Psicologia e alchimia

La storia dell’umanità è profondamente plasmata da archetipi, strutture fondanti alle quali il pensiero deve la propria capacità creativa

Tratto da Il Quorum.it

Nell’introduzione del saggio di Arturo Schwarz, “Cabbalah e alchimia”, l’autore nota come per secoli questi due insegnamenti abbiano goduto di poca stima, soprattutto perché misinterpretati fino all’inizio del secolo appena concluso. Di fatto generalmente si tende a pensare all’alchimia come ad una pratica che tentò di trasformare i metalli meno pregiati in oro, di produrre l’elisir di lunga vita mediante la Pietra Filosofale e che, per lenta evoluzione, da essa è derivata la chimica moderna. I testi degli antichi alchimisti scritti volutamente in uno stile oscuro, ermetico, ricchi di immagini allegoriche incomprensibili possono forse giustificare questa interpretazione quantomeno superficiale (6).

Al termine degli anni venti Jung scopre singolari affinità tra antichi simboli cinesi e i sogni dei suoi pazienti: comincia così a studiare i testi degli alchimisti. “Psicologia e alchimia”, dato alle stampe per la prima volta a Zurigo nel 1944, costituisce un ampio rimaneggiamento di due studi (“Simboli onirici del processo di individuazione” del 1936 e “Le rappresentazioni di liberazione nell’alchimia” del 1937). Essi rispondevano all’intento di verificare il fondamento oggettivo, ovvero l’appartenenza all’esperienza psichica collettiva, di risultanze intrapsichiche personali, che, come tali, non potevano pretendere alla validità scientifica. Grazie alla sua esperienza di psicoanalisi Jung poté riscontrare nei suoi pazienti alcuni elementi che ricorrevano nei loro sogni e, distaccandosi dal parere di Freud per il quale i sogni erano una sorta di criptogrammi standardizzati decifrabili sulla base di alcune ricorrenze, capì che non erano solo di tipo patologico (fobie, traumi…) ma affiorano alla coscienza individuale dai contenuti archetipi dell’inconscio collettivo. Per Jung il lavoro degli alchimisti era sì fatto di reali sperimentazioni chimiche ma il loro fine, la Grande Opera, è da intendersi come ricerca di esperienze psichiche che permettevano all’adepto di operare interiormente il processo di Individuazione (la consapevolezza aurea, aurea apprehnsio). Il termine alchimia deriva dall’aramaico al-kimija, pietra filosofale, derivato dal siriaco kimiiya, dal greco bizantino chimeia: mescolamento (1).

Le nozioni alchemiche esercitarono una certa influenza anche sui movimenti artistici post-romantici e di avanguardia, come il surrealismo. Breton nel “manifesto del Surrealismo” del 1924, dichiarò di voler assumere la sapienza Alchemica a modello di un “occultamento” per evitare assolutamente al pubblico di entrare nell’opera, ovvero tenerlo alla porta della provocazione, confuso e sfidato, così le avanguardie, spesso, cercarono dietro astruse e insensate provocazioni, di nascondere un sapere ermetico. Ne fu un anticipatore Marcel  Duchamp, il quale, nella sua opera “La Sposa messa a nudo dai suoi scapoli”, opera nota più brevemente come “Il Grande Vetro”, cui lavorerà dal ’15 al ’23 senza portarla mai decisamente a termine, (nel ’27 fu danneggiata durante un trasporto – ma Duchamp lasciò intatta la frattura del vetro considerandola un’aggiunta “casuale”) nascose, dietro il precetto alchemico del “silenzio” un significato ben più profondo della stessa provocazione visiva. Nel suo lavoro, oltre a rimandare all’ironia e all’assurdo, che rimangono sempre principi fondanti, rimanda anche all’opus alchemico (7).
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Il Grande Vetro

Maria “portata nella nuvola” è la Vergine Assunta e, in effetti, come nelle tradizionali iconografie dell’Assunzione, il “Grande Vetro” (notare il gioco di parole fra Grande Vetro e Grande Opera) è diviso in due parti, terrestre e celeste; nella prima vediamo una nuvola con tre quadrati, nella seconda un parallelepipedo in prospettiva, simboleggiante un feretro vuoto; i “trebbiatori celesti”, invece, richiamano la definizione duschampiana dell’opera come “macchina agricola” e come “macchina a vapore” con “base in muratura” (ovvero il fondamento massonico-ermetico-filosofale che la spiega). Nel linguaggio dell’alchimia la trebbiatura (“celeste”), l’assunzione della Vergine incoronata dalla Trinità e il denudamento della sposa sono tutte metafore, codificate nei trattati (come nell’immagine tratta dal Rosarium Philosophorum), che significano la purificazione della materia e la sua trasformazione in “pietra filosofale” (3). I dettagli sono molti: La “macinatrice di cioccolato”, come l’artista chiama il congegno con tre rulli (la macina della Malinconia di Durer) che serve a triturare la materia “al nero” (indicata come cioccolato). I sette “setacci” o “crivelli” che la sovrastano corrispondono alle sette chiavi delle operazioni e sono strumenti di progressiva raffinazione. Il “mulino ad acqua” incorporato nel carro-sarcofago e con sopra le “forbici” a croce (secondo i termini di Duchamp) alludono al progressivo dissolvimento della materia la quale, una volta “dissolta”, sale al cielo come vapore. Nel cielo la nuvola con tre finestre (allusive alla Trinità) ricondenseranno la materia per farla tornare sulla terra in forma di gocce fertilizzanti (rugiada filosofica) e dare nuovo avvio al processo alchemico. L’opera così in sé è una continua polarizzazione di principi positivi e negativi e credo che la sua essenza risieda proprio in questa sua ineffabilità, in questa mancanza; il Vetro, ovvero l’assenza dell’elemento che pone una distanza fra l’opera e l’osservatore, inoltre, contribuisce ad aumentare questa partecipazione passiva al processo, questa sorta di ermeneutica infinita che non finirà mai di colpire. Definire il “Grande Vetro” una macchina agricola apparirà meno paradossale alla luce delle seguenti considerazioni: anzitutto c’è un chiaro riferimento al concetto tradizionale dell’agricoltura sentito quale matrimonio simbolico tra la Terra e il Cielo; quindi l’aratura è associata con la semina e l’atto sessuale. Infine è naturale che Duchamp abbia definito, in un’altra nota “un mondo in giallo” questo suo lavoro. nella tradizione esoterica il giallo è il simbolo dell’oro e del Sole; il Sole a sua volta, ha valore simbolico di rivelazione (4).

