“ARTESPIRITO” a San Marino

http://www.visitsanmarino.com/contents/instance32/files/photo/31019469_31000098_arte-e-spirito-a.jpgL’Arte di Essere e la Segreteria di Stato di San Marino, in collaborazione con l’associazione “La Farfalla filosofale”, organizzano, nelle giornate del 27-28-29 Giugno 2014, la prima edizione della manifestazione “Arte e Spirito”, una tre giorni di tavole rotonde, film, mostre, seminari, enogastronomia, dedicati al rapporto tra l’arte nelle sue molteplici espressioni e la ricerca spirituale, con la Direzione Artistica di Riccardo Geminiani e Francesco Mazzarini ed il coordinamento di Palma Crudi.
Sono molto felice di condividere con voi tutti che il 28 giogno, nel corso di questa manifestazione, riceverò dalla Segreteria di Stato alla Cultura di San Marino un riconoscimento, per la categoria Televisione, per aver avuto il “merito di aver portato sui canali di una TV nazionale e divulgato con passione, sapienza e costanza, argomenti riguardanti l’esoterismo, l’alchimia e la spiritualità”. Con me saranno premiati, per ciascun ambito specifico, Franco Mussida (Arti visive), Silvano Agosti (Cinema), Franco Battiato (Musica), Massimo Gramellini (Giornalismo), Alejandro Jodorowsky per mano del figlio Brontis (Teatro), Gianluca Magi (Letteratura).
Sarò nella splendida cornice della Repubblica di San Marino anche il 29 giugno, dove nello spazio rinnovato del Teatro Turismo, a partire dalle ore 15.00, condurrò l’evento “… Chi vuol essere martire d’amore …”, uno spazio colmato degli empiti delle liriche d’amore dei sapienti Sufi.
Spero di incontrarvi, per chi ha la possibilità e l’occasione, per godere di questa imperdibile rassegna di evevnti, di cui vi lascio il programma e i riferimenti.

Programma:

venerdì 27 giugno

ore 15.00
Esposizioni e Musica _ Giardini e Anfiteatro
“Note dallo spirito”
Apertura degli spazi espositivi

ore 17.00
Vernissage _ Atrio Cinema
“Artisti dentro”
Opere pittoriche realizzate in carcere
dal detenuto Domenico Morelli

ore 17.45
Tavola rotonda _Teatro Turismo
“Il valore delle attività creative in carcere”
Interventi di: Pietro Buffa, Salvatore Erminio, Angela Venezia, Salvatore Pirruccio, Marcello Bortolato, Corrado Marcetti, Sibyl von der Schulenburg, Nicola Boscoletto,
Maria Rita Morganti e la partecipazione straordinaria di Steven Ellis

ore 19.30
Degustazioni _ Bar/Spazio Esterno
“Evasioni Gastronomiche”
con la collaborazione dell’Associazione “Unsolomondo” e i prodotti della Cooperativa Giotto, pasticceria del carcere di Padova

ore 21.30
Proiezione in anteprima _Teatro Turismo
“La Danza de la Realidad”
di Alejandro Jodorowsky
Interverrà Brontis Jodorowsky, attore protagonista

sabato 28 giugno

ore 09.30
Colazione con l’autore _ Giardini e Anfi teatro
“Arte, magia e infanzia”
con Riccardo Geminiani, Michele Giovagnoli e Francesco Mazzarini. A cura de “L’Arte di Essere Edizioni”

ore 11,00
Intervento _ Teatro Turismo
“Il Gioco dell’Eroe – Invito al Viaggio”
con Gianluca Magi

ore 15,00
Esposizioni e Musica _ Giardini e Anfiteatro
“Note dallo spirito”
Apertura degli spazi espositivi

ore 17,00
Conversazione e musica _ Anfi teatro
“Progetto CO2”
con Franco Mussida

ore 17,45
Conversazione-Premiazione _ Teatro Turismo
“L’essenza delle arti performative”
Saranno premiati: Franco Mussida (Arti visive), Silvano Agosti (Cinema), Franco Battiato (Musica), Massimo Gramellini (Giornalismo), Alejandro Jodorowsky per mano del figlio Brontis (Teatro), Gabriele La Porta (Televisione), Gianluca Magi (Letteratura). Conduce Sergio Barducci

ore 20,45
Introduzione al film “Attraversando il Bardo”
Teatro Turismo
con Franco Battiato e Gianluca Magi

ore 21,30
Proiezione in anteprima del film documentario _ Teatro Turismo
“Attraversando il Bardo”
con la presenza del regista Franco Battiato

