In uscita “Guardiani della Galassia”, il blockbuster dal budget stratosferico diretto da James Gunn

- Target? gli adolescenti di certo, ma anche gli ultratrentenni! Prodotto dai Marvel Studios e distribuito dalla Walt Disney Company, è il decimo film del Marvel Cinematic Universe, presentato nell’ambito di Alice nella Città, sezione autonoma e parallela del Festival Internazionale del Film di Roma. L’ultimo capolavoro Marvel, campione d’incassi in tutto il mondo con un box-office di oltre 700 milioni di dollari, sarà nelle sale italiane il 22 ottobre, distribuito in oltre 600 copie da The Walt Disney Company Italia, anche in 3D e IMAX 3D. Basato sugli omonimi personaggi della Marvel Comics, il film è stato scritto da Gunn e Nicole Perlman e vede tra i suoi protagonisti Chris Pratt, Zoë Saldaña, Dave Bautista, Vin Diesel, Bradley Cooper, Lee Pace, Michael Rooker, Karen Gillan, Djimon Hounsou, John C. Reilly, Glenn Close e Benicio del Toro (un cast di tutto rispetto, insomma). La trama. L’audace esploratore dello spazio Peter Quill è inseguito dai cacciatori di taglie per aver rubato una misteriosa sfera ambita da Ronan, essere malvagio la cui sfrenata ambizione minaccia l’intero universo. Per sfuggire all’ostinato Ronan, Quill è costretto a una scomoda alleanza con quattro improbabili personaggi: Rocket, un procione armato; Groot, un umanoide dalle sembianze di un albero; la letale ed enigmatica Gamora e il vendicativo Drax il Distruttore. Ma quando Quill scopre il vero potere della sfera e la minaccia che costituisce per il cosmo, farà di tutto per guidare questa squadra improvvisata in un’ultima, disperata battaglia per salvare il destino della galassia. Perchè porterei un bambino a vedere questo film, che ho avuto la ventura di apprezzare in anteprima? Perchè mi piace che un manipolo di antieroi sia così bene assortito: un uomo sbruffone ma pieno di cuore, uno che è la goffa caricatura della razionalità (portata alle estreme conseguenze del concretismo logico/linguistico), una donna piena d’anima, una pianta generosa e un simpatico rappresentante del mondo animale (un procione birbante modificato geneticamente per la precisione). Insomma il messaggio sembra chiaro: l’unione delle varie forze della natura, in armonia tra di loro, fa la forza e fa anima.

A ben vedere la natura intesa come l’insieme degli esseri viventi e inanimati considerato nella sua forma complessiva (o costellazione archetipica di base) è davvero ben rappresentata e questi personaggi funzionano insieme che è una meraviglia. Dimenticavo: tra le cose inanimate c’è anche una musicassetta dell’88, una di quelle da walkman che le persone della mia età conoscono bene.

Non ci sono insegnanti supremi, patriarchi, superuomini o maestri spirituali, ma qualche ingenuità, molto buon senso, azione a vagonate e tanta ironia.

Nel processo di affrontare le difficoltà si forma un team solido di amici veri ai cui affetti il pubblico (senza mai annoiarsi) probabilmente finirà per.. affezionarsi.

Massimo Lanzaro

 

Occhio a Frank!