“La macchina psicologica che trasforma l’energia è il simbolo” (Jung, 1928). In una piccola opera dal titolo “Energetica Psichica” Carl Gustav Jung ha affrontato il tema spinoso dell’energia vitale. In termini evolutivi rispetto all’opera di Freud, Jung ha sostenuto che la libido subisce in gran parte una trasformazione naturale (metabolica), ma che in piccola parte può essere dirottata per produrre altre forme. Dal corso naturale delle cose, possiamo sottrarre “energia eccedente” con cui fare un lavoro, produrre cioè oggetti e attività di valore individuale e collettivo. L’energia vitale espressa da una cascata ad esempio – dice Jung – acquisisce un valore funzionale e non solo estetico, nel momento in cui viene convogliata in una diga e dunque in una centrale idroelettrica. L’energia naturale acquisisce valore nel mondo degli uomini quando, ricondotta in un sistema dotato di senso, viene spinta a fare un lavoro (anche nella fisica inteso come Forza x Spostamento). Lo strumento che Jung suggerisce per distogliere energia dal corso naturale è il simbolo. Cos’è il simbolo? Il simbolo è un segno ricco di possibilità interpretative in parte individuali, in parte archetipiche. Il simbolo spinge l’uomo a “dare senso” dunque produce energia, deviando il corso naturale dell’accadere psichico (7).

Arturo Schwarz scrive: “Nessuna opera più del ‘Grande Vetro’ può rappresentare l’irraggiungibile trasparenza della pietra filosofale. La storia della ricerca della pietra filosofale è la storia di una serie di fallimenti; ma gli uomini che hanno fallito con audacia ci hanno dato insegnamenti più di coloro che hanno avuto effimeri successi. Negli scacchi si può arrivare a una posizione senza via d’uscita, ove nessuno degli avversari può imporre la vittoria. Uno di essi si trova in uno stato di perpetuo scacco. Per Duchamp questa situazione è divenuta la metafora della sua relazione con la vita. Probabilmente, è il suo più bel finale di partita” (5).

Duchamp scrisse che “in nessun momento nel processo la Sposa entra in relazione con la realtà maschile e il culmine dell’opera è lo svelamento, la rivelazione”. Octavio Paz notò che quella che talora viene interpretata come una allegoria dell’onanismo o come l’espressione di una visione pessimistica dell’amore (la vera unione è impossibile e la non consumazione o il voyeurismo sono una alternativa meno crudele al rimorso che consegue al possesso) punta forse invece altrove.

In “Dati”: 1) La caduta d’acqua 2) Il gas illuminante (1946-66) Duchamp infatti suggerisce che l’unione e’ possibile, tuttavia unicamente se lo sguardo si trasforma in contemplazione ed esplorazione dei contenuti psichici proiettati (animus e anima, rispettivamente).

Si tratta in realtà di una enorme scatola ottica, simile a quelle in uso nel XVII secolo, che permette di osservare attraverso due fori praticati su una delle sue pareti la raffigurazione di una donna distesa nell’erba di un prato, nuda e con il volto completamente nascosto, o meglio, volutamente escluso dal campo visivo. Sullo sfondo si scorge una sorgente d’acqua immersa in un paesaggio naturale.

In ambedue le opere (“l’Assemblaggio/Dati” e “la Sposa” il semplice guardare si trasforma nell’atto di vedere-attraverso; in ambedue i casi ci guardiamo guardare, il che ci pone di fronte a noi stessi). Il desiderio, trasformato dall’immaginazione è divenuto conoscenza, consapevolezza, integrazione. Oltre ad essere conoscenza, la visione erotica è creazione, trasformazione. Il nostro sguardo traforma l’oggetto erotico: ciò che vediamo è il simbolo, l’immagine del nostro desiderio proiettato (Jung direbbe di frammenti del nostro Animus o Anima).

Ed è anche probabilmente chiaro il riferimento alla fisica quantistica: colui che “spia” fa parte dello spettacolo, attraverso il suo sguardo l’Assemblaggio si realizza. La meccanica quantistica infatti introdusse due elementi nuovi ed inaspettati rispetto alla fisica classica: una è appunto l’influenza dell’osservatore. Inoltre gli oggetti “quantistici” (atomi, elettroni, quanti di luce, ecc.) si trovano in certi “stati” indefiniti, descritti da certe entità matematiche (come la “funzione d’onda” di Schrödinger). Soltanto all’atto della misurazione fisica si può ottenere un valore reale; ma finché la misura non viene effettuata, l’oggetto quantistico rimane in uno stato che è “oggettivamente indefinito” (come non ricordare, il “proteomorfismo mercuriale e mutevole” di alcuni fenomeni naturali descritto dagli alchimisti), sebbene sia matematicamente definito: esso descrive solo una “potenzialità” dell’oggetto o del sistema fisico in esame, ovvero contiene l’informazione relativa ad una “rosa” di valori possibili, ciascuno con la sua probabilità di divenire reale ed oggettivo all’atto della misura.

Nei “Tre rammendi” di Duchamp il “metro di lunghezza” che cade da un metro di altezza su un piano orizzontale deformandosi a suo piacimento fornisce una nuova immagine dell’unità di lunghezza, che poi altro non è che una “nuova misura” dell’immagine del mondo. Probabilmente l’inclinazione della modernità ad attribuire potere pressochè illimitato alla scienza positivista è controbilanciata dalle incertezze inerenti alla meccanica quantistica (7). Dai mille sogni che Wolfgang Pauli, uno dei fisici più creativi del Novecento, portò in dote a Carl Gustav Jung, scaturì una straordinaria avventura intellettuale e umana. L’incontro portò alla riscoperta della nozione di sincronicità e alla reinterpretazione di quelle coincidenze, prive di connessioni causali ma dense di significato, che ricorrono di continuo nella nostra esperienza quotidiana. Fece maturare la consapevolezza che la storia dell’umanità è profondamente plasmata da archetipi, strutture fondanti alle quali il pensiero deve la propria capacità creativa, dato che costituiscono una riserva psichica pressoché inesauribile da cui trarre alimento (6). Ma soprattutto fu all’origine di un’ulteriore alleanza tra fisica e psicologia, tra materia e psiche, cui, probabilmente, Duchamp aveva già silenziosamente messo il sigillo dell’arte.