domenica 29 giugno

ore 09.30
Colazione con l’autore _ Giardini e Anfi teatro
“Arte, Alchimia e Natura”
con Riccardo Geminiani, Michele Giovagnoli e Francesco
Mazzarini. A cura de “L’Arte di Essere Edizioni”

ore 10.30
Incontro esperienziale _ Teatro Turismo
“L’intelligenza spirituale”
con Gianluca Magi, Gabriele La Porta, Silvano Agosti

ore 15.00
Intervento _Teatro Turismo
“… Chi vuol essere martire d’amore …”
con Gabriele La Porta e con la partecipazione di Egidio Senatore

ore 16.00
Esposizioni e Musica _Giardini e Anfi teatro
“Note dallo spirito”
Apertura degli spazi espositivi.
Thea Crudi in concerto

ore 17.00
Seminario _Teatro Turismo
“Dall’impotenza alla creatività”
condotto da Silvano Agosti

ore 20.45
Proiezione del fi lm _Teatro Turismo
“N.P. IL SEGRETO” e dei documentari “Violino”
e “Estate”di Silvano Agosti alla presenza del regista

27, 28 e 29 giugno 2014
Teatro Turismo – San Marino

Biglietto unico per gli eventi della giornata di venerdì 27 giugno € 15,00
Biglietto unico per gli eventi della giornata di sabato 28 giugno € 20,00
Biglietto unico per gli eventi della giornata di domenica 29 giugno € 20,00
Biglietto per gli eventi di 3 giorni: € 40,00

Info: Tel. 0549 885594 (Segreteria di Stato Istruzione e Cultura)
Prevendita: www.vivaticket.it e in tutti i punti vendita Vivaticket – www.sanmarinoticket.com

Comunicato stampa 1Comunicato stampa 2Conferenza stampa

Psicologia e alchimia

La storia dell’umanità è profondamente plasmata da archetipi, strutture fondanti alle quali il pensiero deve la propria capacità creativa

Tratto da Il Quorum.it

Nell’introduzione del saggio di Arturo Schwarz, “Cabbalah e alchimia”, l’autore nota come per secoli questi due insegnamenti abbiano goduto di poca stima, soprattutto perché misinterpretati fino all’inizio del secolo appena concluso. Di fatto generalmente si tende a pensare all’alchimia come ad una pratica che tentò di trasformare i metalli meno pregiati in oro, di produrre l’elisir di lunga vita mediante la Pietra Filosofale e che, per lenta evoluzione, da essa è derivata la chimica moderna. I testi degli antichi alchimisti scritti volutamente in uno stile oscuro, ermetico, ricchi di immagini allegoriche incomprensibili possono forse giustificare questa interpretazione quantomeno superficiale (6).

Al termine degli anni venti Jung scopre singolari affinità tra antichi simboli cinesi e i sogni dei suoi pazienti: comincia così a studiare i testi degli alchimisti. “Psicologia e alchimia”, dato alle stampe per la prima volta a Zurigo nel 1944, costituisce un ampio rimaneggiamento di due studi (“Simboli onirici del processo di individuazione” del 1936 e “Le rappresentazioni di liberazione nell’alchimia” del 1937). Essi rispondevano all’intento di verificare il fondamento oggettivo, ovvero l’appartenenza all’esperienza psichica collettiva, di risultanze intrapsichiche personali, che, come tali, non potevano pretendere alla validità scientifica. Grazie alla sua esperienza di psicoanalisi Jung poté riscontrare nei suoi pazienti alcuni elementi che ricorrevano nei loro sogni e, distaccandosi dal parere di Freud per il quale i sogni erano una sorta di criptogrammi standardizzati decifrabili sulla base di alcune ricorrenze, capì che non erano solo di tipo patologico (fobie, traumi…) ma affiorano alla coscienza individuale dai contenuti archetipi dell’inconscio collettivo. Per Jung il lavoro degli alchimisti era sì fatto di reali sperimentazioni chimiche ma il loro fine, la Grande Opera, è da intendersi come ricerca di esperienze psichiche che permettevano all’adepto di operare interiormente il processo di Individuazione (la consapevolezza aurea, aurea apprehnsio). Il termine alchimia deriva dall’aramaico al-kimija, pietra filosofale, derivato dal siriaco kimiiya, dal greco bizantino chimeia: mescolamento (1).

