Peppino, che, come avviene per il fratello Eduardo, non è soltanto autore di lavori adatti alla sua recitazione personale, ma autentico scrittore di teatro, perfettamente abile nel congegnare macchine sceniche adatte a resistere al tempo e a convincere le platee delle più svariate latitudini. Funziona bene la sua metafora in cui le commedie sono paragonabili a pezzi di pane caldo appena uscito dal forno, da aspirare profondamente come “una boccata d’aria pura”: non idee, ma sentimenti, espressi in modo genuino, semplice, mai volgare o ridondante, calati in situazioni della più ovvia quotidianità, dai meccanismi rapidi e incalzanti, anche con qualche venatura patetica. Il suo gioco teatrale non è mai fine a se stesso e connaturato esclusivamente alla sua interpretazione, come il figlio Luigi ha dimostrato nella sua carriera, attingendo spesso alle opere paterne e affrontandole in maniera del tutto autonoma e originale.

Tiberia De Matteis

“47 Morto che parla”… un mio invito, a teatro

Una doppia replica a grande richiesta!! h. 16.15 e h.18.30

DOMENICA 13 APRILE 2014
TEATRO “IL GIRASOLE”
C/O CHIESA SANTA PAOLA ROMANA
VIA ELIO DONATO 48
ROMA BALDUINA

Dopo l’enorme successo di pubblico nella prima tappa romana presso il Teatro Orione, “I Servitori dell’Arte” vi danno appuntamento al loro tour 2014 con un inedito spettacolo teatrale! Commedia liberamente ispirata ad un soggetto di Ettore Petrolini e al famoso film di Totò: “47, Morto che Parla”
15 repliche tra Lazio e Toscana!

- Domenica 2 Febbraio ore 17.00 CORI (Lt);
- Giovedì 27 Febbraio ore 15.00 Dimostrazione di Spettacolo Liceo S. Pertini, LADISPOLI (Rm)
- Venerdì 7 Marzo ore 21.00 TOLFA (Rm);
- Domenica 9 marzo ore 17.00 LADISPOLI (Rm) -Loc. Marina S. Nicola;
- Domenica 16 Marzo ore 17.00 NEPI (Vt);
- Mercoledì 19 Marzo ore 16.00 e ore 21.00 GROSSETO;
- Sabato 22 Marzo ore 21.00 CANALE MONTERANO (Rm);
- Venerdì 28 Marzo ore 15, 18, 21 ROMA -Teatro Orione-;
- Sabato 29 marzo ore 15, 18, 21 ROMA -Teatro Orione-;
- Domenica 13 Aprile h. 16.15 / h. 18.30 ROMA -zona Balduina-;
- Domenica 27 Aprile ore 17.00 RONCIGLIONE (Vt).

“Roma anni ’60. Totò Peletti, ubriacone recidivo, è ormai scomparso da due anni abbandonando la moglie Nannina da un giorno all’altro e suscitando ira ma anche felicità nella stravagante suocera, Eulalia Finocchietti. Un giorno, gli amici della coppia e la stessa Nannina, vengono sorpresi dall’improvviso ritorno del fuggiasco Totò, mentre preparano delle scene teatrali paradisiache per una loro rappresentazione. Totò si rivolge a loro come se nulla fosse accaduto ed è a questo punto che a Raffaello, approfittando dell’ennesima alzata di gomito dell’amico, pensa di fargliela pagare ideando una curiosa messa in scena. Complici di Raffaello sono Nannina, gli amici “angeli”, un vecchio amico, Rapa, e un fantomatico San Pietro, i quali tutti insieme faranno credere a Peletti di essere giunto in Paradiso ma…”

Cast (in ordine alfabetico):
- Crescenzi Claudia
- D’Aleo Giada
- D’Aleo Manuel
- Ottaviani Gabriele
- Pacifici Manuele
- Sabarese Carmen
- Scarpati Dario
- Vagnoli Alessandra

ASSISTENTE AUDIO/LUCI: ELEONORA SABARESE
TRUCCO E PARRUCCO: GIOVANNA TOMASELLO
COSTUMI: NADIA SCROCCA
SCENOGRAFIA E STAFF TECNICO: DONATELLA MARUCCI E CLAUDIO D’ALEO
ASSISTENTE DI SCENA: PAMELA PARAFIORITI

REGIA: MANUEL D’ALEO

Per info e prenotazioni: 334.5393001 / iservitoridellarte@libero.it

www.iservitoridellarte.com

Ringraziamenti: Diemme Servizi, Angolo del Caffè, Pizzeria Miami , Cicli Angelosanti , CittàDaMare , Todaro Sport

La cognizione del successo

alma tademaLawrence Alma Tadema, La cognizione del successo, 1895

Opg: “Lo stato della follia” attende risposte concrete. La denuncia del regista Francesco Cordio

“Un odore che non si cancella, un misto di piscio e fumo, come se si materializzasse l’odore della disperazione”. Al Velino parla il regista romano Francesco Cordio, che in questi giorni è impegnato in un mini tour per promuovere “Lo stato della follia”, un film di denuncia sullo stato di degrado degli Ospedali psichiatrici giudiziari (Opg), un rebus tutto italiano. Dovevano chiudere il 31 marzo di un anno fa, come disposto dalla legge 9 del 17 febbraio 2012. Poi il termine è stato rimandato al primo aprile 2014. Ma qualche settimana fa con una proposta emendativa alla legge Milleproroghe la Conferenza Stato-Regioni ha chiesto di rinviare la chiusura al primo aprile 2017. Piccoli ospedali regionali con 20 posti letto ciascuno dovrebbero diventare l’alternativa ai sei opg dislocati sul territorio nazionale, quello di Barcellona Pozzo di Gotto (Messina), Aversa (Caserta), Castiglione delle Stiviere (Mantova), Montelupo Fiorentino (Firenze), Reggio Emilia e Napoli. Per finanziarli il Parlamento ha già stanziato 120 milioni di euro (più 38 milioni per il personale) nel 2012 e 60 milioni (più 55 milioni per il personale) nel 2013. A quanto pare insufficienti. Queste istituzioni sono rimaste sostanzialmente estranee e impermeabili alla cultura psichiatrica riformata, e il meccanismo di internamento non è stato interessato dalla legge del 1978 che prevedeva la chiusura degli ospedali psichiatrici.

Venerdì 21 marzo il film, promosso dall’associazione culturale Teatri di Nina in associazione con Independent Zoo Troupe, è stato presentato al Duel di Caserta. In quell’occasione il dottor Adolfo Ferraro, ex direttore dell’Opg di Aversa, al lavoro su un testo teatrale che racconta in parallelo la storia di uno psichiatra e di un paziente, ha introdotto alla platea un ex internato di un Opg, che ora è stato accolto in una comunità. La sua voce è una nuova denuncia: “Per me non è cambiato molto: dormo, mangio e mi gratto la pancia”. Il rischio, quindi, è che, alla chiusura degli Opg, gli internati potrebbero passare da una struttura ad un’altra senza sostanziali cambiamenti? Forse. Ma si spera almeno non su tutto. Sul fronte del degrado e della fatiscenza qualcosa dovrebbe cambiare. Quando nel 2010 la Commissione d’inchiesta sull’efficacia e l’efficienza del Servizio sanitario nazionale, presieduta dal Senatore Ignazio Marino, fece irruzione a sorpresa nei Opg italiani, rivelò al mondo una situazione che il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano (che “volle quelle riprese – spiega Cordio -, sensibilizzato al valore della testimonianza delle immagini dal fatto che il fratello Riccardo era un documentarista”) additò “di vero e proprio orrore medioevale”. Quelle immagini sono di Francesco Cordio. “Al primo blitz mi avevano raccomandato di stare attento che gli internati avrebbero potuto danneggiare la telecamera – racconta il regista -. Tutt’altro, al nostro passaggio i ricoverati erano felici di poter dire la propria storia e chiedere aiuto. I loro sguardi in camera sono veri schiaffi all’anima”. Ne “Lo stato della follia” quelle immagini si accompagnano al racconto di un ex internato, Luigi Rigoni, “un racconto che per lui si è fatto terapeutico – sottolinea Cordio -. Siamo andati al teatro comunale di Todi. Si è messo in scena. Ha narrato il suo inferno all’interno di un Opg, e da allora non ha più parlato di questa sua esperienza, né visto ancora il film”.