Massimo Lanzaro

Bibliografia

1. CG Jung. Psicologia e alchimia 2006, XIV-552 p., Brossura, Bollati Boringhieri

2. Octavio Paz, “Apparenza nuda – L’opera di Marcel Duchamp”, Abscondita, 2000 “Apparenza nuda” è formato da due saggi che Octavio Paz ha dedicato a Marcel Duchamp. Il primo è un’introduzione generale all’opera dell’artista francese: esso contiene una descrizione completa e un’interpretazione del Grande Vetro. Il secondo saggio è un’analisi dell’Assemblaggio di Filadelfia.

3. M. Calvesi, Arte e alchimia, Collana: Dossier d’art, 1995

4. M. Eliade, Il mito dell’alchimia seguito da: L’alchimia asiatica. Collana «Variantine», Bollati Boringhieri, 2001.

5. Arturo Schwarz, Cabbalà e alchimia – Saggio sugli archetipi comuni, Garzanti, 1999

6. Tagliagambe & Malinconico. Pauli e Jung. Un confronto su materia e psiche. Raffello Cortina, 2011

7. Massimo Lanzaro. Reflections on Duchamp, quantum physics, and mysterium coniunctionis (trattasi di una versione precedente, in inglese, di questo scritto presente su CGJ Online).

…uomini di vista acuta

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Edward Burne-Jones, “The Star of Bethlehem”, 1885-1890

…[ i magi] «che praticano anche la divinazione… e che l’aria è piena di immagini che, esalando, si immergono nella visuale degli uomini di vista acuta»…

Diogene Laerzio, I 7, in Walter Burkert, “Da Omero ai Magi”, Marsilio.

L’inquietante divenire delle muse – di Max Lanzaro

Carrissimi amici, vi sottopongo un interessante lavoro del dottor Massimo Lanzaro che ho avuto il piacere di “ospitare” nella pagine di Anima Mundi