A partire dal 30 ottobre arriva nelle sale italiane per I Wonder Pictures e Unipol Biografilm Collection Frank, la nuova sorprendente black comedy diretta dal regista irlandese Lenny Abrahamson (What Richard Did, Garage). A interpretare l’enigmatico Frank, che dà il titolo alla pellicola, è Michael Fassbender, che per gran parte del film nasconde il suo volto dietro una maschera di cartapesta. Per un giovane aspirante musicista è una fortuna finire a suonare con Frank, o un terribile guaio? Perché Frank non è solo il leader di una band d’avanguardia dal nome impronunciabile, i Soronprfbs. Frank non è solo un genio della musica, ma ha un vezzo inquietante: porta appunto perennemente una gigantesca maschera di cartapesta. Dimenticavo: quasi ogni membro della band ha avuto problemi psichici, a partire appunto dal leader. Liberamente ispirata a Frank Sidebottom, alter ego del comico e musicista britannico Chris Sievey, e ai cantautori Daniel Johnston e Captain Beefheart, questa vicenda ci porta sul confine tra genio e follia, per gettare uno sguardo delicato sulla vita ai margini. In latino Persōna/Persōnam, è la maschera che gli attori solevano indossare durante le rappresentazioni sceniche e quindi un riflesso del personaggio interpretato dall’attoreche lo inseriva, appunto, in un ruolo. La Persona non è reale, è un compromesso tra individuo e società ed è funzionale all’adattamento dell’uomo, in quanto gli permette di modularsi e presentarsi in base alle richieste dell’esterno. Ma c’è un rischio, dice Jung: che la Persona si identifichi con l’Io. Il rischio che si corre è un completo appiattimento del proprio essere in funzione del perpetuamento di un ruolo sociale. D’altra parte questo può essere talora un salvifico meccanismo di difesa. Se l’identificazione può annichilire l’animo umano privando l’individuo di tutta quella ricchezza, poliedricità, di tutto lo spettro affettivo, emozionale, cognitivo che caratterizza l’essere umano consente ad un io fragile di sopravvivere all’interno di un’etichetta predisposta. Reich parlava di corazza caratteriale. Secondo Reich, la corazza viene innanzitutto costruita inconsapevolmente per proteggerci dal dolore, ma la stessa corazza “protettrice” si rivale con l’uomo portandolo ad un imprigionamento del suo vero Sè.

Nel cast, oltre a Fassbender, Domhnall Gleeson, già apparso nella saga di Harry Potter e nella commedia Questione di tempo e recentemente entrato nel cast del prossimo Star Wars, e Maggie Gyllenhaal (Donnie Darko, Secretary, SherryBaby, Il Cavaliere Oscuro). Dopo aver calcato gli schermi del Sundance Film Festival e di SXSW (South by Southwest), Frank è stato presentato in anteprima italiana a Bologna nell’ambito della scorsa edizione di Biografilm Festival | International Celebration of Lives, dove ha vinto il Biografilm Europa Audience Award 2014, premio del pubblico riservato ai film di produzione europea, e ha raccolto i pareri entusiasti della critica. Anche negli Stati Uniti, dove è stato distribuito nei cinema a partire dallo scorso 22 agosto, Frank ha ricevuto gli elogi della critica specializzata. Variety, per esempio, lo ha definito “bizzarro e meraviglioso”, Time Out “fuori di testa e geniale” e secondo Indiewire “la performance di Fassbender è un capolavoro”.

Massimo Lanzaro

 

AL CINEMA “LUCY”, IL NUOVO FILM DI LUC BESSON

  •  Si dice che Einstein avrebbe lasciato scritto, in alcuni appunti personali, che l’individuo medio usa solo il 10% del cervello (trascurando di alludere all’anima). Un’affermazione che i media avrebbero più volte riproposto nel tempo facendo assurgere il racconto a un dato di fatto. Luc Besson “ne ha approfittato” per “rispolverarsi” e dirigere Scarlett Johansson in Lucy, un thriller d’azione che uscirà nelle sale italiane il 25 settembre.

    La trama

    Lucy ha 24 anni, studia a Taipei, e un giorno un suo recente partner la obbliga a consegnare una valigetta in sua vece. Al momento della consegna il ragazzo viene ucciso e Lucy viene rapita da un gruppo di malavitosi. Obbligata a lavorare come corriere, viene operata chirurgicamente e nel suo stomaco viene inserita una sacca contenente la droga. A seguito di un violento pestaggio a cui viene sottoposta da uno dei gangster, il pacchetto che trasporta si lacera, e il contenuto si riversa all’interno del suo corpo. Le sostanze vengono assorbite dal suo organismo, e Lucy acquista straordinarie capacità fisiche e mentali, aumentando a dismisura la capacità di sfruttamento del proprio cervello.

    L’ennesima eroina armata di semiautomatiche scarrellanti, sex appeal e superpoteri ha come co-protagonista il Professor Samuel Norman (Morgan Freeman), che interrompe a cadenza regolare le frenetiche scene d’azione per intrattenerci con una sorta di carosello/pausa di divulgazione pseudoscientifica, insomma una sorta di Piero Angela.

