Cinema: “Colpa delle stelle”

 Colpa delle stelle (The Fault in Our Stars) è un film del 2014 diretto da Josh Boone, tratto dall’omonimo romanzo di John Green. È tratto da una storia vera ed ha per protagonisti Shailene Woodley e Ansel Elgort. Notizie in sintesi sulla trama La giovane Hazel Grace Lancaster (Shailene Woodley) è sopravvissuta ad un tumore grazie all’assunzione di un farmaco sperimentale e frequenta un gruppo di supporto per sopravvissuti al cancro, dove incontra Augustus “Gus” Waters (Ansel Elgort), un ex giocatore di basket. I due ragazzi iniziano ad intrecciare una tenera amicizia e Hazel rivela ad Augustus che le piacerebbe incontrare l’autore del suo libro preferito. Gus si ingegna più che può per esaudire questo desiderio. Pensieri sparsi “Tutti hanno due mestieri, il loro e quello di critici cinematografici”, scriveva Truffaut nel 1975 e aggiungeva “un regista oggi deve accettare l’idea che il suo lavoro potrà essere giudicato anche da qualcuno che non avrà mai visto un film di Murnau”. Proprio di un film come “Colpa delle stelle” potrebbe parlare a iosa, semplicemente sulla base dell’emotività, non solo chi non ha mai visto Murnau, ma anche chi non sa chi sia Robert Altman. Costui (o costei) vi racconterebbe di quante strazianti lacrime e commozione questo tragico, romantico melodramma dal calore naturale abbia evocato. Così facendo potrebbe parlare molto a lungo e sorvolare sulla alchimia tra i due talentuosi protagonisti, sulla cautela del regista, su una fotografia davvero ispirata e su una colonna sonora quasi sempre riuscita (incluso l’hip-hop svedese). Per non parlare dei dialoghi, che sono (a dir poco) alla giusta distanza dalla retorica di genere quando non addirittura sorprendenti. Inutile girarci troppo intorno: ora che ho accennato a tutto quello che verosimilmente troverete anche altrove, cerco di condividere con onestà impetosa le piccole onde di dubbio che ancora mi riverberano dentro (il film l’ho visto qualche giorno fa). Secondo la moderna psiconcologia compito dello psicologo è quello di comprendere i bisogni del paziente ed intervenire in tutte le diverse fasi cronologiche della progressione del cancro. Orbene, a parte gli improbabili gruppi cui partecipano, la naturale presa di coscienza dei protagonisti sulla natura della malattia (angosce di morte incluse) è così matura, sarcastica, dolce, reattiva e disincantata da suggerire che nessuno avrebbe potuto essere migliore terapeuta per l’uno che l’altro e viceversa. Si dice che i meccanismi difensivi messi in atto dal paziente oncologico sono finalizzati all’elaborazione dei vissuti e delle emozioni suscitati dalla malattia: è fondamentale che il paziente riesca, alla fine di questo percorso adattivo, ad orientare diversamente la propria progettualità esistenziale. Ma quali progetti può avere (la carriera? la felicità? vincere lo scudetto?) una persona che sa di poter vivere al massimo una settimana, un mese od un anno? La risposta dei due nostri piccoli eroi sembra essere: una modalità di prestare attenzione, coltivare, momento per momento, intenzionalmente e in modo appassionato, non giudicante, non competitivo, quel frammento di amore eterno, infinito, che sta germogliando tra due anime pure.

Massimo Lanzaro

Cinema: “Synecdoche, New York”

  • Si tratta di un film del 2008 scritto e diretto da Charlie Kaufman, sceneggiatore dei film di Michel Gondry e Spike Jonze, al suo esordio nella regia.

    Il film è stato presentato in concorso al 61º Festival di Cannes. Da allora è rimasto nel limbo della distribuzione italiana, e presentato solo adesso, in piena estate 2014, per chissà quali arcani motivi. Comunque ho deciso che non farò (tanato-)dietrologia.

    Il cast è composto, tra gli altri, da Philip Seymour Hoffman nel ruolo del regista, Catherine Keener nel ruolo della sua prima moglie, Michelle Williams nel ruolo della seconda moglie, Samantha Morton nel ruolo dell’amante. Si aggiungano nomi come Emily Watson, Hope Davis, Dianne Wiest.