Pubblicato da krauspenhaarf su luglio 13, 2010

In italiano esistono quattro parole per indicare l’atto di memoria: il ‘rammemorare’, o ‘tornare alla memoria’; il ‘rammentare’, o ‘tornare alla mente’; il ‘ricordare’ o ‘tornare al cuore’, dal latino cor cordis; il ‘rimembrare’, letteralmente: ‘rivivere nelle membra la memoria’, rivivere con tutto il corpo. Rimembrare ha quindi in italiano un duplice significato, cioè il restituire alla memoria, ma anche il ricostituire. Infatti ‘smembrare’ è esattamente il contrario di ‘rimembrare’ e indica il ‘fare a pezzi’. Il mosaico è effettivamente, in origine, in antico, ‘luogo della rimembranza’. Bisogna considerare un altro aspetto; la filosofia in antico non è un sistema astratto di pensieri come si può pensare: anticamente la filosofia era piuttosto una concreta pratica di vita che comporta degli esercizi quotidiani, per far sì che l’uomo s’incarni, viva e giunga al termine della vita con la pienezza dei sensi, con la pienezza del senso. Per esempio sia gli Stoici che gli Epicurei e massimamente Pitagorici e Platonici praticavano questi esercizi. Un esercizio stoico, descritto anche nel De rerum natura di Lucrezio, è quello dell’attenzione, la prósoké. Lo Stoico continuamente memorizza il campo visivo, è un esercizio di continua attenzione, potremmo dire di coscienza, per mantenere la coscienza ogni istante. Dire dunque quale filosofia si sostanzia nel mosaico significa in altre parole che il mosaico era un modo operativo attraverso cui l’individuo, il mosaicista, aveva modo di connettersi al cosmo, di connettersi al mondo intero, all’anima mundi. Quasi sicuramente, il luogo originario del mosaico è Alessandria d’Egitto. Nasce lì sia l’opus tessellatum, che è il mosaico pavimentale a piccole tessere, sia l’opus musivum, che è un tipo particolarissimo di mosaico. Proprio ad Alessandria, nell’epoca dei Tolomei, si sviluppa una nuova tecnica musiva, l’opus musivum. L’opus musivum serviva a decorare le fonti dedicate alle Muse e ‘mosaico’ ancor oggi è la parola, che, con musica e museo indichi le Muse. Le Muse non rappresentavano come potremmo credere oggi semplici personificazioni delle arti, rappresentavano molto di più. Ad Alessandria, dunque, cominciano a costruire queste opera musiva, e il loro nome è Musaea. In quell’epoca Alessandria è un crogiolo di razze, di lingue, di religioni. Pensate che la famosa biblioteca, quella che andò bruciata, conteneva anche i libri di Aristotele. È lì che l’alchimia occidentale si è sviluppata, con Bolo di Mende e Zosimo di Panopoli. È lì che si vanno formando quelle particolari tendenze cultuali, misteriche, esoteriche, la Gnosi, l’Ermetismo. Vi affluiva il pensiero ebraico con Filone ebreo, e proprio in questo grande crogiolo Tolomeo fece costruire il primo museo, il primo luogo delle Muse, che non era, come pensiamo oggi, una collezione di oggetti. Il museo, nelle intenzioni dei Tolomei, era piuttosto il luogo dove si coltivavano le scienze che le Muse donano agli uomini. Le radici della civiltà occidentale sono lì. Dai testi dell’epoca ci rendiamo conto del perché alle Muse si dedicassero questi luoghi talmente importanti, talmente significativi da essere diffusi in tutta l’area del Mediterraneo. Questi piccoli Musaea li troviamo anche a Pompei, a Ercolano, a tre nicchie decorate col mosaico (a sinistra una delle fonti pompeiane dedicate alle Muse). È il tema della caverna che viene concretato, che viene attuato nei Musaea, il tema della grotta o dell’antro, cui un platonico come Porfirio ha dedicato un libro, il De antro Nimpharum. Ispirandosi a queste credenze, dice Porfirio, i Pitagorici, e dopo di loro Platone definirono il mondo come antro o caverna. Secondo Giambico le Muse hanno tutte lo stesso nome e secondo la tradizione costituiscono una comunità’. Inoltre il coro delle Muse ‘è sempre uno e il medesimo e in sé comprende: accordo, armonia, ritmo, e tutto quanto crea concordia. ‘Il coro delle Muse è sempre Uno e il medesimo’. Il medesimo o l’identico, l’identità, è uno dei poli centrali del Timeo di Platone. L’universo, in fondo, è uno dei temi centrali della filosofia platonica: la cosmogonia, ovvero l’origine del mondo e come dall’Uno originario ‘che Plotino chiamava solo Uno’ si giunga al molteplice. Era un processo che veniva descritto col Delta (D) e non è un caso che Alessandria d’Egitto sia stata fondata sul delta. Il delta rappresenta sinteticamente proprio il processo che dall’Uno genera il molteplice, quello che i Platonici chiamavano emanazione. Lo sforzo più grandioso, a cui il platonismo ha dedicato moltissima riflessione, consiste proprio nello spiegare come dall’Uno si giunga al molteplice. È nel corso di questo lavorìo del pensiero che le Muse divengono immagine del percorso cosmogonico, immagine stessa di tutto il mondo. ‘La potenza delle Muse ‘dice Giamblico’ governa non solo i più nobili principî delle scienze ma anche l’accordo e l’armonia dell’universo’. È un ruolo molto importante, sono le Muse che mantengono l’ordine (in greco Kreon, da cui ‘creare’, ‘creazione’). Quindi dedicare una fontana anche piccola alle Muse non è un semplice gesto di decorazione del giardino, è qualcosa di più, è creare una nicchia, un luogo, un antro dove poter meditare mediante quegli esercizî quotidiani di filosofia, e meditare il principale esercizio, quello di connettersi, di legarsi, di intrecciarsi alla vita del cosmo intero. Colui che meditava, l’uomo antico, davanti ai Musaea si riconnetteva immaginativamente con il cosmo intero, diveniva parte consapevole della catena infinita che lega l’Uno e il molteplice. Ma perché proprio le Muse’ Troviamo già nei mitologemi relativi alle Muse il motivo del mosaico, il motivo di queste piccole pietre che vengono incastrate nella malta. Racconta il mito che le Muse, quando ancora si chiamavano Trie (subiscono la stessa processione dall’Uno al molteplice e quindi da Mnemosine divengono tre, infine nove), sull’Elicona avevano insegnato a Ermes come predire il futuro, osservando la disposizione dei sassolini in un catino d’acqua perché le Muse, oltre le arti e la scienza, insegnavano ciò che è, ciò che sarà, ciò che è stato; insegnavano in sostanza la Sofia. È interessante quest’aspetto: la disposizione dei sassolini in un catino d’acqua. E i Musaea sono effettivamente dei ‘catini d’acqua con dei sassolini’. I Pitagorici, quando ragionavano sui numeri, sui numeri triangolari, pentagonali, utilizzavano dei sassolini. Per un Pitagorico il numero non è un’entità astratta, è una realtà spirituale che vive nello spazio. Alla ‘spazializzazione dei numeri’ si può ricollegare l’uso del mosaico, e persino il termine tessera, che in greco ancor oggi significa ‘quattro’. Il quattro nella filosofia pitagorica è il solido, la solidità: è l’immagine del mondo. I temi più frequenti nei Musaea, ma in genere nel mosaico pavimentale o parietale, sono le figure divine di Orfeo, Dioniso, Attis o Atteone, Osiride. È un momento centrale dell’epoca ellenistica, il passaggio dalle divinità olimpiche ‘nel cielo, sempre, divinamente e sommamente distaccate dall’uomo’ ai culti misterici in cui invece la divinità soffre, e soffre tremendamente il destino dell’uomo e della terra. Tutte queste divinità condividono il destino dell’uomo e della terra e questo spiega anche come mai in quell’epoca il cristianesimo ebbe tanta fortuna e si propagò così rapidamente. I cristiani potevano presentare Cristo come il Dio che si è concretato nella Storia, come quel Dio mitico ‘fosse Osiride, Orfeo’ che però è vissuto realmente nel mondo e realmente è morto e risorto. Ecco perché veniva inteso così facilmente il Cristianesimo: in tutto il bacino del Mediterraneo questi culti avevano già preparato gli uomini all’idea di un dio che soffre. Queste divinità ‘le chiamo gli smembrati, coloro che vengono fatti a pezzi’ di cui pietosamente si raccolgono le disjecta membra, furono presentate come prefigurazioni mitiche d’un evento storico. Ecco perché il mosaico è ‘il luogo della Rimembranza’. Perché letteralmente il mosaicista ‘rimembrava’ il dio morto, nell’esercizio del mosaico e attraverso il mosaico rinato. È un errore insistere sulla frammentazione nel mosaico. Finché noi parleremo di mosaico come di ciò che è frammentato non lo riusciremo mai a capire. Perché il mosaico è l’esatto contrario. Attraverso la pratica del mosaico il mosaicista poteva incarnare in se stesso, vivere in se stesso la filosofia platonica, ripercorrendo quel tragitto cosmogonico dall’Uno al molteplice e poi a ritroso, à rebours, dal molteplice all’Uno. E continuamente, dalla luce alla materia, dalla materia alla luce, il mosaico per il mosaicista e l’uomo antico schiudeva il percorso cosmogonico, tutta la fase cosmogonica di creazione, e soprattutto il ritorno all’Uno. In questo modo il mosaicista poneva in atto le due indicazioni fondamentali di Platone. La prima: Téchne ed Epistéme devono sempre andare congiunte. Téchne, cioè l’arte, l’operare. Epistéme, ovvero la scienza, il contemplare. La seconda: per procedere nella conoscenza delle cose è necessario prima disgiungere, separare (Platone lo chiamava diáiresis, da cui dieresi) e poi unire, synagoghé, mettere insieme. Il mosaicista nel dividere, secondo il consiglio di Platone, seguendo le nervature delle cose, opera il processo di diáiresis e quindi nella composizione del mosaico giunge alla synagoghé. Il testamento di Plotino per i suoi discepoli è contenuto in una splendida massima: ‘ricongiungere il divino che è nell’uomo al divino che è nell’universo’. È questa la Rimembranza racchiusa nel mosaico. Difficile avvertirla con gli strumenti dell’archeologia o della storia. Poteva essere avvertita solo da un grande poeta, animato dall’afflato della philosophia perennis; da un poeta come Yeats: ‘se mi fosse concesso di vivere un mese nell’antichità ‘confessava’ credo che vorrei passarlo a Bisanzio, un po’ prima che Giustiniano aprisse Santa Sofia e chiudesse l’accademia platonica. Credo che potrei trovare in una qualche osteria un mosaicista ‘filosofo’ che saprebbe rispondere a tutte le mie domande, poiché il sovrannaturale discende più vicino a lui che allo stesso Plotino’. Il mosaico è dunque in questo senso luogo della Rimembranza. Non solo perché raffigura le divinità smembrate, ma perché esso stesso, come queste divinità, frutto dello smembramento, viene rimembrato ed è concreta testimonianza di questo ciclico processo cosmico. In questo senso il mosaico è immagine della comunanza, del mettersi insieme e perciò è il luogo delle Muse, che secondo la tradizione costituiscono una comunità. Quando un Greco diceva ‘armonia’ gli era trasparente la derivazione dal verbo harmózo, ‘congiungo’. Creare una cosa armonica significava che le sue parti erano accordate tra loro in senso musicale. Non dispongo qui degli strumenti per dimostrare come e quanto l’armonia si sostanzi nel mosaico; potrei a titolo d’esempio dire che tutta la basilica di San Vitale a Ravenna è costruita su un sistema di tripartizione del lato del quadrato, che ne divide l’area in nove parti uguali, ‘il numero delle Muse’. Non distante, a Ferrara, fu realizzato nel 1917 da Giorgio De Chirico un dipinto che ci consente di azzardare l’anatomia comparata del valore simbolico del concetto musivo: Le Muse Inquietanti. In questo dipinto i colori sono caldi ma fermi e privi di vibrazioni atmosferiche, la luce è bassa, le ombre lunghe e definite nettamente; la prospettiva accentuata dalle linee convergenti in profondità, su una specie di palco ligneo rialzato, crea un vasto spazio allucinante, mentre sullo sfondo il castello estense ci richiama al grande passato della città, mentre le ciminiere, al suo presente. Ma la città è deserta, le ciminiere non fumano, tutto è statico e sospeso. In questo luogo sognato, solo apparentemente reale, dove tutto è immobilizzato, non possono abitare uomini, esseri viventi ma solo manichini, che hanno solamente l’aspetto dell’uomo, non l’essenza. Le muse sono divenute inquietanti perchè inserite in un contesto urbano tanto posteriore, inquietanti come lo sono certi incubi. Le ciminiere rappresentano la polarità antico-moderno, ma entrambi gli edifici appaiono vuoti ed inutilizzati: il castello ha le finestre buie, segno che non è abitato, mentre la fabbrica ha ciminiere che non fumano, poichè in realtà non vi si svolge alcuna funzione lavorativa. Si percepisce il rifiuto di quel concetto di modernità, secondo il quale ha maggior valore ciò che supera il passato per proiettarci nel futuro, o quel concetto di progresso, per cui i valori sono scanditi dalla maggiore o minore novità dell’opera prodotta. E la polemica con chi ha fatto del tempo e della velocità la nuova ispirazione dell’arte moderna e della vita.