Alcune delle immagini raccolte durante i sopralluoghi del 2010 hanno ricevuto la Menzione Speciale al Premio Ilaria Alpi 2011 ed il Premio L’anello debole 2011 (primo premio assoluto e premio speciale della giuria di qualità, sezione TV), mentre l’intera opera è stata premiata nel marzo del 2013 al Bif&st di Bari, ottenendo una Menzione Speciale. I 17 minuti trasmessi in tv all’interno di “Presa diretta” nel 2011 sono ad oggi per il programma di Riccardo Iacona i più visti sul web. Ed ora il viaggio del film continua. Sarà proiettato ancora al Nuovo Cinema Aquila di Roma (25-26 marzo), al Teatro Villa Pamphilj/Scuderie Villino Corsini di Roma (29 marzo), alla Cinematocasa di Palermo (28 marzo), alla Sala del Consiglio Comunale di Santa Ninfa di Trapani (29 marzo), al cinema Beltrade di Milano (31 marzo). Presenza fissa quella del regista Cordio. E di volta in volta interverranno nuovi testimoni. Tra gli altri: il cantautore Daniele Silvestri di cui si ascolta “Aria” nel documentario; e l’esercente Silvestro Marino, titolare del Duel Village di Caserta e produttore cinematografico di “Crimini di pace” sulla vicenda di Vita De Rosa, internato dimenticato per 50 anni nell’Opg di Napoli.

Tante sono ancora le risposte che attende la denuncia de “Lo stato della follia”. Una la evidenzia il dottor Massimo Lanzaro, psichiatra, intervenuto alla presentazione di Caserta. “Il film intende accompagnare, e far vivere lo spettatore, in questi luoghi dove le persone, fin dagli inizi del ‘900, sono relegate e disumanizzate dal trattamento farmacologico, dall’abbrutimento delle celle di isolamento e dei letti di contenzione – afferma Lanzaro -. Il documentario porta alla luce lo stato di abbandono delle strutture psichiatriche e la privazione dei più elementari diritti costituzionali alla salute, la cura, la vita di tanti malati mentali. Per rimanere in ambito cinematografico ma alludere al cuore del problema reale, in ‘Smultronstället’ (‘Il posto delle fragole’, il film di Ingmar Bergman osannato dalla critica, adorato dal pubblico e che vinse nel 1958 l’Orso d’oro al Festival di Berlino) c’è una scena in cui il medico e professore Isak Borg in sogno si ritrova in un’aula dell’università, dove non riesce a sostenere l’esame, a rispondere alla domande ed in particolare ad una: ‘Qual è il primo dovere di un medico?’. L’esaminatore lo taccia di indifferenza e gli spiega che il primo dovere di un dottore è chiedere perdono”. Forse si potrebbe davvero cominciare da qui.

Un cuore in inverno

Una pellicola che racconta “perfettamente” la rinuncia ai propri sentimenti

Se nel racconto esiste la perfezione, l’armonica proporzione delle sue componenti, questo è un film perfetto.

Claude Sautet vinse con “Un cuore in inverno” il Leone d’argento al Festival di Venezia 1992. Ispirato alla novella “La principessina Mary” (in Un eroe del nostro tempo, 1840) di Michail J. Lermontov questo è un film delicato ed elegante, una riflessione sull’amore, o meglio un apologo sul suo mistero, i cui raffinati dialoghi sono una sorgente di frasi da incorniciare.

(da qui possibili spoilers)

Il tema del film sembra facilmente identificabile. Stéphane (Daniel Auteuil), un liutaio, non è (apparentemente) in grado di vivere ed esprimere i suoi sentimenti ed emozioni. Eppure tutto sembra, nel suo comportamento precedente, alludere ad una sua attrazione profonda per Camille (Emmanuelle Béart: divina). Quando la donna suonava sembrava che gli occhi di Stéphane vibrassero della stessa armonia che proveniva dal suono della musicista. Sembrava che solo il legame tra lei e l’amico Maxime potesse essere l’ostacolo ad un incontro ormai annunciato con Stéphane. Contro ogni logica (apparentemente) l’uomo rimane imperturbabile, non solo di fronte alla passione amorosa, ma anche alla violenza.

Qualcuno ha scritto che Stéphane è simbolo chiaro di un’organizzazione di personalità che isola o al limite elimina gli affetti perché teme il possibile dolore ad essi associato.

In psicoterapia è un tema che ricorre frequentemente e che non sorprende né come fenomeno né come dinamica profonda: molte persone possono sviluppare una capacità razionale e operativa dotata di grande pregio e pur tuttavia essere molto spaventati quando si sviluppa una qualsiasi relazione emotiva profonda nel rapporto personale; gli affetti vengono allora isolati e rinchiusi in un mondo pressoché impenetrabile, così che una persona può vivere senza però vivere veramente la propria vita con la densità dei propri affetti.

A proposito di Stéphane il regista sembra tuttavia dare una traccia di dubbio, così psicoanaliticamente significativa, da far sorgere l’interrogativo se tale traccia sia stata fornita intenzionalmente, o sia stata indicata inconsciamente, senza avvertirne del tutto l’importanza.

Mi riferisco ad una sequenza narrativa: quando Stéphane rifiuta sorprendentemente l’amore di Camille, la scena termina e cambia. Ci si ritrova con Stéphane che si dirige verso la casa del maestro e della donna che lo accudisce. Qui assiste non visto ad una scena altamente sgradevole. La donna cerca di convincere il vecchio ad accettare le cure per i suoi malanni, ma egli, come un bambino ossessionato dalle cure materne, la scaccia in maniera offensiva (anche lei risulta alquanto soffocante). Stéphane assiste alla scena come un bambino che guarda dal buco della serratura ciò che avviene nella stanza dei genitori. Ed è una scena dove il “padre” lotta per non essere infantilizzato da una “madre” che lo tratta come un bambino. Se poniamo questa scena come lo sfondo della problematica che Stéphane vive nel rapporto con le donne, possiamo trarre qualche lume significativo (semplificando: “se il maestro è finito così, quale destino diverso potrà avere il suo modesto seppur zelante allievo?”). L’immagine della scena primaria, che vive nell’inconscio individuale, quando assume aspetti così profondamente spiacevoli, può causare l’evitamento delle possibilità di sviluppo affettivo nel rapporto con l’altro sesso, quando tale rapporto è troppo associato ad essa, dicono gli autori di orientamento psicodinamico. Camille si propone a Stéphane come un farmaco curativo dei suoi affetti bloccati, lo vuol curare col suo amore, ma egli teme di ridursi come un bambino castrato dalle cure materne. Forse.

In realtà la freddezza affettiva non riguarda (solo?) Stéphane, ma anche (e forse maggiormente) gli altri personaggi significativi: Maxime (patinato e immerso nel suo business), Régine l’agente assistente di Camille (fredda e cinica per lo più), e paradossalmente anche Camille stessa. Di chi è innamorata? Del suo violino e della musica senz’altro. Il violino può anche non funzionare secondo i suoi desideri. Ma allora lo ripara e lo riprende. Quando invece Stéphane tenta una riparazione (“mi sono accorto di aver dentro di me qualcosa di distruttivo”) la sua risposta è: “ormai mi sono svuotata”.  Si accende di passione, ma non tollera che la risposta dell’altro richieda tempi diversi da quelli che da lei sono stati previsti e decisi. Colpisce come in tutto il film manchino spazi per la crescita e l’elaborazione degli affetti che appaiono e scompaiono in modo rapido senza che le voci interiori si esprimano e diano un senso ai comportamenti dei diversi personaggi, ma così viene magistralmente lasciato allo spettatore il compito di intuirli e pensarli in maniera più umana e significativa.

Da questo punto di vista Stéphane appare dal mio punto di vista umanamente più convincente, perché al termine di un tormento interiore così dignitoso da non essere mai rivelato, dopo mesi di sofferenza e introspezione, riconosce la radice della sua difficoltà quando afferma che c’è qualcosa di distruttivo in lui, nel suo modo di rapportarsi alla donna: distrugge per non sentirsi distruttivo e per non dover fare i conti con i molteplici volti dell’attrazione amorosa. Ed è anche l’unico che ha il coraggio di fare quello che il suo maestro voleva: aprire la finestra della sua stanza verso la libertà, il silenzio e la luce.