Le nozioni alchemiche esercitarono una certa influenza anche sui movimenti artistici post-romantici e di avanguardia, come il surrealismo. Breton nel “manifesto del Surrealismo” del 1924, dichiarò di voler assumere la sapienza Alchemica a modello di un “occultamento” per evitare assolutamente al pubblico di entrare nell’opera, ovvero tenerlo alla porta della provocazione, confuso e sfidato, così le avanguardie, spesso, cercarono dietro astruse e insensate provocazioni, di nascondere un sapere ermetico. Ne fu un anticipatore Marcel  Duchamp, il quale, nella sua opera “La Sposa messa a nudo dai suoi scapoli”, opera nota più brevemente come “Il Grande Vetro”, cui lavorerà dal ’15 al ’23 senza portarla mai decisamente a termine, (nel ’27 fu danneggiata durante un trasporto – ma Duchamp lasciò intatta la frattura del vetro considerandola un’aggiunta “casuale”) nascose, dietro il precetto alchemico del “silenzio” un significato ben più profondo della stessa provocazione visiva. Nel suo lavoro, oltre a rimandare all’ironia e all’assurdo, che rimangono sempre principi fondanti, rimanda anche all’opus alchemico (7).
il-grande-vetro

Il Grande Vetro

Maria “portata nella nuvola” è la Vergine Assunta e, in effetti, come nelle tradizionali iconografie dell’Assunzione, il “Grande Vetro” (notare il gioco di parole fra Grande Vetro e Grande Opera) è diviso in due parti, terrestre e celeste; nella prima vediamo una nuvola con tre quadrati, nella seconda un parallelepipedo in prospettiva, simboleggiante un feretro vuoto; i “trebbiatori celesti”, invece, richiamano la definizione duschampiana dell’opera come “macchina agricola” e come “macchina a vapore” con “base in muratura” (ovvero il fondamento massonico-ermetico-filosofale che la spiega). Nel linguaggio dell’alchimia la trebbiatura (“celeste”), l’assunzione della Vergine incoronata dalla Trinità e il denudamento della sposa sono tutte metafore, codificate nei trattati (come nell’immagine tratta dal Rosarium Philosophorum), che significano la purificazione della materia e la sua trasformazione in “pietra filosofale” (3). I dettagli sono molti: La “macinatrice di cioccolato”, come l’artista chiama il congegno con tre rulli (la macina della Malinconia di Durer) che serve a triturare la materia “al nero” (indicata come cioccolato). I sette “setacci” o “crivelli” che la sovrastano corrispondono alle sette chiavi delle operazioni e sono strumenti di progressiva raffinazione. Il “mulino ad acqua” incorporato nel carro-sarcofago e con sopra le “forbici” a croce (secondo i termini di Duchamp) alludono al progressivo dissolvimento della materia la quale, una volta “dissolta”, sale al cielo come vapore. Nel cielo la nuvola con tre finestre (allusive alla Trinità) ricondenseranno la materia per farla tornare sulla terra in forma di gocce fertilizzanti (rugiada filosofica) e dare nuovo avvio al processo alchemico. L’opera così in sé è una continua polarizzazione di principi positivi e negativi e credo che la sua essenza risieda proprio in questa sua ineffabilità, in questa mancanza; il Vetro, ovvero l’assenza dell’elemento che pone una distanza fra l’opera e l’osservatore, inoltre, contribuisce ad aumentare questa partecipazione passiva al processo, questa sorta di ermeneutica infinita che non finirà mai di colpire. Definire il “Grande Vetro” una macchina agricola apparirà meno paradossale alla luce delle seguenti considerazioni: anzitutto c’è un chiaro riferimento al concetto tradizionale dell’agricoltura sentito quale matrimonio simbolico tra la Terra e il Cielo; quindi l’aratura è associata con la semina e l’atto sessuale. Infine è naturale che Duchamp abbia definito, in un’altra nota “un mondo in giallo” questo suo lavoro. nella tradizione esoterica il giallo è il simbolo dell’oro e del Sole; il Sole a sua volta, ha valore simbolico di rivelazione (4).

“La macchina psicologica che trasforma l’energia è il simbolo” (Jung, 1928). In una piccola opera dal titolo “Energetica Psichica” Carl Gustav Jung ha affrontato il tema spinoso dell’energia vitale. In termini evolutivi rispetto all’opera di Freud, Jung ha sostenuto che la libido subisce in gran parte una trasformazione naturale (metabolica), ma che in piccola parte può essere dirottata per produrre altre forme. Dal corso naturale delle cose, possiamo sottrarre “energia eccedente” con cui fare un lavoro, produrre cioè oggetti e attività di valore individuale e collettivo. L’energia vitale espressa da una cascata ad esempio – dice Jung – acquisisce un valore funzionale e non solo estetico, nel momento in cui viene convogliata in una diga e dunque in una centrale idroelettrica. L’energia naturale acquisisce valore nel mondo degli uomini quando, ricondotta in un sistema dotato di senso, viene spinta a fare un lavoro (anche nella fisica inteso come Forza x Spostamento). Lo strumento che Jung suggerisce per distogliere energia dal corso naturale è il simbolo. Cos’è il simbolo? Il simbolo è un segno ricco di possibilità interpretative in parte individuali, in parte archetipiche. Il simbolo spinge l’uomo a “dare senso” dunque produce energia, deviando il corso naturale dell’accadere psichico (7).