[Dr. Max Lanzaro is an Italian Psychiatrist; he has worked as a Consultant in Italy (Naples, Milan) and in the UK (London, Exeter) since 1997. He is author of several papers published in national and international scientific journals. He has developed a special interest for Jungian psychology with its emphasis on images and the dialogue with art and photography as a kindred endeavor involved in exploration of the relationship with archetypes, images and psyche.

Il cerchio magico

Sopra: John William Waterhouse, “Il cerchio magico”, 1886

[...]

La mappa del cielo non è più un quadro ben proporzionato di corpi fisicamente determinati, in posizioni e distanze misurabili, in rapporti numerati, con radiazioni che si assommano o si elidono, che agiscono variamente secondo gli angoli d’incidenza, o le intensità. Ci avvolge un padiglione meraviglioso e terribile, da cui esseri demoniaci, divinità maligne o benevole, con i loro sterminati corteggi, dardeggiano influssi d’ogni sorta, esiziali e vitali. Perfino il «dolce» Petrarca canta: «hec supra horrificis diversa animalia passim / vultibus et variis cernuntur[…] figuris». E qui, nel mondo, bisogna giostrare per neutralizzare, o sviare e trasformare le radiazioni cosmiche, ora facendole convergere e concentrare, se benefiche, ed ora disperdendole, o attenuandole, se malefiche, con l’aiuto di pietre, di anelli, di sigilli, e così via. Non solo: bisogna esorcizzare dèmoni e pregare dèi; bisogna imprigionarli in immagini ingannevoli e seducenti – bisogna entrare, insomma, nel cerchio magico degli spiriti.

Eugenio Garin, “Lo zodiaco della vita “, Laterza, Roma-Bari 1976

Ancora su “Il libro rosso”

Cari viaggiatori sulle ali di Psiche,
vi chiedo, ancora, di riflettere su questa immagine dell’immenso Carl Gustav Jung, tratta dal suo “Libro rosso” , pubblicato dalla Bollati Boringhieri!
Chi è il protagonista?

Vi chiedo scusa ma, purtroppo, ho dovuto eliminare l’immagine… (diritti riservati)

 

Invito a riflettere

Carissimi, oggi vi pongo un quesito:

La via del dolore è la parte fondamentale della via iniziatica. Perché?

Aspetto le vostre risposte. Un abbraccio.

Gabriele

“L’artista”

“L’artista”

Sono artista e pittore, faccio idoli ogni istante,
poi li spezzo tutti ai Tuoi piedi!

Suscito cento visioni e vi infondo lo spirito
ma quando vedo la Tua visione, le scaglio nel fuoco!

Il coppiere degli ebbri sei Tu, sei Tu il nemico della sobrietà?
Sei Tu Chi distrugge ogni casa che erigo?

L’anima in Te si dissolve, si mescola con Te:
io carezzo la vita soltanto perché profuma di Te!

Ogni goccia di sangue che sgorga da me, dice alla Tua polvere:
ho il colore del tuo amore, sono il fedele della Tua passione.

Nella casa d’acqua e d’argilla il cuore è distrutto senza di Te:
entra nella casa, Amato, o io la lascerò.

Rûmî in “La poesia del mondo. Lirica d’Occidente e d’Oriente“, a cura di Conte, G. , Parma, Ugo Guanda Editore, 2003.

Microcosmo e Macrocosmo

Sopra: “Santa Ildegarda di Bingen e l’uomo al centro dell’universo”,
miniatura dal “Liber divinorum operum” di Ildegarda di Bingen, 1230, Lucca, Biblioteca Statale

Sappi che sei un altro mondo in miniatura e hai in te Sole e Luna e anche le stelle.