    Catherine Keener è particolarmente legata ai lavori di Kaufman e Jonze: recitò in Essere John Malkovich e fece un cameo riproponendo il suo ruolo mentre girava Essere John Malkovich nel film Il ladro di orchidee, entrambi diretti da Jonze e sceneggiati da Kaufman. Oltre a prendere parte a Synecdoche New York di Kaufman, ha recitato in Nel paese delle creature selvagge, diretta da Jonze.

    Il titolo è un gioco di parole fra Schenectady, New York, in cui è ambientata la vicenda, e la sineddoche. Il film affronta (anche brutalmente) temi come l’invecchiamento, la natura della famiglia, della casa e delle relazioni fra uomo e donna. Ma quando si comincia ad offuscare la natura del reale e della rappresentazione si scopre che tra le altre cose questo film è un enorme gioco di parole e di citazioni.

    Anzi per alcuni è diventato un rompicapo, altri lo hanno accantonato nel raccoglitore “roba incomprensibile”. Un mio amico ha addirittura evitato di andarci giù pesante grazie al correttore automatico, che gli ha sostituito una frase con “questo film è una pettinata”.

    Proviamo a dare una breve sbirciata al tipo di citazioni che sapientemente distribuisce a piene mani Kaufman. Siamo a Schenectady (la pronuncia è simile a quella di Synecdoche, da qui probabilmente il titolo, piccola, affluente e colta città dello stato di New York. Qui vive e lavora il regista teatrale di medio successo Caden Cotard. Ecco. Un medico forse si, ma uno psichiatra non può non sapere che esiste una sindrome di Cotard (personalmente ho visto due pazienti con tale disturbo). Descritta per la prima volta da Cotard nel 1880 come varietà di “melanconia ansiosa grave”, tale sindrome è più frequente nelle donne anziane con compromissione cerebrale organica. Dopo una fase iniziale, in cui prevalgono ansia e depersonalizzazione, compaiono tematiche deliranti di negazione: il paziente afferma di non possedere più alcuni organi interni come il cuore o lo stomaco, oppure che il suo corpo è trasformato, pietrificato; può negare la sua stessa esistenza, quella dei propri familiari, degli oggetti esterni, del mondo intero, del tempo; si associano idee deliranti di enormità fisica (il corpo è immenso, non ha più limiti, si è allargato a tutto l’universo) di immortalità e di dannazione (la morte per lui non esiste, è condannato a vivere in eterno per poter soffrire ed espiare in parte le proprie colpe). Non è rara la messa in atto di condotte autolesive e automutilanti, facilitate anche da una riduzione della sensibilità al dolore. Pur rappresentando una modalità evolutiva della depressione talvolta, risoltasi l’alterazione dell’umore, le tematiche di negazione si cristallizzano ed assumono un decorso autonomo cronico (delirio di negazione post-melanconico); in altri casi possono emergere deficit cognitivi e, con il progredire del deterioramento, le tematiche deliranti si frammentano, si impoveriscono e si estinguono. La disponibilità di misure terapeutiche efficaci nella depressione ha ridotto notevolmente, negli ultimi anni, la frequenza di questa sindrome. Intanto per chi non lo sapesse la sineddoche è quella figura retorica che consiste nel conferire a una parola un significato più o meno esteso di quello che normalmente le è proprio, per esempio nominando la parte per indicare il tutto (tetto per casa) e viceversa (America per USA); oppure, scambiando il sing. con il pl. (il cane è un animale fedele) o la specie con il genere e viceversa (pane per cibo, mortali per uomini). Dicevamo che il cognome del protagonista, Cotard, è anche il nome di una sindrome psichiatrica mentre sua moglie Adele affitta un appartamento da tale Capgras.

    Ora, nella sindrome di Capgras chi ne è colpito vive nella ferma convinzione che le persone a lui care siano state rimpiazzate da replicanti, alieni o semplicemente da impostori a loro identici. Per persone care si intendono familiari e amici, ma il disturbo può estendersi ad animali domestici o luoghi familiari. Tale manifestazione rientra nel campo delle MISs (acronimo inglese per indicare le misidentification syndromes).

    Questa convinzione patologica è costante e viene mantenuta nonostante venga data prova del contrario, e non si basa su informazioni false o incomplete dovute a un qualche errore di percezione. Spesso diagnosticata in associazione a disturbi psichiatrici quali schizofrenia e disturbi dell’umore, può a volte essere il risultato di danni cerebrali, demenza o altri disordini organici che rendono le spiegazioni psicodinamiche classiche difficili da sostenere.