    Purtroppo sembra si sia esaurita (dopo l’inizio promettente del film) la vena di Nikita e de “il Quinto Elemento”; quella solidità è ormai difficile da trovare anche altrove del resto. E poi un buon blockbuster che non può permettersi di fallire deve contare anche su una dose di superficialità, su buchi narrativi e su assiomi sensazionalistici passati per scientifici. L’effetto passaparola farà il resto, perché il blockbuster deve incassare.

    A proposito: lo sfruttamento del 10% del cervello è una credenza, assai diffusa, secondo la quale le capacità intellettuali degli umani non sarebbero sfruttate a pieno: gran parte del cervello umano non sarebbe utilizzata; se utilizzata, consentirebbe all’individuo di godere di capacità straordinarie. Alcuni arrivano a sostenere che nell’ipotetico 90% di massa inutilizzata si nasconderebbero importanti capacità psicocinetiche e psichiche in generale, oltre alla possibilità di sviluppare percezioni extrasensoriali.

    Sebbene le capacità intellettive del singolo individuo possano crescere nel corso degli anni tramite l’istruzione, percorsi lavorativi e processi di vita quotidiana, la credenza che nella vita si utilizzi sostanzialmente solo il 10% del potenziale effettivo è priva di fondamento scientifico e contraddetta dalle conoscenze in merito; pur se taluni aspetti del cervello umano rimangono sconosciuti, tuttavia si conosce ogni singola parte del cervello e le funzioni associate a ciascuna.

    La teoria della mente

    Se volessimo affrontare invece “seriamente” le tematiche filosofiche e l’epilogo del film dovremmo ricordare che negli ultimi due decenni il concetto di mente è andato definendosi in tre posizioni principali:

    • La mente si caratterizza con proprietà del tutto proprie e il “mentale” deve esser indagato in quanto tale, in sé, senza riduzionismi di sorta alla neurofisiologia

    • La mente sarebbe il prodotto o l’attività del cervello e ad esso riducibile, dimostrabile col fatto che la “mente senza cervello non può esistere”. Quindi anche la mente sarebbe oggetto d’indagine della neurofisiologia usando le moderne tecniche d’indagine medico-scientifica che si occupano o degli effetti di lesioni cerebrali localizzate o dell’attivazione differenziale (afflusso di sangue) in regioni specifiche.

    • La mente, in quanto cervello, è una macchina sostanzialmente computazionale, quindi analoga ai computer. Ne nasce un rapporto molto stretto con la intelligenza artificiale e alimenta gli studi per creare macchine sempre più simili al cervello umano.

    Ma la mente, secondo il parere di illustri neurofisiologi come Gerald Edelman, opera in maniera complessa ed ogni riduzionismo porta fuori strada (e l’anima, tra l’altro?). Scrive infatti Edelman:

    «L’analogia tra mente e calcolatore cade in difetto per molte ragioni. Il cervello si forma secondo principi che ne garantiscono la varietà e anche la degenerazione; a differenza di un calcolatore non ha una memoria replicativa; ha una storia ed è guidato dai valori; forma categorie in base a criteri interni e a vincoli che agiscono su molte scale diverse, non mediante un programma costruito secondo una sintassi.»

    (G.Edelman, Sulla materia della mente, Milano, Adelphi 1993, pag.236)

    Un altro prestigioso neurofisiologo come Joseph LeDoux sottolinea come la mente umana non sia assolutamente concepibile come una macchina perché esprime dei sentimenti:

    «La mente descritta dalla scienza cognitiva è in grado, per esempio, di giocare perfettamente a scacchi, e può persino essere programmata per barare. Ma non è afflitta dal senso di colpa quando bara, o distratta dall’amore, dalla rabbia o dalla paura. Né è automotivata da una vena competitiva oppure dall’invidia e dalla compassione.»

    (J.Le Doux, Il sé sinaptico, Milano, RaffaelloCortina 2002, pag.34)

    Particolari curiosi

    Molte scene (mi sbaglierò) sembravano copiate da “Samsara”, bellissimo film documentario del 2011 di Ron Fricke (le danzatrici Legong balinesi, le riprese aeree di Pagan in Burma, Kaaba a la Mecca, la Monument Valley in Arizona, i templi di un gruppo shaolin di kung fu fino alla enumerazione in time-lapse delle aberrazioni odierne dell’uomo, ad esempio quelle del traffico fittissimo di auto e della sovrappopolazione).