Massimo Lanzaro

“I diamanti di Kesserling”

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Quando si parla di Storia, si può argomentare, teorizzare, fantasticare, persino romanzare, aggiungere fatti immaginari a un substrato di fatti oggettivi. Si può anche, però, fare la Storia Immaginaria, valutando come sarebbero andate le cose se fossero cambiati alcuni presupposti: si tratta della cosiddetta Ucronia, la Storia Virtuale, non un tabù o una semplice esercitazione del pensiero, ma una vera e propria disciplina, che talvolta diviene strumento per capire ed interpretare il nostro presente. Il bel libro di Enzo Natta, “I diamanti di Kesserling” (ed. Tabula Fati, 2013) parte da questo spunto per costruire una storia su un pezzo di Storia: siamo in Liguria, terra dello scrittore, e precisamente nel Ponente, tra il mare della costa dei fiori e la catena montuosa delle Alpi Marittime. L’antefatto è un episodio del 1944, in piena Resistenza, quando si cercò di corrompere il feldmaresciallo Kesserling per la resa dei tedeschi in Italia. La contropartita, un immenso tesoro di diamanti portato dagli inglesi, e poi sparito, ad opera di un partigiano, Nemo; questi porta il tesoro con se per avvantaggiare la sua parte politica (Trotzkisca), ma viene intercettato ed ucciso, non prima però di avere trasmesso ad un sacerdote, come il messaggio lasciato nella bottiglia, l’informazione del nascondiglio dei diamanti. Passa il tempo e a distanza di sessanta anni, una miriade di personaggi loschi è alla ricerca del tesoro di Kesserling. Protagonisti sono due liguri autentici, il commissario Roberto Pollini e il cronista Giovanni Rosaspina, che entrano in gioco dopo la morte sospetta di un vecchio partigiano, a cui faranno seguito altri omicidi. Coinvolti saranno ogni sorta di avventurieri, dai piduisti ai mafiosi, dai servizi segreti al Mossad, ognuno viole raggiungere il tesoro dei diamanti per accaparrarselo, ma falliscono uno alla volta. Ciò che affascina del romanzo sono gli intrecci non solo del presente raccontato, ma anche del presente con il passato, e del passato con il passato. Artifizio della Ucronia. Il presente, il passato, quello che si svolse o che avrebbe potuto svolgersi; e così la Storia può prendere in qualsiasi momento vie innumerevoli, per farci rendere conto che quella effettivamente accaduta forse non è stata la migliore possibile, che il risultato non è stato nessun Sole dell’Avvenire – se ha prodotto, cronaca di tutti i giorni, una situazione così destabilizzata e corrotta. I due protagonisti, Roberto e Giovanni, sono troppo liguri, e quindi troppo disincantati e anche un po’ “chesternoniani”, per attardarsi su speculazioni sul bene e sul male. Portano avanti le indagini sempre un po’ sottotono,  con mille colpi di scena, con mafiosi ridicoli che sembrano abbellirsi e darsi un tono per sembrare più raffinati, senza riuscirci, e figuri senza scrupoli, cinici e avidi. Sullo sfondo la Liguria, dove “i suoi abitanti tra gli ulivi” stanno davvero come in una cattedrale, e i cimiteri “aperti ai venti e all’onde” compaiono come teatro di ricerca dei diamanti, poiché si suppone di trovarli in una ignota e non ben localizzata tomba di Nemo. Le citazioni di film sono numerose e corrono parallele alla storia, dandole un’impronta “cinematografica” – si vede  la grande conoscenza di cinema da parte dell’autore. Encomiabile è la difesa del fumo contro il “pensiero unico” del proibizionismo, condotta dal protagonista Giovanni e probabilmente propria anche dell’autore. Un libro insomma che si legge d’ un fiato, con mille spunti di riflessione portati avanti da una scrittura semplice e briosa. Con un finale a sorpresa che prelude però a nuove prossime imprese. Noi le aspettiamo.

Mario Sammarone

“I diamanti di Kesserling”, un romanzo di Enzo Natta (ed. Tabula Fati)

Il mistero di Dante. Voto al film 10

Il mistero di Dante – Incontro con Louis Nero, F. Murray Abraham, Valerio Massimo Manfredi, Gabriele la Porta e Franco Nero

Questa Mattina presso la Casa del Cinema di Roma, il regista torinese Louis Nero ha presentato il suo sesto lungometraggio. ‘Un’indagine poliziesca negli innumerevoli cunicoli d’interpretazione dell’opera del più grande genio italiano del Trecento’. In uscita il 14 febbraio in 30 copie

i misteri di danteQuesta Mattina presso la Casa del Cinema di Tooma, il regista torinese Louis Nero ha presentato il suo sesto lungometraggio Il mistero di Dante.

Il film è un viaggio alla ricerca del contenuto esoterico dell’opera del sommo poeta Dante. ‘Un’indagine poliziesca negli innumerevoli cunicoli d’interpretazione dell’opera del più grande genio italiano del Trecento’, come ha dichirato il regista nel pressbook.

Presenti in sala, oltre al regista, alcune delle ‘guide virgiliane’, esperti studiosi che hanno cercato di aiutare lo spettatore a muoversi all’interno del groviglio delle interpretazioni simboliche della Divina Commedia che si sono succedute nel tempo, Valerio Massimo Manfredi e Gabriele La Porta. In più, ospite d’onore, F. Murray Abraham (Premio Oscar nel 1985 per Amedeus di Forman) che interpreta il poeta, e Franco Nero produttore del film.

L’uscita del film in occasione della festa di San Valentino è una scelta dell’autore in omaggio al gruppo iniziatico fiorentino ‘I fedeli dell’amore‘ di cui lo stesso Dante faceva parte.

Quale è stato il tuo approccio a Dante?

Louis Nero: Io volevo trasporre in forma cinematografica il mio viaggio all’interno del mondo di Dante. Quando ho iniziato ad affrontare Dante non conoscevo bene questo aspetto della simbologia, volevo provare ad attuare il messaggio cercando di cambiare i miei stessi punti di vista. Conoscendo le persone questa idea si è capovolta. Ognuno deve partire dalle idee che ha, per poi distruggerle e trasformarle. Io ho portato la testimonianza di persone che sono riuscite a cambiare idea.

Com’è stato coinvolto in questo progetto, quanto conosce Dante?

F. Murray Abraham: La questione non è tanto come Dante ci parla oggi ma penso che bisogna esaminare il perchè sia ancora e sempre un classico e cosa lo rende universale. Siamo sopravvissuti come civiltà alla peste nera che è stata l’esperienza più brutta per l’umanità. Oggi possiamo distruggere tutto con le armi nucleari e allora la domanda è: dove si trova la speranza? Noi siamo stati lì e siamo sopravvissuti. Com’è possibile che il frutto di un lavoro come la Divina Commedia continua a esistere e influenzare? Cos’è la magia di questo uomo? Lui e Shakespeare in particolare hanno cambiato il linguaggio e il pensiero. Ci fanno ricordare della nostra umanità in comune. A proposito dell’idea che le religioni possano coabitare, quanti pensano che è davvero possibile? Ci sono conflitti tra gli stessi cristiani. Cosa ci vuole per cambiare? Questo film comincia a esaminarlo in modo serio. Il mistero è come Louis abbia fatto a riuscirci, come abbia raggiunto questo punto di coscienza. Non è un produttore famoso con molti soldi e se fai un buon film senza soldi hai coraggio e passione.

Prossimamente farò un musical tratto da Bertolt Brecht, il mio ruolo è la voce di Brecht stesso. Una delle canzoni che canterò l’ha cantata davvero lui, si chiama ‘la canzone inutile’ e le parole dicono: “e all’inizio non riesci devi provare ancora e ancora e se non hai successo, ancora. Ma se è inutile, è inutile”. La nostra vita è troppo dura. È inutile, provare non vi basta. Sono affermazioni molto ciniche ma se fosse stato veramente cinico non avrebbe scritto la canzone. Accetta il mondo e cerca di cambiario. Il cuore a un certo punto si unisce con l’intelletto. Dante ha visto il purgatorio e l’inferno e ha deciso che c’è un modo di uscirne. In questo momento storico serve questo tipo di immaginazione. Un esempio di oggi è quello di Papa Francesco.

i misteri di danteQual è il vostro rapporto con la cultura esoterica?