    Il riferimento alla malattia è difficilmente non intenzionale data la presenza di numerosi accenni al mondo psichiatrico nella pellicola. Tra l’altro Adele di cognome fa Lack (lack come mancanza, vuoto) e, con una ulteriore letteralizzazione diventa presto appunto assenza, fuga.

    Ma il nocciolo è che in questo film i riferimenti sono una miriade e sono tutti difficilmente non intenzionali, benedetto Charlie!!! Facciamo così. Prometto che lo rivedo in lingua originale per la terza volta, ci penso e poi se vi va ne riparliamo.

    Massimo Lanzaro

MediCinema. Una Onlus per realizzare sale cinematografiche nelle strutture ospedaliere

L’Associazione dell’Autorialità Cinetelevisiva 100 Autori ha concesso il suo Patrocinio e ha dichiarato il suo impegno a sostenere MediCinema Italia, la Onlus attiva nella promozione della Terapia del Sollievo e che si occupa di realizzare sale cinematografiche nelle strutture ospedaliere del territorio italiano.

Dallo scorso anno si è inaugurata la programmazione di film in prima visione promossa da MediCinema Italia, in collaborazione con Fondazione Humanitas. Per la prima volta in Italia, i pazienti di un ospedale avranno la possibilità di assistere con i loro familiari a un calendario di proiezioni, accomodandosi in uno spazio allestito dal punto di vista tecnologico – e arredato in ogni dettaglio – come una vera e propria sala cinematografica.

L’iniziativa nasce dalla collaborazione di due organizzazioni accomunate dalla mission di promuovere il sollievo di chi è ricoverato in ospedale e della sua famiglia. Forte dell’esperienza fatta in Gran Bretagna, dove è attiva da oltre 15 anni, MediCinema approda dunque in Italia con molti buoni propositi:

“Obiettivo della nostra Associazione – spiega Fulvia Salvi, Presidente di MediCinema Itallia­ – è quello di rafforzare il concetto di terapia del sollievo per pazienti e familiari attraverso la cultura come strumento terapeutico. Realizziamo piccole sale cinematografiche e per spettacolo negli spazi che ci vengono assegnati dalle strutture ospedaliere”.

La sala allestita in Humanitas conterà 65 posti a sedere, includendo quelli speciali per pazienti in carrozzina o allettati.

In Gran Bretagna MediCinema ha promosso la realizzazione di sale presso il St. Thomas’ Hospital di Londra, il Royal Hospital for Sick Children di Glasgow, il Royal Victoria Infirmary di Newcastle, il Serennu Children’s Centre di Newport e il Defence Medical Rehabilitation Centre a Headley Court nel Surrey, mentre sono già in costruzione le sale presso il Guy’s Hospital e il Chelsea and Westminster Hospital a Londra.

Stephen Moore, CEO di MediCinema UK, ribadisce: “MediCinema dal 1996 sperimenta con successo, l’utilizzo dell’entertainment a scopo terapeutico. I risultati raggiunti come terapia del sollievo ci hanno permesso di crescere negli ospedali del Regno Unito, con programmi sempre più importanti”.

L’ospedale e la Fondazione Humanitas hanno sposato l’iniziativa fin dalla prima proposta, seguendone l’organizzazione e mettendo a disposizione i propri volontari che, in collaborazione con i medici e gli infermieri del reparto, si occuperanno dell’accompagnamento dei pazienti e dell’assistenza in sala.

“Il ruolo della Fondazione è da sempre quello di un’antenna attenta a cogliere segnali di umanizzazione che possano aggiungere valore all’esperienza terapeutica e all’assistenza medica per chi è ricoverato. – spiega Maria Bellati, Segretario Generale di Fondazione Humanitas – Abbiamo subito colto il valore del progetto MediCinema e siamo orgogliosi di essere i primi a partire. Speriamo che molti altri seguano l’esempio”.

“Siamo felici di ospitare in Humanitas questa iniziativa che è coerente con la mission del nostro ospedale: offrire le migliori cure in un ambiente accogliente e con un’attenzione particolare anche ai bisogni sociali del paziente e dei suoi familiari” dichiara poi Luciano Ravera, amministratore delegato di Humanitas.

Le proiezioni non saranno aperte al pubblico, proprio perché si tratta di un progetto terapeutico finalizzato a dare la possibilità ai pazienti lungodegenti di sperimentare un’esperienza quotidiana come quella di andare al cinema con i propri familiari. Per questo primo avvio, la rassegna coinvolge i pazienti del reparto di Riabilitazione, in particolare della Riabilitazione Neurologica. Ogni settimana, 30 pazienti segnalati dal personale sanitario del reparto in base alle condizioni di salute, riceveranno un invito personale da parte di un incaricato di MediCinema e il giorno della proiezione verranno accompagnati in sala dai volontari della Fondazione.