    Ulteriore particolare curioso (mega spoiler e forse è un’altra suggestione del sottoscritto): l’analogia taoista dell’epilogo, che ricorda “Lei” di Spike Jonze, dove la voce di Scarlett Johansson si dissolve nella pura essenza, senza nome, senza forma, in un fenomeno reale ubiquitario e senza tempo. In questo film non è esattamente così che va, ma…

    Massimo Lanzaro

Cinema: “Colpa delle stelle”

 Colpa delle stelle (The Fault in Our Stars) è un film del 2014 diretto da Josh Boone, tratto dall’omonimo romanzo di John Green. È tratto da una storia vera ed ha per protagonisti Shailene Woodley e Ansel Elgort. Notizie in sintesi sulla trama La giovane Hazel Grace Lancaster (Shailene Woodley) è sopravvissuta ad un tumore grazie all’assunzione di un farmaco sperimentale e frequenta un gruppo di supporto per sopravvissuti al cancro, dove incontra Augustus “Gus” Waters (Ansel Elgort), un ex giocatore di basket. I due ragazzi iniziano ad intrecciare una tenera amicizia e Hazel rivela ad Augustus che le piacerebbe incontrare l’autore del suo libro preferito. Gus si ingegna più che può per esaudire questo desiderio. Pensieri sparsi “Tutti hanno due mestieri, il loro e quello di critici cinematografici”, scriveva Truffaut nel 1975 e aggiungeva “un regista oggi deve accettare l’idea che il suo lavoro potrà essere giudicato anche da qualcuno che non avrà mai visto un film di Murnau”. Proprio di un film come “Colpa delle stelle” potrebbe parlare a iosa, semplicemente sulla base dell’emotività, non solo chi non ha mai visto Murnau, ma anche chi non sa chi sia Robert Altman. Costui (o costei) vi racconterebbe di quante strazianti lacrime e commozione questo tragico, romantico melodramma dal calore naturale abbia evocato. Così facendo potrebbe parlare molto a lungo e sorvolare sulla alchimia tra i due talentuosi protagonisti, sulla cautela del regista, su una fotografia davvero ispirata e su una colonna sonora quasi sempre riuscita (incluso l’hip-hop svedese). Per non parlare dei dialoghi, che sono (a dir poco) alla giusta distanza dalla retorica di genere quando non addirittura sorprendenti. Inutile girarci troppo intorno: ora che ho accennato a tutto quello che verosimilmente troverete anche altrove, cerco di condividere con onestà impetosa le piccole onde di dubbio che ancora mi riverberano dentro (il film l’ho visto qualche giorno fa). Secondo la moderna psiconcologia compito dello psicologo è quello di comprendere i bisogni del paziente ed intervenire in tutte le diverse fasi cronologiche della progressione del cancro. Orbene, a parte gli improbabili gruppi cui partecipano, la naturale presa di coscienza dei protagonisti sulla natura della malattia (angosce di morte incluse) è così matura, sarcastica, dolce, reattiva e disincantata da suggerire che nessuno avrebbe potuto essere migliore terapeuta per l’uno che l’altro e viceversa. Si dice che i meccanismi difensivi messi in atto dal paziente oncologico sono finalizzati all’elaborazione dei vissuti e delle emozioni suscitati dalla malattia: è fondamentale che il paziente riesca, alla fine di questo percorso adattivo, ad orientare diversamente la propria progettualità esistenziale. Ma quali progetti può avere (la carriera? la felicità? vincere lo scudetto?) una persona che sa di poter vivere al massimo una settimana, un mese od un anno? La risposta dei due nostri piccoli eroi sembra essere: una modalità di prestare attenzione, coltivare, momento per momento, intenzionalmente e in modo appassionato, non giudicante, non competitivo, quel frammento di amore eterno, infinito, che sta germogliando tra due anime pure.

Massimo Lanzaro

Cinema: “Synecdoche, New York”

  • Si tratta di un film del 2008 scritto e diretto da Charlie Kaufman, sceneggiatore dei film di Michel Gondry e Spike Jonze, al suo esordio nella regia.