ORIGENE, “Homiliae in Leviticum”, 5,2

Dio e Terra

Amiche e amici carissimi,
vi propongo di riflettere su questa illuminazione di Angelus Silesius (Johann Scheffler, 1624-1677):

Uomo, in quel che ami sarai trasmutato.
Dio diventerai se ami Dio, e terra se ami la terra.

Tratto dal “Pellegrino cherubico”, in “LA POESIA DEL MONDO. Lirica d’Occidente e d’Oriente”, a cura di Giuseppe Conte, Ugo Guanda Editore, Parma 2003

Tabula Smaragdina

Sopra: Heinrich Khunrath, “Amphitheatrum Sapientiae Aeternae”, Hannover, 1606

È vero, è vero senza errore, è certo e verissimo.
Ciò che è in basso è come ciò che è in alto, e ciò che è in alto è come
ciò che è in basso, per fare il miracolo di una cosa sola.
Come tutte le cose sono sempre state e venute da Uno, così tutte le
cose sono nate per adattamento di questa cosa unica.
Il Sole ne è il padre, la Luna ne è la madre, il Vento l’ha portato nel
suo ventre, la Terra è la sua nutrice. Il padre di tutto, il Telesma di
tutto il mondo è qui; la sua potenza è illimitata se viene convertita in
Terra.
Tu separerai la terra dal fuoco, il sottile dallo spesso, dolcemente con
grande industria. Ei rimonta dalla Terra al Cielo, subito ridiscende in
Terra, raccoglie la forza delle cose superiori ed inferiori.
Tu avrai con questo mezzo tutta la gloria del Mondo, epperciò ogni
oscurità andrà lungi da te. È la forza forte di ogni forza, perché vincerà
ogni cosa sottile e penetrerà ogni cosa solida.
È in questo modo che il mondo fu creato.
Da questa sorgente usciranno innumerevoli adattamenti, il cui mezzo
si trova qui indicato.
È per questo motivo che io venni chiamato Ermete Trismegisto, perché
possiedo le tre parti della filosofia del Mondo.
Ciò che ho detto dell’operazione del Sole è perfetto e completo.

“Opere attribuite a Hermes Trismegiste”, in Pierre Piobb, “Formulario di Alta Magia”, Atanòr, Roma 1969

Ponte “alchemico”

…quando cominciai a capire l’alchimia mi resi conto che rappresentava il legame storico con lo gnosticismo, e che perciò c’era una continuità tra il passato e il presente. Fondata sulla filosofia naturale del medioevo, l’alchimia costituiva il ponte verso il passato, con lo gnosticismo, e verso il futuro con la moderna psicologia dell’inconscio.

Carl Gustav Jung, “Ricordi Sogni Riflessioni”, BUR, Milano 1998

I dormienti

SottoSopra

Sopra: Marc Chagall, “L’uomo con la testa rovesciata”, 1919. Collezione privata

Cari amici del temenos, vi propongo, oggi, un percorso alternativo… aspetto le vostre riflessioni!

“A furia d’amarci”

Amiche e amici, vi propongo questi versi dirompenti di André Frénaud (1907-1993). Nato a Montceau-les-Mines nel 1907, fu deportato in Germania all’inizio della seconda guerra mondiale, ma, riuscito a fuggire, prese parte alla resistenza. Nel 1943 pubblicò la prima raccolta di versi, “I re magi” con la presentazione di L. Aragon. Seguirono “Le nozze nere” del 1946, “Enorme figura della dea Ragione” del 1949, “I contadini” de 1951, “Non c’è paradiso” del 1962, ecc.

“A furia d’amarci”

A furia d’amarci non ci conosciamo più,
perché non esiste più né tu né io,
ma un uccello cieco immobile sul vuoto,
che non canta, perfetto, che ringiovanisce.
Il fulgore del suo silenzio ripara le ferite.
Mio amore, ma tu e io diventiamo vergini!

André Frénaud in “THE LOVE BOOK. Le più belle poesie d’amore”, Mondadori, 2000.

Trama del Mito

John William Waterhouse, “Le ninfe ritrovano la testa di Orfeo”, 1900

…considerare l’anima come un’intelligenza attiva, che conforma il destino di ciascuna persona e ne traccia la trama, è un’idea utile. I traduttori del greco antico rendono a volte con “trama” la parola mythos. Le trame che ingarbugliano la nostra anima e fanno uscire allo scoperto il nostro carattere sono i grandi miti.

James Hillman, “La forza del carattere”, Adelphi, 2000

E voi, in quale mito vi riconoscete? Quale sentite più vicino?

Uomo ermetico

Sopra: Giuseppe Arcimboldi, “L’imperatore Rodolfo II d’Asburgo in veste di Vertumno”, 1590-91

Cari amici,

oggi andiamo nella magica Praga di Rodolfo II con questo celebre dipinto di Giuseppe Arcimboldi, nel quale l’imperatore è rappresentato come Vertumno, la divinità di origine etrusca che personificava il mutamento delle stagioni e presiedeva alla maturazione dei frutti. Gli si attribuiva, inoltre, la capacità di trasmutarsi in ogni cosa.
Non a caso il geniale artista lombardo raffigura le fattezze del sovrano attraverso la composizione antropomorfa dei frutti delle quattro stagioni. In questo modo il Rodolfo-Vertumno rappresenta la sintesi delle energie sia vitali sia psichiche del creato, e il suo corpo diviene un hortus (la radice della parola homo è molto vicina a quella di humus). Questo intreccio tra piano reale e piano immaginale, tra spirito e materia, è fondamentale per comprendere la figura del sovrano, poichè fu uno dei più appassionati esoteristi dell’epoca. Non a caso, anche qui, la figura di Giordano Bruno fu determinante. Vi lascio, a proposito, questo mio vecchio scritto:

Nel marzo del 1588 l’italiano è a Praga dove conosce Rodolfo II. È un incontro fondamentale per entrambi, decisivo per il re, Rodolfo è un appassionato esoterista, ha conosciuto i massimi maestri contemporanei dell’ermetismo ed è felice di poter parlare con il “mago di Nola”, la cui fama è ormai diffusa in tutta Europa. Nel palazzo che prende nome dallo stesso re avviene uno dei dialoghi più suggestivi di quell’epoca. “Ritorno a Platone”, così lo definisce il Turnejser, fedelissimo al filosofo, forse accecato dall’amore. Ugualmente, al di là dell’enfasi, Rodolfo muterà di fatto la intelligenza che può divenire universale, di una memoria edificata sul modello dell’universo, di una immaginazione dilatata sino alle stelle, alle idee eterne e infinite, presenti nella “mente di Dio” (De umbris idearum e Cantus circaeus, Atanòr, cura di G.L.P,  “Introduzione” pag. 24 e 27).