“Il buon Cinema cattura la realtà, dà emozione, senso, immaginazione e libertà. – commenta il Dott. Bruno Bernardini, Responsabile del reparto di Riabilitazione Neurologica di Humanitas – Medicinema è un progetto coerente con lo scopo del nostro lavoro: essere d’aiuto per costruire un ponte tra la malattia e la vita”.

Massimo Lanzaro

 

Ancora su “Maleficent”: la simbologia antica del femminile.

Il film Maleficent della Disney regia di Robert Stromberg,
interpretato magistralmente da Angelina Jolie, oltre ad essere
geniale per la storia inaspettata della bella addormentata nel bosco
e per i grandiosi effetti speciali e’ un vero crogiolo di simboli
archetipici del femminile.
Innanzitutto la protagonista, una fata dalle grandi ali, è un simbolo
che riemerge dalla preistoria e dalla più importante divinità che
veniva adorata 5.000 anni a.C., la dea madre, o dea uccello. La
caratteristiche principale dell’antica dea era la forma di uccello, è
possibile rendersi conto dagli studi dell’archeologa Marija Gimbutas
(1), che ritrova molte statuette votive con le ali, il becco e talora le
zampe, alle quali si accompagnano spesso attributi simbolici legati
alla gestazione e alla generazione come il ventre gravido e i seni
colmi di latte, simbolicamente legati al nutrimento. La dea madre è
ovviamente legata alla terra alla sua capacità nutritiva e generativa
e alla natura, in quanto tale è dea sovrana degli animali e della
vegetazione e come Malefica del film, difende le sue creature e le
ama profondamente. Nel film la protagonista nutre anche
fisicamente la bambina con un biberon a forma di rosa, la cui natura
morbida e vellutata richiama le sensazioni piacevoli del seno
materno. Nel film ci stupisce come una creatura dolce e sensibile,
una fata buona, si trasformi in una figura terrificante e cattiva. La
dea madre primitiva era infatti sia buona che cattiva, proprio come
lo è la natura, la quale può ristorare, avvolgere piacevolmente, farti
commuovere dalla bellezza e dal suo profondo sentimento, ma ha
in se un potere distruttivo tremendo attraverso gli eventi naturali
quali il temporale, il terremoto, gli uragani, il fuoco, i vulcani. Nulla di
strano, quindi, se un personaggio femminile con le ali e immerso
nella sovranità della natura contiene sia il bene che il male. Quando
la forza della natura serve per contrastare il potere, il tradimento e
la malvagità umana esso diventa quasi indispensabile per riportare
l’ordine. Tutte le grandi divinità femminili arcaiche hanno questa
doppia natura da Ishtar, dea babilonese sia dell’amore che della
guerra, Iside, madre, moglie, temuta maga, Atena, la dea greca
protettrice di Atene, delle arti e dei mestieri ma anche feroce e
spietata dea della guerra, Ecate, la dea oscura della magia, potente
e mortifera allora stesso tempo. Del resto senza la morte non ci
potrebbe essere nuova vita e per la natura entrambe diventano
indispensabili. Ma la figura che più si associa a Malefica, è Lilith, la
precedente moglie di Adamo, alla quale Dio uccise i figli a
tradimento perché non voleva ubbidire al marito, divenne così uno
spirito terribile, una signora dell’aria. Malefica nel film viene
anch’essa tradita ingiustamente, sedotta, abbandonata e poi
mutilata malvagiamente dall’uomo che amava, Stefano, che le taglia
le ali per avere lo scettro del re. Un classico elemento archetipico di
un tipo di maschile dedito al potere, spietato e anaffettivo ma che sa
sedurre le donne per poi tarpar loro le ali. Questo maschile tuttavia
si perde nelle sue ossessioni di potere e, proprio come nel film,
spesso perde lucidità e stima a causa del suo unico delirio di
potere, diventa avido e senza cuore. Nel film Re Stefano rifiuta
persino di andare a salutare la moglie morente che lo supplica e
quando rivede la figliola dopo sedici anni, prende il di lei abbraccio
in modo distaccato, e brontolando riprende la strategia bellica con i
suoi consiglieri.
Malefica lancia il suo anatema al battesimo della figlia del Re
Stefano, ma si accorge ben presto di amare la bambina e se ne
occupa diventando una meravigliosa madre putativa, discreta,
protettiva. Emergono le caratteristiche materne positive
dell’archetipo femminile l’importanza del nutrimento, della cura,
della protezione attenta ma anche del affetto profondo e viscerale
che cambia l’animo anche della madre e ne trasforma il suo rancore
in desiderio di bellezza e di affetto. La barriera di spine gigantesca
che divide i due regni quello delle fate da quello degli uomini è un
simbolo meraviglioso che suggerisce quando l’animo e l’istinto ferito
diventino fragili e vadano protetti dal mondo, ciò implica l’isolamento
del mondo dell’anima, e, come nel film un inaridimento, uno
spegnersi della vitalità, degli spiriti buoni, degli animali, felici, della
natura rigogliosa, questo capita anche a noi dopo un tradimento e
un trauma doloroso: ci si isola e ci si difende, è inevitabile.
Un’altra figura maschile è l’aiutante di Malefica, il corvo che lei
trasforma in uomo. Egli diverrà le sue ali, i suoi occhi, la sua lunga
mano. All’inizio è una figura maschile dominata dal femminile e agli
ordini di lei, ma lentamente egli partecipa al dolore di Malefica, la
consiglia, la rimprovera e alla fine si intravede una collaborazione e
un gioco affettuoso tra i due.
La fanciulla Aurora, figlia di re Stefano, ma che viene allevata nel
mondo fatato da tre fatine confusionarie e divertenti, è la
rappresentazione dell’anima, un nuovo sentimento, un nuovo affetto
che apprezza la spontaneità e la bellezza del mondo naturale degli
istinti e della natura ma che ha bisogno di tornare dal padre che l’ha
generata per unire ciò che è stato diviso. La fanciulla nella mitologia
è sempre il simbolo dell’anima è quella parte di sentimento e di
spontaneità presente nell’essere umano, senza la quale ci
ridurremmo adulti cinici e insensibili, è un nuovo principio della
coscienza, un principio trasformativo, una nuova forma capace di
unire i due mondi quello della ragione e dell’anima e diventare
regina di entrambi. Cosi come la figlia di Afrodite, dea dell’amore e
Ares, dio della guerra si chiamava Armonia, cosi Aurora nel film
Maleficient, porta la pace nei due regni, ma anche nel cuore di
Malefica.
Il mondo imbruttito dalla sete di potere può essere salvato da una
fanciulla, da un sentimento nuovo che sgorga dal femminile da un
rapporto di amore rigenerato tra madre e figlia e da un sentimento
di rispetto e di ammirazione per il mondo naturale e fu cosi, come
dice Jean Bolen, che “ Saranno le donne a salvare la terra.” (2).
(1) Il linguaggio della dea Marija Gimbutas Ed Venexia
(2) le dee dentro la donna jean S. Bolen atrolabio ed.