    Il film è stato presentato in concorso al 61º Festival di Cannes. Da allora è rimasto nel limbo della distribuzione italiana, e presentato solo adesso, in piena estate 2014, per chissà quali arcani motivi. Comunque ho deciso che non farò (tanato-)dietrologia.

    Il cast è composto, tra gli altri, da Philip Seymour Hoffman nel ruolo del regista, Catherine Keener nel ruolo della sua prima moglie, Michelle Williams nel ruolo della seconda moglie, Samantha Morton nel ruolo dell’amante. Si aggiungano nomi come Emily Watson, Hope Davis, Dianne Wiest.

    Catherine Keener è particolarmente legata ai lavori di Kaufman e Jonze: recitò in Essere John Malkovich e fece un cameo riproponendo il suo ruolo mentre girava Essere John Malkovich nel film Il ladro di orchidee, entrambi diretti da Jonze e sceneggiati da Kaufman. Oltre a prendere parte a Synecdoche New York di Kaufman, ha recitato in Nel paese delle creature selvagge, diretta da Jonze.

    Il titolo è un gioco di parole fra Schenectady, New York, in cui è ambientata la vicenda, e la sineddoche. Il film affronta (anche brutalmente) temi come l’invecchiamento, la natura della famiglia, della casa e delle relazioni fra uomo e donna. Ma quando si comincia ad offuscare la natura del reale e della rappresentazione si scopre che tra le altre cose questo film è un enorme gioco di parole e di citazioni.

    Anzi per alcuni è diventato un rompicapo, altri lo hanno accantonato nel raccoglitore “roba incomprensibile”. Un mio amico ha addirittura evitato di andarci giù pesante grazie al correttore automatico, che gli ha sostituito una frase con “questo film è una pettinata”.

    Proviamo a dare una breve sbirciata al tipo di citazioni che sapientemente distribuisce a piene mani Kaufman. Siamo a Schenectady (la pronuncia è simile a quella di Synecdoche, da qui probabilmente il titolo, piccola, affluente e colta città dello stato di New York. Qui vive e lavora il regista teatrale di medio successo Caden Cotard. Ecco. Un medico forse si, ma uno psichiatra non può non sapere che esiste una sindrome di Cotard (personalmente ho visto due pazienti con tale disturbo). Descritta per la prima volta da Cotard nel 1880 come varietà di “melanconia ansiosa grave”, tale sindrome è più frequente nelle donne anziane con compromissione cerebrale organica. Dopo una fase iniziale, in cui prevalgono ansia e depersonalizzazione, compaiono tematiche deliranti di negazione: il paziente afferma di non possedere più alcuni organi interni come il cuore o lo stomaco, oppure che il suo corpo è trasformato, pietrificato; può negare la sua stessa esistenza, quella dei propri familiari, degli oggetti esterni, del mondo intero, del tempo; si associano idee deliranti di enormità fisica (il corpo è immenso, non ha più limiti, si è allargato a tutto l’universo) di immortalità e di dannazione (la morte per lui non esiste, è condannato a vivere in eterno per poter soffrire ed espiare in parte le proprie colpe). Non è rara la messa in atto di condotte autolesive e automutilanti, facilitate anche da una riduzione della sensibilità al dolore. Pur rappresentando una modalità evolutiva della depressione talvolta, risoltasi l’alterazione dell’umore, le tematiche di negazione si cristallizzano ed assumono un decorso autonomo cronico (delirio di negazione post-melanconico); in altri casi possono emergere deficit cognitivi e, con il progredire del deterioramento, le tematiche deliranti si frammentano, si impoveriscono e si estinguono. La disponibilità di misure terapeutiche efficaci nella depressione ha ridotto notevolmente, negli ultimi anni, la frequenza di questa sindrome. Intanto per chi non lo sapesse la sineddoche è quella figura retorica che consiste nel conferire a una parola un significato più o meno esteso di quello che normalmente le è proprio, per esempio nominando la parte per indicare il tutto (tetto per casa) e viceversa (America per USA); oppure, scambiando il sing. con il pl. (il cane è un animale fedele) o la specie con il genere e viceversa (pane per cibo, mortali per uomini). Dicevamo che il cognome del protagonista, Cotard, è anche il nome di una sindrome psichiatrica mentre sua moglie Adele affitta un appartamento da tale Capgras.