Valerio Massimo Manfredi: L’esoterismo è sempre esistito, nel mondo classico c’erano i misteri per gli iniziati ed era così rigorosa la custodia del segreto che violare o profanare comportava la pena di morte. In ogni società coloro che ritenevano di aver raggiunto gradi di conoscenza superiore non volevano inquinarla. Non l’ingresso in una nuova era ma l’uscita da un era difficile è sempre segnata da uno di questi grandi uomini. Per esempio l’Epopea di Gilgamesh è l’uscita del genere umano dal neolitico e ha manifestazioni così alte e vertiginose che lasciano senza fiato. Ciò significa che c’era un gruppo di persone che coltivava quella forza e capacità di andare oltre. Un verso di quest’opera dice: “la vita dell’uomo è come la libellula che vola sulla superficie del fiume. Per un attimo leva gli occhi verso la luce del sole e poi non è più nulla”. Il verso “Ed è subito sera” della nostra letteratura è la stessa cosa. Omero a sua volta è l’uscita dall’età del bronzo, età di massacro che termina con cataclismi, ma l’uscita è Omero che non è altro che la punta di un iceberg di cui fanno parte migliaia di cantori di strada che hanno prodotto il ciclo troiano, 120 mila versi. Dante è l’uscita dalla peste, dalla fame e dalla guerra e rappresenta  l’ingresso nel Rinascimento. Ma prima di lui, prima di morire Roma aveva prodotto uomini come Seneca che andavano oltre. Ogni volta c’è sempre un uomo più avanzato e sofisticato, spirituale e intenso, capace di guidare i fratelli verso la speranza. Attorno a questi uomini c’è sempre un gruppo. Il pericolo è pensare che questi gruppi di uomini generosi e colmi di speranza siano delle sette di piccoli uomini gelosi dei loro piccoli segreti.
F. Murray Abraham: Calvino è cosciente di essere esoterico, anche lui era molto interessato a raccogliere le fiabe folcloristiche italiane. Il mio lavoro come attore è interpretare l’esoterismo di questo grande poeta, a livello umano semplice. Non voglio dire che la gente è stupida ma è il modo di comunicare la verità in sé.

Il film fa venire voglia di rileggere la Divina Commedia.

Gabriele La Porta: Ogni volta che studio dei testi quando ci ritorno non c’è mai fine, scopri sempre un nuovo tesoro. Quest’opera serve non solo per i giovani ma per tutti, il linguaggio visivo è fantastico. Avrei solo aggiunto il personaggio di Cunizza da Romano, sorella di uno dei peggiori mercenari, che ha passato tutta la vita a fare l’amore, ha attraversato tutti i tipi di sessualità e la cosa bella è che Dante non la mette per questo all’Inferno ma in Paradiso perchè ha tanto amato.

i misteri di danteIl film utilizza la classica forma del documentario, con varie  interviste, ad eccezione della parte iniziale in cui è un mockumentary a tutti gli effetti? Come mai questa scelta?

Louis Nero: Il film è a metà tra documentario e fiction, il simbolismo è superiore alla realtà. Ho voluto ripercorrere il viaggio Dante, dall’inferno alla luce. Prima di aprire gli occhi bisogna eliminare i preconcetti, noi siamo ciechi. La sensazione di confusione è come quella che ha la protagonista nella parte iniziale. La confusione persiste finchè non ci mettiamo in discussione.

Qual è il ruolo della musica nel film? Ci sono atmosfere (soprattutto percussioni) che si ripetono.

Louis Nero: Il suono, non tanto musica, è importante quanto l’immagine. È il primo elemento con cui si attrae lo spettatore. Gli autori delle musiche Steven Mercurio e Ryland Angel avevano una visione precisa, hanno contribuito. La percussione iniziale che sembra ripetersi è tamburo sciamanico che porta chi ascolta in uno stato rem, ha un ritmo crescente e quando si va verso lo svelamento arriva a coinvolgere tutti i sensi. Nel film ritorna canzone di Barberino che ci ha dato tante informazioni sul simbolismo di quel periodo.

Nel film sono presenti delle animazioni di vari cerchi e gironi della Commedia. Ti sei ispirato a qualcuno?

Louis Nero: Certo, mi sono ispirato al lavoro Gustave Doré che aveva realizzato in immagini esattamente ciò che Dante dice in parole. Io ho aggiunto il movimento alle persone e agli ambienti, niente di più.

In quanto tempo è stato girato il film e in quante copie sarà distribuito?

Louis Nero: Le riprese sono durate tanto tempo, 2 anni, perché sono stati coinvolti tantissimi attori che avevano impegni vari.
Sarà distribuito in 30 copie.

Cosa l’ha spinta a produrre un progetto così?

Franco Nero: Abbiamo già fatto 4 lavori insieme è continueremo, c’è un certo feeling.

Fonte: Sentieriselvaggi.it

Forza

La forza che difende il cuore dalle ferite è la stessa che gli impedisce di dilatarsi alla sua massima grandezza
Kahlil Gibran

La depressione: un tentativo di trovare spiragli di luce nel male oscuro (Parte I)

Una premessa, qualche definizione e tre equivoci sulle sindromi depressive

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) la depressione è la prima causa di disfunzionalità nei soggetti tra i 14 e i 44 anni di età. Sembra colpisca nel mondo circa 350 milioni di persone, deteriorandone (tra le altre cose) la capacità di lavoro e di relazione. Nella sua forma più grave può portare al suicidio e sarebbe responsabile di quasi un milione morti ogni anno.

Quello della depressione è un tema che negli ultimi anni è diventato assai popolare, ma sul quale esistono molta confusione e diversi equivoci; l’esperienza mi suggerisce che anche se non esistono affatto ipersoluzioni, un buon punto di partenza dovrebbe sempre essere la corretta definizione del problema o, se appropriato, un globale inquadramento diagnostico con l’aiuto di uno specialista. Vorrei dunque cominciare questa serie di brevi scritti descrivendo alcuni dei suddetti elementi confusivi.

Il primo equivoco consiste nel confondere la condizione clinica chiamata depressione con la tristezza normale o con la demoralizzazione. Secondo me sono ancora validissime le parole di Arieti, che nel 1978 diceva della tristezza e della demoralizzazione: “sono il comune dolore che coglie l’essere umano quando un avvenimento avverso colpisce la sua esistenza precaria, o quando la discrepanza tra la vita com’è e come potrebbe essere diventata il centro della sua fervida riflessione”, mentre “è meno comune, ma abbastanza frequente da costituire uno dei principali problemi psichiatrici, il dolore che non si attenua col passare del tempo, che sembra esagerato in rapporto al presunto evento precipitante, o inappropriato, o non collegato ad alcuna causa evidente”. Questa è la depressione, che a sua volta può essere graduata su un continuum di severità (di nuovo, compito che spetterebbe ad un professionista della salute mentale) e fa  parte dei disturbi dell’umore, insieme ad altre patologie come la mania e il disturbo bipolare. Essa può assumere la forma di un singolo episodio transitorio (si parlerà quindi di episodio depressivo) oppure di un vero e proprio disturbo (si parlerà quindi di disturbo depressivo). Quando i sintomi sono tali da compromettere l’adattamento sociale si parlerà di disturbo depressivo maggiore, in modo da distinguerlo da depressioni minori che non hanno gravi conseguenze e spesso sono normali reazioni ad eventi della vita.

Secondo la versione più recente del DSM (Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali) l’episodio depressivo maggiore è caratterizzato da sintomi che durano almeno due settimane causando una compromissione significativa del funzionamento sociale, lavorativo o di altre aree importanti.