Emanuela Pasin

Riflessioni sulla psicologia del film “Maleficent”, con Angelina Jolie. Perchè il successo Disney non convince del tutto

“Maleficent” è un film del 2014 diretto da Robert Stromberg, al debutto da regista.

La protagonista Angelina Jolie, qui anche produttrice esecutiva della pellicola, veste i panni della celebre Malefica, la malvagia strega del mondo Disney.

Il film è il remake del classico Disney “La bella addormentata nel bosco” del 1959, pur discostandosene non poco nella trama. Attraverso I secoli (con le successive rielaborazioni) le fiabe trasmettono significati nascosti e palesi, comunicandoli in modo tale da raggiungere la mente “ineducata” del bambino e quella “sofisticata” dell’adulto.

Vari autori, da Marie Louise Von Franz a Bruno Bettelheim, hanno mostrato come le fiabe popolari parlino il “linguaggio inconscio” di problemi comuni a tutti gli uomini, con i conflitti, le crisi e le trasformazioni tipiche dello sviluppo dell’individuo e della collettività, al di là dell’intento narrativo contingente.

Questa è la mia prima perplessità: questo film parla davvero un linguaggio autenticamente inconscio?

Della fiaba ci sono un po’ tutti i personaggi, ma sono pallide presenze spesso puramente accessorie o per nulla indagate, completamente piegate alla volontà revisionista della sceneggiatura. Alcuni personaggi sembrano messi lì solo per far approdare (fin troppo) celermente lo sviluppo dove gli autori hanno in mente.