Arturo Schwarz scrive: “Nessuna opera più del ‘Grande Vetro’ può rappresentare l’irraggiungibile trasparenza della pietra filosofale. La storia della ricerca della pietra filosofale è la storia di una serie di fallimenti; ma gli uomini che hanno fallito con audacia ci hanno dato insegnamenti più di coloro che hanno avuto effimeri successi. Negli scacchi si può arrivare a una posizione senza via d’uscita, ove nessuno degli avversari può imporre la vittoria. Uno di essi si trova in uno stato di perpetuo scacco. Per Duchamp questa situazione è divenuta la metafora della sua relazione con la vita. Probabilmente, è il suo più bel finale di partita” (5).

Duchamp scrisse che “in nessun momento nel processo la Sposa entra in relazione con la realtà maschile e il culmine dell’opera è lo svelamento, la rivelazione”. Octavio Paz notò che quella che talora viene interpretata come una allegoria dell’onanismo o come l’espressione di una visione pessimistica dell’amore (la vera unione è impossibile e la non consumazione o il voyeurismo sono una alternativa meno crudele al rimorso che consegue al possesso) punta forse invece altrove.

In “Dati”: 1) La caduta d’acqua 2) Il gas illuminante (1946-66) Duchamp infatti suggerisce che l’unione e’ possibile, tuttavia unicamente se lo sguardo si trasforma in contemplazione ed esplorazione dei contenuti psichici proiettati (animus e anima, rispettivamente).

Si tratta in realtà di una enorme scatola ottica, simile a quelle in uso nel XVII secolo, che permette di osservare attraverso due fori praticati su una delle sue pareti la raffigurazione di una donna distesa nell’erba di un prato, nuda e con il volto completamente nascosto, o meglio, volutamente escluso dal campo visivo. Sullo sfondo si scorge una sorgente d’acqua immersa in un paesaggio naturale.

In ambedue le opere (“l’Assemblaggio/Dati” e “la Sposa” il semplice guardare si trasforma nell’atto di vedere-attraverso; in ambedue i casi ci guardiamo guardare, il che ci pone di fronte a noi stessi). Il desiderio, trasformato dall’immaginazione è divenuto conoscenza, consapevolezza, integrazione. Oltre ad essere conoscenza, la visione erotica è creazione, trasformazione. Il nostro sguardo traforma l’oggetto erotico: ciò che vediamo è il simbolo, l’immagine del nostro desiderio proiettato (Jung direbbe di frammenti del nostro Animus o Anima).

Ed è anche probabilmente chiaro il riferimento alla fisica quantistica: colui che “spia” fa parte dello spettacolo, attraverso il suo sguardo l’Assemblaggio si realizza. La meccanica quantistica infatti introdusse due elementi nuovi ed inaspettati rispetto alla fisica classica: una è appunto l’influenza dell’osservatore. Inoltre gli oggetti “quantistici” (atomi, elettroni, quanti di luce, ecc.) si trovano in certi “stati” indefiniti, descritti da certe entità matematiche (come la “funzione d’onda” di Schrödinger). Soltanto all’atto della misurazione fisica si può ottenere un valore reale; ma finché la misura non viene effettuata, l’oggetto quantistico rimane in uno stato che è “oggettivamente indefinito” (come non ricordare, il “proteomorfismo mercuriale e mutevole” di alcuni fenomeni naturali descritto dagli alchimisti), sebbene sia matematicamente definito: esso descrive solo una “potenzialità” dell’oggetto o del sistema fisico in esame, ovvero contiene l’informazione relativa ad una “rosa” di valori possibili, ciascuno con la sua probabilità di divenire reale ed oggettivo all’atto della misura.

Nei “Tre rammendi” di Duchamp il “metro di lunghezza” che cade da un metro di altezza su un piano orizzontale deformandosi a suo piacimento fornisce una nuova immagine dell’unità di lunghezza, che poi altro non è che una “nuova misura” dell’immagine del mondo. Probabilmente l’inclinazione della modernità ad attribuire potere pressochè illimitato alla scienza positivista è controbilanciata dalle incertezze inerenti alla meccanica quantistica (7). Dai mille sogni che Wolfgang Pauli, uno dei fisici più creativi del Novecento, portò in dote a Carl Gustav Jung, scaturì una straordinaria avventura intellettuale e umana. L’incontro portò alla riscoperta della nozione di sincronicità e alla reinterpretazione di quelle coincidenze, prive di connessioni causali ma dense di significato, che ricorrono di continuo nella nostra esperienza quotidiana. Fece maturare la consapevolezza che la storia dell’umanità è profondamente plasmata da archetipi, strutture fondanti alle quali il pensiero deve la propria capacità creativa, dato che costituiscono una riserva psichica pressoché inesauribile da cui trarre alimento (6). Ma soprattutto fu all’origine di un’ulteriore alleanza tra fisica e psicologia, tra materia e psiche, cui, probabilmente, Duchamp aveva già silenziosamente messo il sigillo dell’arte.