Fra i principali sintomi vengono elencati i seguenti:
- Umore depresso (es. tristezza, melanconia accentuate) per la maggior parte del giorno, quasi ogni giorno.
- Marcata diminuzione o perdita di interesse o piacere per tutte, o quasi tutte, le attività per la maggior parte del giorno, quasi ogni giorno (anedonia o apatia).
- Agitazione o rallentamento psicomotorio quasi ogni giorno.
- Affaticabilità, perdita o mancanza di energia o slancio vitale quasi ogni giorno (astenia).
- Disturbi d’ansia (es. attacchi di panico).
- Insonnia o ipersonnia quasi ogni giorno.
- Significativa perdita di peso, in assenza di una dieta, o significativo aumento di peso, oppure diminuzione o aumento dell’appetito quasi ogni giorno.
- Diminuzione o perdita di motivazioni personali, capacità di pensare, concentrarsi, risolvere problemi, prendere iniziative, decisioni, agire (inerzia, svogliatezza o abulia) e pianificare il proprio futuro quasi ogni giorno.
- Tendenza all’isolamento, alla solitudine e alla sedentarietà con diminuzione dei rapporti sociali e affettivi.
- Tendenza alla sfiducia e al pessimismo o negativismo marcato sulla realtà e i problemi di vita.
- Sentimenti di impotenza, autosvalutazione (es. diminuzione di autostima) fino a senso di sconforto o disperazione oppure sentimenti eccessivi o inappropriati di colpa, risentimento e rimurginazioni eccessive quasi ogni giorno (fino a casi limite di angoscia e deliri con distacco dalla realtà).
- Ricorrenti pensieri di morte, ricorrente ideazione suicida senza elaborazione di piani specifici, l’elaborazione di un piano specifico per commetterlo oppure un tentativo di metterlo in atto.

I sintomi non son necessariamente tutti presenti, ma per parlare di episodio depressivo maggiore è importante sottolineare che è necessaria la presenza contemporanea di almeno cinque dei sintomi sopra elencati.

Mario Maj recentemente ha scritto: “come mai la distinzione tra depressione e demoralizzazione non viene chiarita quando si parla alla gente? A volte per ignoranza. Altre volte per malafede, perché indubbiamente quanto più si rinforza il messaggio che la depressione è una condizione a cui tutti prima o poi andiamo incontro, tanto più ampia è l’audience di cui si richiama l’interesse. Le conseguenze di questa confusione tra depressione e demoralizzazione possono essere molto serie. Accade abbastanza frequentemente, ad esempio, che personaggi pubblici raccontino la loro storia alla televisione o su una rivista dichiarando di essere stati colpiti dalla depressione e di esserne usciti grazie alla propria forza di volontà o al calore dei familiari o degli amici, e invitando le persone depresse a diffidare dei farmaci e di qualsiasi altro intervento specialistico”.

Nella quasi totalità dei casi si tratta di persone che non hanno sofferto di una vera depressione, ma hanno soltanto attraversato un periodo di demoralizzazione, e il loro messaggio può essere dannoso per le persone veramente depresse e per i loro familiari, che possono essere indotti a non iniziare o a interrompere una terapia che sarebbe stata efficace.

Il secondo equivoco fondamentale nasce dal fatto che la depressione viene spesso considerata una condizione unitaria e omogenea, che si manifesta sempre allo stesso modo, che ha sempre la stessa origine e che si cura sempre allo stesso modo, mentre in realtà non esiste la depressione, ma esistono le depressioni, cioè una gamma di condizioni depressive che si manifestano in maniera differente, nella cui genesi i fattori biologici, psicologici e sociali intervengono in misura differente, e che si curano in modo differente.

Il terzo equivoco, che abbiamo forse tacitamente mutuato dalla belligerante cultura anglosassone è che la depressione sia “un male che si deve combattere”: attingendo all’arsenale farmacologico, con le tecniche di psicoterapia più alla moda (inclusa quella cognitivo-comportamentale) o con una combinazione di varie strategie. Di nuovo, non voglio agitare la bacchetta magica o ipersemplificare, ma se c’è una cosa che una persona realmente depressa dovrebbe fare, in un certo senso, è proprio il contrario: smettere di combattere, almeno per un po’. La depressione – diceva Jung -è una signora in nero, quando appare non bisogna scacciarla ma invitarla alla nostra tavola per ascoltarla.

Massimo Lanzaro

http://www.ilquorum.it/la-depressione-un-tentativo-di-trovare-spiragli-di-luce-nel-male-oscuro-parte/

 

Il mistero di Eraclito nell’ambito del Monnalisa Museum

Violenza sulle donne e uomini cattivi

 

Ricordi e riflessioni ispirati da una pellicola di Chabrol del lontano 1993

Lo spunto per questo scritto, viene dalla recentissima giornata internazionale contro la violenza sulle donne. Nel mondo c’è una vera e propria “epidemia”: una donna su tre ha subito, a livello mondiale, abusi almeno una volta nella vita (dati OMS) e il 30 per cento di questi atti viene inflitto da un partner intimo. Anche in Italia, dove i casi sono aumentati da 84 nel 2005 a 124 nel 2012. E nel primo semestre del 2013 i casi di violenza sono stati 65. Molte di queste vittime riportano lesioni gravissime, qualcuna viene uccisa, le altre subiscono violenze di tipo persecutorio da cui escono segnate nel corpo e nell’animo.

In genere le cronache e le convinzioni popolari tendono ad applicare agli omicidi di donne lo schema del delitto passionale, commesso magari durante un “raptus” (termine ormai non più accettato dalla comunità scientifica) o sotto la spinta di una “temporanea follia” (definizione altrettanto molto discutibile). Questo modo di ragionare perpetua di solito due gravi malintesi: che siano delitti normalmente inevitabili, in quanto difficili da prevedere, oppure che si tratti di tragedie familiari e perciò appartenenti alla sfera privata, slegati da ogni contesto sociale più ampio e non privo di responsabilità.

Il fenomeno non ha né tempo né confini e non risparmia nessuna nazione, sia essa industrializzata o in via di sviluppo, in pratica una fragilità del sistema che si nutre di valori condivisi. Non conosce nemmeno differenze socio-culturali, perché vittime e aggressori appartengono a tutte le classi sociali e perché, al di là di quello che ci viene mostrato dai media, i rischi maggiori vengono da familiari, mariti, fidanzati o padri che siano, seguiti da amici, vicini di casa e colleghi di lavoro.

Ma cosa c’è dunque dietro gli uomini “cattivi”? Non credo di essere nel contesto appropriato per dare una risposta esaustiva o sistematica, c’è una vastissima letteratura in merito, e questa è una rubrica dove si parla di cinema. Tuttavia oggi rispolvero un film che parla proprio di violenza sulle donne: “L’inferno”, diretto da Claude Chabrol, che mi sento sinceramente di suggerire (a chi non lo abbia visto). Perché? Forse perché prova a descrivere una delle possibili risposte alla domanda precedente, ovvero: in alcuni casi, dietro (e dentro) gli uomini “cattivi” c’è una sindrome psichiatrica che si manifesta in modo subdolo e che può avere conseguenze anche terribili.

La narrazione descrive il percorso di un giovane uomo, Paul, proprietario di un albergo in riva ad un lago sui Pirenei, acquistato a costo di grossi sacrifici economici. Raggiunto lo scopo della sua vita, Paul si mette alla ricerca di una donna e conquista la “bella del paese”: l’esuberante e procace Nelly, che ben presto lo rende padre di un bel bambino.

L’albergo è accogliente e ben frequentato e costringe Paul a sottoporsi ad un lavoro di gestione continuo e stressante, a cui si aggiungono le frequenti bevute in compagnia degli ospiti, che lo rendono nervoso e insonne, tanto che si ritrova costretto a far (ab)uso di ipnoinducenti. Nelly, sua moglie, cerca di rendersi utile, aiutandolo nel lavoro e intrattenendo affabilmente gli ospiti. Ma tutto ciò non è visto di buon occhio dal marito. La donna cerca più volte di sdrammatizzare la situazione, ride della gelosia del marito, crede si tratti di un eccesso di amore, pensa si tratti di normalità. Purtroppo si intuisce che date le circostanze e gli sviluppi quella forse non era “la cosa giusta da fare”.