Seconda perplessità: la fiaba insegna, senza insegnare, che la liberazione di ciò che dorme, inconscio o bloccato, può richiedere molto lavoro: solo dopo cent’anni riesce ad arrivare il principe azzurro (nella fiaba originale), il principio vitale, la vita che ci ama. Egli deve faticosamente avanzare all’interno di una selva intricata e bisogna attendere molto per vedere il tanto atteso emergere (come in una psicoterapia del resto).

Nel film il principe azzurro non fatica affatto, la sua apparizione è quantomeno forzata, quasi sbrigativa… manca complessivamente l’elemento della necessaria attesa.

Terza perplessità sul messaggio nucleare del film: i figli “sono” di chi li ama davvero, non tanto di chi li partorisce (e infatti non vediamo quasi mai la vera mamma, la regina, avvicinarsi alla figlia). Angelina, che ha adottato tre figli, lo sa bene.

Nell’epoca della famiglia allargata (i cui problemi sono tutt’altro che risolti) è un’idea sicuramente trendy, buonista e rassicurante. Qualcuno ha inoltre notato che ancora una volta l’archetipo maschile è marginalizzato e inflazionato dalla cieca bramosia di potere (sottovalutando un po’ la figura di Fosco a mio avviso).

Dopo Hunger Games, Frozen e Divergent sembra comunque che in questo senso la riscossa femminile al cinema prosegua. Cerchiamo qualche pregio (ma ce ne sono di sicuro tanti): il film tenta di esplorare le zone grigie e più umane che esistono nella polarità tra bene e male. Non ci sono solo eroi o solo cattivi, l’ambivalenza è ben rappresentata ed il problema morale si integra in più di un personaggio.

Inoltre non è una natura propriamente disneyana quella che ci racconta Maleficent, in cui invece il rapporto uomo-natura si avvicina piuttosto alle idee di Tolkien.

Le musiche e il comparto artistico sono buoni e gli effetti speciali, notevoli, riescono a ricreare un ambiente e delle creature che si combinano egregiamente con gli attori.

Considerazione conclusiva: Jung affermava che studiare le fiabe è un buon modo per studiare l’anatomia comparata dell’inconscio collettivo, ovvero di quelli che si pensa siano gli strati più profondi e arcaici della psiche. In tal senso alcuni sostengono anche che il materiale delle fiabe sia compensatorio alle idee e ai valori del conscio collettivo nel momento storico in cui la fiaba è stata prodotta. Può pertanto offrire un nuovo punto di vista su problemi che magari la cultura dominante non sa come affrontare.

Come ho già accennato, la mia perplessità è che invece le trasposizioni cinematografiche rischiano da un po’ di tempo a questa parte di fornire sempre di più unicamente la prospettiva personale di sagaci sceneggiatori (e, volendo essere molto cospirazionisti, forse anche il punto di vista di chi li finanzia).

Massimo Lanzaro

“In ordine di sparizione”: dove si intrecciano riflessioni sulla vendetta e dove la brutalità primitiva del potere viene vista con la lente dell’umorismo

E’ nelle sale il nuovo film di Hans Petter Moland con Stellan Skarsgård, Bruno Ganz. Il protagonista, Nils, mansueto e taciturno, è stato appena nominato ‘uomo dell’anno’ dai concittadini del piccolo villaggio in cui vive. Il suo mestiere è occuparsi di rendere accessibile la strada a bordo di un imponente spazzaneve. Quando suo figlio muore e la pratica viene archiviata perché trovato vittima di una overdose, l’uomo non crede a questa versione, fieramente convinto di conoscere bene il suo ragazzo.

Ha ragione, perché si è trattato di un assassinio voluto dal Conte, ovvero colui che controlla in zona gran parte del traffico della droga, in perenne contrasto con la banda dei Serbi, il cui boss è invece noto come il “Papa”.

In una intervista Moland ha detto: “nella sofferenza più profonda, si aprono squarci di humour. Nils è un uomo che non riesce a sopportare il fardello del dolore e per questo si porta via le vite di chi ha sconvolto la sua esistenza. Ma nel bel mezzo della drammaticità di questa storia si aprono momenti comici e ironici, basta guardare il mondo dei gangster. Credo che la vita sia fatta così e in questo film volevo raccontare la vita, con le sue assurdità e i suoi dolori. Ho cercato quindi di attraversare diversi generi senza appartenere a nessuno di essi… In Norvegia poi abbiamo quest’idea di un nemico che viene da fuori e che si prende il nostro Paese, portando droga e violenza. Ma forse non abbiamo ancora capito qual è la vera minaccia. In ordine di sparizione ho cercato di giocare sui luoghi comuni che la nostra società ingenua e benevolente ha sul mondo criminale e sull’immigrazione”.