    Ora, nella sindrome di Capgras chi ne è colpito vive nella ferma convinzione che le persone a lui care siano state rimpiazzate da replicanti, alieni o semplicemente da impostori a loro identici. Per persone care si intendono familiari e amici, ma il disturbo può estendersi ad animali domestici o luoghi familiari. Tale manifestazione rientra nel campo delle MISs (acronimo inglese per indicare le misidentification syndromes).

    Questa convinzione patologica è costante e viene mantenuta nonostante venga data prova del contrario, e non si basa su informazioni false o incomplete dovute a un qualche errore di percezione. Spesso diagnosticata in associazione a disturbi psichiatrici quali schizofrenia e disturbi dell’umore, può a volte essere il risultato di danni cerebrali, demenza o altri disordini organici che rendono le spiegazioni psicodinamiche classiche difficili da sostenere.

    Il riferimento alla malattia è difficilmente non intenzionale data la presenza di numerosi accenni al mondo psichiatrico nella pellicola. Tra l’altro Adele di cognome fa Lack (lack come mancanza, vuoto) e, con una ulteriore letteralizzazione diventa presto appunto assenza, fuga.

    Ma il nocciolo è che in questo film i riferimenti sono una miriade e sono tutti difficilmente non intenzionali, benedetto Charlie!!! Facciamo così. Prometto che lo rivedo in lingua originale per la terza volta, ci penso e poi se vi va ne riparliamo.

    Massimo Lanzaro

MediCinema. Una Onlus per realizzare sale cinematografiche nelle strutture ospedaliere

L’Associazione dell’Autorialità Cinetelevisiva 100 Autori ha concesso il suo Patrocinio e ha dichiarato il suo impegno a sostenere MediCinema Italia, la Onlus attiva nella promozione della Terapia del Sollievo e che si occupa di realizzare sale cinematografiche nelle strutture ospedaliere del territorio italiano.

Dallo scorso anno si è inaugurata la programmazione di film in prima visione promossa da MediCinema Italia, in collaborazione con Fondazione Humanitas. Per la prima volta in Italia, i pazienti di un ospedale avranno la possibilità di assistere con i loro familiari a un calendario di proiezioni, accomodandosi in uno spazio allestito dal punto di vista tecnologico – e arredato in ogni dettaglio – come una vera e propria sala cinematografica.

L’iniziativa nasce dalla collaborazione di due organizzazioni accomunate dalla mission di promuovere il sollievo di chi è ricoverato in ospedale e della sua famiglia. Forte dell’esperienza fatta in Gran Bretagna, dove è attiva da oltre 15 anni, MediCinema approda dunque in Italia con molti buoni propositi:

“Obiettivo della nostra Associazione – spiega Fulvia Salvi, Presidente di MediCinema Itallia­ – è quello di rafforzare il concetto di terapia del sollievo per pazienti e familiari attraverso la cultura come strumento terapeutico. Realizziamo piccole sale cinematografiche e per spettacolo negli spazi che ci vengono assegnati dalle strutture ospedaliere”.

La sala allestita in Humanitas conterà 65 posti a sedere, includendo quelli speciali per pazienti in carrozzina o allettati.

In Gran Bretagna MediCinema ha promosso la realizzazione di sale presso il St. Thomas’ Hospital di Londra, il Royal Hospital for Sick Children di Glasgow, il Royal Victoria Infirmary di Newcastle, il Serennu Children’s Centre di Newport e il Defence Medical Rehabilitation Centre a Headley Court nel Surrey, mentre sono già in costruzione le sale presso il Guy’s Hospital e il Chelsea and Westminster Hospital a Londra.

Stephen Moore, CEO di MediCinema UK, ribadisce: “MediCinema dal 1996 sperimenta con successo, l’utilizzo dell’entertainment a scopo terapeutico. I risultati raggiunti come terapia del sollievo ci hanno permesso di crescere negli ospedali del Regno Unito, con programmi sempre più importanti”.

L’ospedale e la Fondazione Humanitas hanno sposato l’iniziativa fin dalla prima proposta, seguendone l’organizzazione e mettendo a disposizione i propri volontari che, in collaborazione con i medici e gli infermieri del reparto, si occuperanno dell’accompagnamento dei pazienti e dell’assistenza in sala.