In psichiatria, il disturbo delirante è una forma di delirio cronico basato su un sistema di credenze illusorie che il paziente prende per vere e che ne alterano la percezione della realtà. Queste credenze sono in genere di tipo verosimile, come la convinzione di essere traditi dal proprio partner. Escludendo l’incapacità di valutare oggettivamente il sistema di credenze illusorie che danno origine al delirio, il paziente mantiene le proprie facoltà razionali e in genere le sue capacità di relazione sociale non sono inizialmente compromesse. Alcune forme di disturbo delirante venivano  tradizionalmente indicate come casi di paranoia, termine che oggi è in disuso nella comunità scientifica internazionale.

Come nel film la nascita del disturbo può non avere sintomi rilevanti dal punto di vista delle capacità dell’individuo di vivere una vita sociale relativamente normale, ma la sua degenerazione può insidiosamente modificare questa situazione. Inciso: purtroppo, senza alcun intervento adeguato, senza una identificazione precoce da parte di un professionista a volte questi uomini possono isolarsi progressivamente, diventare violenti e “cattivi”.

Tornando al film: lontano dal lirismo di un Bergman o dalle nevrosi intellettuali di un Allen, Chabrol segue la storia con l’occhio di uno scienziato, attenendosi al fatto reale e al dato psicologico. Ed è forse il motivo per cui a mio avviso è un autentico capolavoro.

Massimo Lanzaro

http://www.ilquorum.it/violenza-sulle-donne-e-uomini-cattivi/

 

Fusiametà

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(…) di giorno sono nottedi notte sono giorno

di Miranda Galati, Massimo Paudice

Cosa succede all’amore se si realizza quella simbiosi che da sempre strugge gli amanti, quell’unità arcaica di un sentire uniforme che fa sentire realizzato il mito platonico dell’affinità elettiva?
Fusiametà, la raccolta di poesie di Massimo Paudice e Miranda Galati, nasce su questa premessa, è un originale tracciato a volte a voce unica, a volte a due voci, che riflette da vari punti di vista i “frammenti del discorso amoroso”, il senso del sentire condiviso, i luoghi comuni della relazione, le frasi e i fraintendimenti, i sogni e gli accadimenti in un continuo fluire sulla rotta delle parole.
Perché la pagina scritta possa diventare luogo vivo di incontro nel qui e ora, e non semplice racconto.

http://www.homoscrivens.it/Catalogo/rapidcart/index.html

Carissimi, con piacere, annuncio l’uscita del libro di poesie di Miranda Galati e di Massimo Paudice.
Miaranda, già più volte, è stata nostra ospite, qui nel blog.
Poetessa sublime….

Gabriele

 

 