Se vi piacciono Kitano e Tarantino, se amate gli scenari surreali, ovattati dalla neve ma con qualche chiazza di rosso vivo, se volete sapere perché in Norvegia si raccolgano in strada gli escrementi degli animali domestici, se siete intrigati da riflessioni politiche un po’ massimaliste sulla differenza tra politiche di welfare a differenti latitudini, l’incedere di Nils nella neve sarà ad ogni passo più coinvolgente.

Hans Petter Moland continua: “Da tempo volevo fare un film sulla vendetta. La vendetta è un sentimento primitivo, eppure squisitamente umano. Da bambino volevo vendicarmi: combattevo le persone che mi avevano fatto del male, derubato, umiliato o tradito. Vendicandomi, pensavo di lottare per il trionfo della giustizia. Immaginavo di rimettere le cose a posto, restituendo pan per focaccia. Immaginavo che “i cattivi”, finalmente umiliati, avrebbero riconosciuto i loro torti. Ma come tutti sappiamo, le cose non vanno così… Invece di giustizia ottenevo solo rappresaglie, in un crescendo di violenza. Così mi sono detto: se non si riesce ad avere giustizia, cerchiamo almeno di divertirci. Due delle forze portanti di In ordine di sparizione – il Conte e Papa – hanno un concetto inumano dei loro nemici. Sono dei bigotti. Hanno una visione arcaica del potere e del mondo che li circonda. La struttura delle loro gang si basa su schemi primordiali: cieca fedeltà al capo, regole rigidissime, brutale giustizia interna, sfrontato disprezzo per qualsiasi innovazione sulla gestione del potere. Costituiscono una minaccia per la società contemporanea, eppure sono dinosauri. I gangster vivono in un mondo liberale, pieno di richiami e tentazioni da cui si sentono attratti e minacciati, in modo ancora più brutale, forse, di quanto loro stessi siano una minaccia per il mondo che li circonda. Sono ridicolmente antiquati, eppure nessuno può permettersi di dirglielo. La maggior parte di questi uomini non ha alcuna consapevolezza di sé. Per me sono una generosa fonte di umorismo con le loro imperative convinzioni assurde e infantili: come bambini con la pistola, che incontrano altri bambini con pistole più grandi. Fin al giorno in cui incontrano una persona affamata di vendetta, diversa da tutto ciò che hanno conosciuto prima. Nils è un dilettante della vendetta e il suo comportamento è imprevedibile perché non rientra nei normali schemi del comportamento criminale. Senza saperlo, Nils trascina i gangster in un mondo che non conoscono. Un mondo che può essere anche benevolo e improvvisato. Ed è questo mondo a costituire una minaccia decisamente maggiore per i gangster di qualsiasi altra cosa Nils possa inventare: una vita civile e comoda è una tremenda tentazione per dei malviventi affaticati”.

Massimo Lanzaro

 

La sottile ironia di Jarmusch: vampiri buoni e uomini cattivi in “Solo gli amanti sopravvivono”

Ecco Jarmusch, con la sua ironia, il minimalismo vintage, l’eleganza, i dettagli, la citazione. Ed i movimenti a spirale della cinepresa come della puntina sui vinili di Solo gli amanti sopravvivono. Quella puntina (o la cinepresa o entrambe) mi hanno ipnotizzato. Ho cercato di non farmi distrarre dal ricordo di cose varie ma in più di due ore di proiezione non sempre ci sono riuscito.

Quindi ho pensato di trascriverle a parte*.

Cominciamo dalla trama (spoilers): Adam,ex ghost writer, tra punk metal rock alloggia a Detroit e periodicamente si reca in ospedale da un medico corrotto per avere le sue sacche di 0 negativo, facendosi chiamare “Doctor Faust” ma apostrofato anche – a caso? – come Dottor Caligari e Dottor Stranamore.

A Tangeri vive Eve, che si procaccia sangue pregiato grazie al venerando Christopher Marlowe nel caffè “Le mille e una notte”. Gli esseri umani sono zombie “che capiscono sempre troppo tardi”. Nel mondo troppe cose sono contaminate (“han terminato di far guerre per il petrolio per cominciare quelle per l’acqua”).