“Il ruolo della Fondazione è da sempre quello di un’antenna attenta a cogliere segnali di umanizzazione che possano aggiungere valore all’esperienza terapeutica e all’assistenza medica per chi è ricoverato. – spiega Maria Bellati, Segretario Generale di Fondazione Humanitas – Abbiamo subito colto il valore del progetto MediCinema e siamo orgogliosi di essere i primi a partire. Speriamo che molti altri seguano l’esempio”.

“Siamo felici di ospitare in Humanitas questa iniziativa che è coerente con la mission del nostro ospedale: offrire le migliori cure in un ambiente accogliente e con un’attenzione particolare anche ai bisogni sociali del paziente e dei suoi familiari” dichiara poi Luciano Ravera, amministratore delegato di Humanitas.

Le proiezioni non saranno aperte al pubblico, proprio perché si tratta di un progetto terapeutico finalizzato a dare la possibilità ai pazienti lungodegenti di sperimentare un’esperienza quotidiana come quella di andare al cinema con i propri familiari. Per questo primo avvio, la rassegna coinvolge i pazienti del reparto di Riabilitazione, in particolare della Riabilitazione Neurologica. Ogni settimana, 30 pazienti segnalati dal personale sanitario del reparto in base alle condizioni di salute, riceveranno un invito personale da parte di un incaricato di MediCinema e il giorno della proiezione verranno accompagnati in sala dai volontari della Fondazione.

“Il buon Cinema cattura la realtà, dà emozione, senso, immaginazione e libertà. – commenta il Dott. Bruno Bernardini, Responsabile del reparto di Riabilitazione Neurologica di Humanitas – Medicinema è un progetto coerente con lo scopo del nostro lavoro: essere d’aiuto per costruire un ponte tra la malattia e la vita”.

Massimo Lanzaro

 

Ancora su “Maleficent”: la simbologia antica del femminile.