La vita di Lutetia

La vita di Lutetia

 di Mario Sammarone

Lucio Quinto Giuliano incarnava l’esempio di uomo dotato di quelle virtù così decantate dai filosofi. Nominato senatore di Roma da Alessandro Severo, ricoprì in seguito per dieci anni la carica di proconsole della Gallia Lugdunense. Terminato il suo compito, si ritirò dalla vita pubblica e trascorse l’autunno della sua esistenza nella confortevole villa di famiglia, nella città di Lutetia. In molti rimpiansero la perdita del suo governo: egli infatti non solo venne ammirato per l’eccellente carriera che aveva ricoperto nello stato Romano, ma fu visto come un governante saggio e un modello di virtù perduta. Lucio Giuliano svolse le sue funzioni di governatore della provincia in maniera integerrima, al punto che fu uno dei pochi magistrati che arrivato in quella posizione con un patrimonio di oltre quaranta milioni, ne uscì con meno di trenta.
Durante il suo proconsolato fu onesto e generoso verso i suoi concittadini, impegnandosi per migliorarne le condizioni di vita e per mettere a loro disposizione opere pubbliche degne. Non di rado attinse alle sue personali risorse, per lo meno quando le procedure imperiali, presidiate da sonnacchiosi e ignavi funzionari, rischiavano di bloccare uno dei suoi progetti. Ciò gli valse la riconoscenza e la gratitudine degli abitanti della provincia e molti cittadini pensarono allora che il grande Adriano fosse tornato dagli Inferi per donare alle Gallie un proconsole interessato più al benessere della gente che al rinfoltimento del peculio e della sua schiera di schiavi. Allo stesso modo la maniera di amministrare la cosa pubblica regalò all’anziano senatore una dubbia reputazione presso parecchi suoi colleghi, uomini eminenti della città di Roma – la sua città, la sua corrotta città, come confidava ai più intimi. L’opinione di costoro era che Lucio Giuliano fosse persona troppo responsabile verso i provinciali, troppo buona e accondiscendente per tacere delle critiche più colorite che circolavano tra i membri della Curia a quel tempo. Ma al vecchio senatore ciò non importava: egli vedeva nel suo proconsolato una missione, l’occasione tanto cercata per mettere in pratica i precetti dei filosofi che lo avevano affascinato nel corso della sua vita. Quando terminò il mandato, e con esso le preoccupazioni e gli affanni del governo, Lucio Giuliano si ritagliò una gradevole e più serena esistenza allietata dall’amicizia dei notabili locali e del consiglio di un paio di filosofi stoici, in disarmo come l’antica scuola di cui facevano parte. Nei giorni sereni ma non privi di malinconia della propria vecchiaia, il quesito che si imponeva all’attenzione del senatore e di quelli che lo circondavano era: ”Il saggio non deve avvicinarsi alla politica, a meno che forze oscure non lo stanino dalla sua vita ritirata”, oppure, al contrario:”Il saggio ha il dovere di fare politica, a meno che ciò che ha intorno non sia così marcio e meschino da riportarlo alla sua solitudine, beata e priva di preoccupazioni”. Questo dibattito, vetusto e superato come coloro che vi si intrattenevano, animava quelle fredde ma intense giornate del nord: sembrava che tutta l’esistenza degli uomini potesse essere raccolta da questi due schemi. E quanti pomeriggi perduti in congetture, ipotesi, nella non perduta voglia di un vecchio di rassegnarsi all’inesorabile declino di un mondo.
I possedimenti e le ricchezze ereditate dagli antenati consentivano al vecchio Lucio un’esistenza agiata, sebbene le sue abitudini spartane non gli facessero consumare neanche un decimo della rendita. La terra, gli affitti degli appartamenti che possedeva in Italia e in Gallia, i canoni dei mezzadri, assegnati a prezzi contenuti per quel tempo, gli rendevano circa due o tre milioni l’anno, a seconda dell’andamento del raccolto dell’avena o dell’uva. Possedeva inoltre quasi trecento schiavi solo in Gallia, quasi altrettanti curavano i suoi possedimenti in Campania e nel resto di Italia. La rendita veniva comunque dissipata. Flavio Quinto Giuliano, nipote di Lucio Giuliano, era un giovane brillante, ben noto in tutta Lutetia per il suo stile di vita appariscente e sopra le righe, per il gusto fine nel vestire e per l’estrema facilità con cui conquistava le donne.  Suo padre, Rudiano Giuliano, era stato un alto ufficiale delle legioni in Mesia e aveva portato molto onore alla famiglia, ma era rimasto ucciso durante un’operazione militare quando Flavio aveva dodici anni. Così il nonno, Lucio Giuliano, si prese cura di lui e della sua educazione allevandolo con tutti i privilegi della posizione e come l’erede di una famiglia patrizia. Flavio rimase plasmato da quella formazione aristocratica e frequentò i migliori maestri che a quel tempo vivevano in Gallia. Lucio Giuliano fece venire appositamente per lui recettori anche da Roma e dall’Asia Minore, nonché dalla Grecia – e proprio a quella terra, alla terra di Apollo, andavano gli interessi maggiori del giovane. Fin da piccolo, infatti, Flavio fu attratto dalla lettura dei classici e di quegli scritti che quattro secoli prima aveva diffuso a Roma Scipione Emiliano sollevando il biasimo dei conservatori. La Cosmogonia di Esiodo e le tragedie ateniesi erano la matrice di cui si nutriva il suo spirito, le poesie di Saffo e di Anacreonte erano il linguaggio della sua anima, la fiera e più austera erudizione di Teognide il modello di vita, senza dimenticare i più recenti autori alessandrini come Posidonio e Plutarco. Ad ogni modo, da vero nobile Romano, Flavio non trascurava di dissipare tempo, gioventù e le fortune di suo nonno in tutto ciò che poteva procurargli divertimento: corse di bighe e cavalli, in cui eccelleva al punto di essere conosciuto in tutta la provincia; convegni amorosi con donne lascive e attraenti, lasciate con troppa imprudenza sole dai propri mariti; cene e feste con compagni sprofondati più di lui nell’ozio e che spesso approfittavano della liberalità e dei larghi fondi della sua borsa. A quanta gente Flavio dava aiuto e amicizia, e in quanti usavano il suo nome illustre per godere del massimo credito presso il mondo e ottenere i fini che si erano proposti. Però a Flavio ciò non importava, lui che se ne andava per le vie di Lutetia fiero di sé, o per meglio dire, fiero di essere il nipote di Lucio Giuliano. Sopra uno dei suoi cavalli o appiedato, solitario o in compagnia degli amici, i raggi mandati da Apollo risplendevano ogni volta sulla sua chioma dorata, che unita al fisico asciutto e ad un portamento elegante, rendevano questo personaggio come la replica di un eroe uscito dalle saghe di Omero. Il senatore Lucio Giuliano vide passare il nipote attraverso le diverse stagioni dell’infanzia, dell’adolescenza e della prima gioventù. Provava grande affetto per lui, forse per il fatto che gli ricordava molto se stesso quando era giovane, o forse perché era il lascito più importante che gli era rimasto di suo figlio, Rudiano, o forse ancora perché sarebbe stato l’eredità più importante che lui avrebbe lasciato al mondo. “Mio nipote è avventato e non ha nessun senso della misura” soleva ripetere a Cleone, un liberto molto affezionato. Ma ogni volta aggiungeva:”Però è un gran bravo ragazzo. Vedo in lui tutte le virtù della nostra famiglia”. E così il tempo passava in questa specie di idillio nella villa di Lutetia, interrotto però dal giungere di notizie più cupe dal resto dell’Impero. Erano anni quelli, infatti, di crescente agitazione politica e tensione economica. Mai come allora sembrava che il potere di Roma fosse in pericolo: le ripetute invasioni barbariche lungo le frontiere occidentali, la rapida svalutazione della moneta e il degrado della disciplina delle legioni, unite all’instabilità politica – dovuta alle continue assunzioni di personaggi volgari al rango di Augusto – erano fonte di preoccupazione per ogni buon cittadino. Una sera di mezza estate, mentre tutto ciò andava accadendo, Lucio Giuliano offrì una cena per il ventiduesimo compleanno del nipote. Per festeggiare fu invitata mezza città. Al culmine della sera, davanti agli ospiti raccolti, l’anziano senatore brindò alla fortuna del nipote, poi i due Giuliani si abbracciarono ed il vecchio Lucio sussurrò queste parole dal suono profetico:”È giunto il tempo del tuo destino, Flavio”. Ma il giovane patrizio non ebbe il tempo di rispondere perché i suoi amici lo trascinarono via. A notte inoltrata però, quando gli ospiti abbandonarono la villa, Flavio rimase ad allungarsi sopra il lettino sul terrazzo di fuori, come era solito fare la sera d’estate. Indugiava con lo sguardo rivolto alle stelle, a quella volta che anima sogni e pensieri di gloria, mentre la sua mente tornava all’enigmatica frase del nonno. D’improvviso un’ombra si fece vicina. Illuminato dalla fioca luce, Flavio vide apparire Lucio Giuliano. “Nonno!” esclamò. Il cicalio dei grilli risuonava intorno alla casa e giungeva fino alle prime fronde del bosco, oltre cui non penetrava. Il vecchio Lucio si reggeva sopra il suo bastone di frassino e attese qualche istante prima di parlare:“Flavio, hai compiuto ventidue anni oggi. Di certo non sei ancora un uomo, o per lo meno io non sono ancora pronto per vederti tale, ma sei maturo abbastanza per prendere in mano le redini della tua vita”. ”Intendi dire la mia partenza per Roma?” rispose Flavio. Lucio emise un sorriso pregno di bonomia:”In verità pensavo di lasciarti rimanere qui a Lutetia ancora per un po’. Sei ancora troppo giovane per lasciare le tue abitudini, i tuoi amici e pure le tue amanti…” Flavio sorrise divertito, stava ad ascoltare. Non diceva però che nell’eventualità di lasciare la Gallia, l’evento più tragico sarebbe stato quello di abbandonare proprio lui, suo nonno.
Il senatore riprese più grave: “Oscuri presagi mi hanno fatto cambiare idea, caro nipote”. “È perché l’Impero sta morendo?” rispose Flavio con un sussurro. “Per Giove, ragazzo, tu sei un Giuliano! E perciò un Romano prima di tutto! Il tuo posto non è a marcire qui come un vecchio dimenticato, ma è nella città dei tuoi antenati. Io sono fuori dal gioco della vita ormai, che ho vissuto abbastanza, ma tu devi costruire il tuo futuro. È il nome che porti ad imporlo! Andrai a Roma e troverai là il tuo destino”. “Sai bene che ho sempre desiderato andare a Roma, nonno. Ma non voglio lasciarti”. “Non è possibile fare altrimenti, hai ventidue anni e non puoi gettare la tua giovinezza quaggiù. Devi andare nel centro, a Roma, e non c’è tempo da perdere. La situazione politica è grave, la Gallia è sull’orlo della scissione, le vie con l’Italia presto verranno interrotte”. Poi, quasi parlando tra sé e sé, aggiunse:”Un oscuro disegno sta per mettersi all’opera”. Flavio non capì il senso di quelle parole. Continuava a scrutare gli astri sulla volta in silenzio. Infine disse:“Sai, nonno, sapevo che sarebbe giunto il momento di partire…” Lucio Giuliano fece una smorfia:”Hai avuto di nuovo uno dei tuoi sogni, non è vero?” ”Si, ho avuto dei sogni negli ultimi tempi” rispose. Poi abbassò il capo e domandò:”Ma perché un dio malvagio si diverte con me?” Lucio Giuliano disse paziente:”Vedi, Flavio, gli dei riservano agli uomini un destino imperscrutabile. A noi non rimane che sopportare la loro volontà. Eppure non credo che nessun dio malvagio si diverta con te”. Mentre un ricordo affiorava la testa di Flavio pulsò di dolore. Lucio Giuliano si accorse del turbamento del nipote e aggiunse:”So bene quanto sia stato doloroso per te quell’evento… ma non devi temere il potere che ti è stato donato. Devi ringraziare Apollo piuttosto. Vuoi dirmi cosa hai sognato stavolta”. Flavio parve meditare attentamente sulle parole:“È un sogno ricorrente, un sogno che mi tormenta. Mi trovo a navigare in un mare piatto e caldo sopra una zattera. Vapori si alzano dalle acque e si allungano fino all’orizzonte, incollandosi sulla mia pelle e facendola trasudare di una sostanza grigiastra. Poi arriva una nave nera; arriva sempre. La nave tenta di abbordarmi, e quando l’ansia diventa insopportabile ecco che i remi si alzano. Il mio sguardo li segue fino al sole, ma allora la luce di Apollo mi acceca e io mi risveglio”. “Che strano sogno” si fece pensieroso Lucio Giuliano. “Quale sarà il suo significato?” domandò Flavio. L’anziano senatore si riscosse e sorrise:”Tieni sgombra la mente, caro nipote, e rimani nella luce del dio. Solo allora il destino si svelerà davanti ai tuoi occhi”. Flavio annuì silenzioso. Poi i due volsero gli occhi in alto verso le antiche costellazioni, verso i cieli del sud.

Modernità

Angel Boligan Corbo non è solo un fumettista, ma anche uno dei più grandi pessimisti che l’isola di Cuba abbia mai sfornato. AcidCow ha raccolto 22 delle sue vignette più famose. Sono disegni molto intelligenti, ma anche estremamente inquietanti. Insomma, non regalate un album di Boligan Corbo al vostro nipotino per Natale.
E non provate neppure a contattare l’autore. Il suo sito risulta al momento fuori uso.
Chissà, forse anche lui sarà stato colpito dalle ansie che i suoi disegni provocano.

http://cervellonudo.imboscati.com/2013/12/28/22-inquietanti-vignette-che-vi-faranno-aprire-gli-occhi-sulla-modernita/

 

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Grazie a tutti!