Jarmusch ci ha regalato questo affresco dalla cadenza lenta, (ennesimo elemento controcorrente), permeato di una critica sociale dissacrante, ironica e originale. Non c’è più un equilibro da salvaguardare, non c’è la meta del viaggio, non c’è battaglia, non c’è la svolta inaspettata, l’impresa da compiere. Non più. Al limite la sfida è ritagliarsi una nicchia di sopravvivenza, accettazione e contemplazione all’interno di un contesto decaduto. Tra l’essere ombroso e glaciale di Adam e il controllato romanticismo di Eve si situa la musica, l’ingrediente eterno. E una fotografia perfetta, avvolgente, sontuosa (anche grazie alle scelte della costumista Bina Daigeler).

Merito infine anche al mysterium coniunctionis creatosi tra Tilda Swinton e Tom Hiddleston: una coppia senza precedenti, lei androgina e sempre più brava, lui misterioso e alchemicamente efebico.

Un film in cui ci si ciba d’amore, che trabocca sapere (da quello letterario con Shakespeare, Byron, Faust, Shelley, Mary Woolstonecraft a quello scientifico con Fibonacci, Tesla, Einstein) e sensualità, in cui i vampiri prendono l’aereo indossando dei Ray Ban, usano Skype, non amano YouTube e succhiando sangue su uno stecco come fosse un ghiacciolo. Davvero “cool”!

*Pensieri sparsi registrati durante la visione

(…) Sovviene Burnt Norton di Eliot, una profonda meditazione sul significato del tempo e sulla sua relazione con gli esseri umani. I versi d’inizio introducono il concetto che riassume tutta l’opera: “Il tempo presente e il tempo passato / sono forse entrambi presenti nel tempo futuro, / e il tempo futuro è contenuto nel tempo passato. / Se tutto il tempo è eternamente presente / tutto il tempo è irredimibile”.

(…) Sì, questa è anche una trasposizione filmica del “Diario di Adamo ed Eva” di Mark Twain.

(…) Nel suo trattato del 1931 On the Nightmare, lo psicoanalista gallese Ernest Jones scrisse che i vampiri sono il simbolo di numerosi meccanismi di difesa inconsci. Jones suppose che l’originale desiderio di un (ri)avvicinamento si fosse tramutato drasticamente in paura; l’amore è sostituito dal sadismo. Nel film vediamo l’amore dei protagonisti ed un cenno al sadismo degli esseri umani, riflesso del loro timore di essere veramente vicini, di amare.

(…) La reinvenzione del mito del vampiro nell’era moderna non esclude anche sfumature politiche.

(…) L’aristocratico Conte Dracula, solo nel suo castello fatta eccezione di alcuni servitori bizzarri, apparendo solo di notte per nutrirsi dei suoi compaesani, simboleggia il parassitico ancien régime. Nel film Nosferatu, il principe della notte di Werner Herzog, il giovane agente immobiliare protagonista del film diventa vampiro lui stesso, portando il capitalismo borghese a essere la nuova classe parassita (la sorella di Eve).

(…) Già Voltaire d’altronde aveva notato, riportandolo nella voce “Vampiri” all’interno del suo “Dizionario filosofico” (1764), come la fine del diciottesimo secolo avesse coinciso con l’indebolimento della credenza folclorica nel vampiro come creatura magica ma non con la fine dello sfruttamento e del parassitismo sociale che erano da considerare alla base di quella credenza. Ora “ci sono finanzieri, faccendieri e uomini d’affari che succhiano il sangue del popolo in pieno giorno; ma non sono morti, anche se corrotti. Questi parassiti non vivono in cimiteri, ma in confortevoli palazzi”.

(…) Lo diceva già Sting (in Englishman in New York, famoso singolo tratto dal suo album del 1987 Nothing Like the Sun): “at night a candle is brighter than the sun”. Gli sprazzi di bellezza brillano proprio perché si distinguono da un contesto abbruttito. La luce, il sole, il buio, i vampiri e questo film: un sapiente gioco di luci ed ombre (anche psicologiche) elegantemente architettato e diretto.

(…) Secondo James Hillman le nostre nevrosi e la nostra cultura sono inseparabili. Dopo le fumisterie verbali della politica, i gergalismi e il pentagonese, dopo lo scientismo sociologico ed economico, l’abuso mediatico della parola e tutte le altre violenze inflitte al linguaggio si son prosciugate le parole del loro sangue (sic!) e chi lavora nel campo della psicologia ha smarrito la fede nella potenza della parola.

Massimo Lanzaro

 

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