Massimo Lanzaro

Bibliografia

1. CG Jung. Psicologia e alchimia 2006, XIV-552 p., Brossura, Bollati Boringhieri

2. Octavio Paz, “Apparenza nuda – L’opera di Marcel Duchamp”, Abscondita, 2000 “Apparenza nuda” è formato da due saggi che Octavio Paz ha dedicato a Marcel Duchamp. Il primo è un’introduzione generale all’opera dell’artista francese: esso contiene una descrizione completa e un’interpretazione del Grande Vetro. Il secondo saggio è un’analisi dell’Assemblaggio di Filadelfia.

3. M. Calvesi, Arte e alchimia, Collana: Dossier d’art, 1995

4. M. Eliade, Il mito dell’alchimia seguito da: L’alchimia asiatica. Collana «Variantine», Bollati Boringhieri, 2001.

5. Arturo Schwarz, Cabbalà e alchimia – Saggio sugli archetipi comuni, Garzanti, 1999

6. Tagliagambe & Malinconico. Pauli e Jung. Un confronto su materia e psiche. Raffello Cortina, 2011

7. Massimo Lanzaro. Reflections on Duchamp, quantum physics, and mysterium coniunctionis (trattasi di una versione precedente, in inglese, di questo scritto presente su CGJ Online).

…uomini di vista acuta

Edward_Burne-Jones_Star_of_Bethlehem

Edward Burne-Jones, “The Star of Bethlehem”, 1885-1890

…[ i magi] «che praticano anche la divinazione… e che l’aria è piena di immagini che, esalando, si immergono nella visuale degli uomini di vista acuta»…

Diogene Laerzio, I 7, in Walter Burkert, “Da Omero ai Magi”, Marsilio.

L’inquietante divenire delle muse – di Max Lanzaro

Carrissimi amici, vi sottopongo un interessante lavoro del dottor Massimo Lanzaro che ho avuto il piacere di “ospitare” nella pagine di Anima Mundi