Carissimi,

ringrazio tutti per gli auguri e per le belle parole che mi avete scritto. I vostri pensieri sono, per me, davvero un buon inizio.

Gabriele

L’animale morente

«Io credo che tu sia completo prima di cominciare. E l’amore ti spezza. Tu sei intero, e poi ti apri in due. Quella ragazza era un corpo estraneo introdotto nella tua interezza. E per un anno e mezzo tu hai lottato per incorporarlo. Ma non sarai mai intero finché non l’avrai espulso. O te ne sbarazzi o lo incorpori con un’autodistorsione. Ed è quello che hai fatto e che ti ha ridotto alla disperazione».

Philip Roth, “L’animale morente”

Due volte

«Ogni momento accade due volte: all’interno e all’esterno, e sono due storie diverse».

Zadie Smith, “Denti bianchi”

Le donne

” Le donne sono molto più dure degli uomini, sotto la superficie. Chiamare le donne il sesso debole é una solenne sciocchezza. “

~ Carl Gustav Jung ~

Se ti domanderanno

Se ti domanderanno come si attraversa la vita, rispondi: come un abisso, su una corda tesa, in bellezza, con cautela ed oscillando.

Agni Yoga, Foglie del Giardino di Morya

Egoismo

L’egoismo è sempre stata la peste della società e quando è stato maggiore, tanto peggiore è stata la condizione della società.
Giacomo Leopardi

 

Domande

«Capita spesso che non facciamo le domande perché non saremmo ancora pronti per udire le risposte, o semplicemente perché ne avremmo paura (…)».

José Saramago

Io accetto…

” Io accetto la grande avventura di essere me. “

~ Simone De Beauvoir ~

Volontà di vivere

Secondo Schopenhauer l’obiettivo per liberarsi dal dolore dell’esistenza è superare la volontà di vivere, ma non attraverso il suicidio, il quale non è una soluzione ma una delle massime manifestazioni della volontà di vivere. Schopenhauer sostiene che proprio perché si ama troppo la vita e non la si vuole vivere in una condizione sgradevole ci si libera con il suicidio.

Dappertutto

«L. ha riso e, sfiorandomi, è uscita dalla stanza. Subito m’è parso di avere il cuore dappertutto».

Vladimir Nabokov, “Lolita”

Benritrovati a tutti…

… e ci scusiamo per l’assenza…

Un abbraccio circolare
Gabriele

” Non possiamo pretendere che le cose cambino, se continuiamo a fare le stesse cose.
La crisi è la più grande benedizione per le persone e le nazioni, perché la crisi porta progressi.
La creatività nasce dall’angoscia, come il giorno nasce dalla notte oscura.
E’ nella crisi che nasce l’inventiva, le scoperte e le grandi strategie. “

- A. Einstein -

Eroici

Cosa rende eroici?
Muovere incontro al proprio supremo dolore e alla propria suprema speranza…

H. Hesse

IL MISTERO DI DANTE

Amici carissimi, condivido con voi una esperienza affascinante e densa di incanti. Sono stato coinvolto dal regista di Torino – una città non per Caso, ma per Fato –  Louis Nero alla realizzazione del film “IL MISTERO DI DANTE”, una discesa nelle oscurità luminescenti di cui sono trasfuse le divine “parole” di Dante: un abbandono gentile alla dimensione esoterica della Commedia. Il regista ha già annunciato – ancora, non a caso – l’uscita in tutte le sale italiane per il 14 Febbraio 2014, festa di San Valentino, data scelta dall’autore in omaggio al gruppo iniziatico fiorentino del quale il sommo poeta faceva parte: “I Fedeli D’Amore”.
Protagonista della pellicola è il premio oscar F. Murray Abraham, magnetico e ammaliante, nel ruolo, come un talismano.
Luois Nero ti conduce abilmente in questo viaggio sorprendente per mezzo delle mani sempre nuove di Virgilio, incarnato via via da personalità come S.E. Mons. Agostino Marchetto, come il Rabbino Capo Riccardo Di Segni, Shaykh’ Abd Al Wahid Pallavicini, Silvano Agosti, Valerio Massimo Manfredi, Christopher Vogler, Massimo Introvigne, Roberto Giacobbo, G.M. Luigi Pruneti, S.S. Emilio Attinà, Giancarlo Guerreri, Marcello Vicchio, Carlo Saccone, Aurora Di Stefano, Mamadou Dioumé, Imam Yahia Pallavicini e gli attori Diana Dell’Erba, Diego Casale, Elena Presti. Nel cast d’eccezione anche come i due premi oscar Taylor Hackford e Franco Zeffirelli.
Vi lascio il comunicato che mi è stato inviato dal regista:

Un viaggio dalla circonferenza verso il centro. Dall’esteriore all’interiore. Un misterioso linguaggio, antico come il mondo. Viaggiatori trasformati in pionieri esploratori di nuovi mondi. Una reminiscenza del meraviglioso mondo dantesco: da un’analisi esteriore alla scoperta della verità celata “sotto ‘l velame de li versi strani“. Un’indagine poliziesca negli innumerevoli cunicoli d’interpretazione dell’opera del più grande genio italiano del 1300: Dante Alighieri. Un viaggio, alla fine del quale, forse, lo spettatore avrà a disposizione gli strumenti per farsi una propria opinione su cosa stia dietro a questo misterioso autore. Guide virgiliane di questo pellegrinaggio saranno imminenti studiosi che cercheranno di accendere qualche luce nell’intricato groviglio di interpretazioni simboliche che si sono succedute nel tempo. L’obbiettivo di tutti, anche se in apparenza divergente, sarà quello di suggerire nuovi percorsi che porteranno a nuove strade più illuminate.
Un dubbio nasce spontaneo: esiste ancora, anche sotto diverso nome, quel gruppo iniziatico del 1300 che andava sotto il nome de “I Fedeli D’Amore”?
Siamo stati contattati da alcuni di loro. Ecco il racconto di questa ricerca.

Trailer in italiano

http://youtu.be/3LqR-H6_gQw

Trailer in lingua originale

http://youtu.be/Zs45HLyQRtc

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Tre cose

«Amare e non essere amato, essere a letto e non dormire, aspettare e non veder arrivare, sono tre cose che fanno morire».

Irène Némirovsky, “Il malinteso”

Bellezza

«La bellezza ha un significato ma io non lo conoscevo fino a poco tempo fa. La accettavo semplicemente così come fosse senza senso, come qualcosa di bello e basta, senza una logica. Non sapevo nulla sulla bellezza ma ora lo so. L’erba mi appare molto più bella ora che so perché è erba. Perché c’è passione persino nella vita dell’erba e anche avventura. E’ un semplice pensiero che mi commuove. Quando penso al gioco della forza e della materia e alla loro tremenda lotta credo che potrei scrivere un poema epico sull’erba».

Jack London, “Martin Eden”

Sbaglio

“Un fallimento non è sempre uno sbaglio; potrebbe semplicemente essere il meglio che uno possa fare in certe circostanze. Il vero sbaglio è smettere di provare.”
B. Frederic Skinner

Creatività

“La creatività consiste nel mantenere, nel corso della vita, qualcosa che appartiene all’esperienza infantile, la capacità di creare il mondo.”

Donald Winnicott

Parole

“Muore la parola appena è pronunciata: così qualcuno dice. Io invece dico che comincia a vivere proprio in quel momento.”

Emily Dickinson

Tributo

” Il problema dell’amore è una delle grandi sofferenze dell’umanità e nessuno dovrebbe vergognarsi di pagare il suo tributo.”

- Carl Gustav Jung

Quasi tutti…

«Quasi tutti gli uomini sono dei narratori […] a loro piace la serie ordinata dei fatti perché somiglia a una necessità, e grazie all’impressione che la vita abbia un corso si sentono in qualche modo protetti in mezzo al caos».

Robert Musil “L’uomo senza qualità”

Sicurezza

L’uomo ha sempre barattato un po’ di felicità per un po’ di sicurezza.
Sigmund Freud

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