Il film Maleficent della Disney regia di Robert Stromberg,
interpretato magistralmente da Angelina Jolie, oltre ad essere
geniale per la storia inaspettata della bella addormentata nel bosco
e per i grandiosi effetti speciali e’ un vero crogiolo di simboli
archetipici del femminile.
Innanzitutto la protagonista, una fata dalle grandi ali, è un simbolo
che riemerge dalla preistoria e dalla più importante divinità che
veniva adorata 5.000 anni a.C., la dea madre, o dea uccello. La
caratteristiche principale dell’antica dea era la forma di uccello, è
possibile rendersi conto dagli studi dell’archeologa Marija Gimbutas
(1), che ritrova molte statuette votive con le ali, il becco e talora le
zampe, alle quali si accompagnano spesso attributi simbolici legati
alla gestazione e alla generazione come il ventre gravido e i seni
colmi di latte, simbolicamente legati al nutrimento. La dea madre è
ovviamente legata alla terra alla sua capacità nutritiva e generativa
e alla natura, in quanto tale è dea sovrana degli animali e della
vegetazione e come Malefica del film, difende le sue creature e le
ama profondamente. Nel film la protagonista nutre anche
fisicamente la bambina con un biberon a forma di rosa, la cui natura
morbida e vellutata richiama le sensazioni piacevoli del seno
materno. Nel film ci stupisce come una creatura dolce e sensibile,
una fata buona, si trasformi in una figura terrificante e cattiva. La
dea madre primitiva era infatti sia buona che cattiva, proprio come
lo è la natura, la quale può ristorare, avvolgere piacevolmente, farti
commuovere dalla bellezza e dal suo profondo sentimento, ma ha
in se un potere distruttivo tremendo attraverso gli eventi naturali
quali il temporale, il terremoto, gli uragani, il fuoco, i vulcani. Nulla di
strano, quindi, se un personaggio femminile con le ali e immerso
nella sovranità della natura contiene sia il bene che il male. Quando
la forza della natura serve per contrastare il potere, il tradimento e
la malvagità umana esso diventa quasi indispensabile per riportare
l’ordine. Tutte le grandi divinità femminili arcaiche hanno questa
doppia natura da Ishtar, dea babilonese sia dell’amore che della
guerra, Iside, madre, moglie, temuta maga, Atena, la dea greca
protettrice di Atene, delle arti e dei mestieri ma anche feroce e
spietata dea della guerra, Ecate, la dea oscura della magia, potente
e mortifera allora stesso tempo. Del resto senza la morte non ci
potrebbe essere nuova vita e per la natura entrambe diventano
indispensabili. Ma la figura che più si associa a Malefica, è Lilith, la
precedente moglie di Adamo, alla quale Dio uccise i figli a
tradimento perché non voleva ubbidire al marito, divenne così uno
spirito terribile, una signora dell’aria. Malefica nel film viene
anch’essa tradita ingiustamente, sedotta, abbandonata e poi
mutilata malvagiamente dall’uomo che amava, Stefano, che le taglia
le ali per avere lo scettro del re. Un classico elemento archetipico di
un tipo di maschile dedito al potere, spietato e anaffettivo ma che sa
sedurre le donne per poi tarpar loro le ali. Questo maschile tuttavia
si perde nelle sue ossessioni di potere e, proprio come nel film,
spesso perde lucidità e stima a causa del suo unico delirio di
potere, diventa avido e senza cuore. Nel film Re Stefano rifiuta
persino di andare a salutare la moglie morente che lo supplica e
quando rivede la figliola dopo sedici anni, prende il di lei abbraccio
in modo distaccato, e brontolando riprende la strategia bellica con i
suoi consiglieri.
Malefica lancia il suo anatema al battesimo della figlia del Re
Stefano, ma si accorge ben presto di amare la bambina e se ne
occupa diventando una meravigliosa madre putativa, discreta,
protettiva. Emergono le caratteristiche materne positive
dell’archetipo femminile l’importanza del nutrimento, della cura,
della protezione attenta ma anche del affetto profondo e viscerale
che cambia l’animo anche della madre e ne trasforma il suo rancore
in desiderio di bellezza e di affetto. La barriera di spine gigantesca
che divide i due regni quello delle fate da quello degli uomini è un
simbolo meraviglioso che suggerisce quando l’animo e l’istinto ferito
diventino fragili e vadano protetti dal mondo, ciò implica l’isolamento
del mondo dell’anima, e, come nel film un inaridimento, uno
spegnersi della vitalità, degli spiriti buoni, degli animali, felici, della
natura rigogliosa, questo capita anche a noi dopo un tradimento e
un trauma doloroso: ci si isola e ci si difende, è inevitabile.
Un’altra figura maschile è l’aiutante di Malefica, il corvo che lei
trasforma in uomo. Egli diverrà le sue ali, i suoi occhi, la sua lunga
mano. All’inizio è una figura maschile dominata dal femminile e agli
ordini di lei, ma lentamente egli partecipa al dolore di Malefica, la
consiglia, la rimprovera e alla fine si intravede una collaborazione e
un gioco affettuoso tra i due.
La fanciulla Aurora, figlia di re Stefano, ma che viene allevata nel
mondo fatato da tre fatine confusionarie e divertenti, è la
rappresentazione dell’anima, un nuovo sentimento, un nuovo affetto
che apprezza la spontaneità e la bellezza del mondo naturale degli
istinti e della natura ma che ha bisogno di tornare dal padre che l’ha
generata per unire ciò che è stato diviso. La fanciulla nella mitologia
è sempre il simbolo dell’anima è quella parte di sentimento e di
spontaneità presente nell’essere umano, senza la quale ci
ridurremmo adulti cinici e insensibili, è un nuovo principio della
coscienza, un principio trasformativo, una nuova forma capace di
unire i due mondi quello della ragione e dell’anima e diventare
regina di entrambi. Cosi come la figlia di Afrodite, dea dell’amore e
Ares, dio della guerra si chiamava Armonia, cosi Aurora nel film
Maleficient, porta la pace nei due regni, ma anche nel cuore di
Malefica.
Il mondo imbruttito dalla sete di potere può essere salvato da una
fanciulla, da un sentimento nuovo che sgorga dal femminile da un
rapporto di amore rigenerato tra madre e figlia e da un sentimento
di rispetto e di ammirazione per il mondo naturale e fu cosi, come
dice Jean Bolen, che “ Saranno le donne a salvare la terra.” (2).
(1) Il linguaggio della dea Marija Gimbutas Ed Venexia
(2) le dee dentro la donna jean S. Bolen atrolabio ed.

Emanuela Pasin

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 400 follower