Pubblicato da krauspenhaarf su luglio 13, 2010

In italiano esistono quattro parole per indicare l’atto di memoria: il ‘rammemorare’, o ‘tornare alla memoria’; il ‘rammentare’, o ‘tornare alla mente’; il ‘ricordare’ o ‘tornare al cuore’, dal latino cor cordis; il ‘rimembrare’, letteralmente: ‘rivivere nelle membra la memoria’, rivivere con tutto il corpo. Rimembrare ha quindi in italiano un duplice significato, cioè il restituire alla memoria, ma anche il ricostituire. Infatti ‘smembrare’ è esattamente il contrario di ‘rimembrare’ e indica il ‘fare a pezzi’. Il mosaico è effettivamente, in origine, in antico, ‘luogo della rimembranza’. Bisogna considerare un altro aspetto; la filosofia in antico non è un sistema astratto di pensieri come si può pensare: anticamente la filosofia era piuttosto una concreta pratica di vita che comporta degli esercizi quotidiani, per far sì che l’uomo s’incarni, viva e giunga al termine della vita con la pienezza dei sensi, con la pienezza del senso. Per esempio sia gli Stoici che gli Epicurei e massimamente Pitagorici e Platonici praticavano questi esercizi. Un esercizio stoico, descritto anche nel De rerum natura di Lucrezio, è quello dell’attenzione, la prósoké. Lo Stoico continuamente memorizza il campo visivo, è un esercizio di continua attenzione, potremmo dire di coscienza, per mantenere la coscienza ogni istante. Dire dunque quale filosofia si sostanzia nel mosaico significa in altre parole che il mosaico era un modo operativo attraverso cui l’individuo, il mosaicista, aveva modo di connettersi al cosmo, di connettersi al mondo intero, all’anima mundi. Quasi sicuramente, il luogo originario del mosaico è Alessandria d’Egitto. Nasce lì sia l’opus tessellatum, che è il mosaico pavimentale a piccole tessere, sia l’opus musivum, che è un tipo particolarissimo di mosaico. Proprio ad Alessandria, nell’epoca dei Tolomei, si sviluppa una nuova tecnica musiva, l’opus musivum. L’opus musivum serviva a decorare le fonti dedicate alle Muse e ‘mosaico’ ancor oggi è la parola, che, con musica e museo indichi le Muse. Le Muse non rappresentavano come potremmo credere oggi semplici personificazioni delle arti, rappresentavano molto di più. Ad Alessandria, dunque, cominciano a costruire queste opera musiva, e il loro nome è Musaea. In quell’epoca Alessandria è un crogiolo di razze, di lingue, di religioni. Pensate che la famosa biblioteca, quella che andò bruciata, conteneva anche i libri di Aristotele. È lì che l’alchimia occidentale si è sviluppata, con Bolo di Mende e Zosimo di Panopoli. È lì che si vanno formando quelle particolari tendenze cultuali, misteriche, esoteriche, la Gnosi, l’Ermetismo. Vi affluiva il pensiero ebraico con Filone ebreo, e proprio in questo grande crogiolo Tolomeo fece costruire il primo museo, il primo luogo delle Muse, che non era, come pensiamo oggi, una collezione di oggetti. Il museo, nelle intenzioni dei Tolomei, era piuttosto il luogo dove si coltivavano le scienze che le Muse donano agli uomini. Le radici della civiltà occidentale sono lì. Dai testi dell’epoca ci rendiamo conto del perché alle Muse si dedicassero questi luoghi talmente importanti, talmente significativi da essere diffusi in tutta l’area del Mediterraneo. Questi piccoli Musaea li troviamo anche a Pompei, a Ercolano, a tre nicchie decorate col mosaico (a sinistra una delle fonti pompeiane dedicate alle Muse). È il tema della caverna che viene concretato, che viene attuato nei Musaea, il tema della grotta o dell’antro, cui un platonico come Porfirio ha dedicato un libro, il De antro Nimpharum. Ispirandosi a queste credenze, dice Porfirio, i Pitagorici, e dopo di loro Platone definirono il mondo come antro o caverna. Secondo Giambico le Muse hanno tutte lo stesso nome e secondo la tradizione costituiscono una comunità’. Inoltre il coro delle Muse ‘è sempre uno e il medesimo e in sé comprende: accordo, armonia, ritmo, e tutto quanto crea concordia. ‘Il coro delle Muse è sempre Uno e il medesimo’. Il medesimo o l’identico, l’identità, è uno dei poli centrali del Timeo di Platone. L’universo, in fondo, è uno dei temi centrali della filosofia platonica: la cosmogonia, ovvero l’origine del mondo e come dall’Uno originario ‘che Plotino chiamava solo Uno’ si giunga al molteplice. Era un processo che veniva descritto col Delta (D) e non è un caso che Alessandria d’Egitto sia stata fondata sul delta. Il delta rappresenta sinteticamente proprio il processo che dall’Uno genera il molteplice, quello che i Platonici chiamavano emanazione. Lo sforzo più grandioso, a cui il platonismo ha dedicato moltissima riflessione, consiste proprio nello spiegare come dall’Uno si giunga al molteplice. È nel corso di questo lavorìo del pensiero che le Muse divengono immagine del percorso cosmogonico, immagine stessa di tutto il mondo. ‘La potenza delle Muse ‘dice Giamblico’ governa non solo i più nobili principî delle scienze ma anche l’accordo e l’armonia dell’universo’. È un ruolo molto importante, sono le Muse che mantengono l’ordine (in greco Kreon, da cui ‘creare’, ‘creazione’). Quindi dedicare una fontana anche piccola alle Muse non è un semplice gesto di decorazione del giardino, è qualcosa di più, è creare una nicchia, un luogo, un antro dove poter meditare mediante quegli esercizî quotidiani di filosofia, e meditare il principale esercizio, quello di connettersi, di legarsi, di intrecciarsi alla vita del cosmo intero. Colui che meditava, l’uomo antico, davanti ai Musaea si riconnetteva immaginativamente con il cosmo intero, diveniva parte consapevole della catena infinita che lega l’Uno e il molteplice. Ma perché proprio le Muse’ Troviamo già nei mitologemi relativi alle Muse il motivo del mosaico, il motivo di queste piccole pietre che vengono incastrate nella malta. Racconta il mito che le Muse, quando ancora si chiamavano Trie (subiscono la stessa processione dall’Uno al molteplice e quindi da Mnemosine divengono tre, infine nove), sull’Elicona avevano insegnato a Ermes come predire il futuro, osservando la disposizione dei sassolini in un catino d’acqua perché le Muse, oltre le arti e la scienza, insegnavano ciò che è, ciò che sarà, ciò che è stato; insegnavano in sostanza la Sofia. È interessante quest’aspetto: la disposizione dei sassolini in un catino d’acqua. E i Musaea sono effettivamente dei ‘catini d’acqua con dei sassolini’. I Pitagorici, quando