Il principe è come folgorato. Da questo momento farà ricercare tutti i testi di alchimia esistenti, i compendi di ermetismo, i testi neoplatonici, costituendo una biblioteca unica nel suo genere. È una sorta di malia. Da un punto di vista prettamente culturale è un evento foriero di grandi iniziative, sia per la filologia, sia per il nascente sperimentalismo. Politicamente provocherà l’isolamento progressivo di Rodolfo; alla sua morte si scatenerà la lotta per l’investitura che finirà per precipitare l’Europa nella guerra dei trent’anni. (F.A. Yates, L’Illuminismo dei Rosacroce, cit., pag. 65 e segg., dove è esaminata la cosiddetta “questione di Praga”, con la relativa defenestrazione degli ambasciatori della Lega cattolica. I boemi, abituati allo spirito di tolleranza e alle aperture religiose e filosofiche di Rodolfo, non potevano accettare l’idea di essere governati da un fanatico cattolico. «Il problema fu per breve tempo rinviato con l’elezione all’impero e alla corona di Boemia del fratello di Rodolfo, Mattia, vecchio e inetto, che morì presto a sua volta, e dopo di lui non fu più possibile rimandarlo. Le forze della reazione si stavano raccogliendo. Solo pochi anni di tregua vi sarebbero stati prima della ripresa delle guerre di religione. Il candidato più prossimo all’impero e al trono di Boemia era l’arciduca Ferdinando di Stiria, un Asburgo fanaticamente cattolico, educato dai gesuiti e risoluto a sgominare l’eresia. Nel 1617 Ferdinando di Stiria diventò re di Boemia. Fedele alla sua educazione e alla sua natura, egli pose immediatamente fine alla politica di tolleranza religiosa di Rodolfo» (F.A. Yates, op. cit., pag. 23). Questi motivi spinsero i boemi a nominare nel 1619 Federico del Palatinato legittimo successore di Rodolfo, di cui condivideva gli interessi esoterici. Non a caso era stato in Inghilterra e aveva conosciuto gli stessi nobili fedeli all’ermetismo bruniano. L’elezione finirà nel disastro della battaglia della Montagna Bianca, e la perdita della libertà per i boemi e i moravi. Fornirà inoltre l’occasione per la guerra dei trent’anni. Molti storici fanno risalire al mancato intervento dell’Inghilterra, a fianco del Palatinato, la vera motivazione della sconfitta e della futura interminabile guerra. I nobili elisabettiani di ispirazione ermetica avevano infatti consigliato re Giacomo di entrare nello scontro.)

Fondata una biblioteca ermetica, stabiliti due corsi allo Studio, creata una rete di fedeli allievi, Bruno si muove ancora. Le motivazioni non sono quindi da ricercare in un ambiente ostile e respingente, bensì nell’esigenza del filosofo di cercare altri da sensibilizzare alla sua visione teorica e pratica dell’uomo e del suo compito sulla Terra.

Sopra: La Cattedrale di San Vito a Praga, dove riposa l’imperatore Rodolfo II d’Asburgo

In cerca di SOPHIA

Sopra: Quentin Varin, “Tabula Cebetis”, 1600-1610, Rouen, Musée des Beaux-Arts

Viaggiatori cari,

oggi vi propongo questa allegoria complessa e articolata del pittore francese Quentin Varin (ca. 1570 – 1634). L’ispirazione è tratta dai contenuti della “Tabula Cebetis”, o “Pinax”, un trattato sulla vita umana attribuito erroneamente al filosofo tebano Cebeto, vissuto tra il V e il IV sec. a.C., ma in realtà probabilmente composto da un neopitagorico del I sec. d.C. Al di là di questo, c’è un messaggio importante in questa raffigurazione… Parliamone insieme.

“Giove pittore di farfalle, Mercurio e la Virtù”

Sopra: Dosso Dossi, “Giove pittore di farfalle, Mercurio e la Virtù”, 1523-24 ca.

Amatissimi,

vi propongo oggi questo particolare dipinto del grande pittore Giovanni di Niccolò Luteri, detto comunemente Dosso Dossi (1486? – 1542 ca.), uno dei principali artisti attivi alla corte ferrarese degli Este all’epoca dell’Ariosto.

Caliamoci ora in quell’epoca e nella Ferrara nel primo Cinquecento, e comprendiamo i complessi intrecci allegorici ed esoterici che animano l’opera. Che vi sia un messaggio nascosto, “secreto”? Aspetto le vostre riflessioni.

Marsilio Ficino: “La follia erotica”

Sopra: la cupola del Pantheon a Roma.

Carissime e carissimi,

eccovi l’ultima “follia” di Marsilio Ficino. Aspetto, come sempre, le vostre considerazioni:

Quando finalmente l’anima è stata resa uno, uno, dico, che è nella natura e nell’essenza stessa dell’anima, si ferma per ricondursi subito nell’uno che è al di sopra dell’essenza, cioè  in Dio.
Questo la Venere celeste porta a compimento attraverso l’amore, cioè attraverso il desiderio della bellezza divina  e l’amore appassionato per il bene.

da “Libri de vita coelitus comparanda”

(vedi la “Follia poetica”; vedi la “Follia sacerdotale”; vedi la “Follia profetica”)

“Io credo che questo brano di Marsilio Ficino non abbia bisogno di ulteriori spiegazioni, talmente è chiaro il suo significato: l’Amore in terra prelude all’Amore celeste. L’Amore dell’amante è propedeutico all’Amore divino. Ed entrambi, nel pensiero Sufi, l’Amore divino rende possibile l’Amore umano”.

Gabriele

(Grazie per i vostri contributi, tutti di un buon livello psichico). 

Marsilio Ficino: “La follia profetica”

Sopra: John Collier, “Priestess of Delphi”, 1891

Essendo state le singole parti dell’anima ricondotte a un’unica mente, l’anima da molte che era, è resa adesso un’unica cosa.
Ma è necessaria ancora una terza follia che riconduca la mente alla stessa unità, la testa dell’anima.
Questo fa Apollo attraverso la profezia.
Infatti quando l’anima sale nell’unità al di sopra della mente prevede il futuro.

da “Libri de vita coelitus comparanda”

(vedi la “Follia poetica”; vedi la “Follia sacerdotale”)

Ed è subito sera

Ognuno sta solo sul cuor della terra

trafitto da un raggio di sole:

ed è subito sera.

Salvatore Quasimodo

Marsilio Ficino: “La follia sacerdotale”

Sopra: umanisti dell’Accademia neoplatonica. Da sinistra Marsilio Ficino, Cristoforo Landino, Agnolo Poliziano e Demetrio Greco. Affresco di Domenico Ghirlandaio, “Annuncio dell’angelo a Zaccaria”, Cappella Tornabuoni, Santa Maria Novella, 1485-90.

La molteplicità infatti resta ancora nell’anima. Interviene allora il mistero legato a Diòniso, che, con espiazioni, sacrifici e ogni forma di culto divino, dirige l’intonazioni di tutte le parti verso la mente, con la quale Dio è adorato. Per cui, essendo state le singole parti dell’anima ricondotte ad un’unica mente, ora l’anima da molte cose diventa un’unica cosa.

da “Libri de vita coelitus comparanda”

(vedi la “Follia poetica”)

Marsilio Ficino: “La follia poetica”

Giorgione o Tiziano, “Concerto campestre”, 1509 ca.

Oggi entriamo nel primo degi stadi della FOLLIA secondo Marsilio Ficino… aspetto le vostre riflessioni:

L’anima è tutta piena di discordia e dissonanza; quindi per prima cosa è necessaria la follia poetica, che attraverso i toni musicali risvegli ciò che è intorpidito, attraverso la dolcezza dell’armonia plachi ciò che è turbato, e infine attraverso la consonanza delle cose diverse cacci la dissonante discordia e temperi le varie parti dell’anima.

da “Libri de vita coelitus comparanda”

Consolatoria a se stesso

Ma se non posso comunicare anche a te tutte le cose che ho detto a me stesso, dopo d’aver avuto certezza del tuo inevitabile allontanamento, allora non dubiterò d’essere lungi dal consolarmi, mio caro amico; anzi, di più, penserò di non trovare per me davvero nulla che mi riesca di sollievo, nessun argomento, se non te ne renda partecipe. Dopo d’aver messo in comune fra noi tante occasioni di pena e tante di dolcezza, così nelle opere come nelle parole,  nelle cose private e in quelle pubbliche, nella pace della casa e nei campi delle milizie, anche bisogna che noi, in comune, c’inventiamo un salutare rimedio al presente stato di cose, quale ch’esso sia.
Sembra difatti che piacere e dolore stiano appesi allo stesso capo e volta a volta s’inseguano e si convertano l’uno nell’altro: fra gli eventi, che sopraggiungono, anche i più gravosi, dicono i saggi, recano all’uomo di senno non minore motivo di rallegrarsi che di dolersi. Non altrimenti l’ape, dall’erba più amara, quale nasce attorno al monte Imetto, estrae un dolce liquore e diviene artefice del miele.

Giuliano il Grande, detto l’Apostata, “Consolatoria a se stesso per la partenza dell’eccellente Salustio”.

Sull’ermetismo

L’ermetismo che ricerca la verità assoluta come conoscenza perfetta, dice non credere, e purificati da ogni convinzione transitoria per ritrovare in te prima, fuori di te dopo, la visione semplice della Natura, che è verità eterna, e quindi scienza assoluta.

Giuliano Kremmerz

Anima Animae 3

Gentili viaggiatori,

condivido oggi la terza puntata di “Anima Animae”, la mia nuova trasmissione dedicata ai libri e all’Interiorità in onda tutti i giorni, tranne il martedì, su Cinquestelle tv. In questa puntata passeggeremo in quel “cortile” di meditazioni e memorie, dal denso spessore psichico, costruito da Thomas Moore in “Nel chiostro del mondo. Pensieri per la vita quotidiana”, ed. Moretti & Vitali. Ripercorrendo la sua giovanile esperienza monastica, lo psicoanalista junghiano offre singoli momenti della vita di un monaco filtrando profonde e immediate riflessioni che aiutano a  ri-trovare «il sacro là dove avevamo immaginato soltanto secolarità». A presto!

Anima Animae 2

Carissimi,

vi auguro buon SOL INVICTUS (e quindi BUON NATALE).

Ecco la seconda puntata di “Anima Animae”, la mia trasmissione dedicata ai libri e all’Interiorità in onda tutti i giorni, tranne il martedì, su Cinquestelle tv. Nel corso della trasmissione entreremo in Psiche guidati da “Per un ritratto dello scrittore da mago” di Paolo Lagazzi, ed. Moretti & Vitali.

Grazie di tutto l’affetto che mi donate ogni giorno. Un abbraccio!

Anima Animae 1

Carissimi amici,

finalmente ho la possibilità di condividere le puntate della mia trasmissione Anima Animae, in onda su Cinquestelle tv tutti i giorni alle ore 20:45 circa tranne il martedì, quando sono in diretta nella trasmissione Come state?”. Questa, che è la prima puntata, è dedicata a La morte e gli addii” di Luisa Colli, ed. Moretti & Vitali, 1999. Un testo veramente “ispirato” e attraversando le sue pagine affronteremo il tema della sofferenza, del dolore, della perdita e della morte da un punto di vista simbolico.

Buona giornata!

Noi siamo il dio che ci sussurra dentro

Ogni essere umano è un fatto irripetibile

L’Opera Celeste

 

L’Opera Celeste

della conoscenza divina.

Immensa volontà d’amare.

Bontà sincera non più smarrita,

sublime alta energia,

che dà  favori a colui che merita.

Alla massima sapienza,

l’ascesa dell’intelletto,

tocca i confini della conoscenza.

Nell’immenso vede, tra la gente,

l’Universo, il Cosmo e l’Infinito.

È un solo occhio, unico, onniveggente.

Esso raccoglie, con devozione

tutto il Creato, attraverso un solo sguardo:

Amore, Conoscenza, Evoluzione.

Tratto dal Romanzo “L’Opera Celeste” di Luca Falace

 

Giordano Bruno

Il Dante segreto

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