ragionavano sui numeri, sui numeri triangolari, pentagonali, utilizzavano dei sassolini. Per un Pitagorico il numero non è un’entità astratta, è una realtà spirituale che vive nello spazio. Alla ‘spazializzazione dei numeri’ si può ricollegare l’uso del mosaico, e persino il termine tessera, che in greco ancor oggi significa ‘quattro’. Il quattro nella filosofia pitagorica è il solido, la solidità: è l’immagine del mondo. I temi più frequenti nei Musaea, ma in genere nel mosaico pavimentale o parietale, sono le figure divine di Orfeo, Dioniso, Attis o Atteone, Osiride. È un momento centrale dell’epoca ellenistica, il passaggio dalle divinità olimpiche ‘nel cielo, sempre, divinamente e sommamente distaccate dall’uomo’ ai culti misterici in cui invece la divinità soffre, e soffre tremendamente il destino dell’uomo e della terra. Tutte queste divinità condividono il destino dell’uomo e della terra e questo spiega anche come mai in quell’epoca il cristianesimo ebbe tanta fortuna e si propagò così rapidamente. I cristiani potevano presentare Cristo come il Dio che si è concretato nella Storia, come quel Dio mitico ‘fosse Osiride, Orfeo’ che però è vissuto realmente nel mondo e realmente è morto e risorto. Ecco perché veniva inteso così facilmente il Cristianesimo: in tutto il bacino del Mediterraneo questi culti avevano già preparato gli uomini all’idea di un dio che soffre. Queste divinità ‘le chiamo gli smembrati, coloro che vengono fatti a pezzi’ di cui pietosamente si raccolgono le disjecta membra, furono presentate come prefigurazioni mitiche d’un evento storico. Ecco perché il mosaico è ‘il luogo della Rimembranza’. Perché letteralmente il mosaicista ‘rimembrava’ il dio morto, nell’esercizio del mosaico e attraverso il mosaico rinato. È un errore insistere sulla frammentazione nel mosaico. Finché noi parleremo di mosaico come di ciò che è frammentato non lo riusciremo mai a capire. Perché il mosaico è l’esatto contrario. Attraverso la pratica del mosaico il mosaicista poteva incarnare in se stesso, vivere in se stesso la filosofia platonica, ripercorrendo quel tragitto cosmogonico dall’Uno al molteplice e poi a ritroso, à rebours, dal molteplice all’Uno. E continuamente, dalla luce alla materia, dalla materia alla luce, il mosaico per il mosaicista e l’uomo antico schiudeva il percorso cosmogonico, tutta la fase cosmogonica di creazione, e soprattutto il ritorno all’Uno. In questo modo il mosaicista poneva in atto le due indicazioni fondamentali di Platone. La prima: Téchne ed Epistéme devono sempre andare congiunte. Téchne, cioè l’arte, l’operare. Epistéme, ovvero la scienza, il contemplare. La seconda: per procedere nella conoscenza delle cose è necessario prima disgiungere, separare (Platone lo chiamava diáiresis, da cui dieresi) e poi unire, synagoghé, mettere insieme. Il mosaicista nel dividere, secondo il consiglio di Platone, seguendo le nervature delle cose, opera il processo di diáiresis e quindi nella composizione del mosaico giunge alla synagoghé. Il testamento di Plotino per i suoi discepoli è contenuto in una splendida massima: ‘ricongiungere il divino che è nell’uomo al divino che è nell’universo’. È questa la Rimembranza racchiusa nel mosaico. Difficile avvertirla con gli strumenti dell’archeologia o della storia. Poteva essere avvertita solo da un grande poeta, animato dall’afflato della philosophia perennis; da un poeta come Yeats: ‘se mi fosse concesso di vivere un mese nell’antichità ‘confessava’ credo che vorrei passarlo a Bisanzio, un po’ prima che Giustiniano aprisse Santa Sofia e chiudesse l’accademia platonica. Credo che potrei trovare in una qualche osteria un mosaicista ‘filosofo’ che saprebbe rispondere a tutte le mie domande, poiché il sovrannaturale discende più vicino a lui che allo stesso Plotino’. Il mosaico è dunque in questo senso luogo della Rimembranza. Non solo perché raffigura le divinità smembrate, ma perché esso stesso, come queste divinità, frutto dello smembramento, viene rimembrato ed è concreta testimonianza di questo ciclico processo cosmico. In questo senso il mosaico è immagine della comunanza, del mettersi insieme e perciò è il luogo delle Muse, che secondo la tradizione costituiscono una comunità. Quando un Greco diceva ‘armonia’ gli era trasparente la derivazione dal verbo harmózo, ‘congiungo’. Creare una cosa armonica significava che le sue parti erano accordate tra loro in senso musicale. Non dispongo qui degli strumenti per dimostrare come e quanto l’armonia si sostanzi nel mosaico; potrei a titolo d’esempio dire che tutta la basilica di San Vitale a Ravenna è costruita su un sistema di tripartizione del lato del quadrato, che ne divide l’area in nove parti uguali, ‘il numero delle Muse’. Non distante, a Ferrara, fu realizzato nel 1917 da Giorgio De Chirico un dipinto che ci consente di azzardare l’anatomia comparata del valore simbolico del concetto musivo: Le Muse Inquietanti. In questo dipinto i colori sono caldi ma fermi e privi di vibrazioni atmosferiche, la luce è bassa, le ombre lunghe e definite nettamente; la prospettiva accentuata dalle linee convergenti in profondità, su una specie di palco ligneo rialzato, crea un vasto spazio allucinante, mentre sullo sfondo il castello estense ci richiama al grande passato della città, mentre le ciminiere, al suo presente. Ma la città è deserta, le ciminiere non fumano, tutto è statico e sospeso. In questo luogo sognato, solo apparentemente reale, dove tutto è immobilizzato, non possono abitare uomini, esseri viventi ma solo manichini, che hanno solamente l’aspetto dell’uomo, non l’essenza. Le muse sono divenute inquietanti perchè inserite in un contesto urbano tanto posteriore, inquietanti come lo sono certi incubi. Le ciminiere rappresentano la polarità antico-moderno, ma entrambi gli edifici appaiono vuoti ed inutilizzati: il castello ha le finestre buie, segno che non è abitato, mentre la fabbrica ha ciminiere che non fumano, poichè in realtà non vi si svolge alcuna funzione lavorativa. Si percepisce il rifiuto di quel concetto di modernità, secondo il quale ha maggior valore ciò che supera il passato per proiettarci nel futuro, o quel concetto di progresso, per cui i valori sono scanditi dalla maggiore o minore novità dell’opera prodotta. E la polemica con chi ha fatto del tempo e della velocità la nuova ispirazione dell’arte moderna e della vita.

[Dr. Max Lanzaro is an Italian Psychiatrist; he has worked as a Consultant in Italy (Naples, Milan) and in the UK (London, Exeter) since 1997. He is author of several papers published in national and international scientific journals. He has developed a special interest for Jungian psychology with its emphasis on images and the dialogue with art and photography as a kindred endeavor involved in exploration of the relationship with archetypes, images and psyche.

Il cerchio magico

Sopra: John William Waterhouse, “Il cerchio magico”, 1886

[...]

La mappa del cielo non è più un quadro ben proporzionato di corpi fisicamente determinati, in posizioni e distanze misurabili, in rapporti numerati, con radiazioni che si assommano o si elidono, che agiscono variamente secondo gli angoli d’incidenza, o le intensità. Ci avvolge un padiglione meraviglioso e terribile, da cui esseri demoniaci, divinità maligne o benevole, con i loro sterminati corteggi, dardeggiano influssi d’ogni sorta, esiziali e vitali. Perfino il «dolce» Petrarca canta: «hec supra horrificis diversa animalia passim / vultibus et variis cernuntur[…] figuris». E qui, nel mondo, bisogna giostrare per neutralizzare, o sviare e trasformare le radiazioni cosmiche, ora facendole convergere e concentrare, se benefiche, ed ora disperdendole, o attenuandole, se malefiche, con l’aiuto di pietre, di anelli, di sigilli, e così via. Non solo: bisogna esorcizzare dèmoni e pregare dèi; bisogna imprigionarli in immagini ingannevoli e seducenti – bisogna entrare, insomma, nel cerchio magico degli spiriti.

Eugenio Garin, “Lo zodiaco della vita “, Laterza, Roma-Bari 1976

Ancora su “Il libro rosso”

Cari viaggiatori sulle ali di Psiche,
vi chiedo, ancora, di riflettere su questa immagine dell’immenso Carl Gustav Jung, tratta dal suo “Libro rosso” , pubblicato dalla Bollati Boringhieri!
Chi è il protagonista?

Vi chiedo scusa ma, purtroppo, ho dovuto eliminare l’immagine… (diritti riservati)

 

Invito a riflettere

Carissimi, oggi vi pongo un quesito:

La via del dolore è la parte fondamentale della via iniziatica. Perché?

Aspetto le vostre risposte. Un abbraccio.

Gabriele

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