Cinema: “Synecdoche, New York”

  • Si tratta di un film del 2008 scritto e diretto da Charlie Kaufman, sceneggiatore dei film di Michel Gondry e Spike Jonze, al suo esordio nella regia.

    Il film è stato presentato in concorso al 61º Festival di Cannes. Da allora è rimasto nel limbo della distribuzione italiana, e presentato solo adesso, in piena estate 2014, per chissà quali arcani motivi. Comunque ho deciso che non farò (tanato-)dietrologia.

    Il cast è composto, tra gli altri, da Philip Seymour Hoffman nel ruolo del regista, Catherine Keener nel ruolo della sua prima moglie, Michelle Williams nel ruolo della seconda moglie, Samantha Morton nel ruolo dell’amante. Si aggiungano nomi come Emily Watson, Hope Davis, Dianne Wiest.

    Catherine Keener è particolarmente legata ai lavori di Kaufman e Jonze: recitò in Essere John Malkovich e fece un cameo riproponendo il suo ruolo mentre girava Essere John Malkovich nel film Il ladro di orchidee, entrambi diretti da Jonze e sceneggiati da Kaufman. Oltre a prendere parte a Synecdoche New York di Kaufman, ha recitato in Nel paese delle creature selvagge, diretta da Jonze.

    Il titolo è un gioco di parole fra Schenectady, New York, in cui è ambientata la vicenda, e la sineddoche. Il film affronta (anche brutalmente) temi come l’invecchiamento, la natura della famiglia, della casa e delle relazioni fra uomo e donna. Ma quando si comincia ad offuscare la natura del reale e della rappresentazione si scopre che tra le altre cose questo film è un enorme gioco di parole e di citazioni.

    Anzi per alcuni è diventato un rompicapo, altri lo hanno accantonato nel raccoglitore “roba incomprensibile”. Un mio amico ha addirittura evitato di andarci giù pesante grazie al correttore automatico, che gli ha sostituito una frase con “questo film è una pettinata”.

    Proviamo a dare una breve sbirciata al tipo di citazioni che sapientemente distribuisce a piene mani Kaufman. Siamo a Schenectady (la pronuncia è simile a quella di Synecdoche, da qui probabilmente il titolo, piccola, affluente e colta città dello stato di New York. Qui vive e lavora il regista teatrale di medio successo Caden Cotard. Ecco. Un medico forse si, ma uno psichiatra non può non sapere che esiste una sindrome di Cotard (personalmente ho visto due pazienti con tale disturbo). Descritta per la prima volta da Cotard nel 1880 come varietà di “melanconia ansiosa grave”, tale sindrome è più frequente nelle donne anziane con compromissione cerebrale organica. Dopo una fase iniziale, in cui prevalgono ansia e depersonalizzazione, compaiono tematiche deliranti di negazione: il paziente afferma di non possedere più alcuni organi interni come il cuore o lo stomaco, oppure che il suo corpo è trasformato, pietrificato; può negare la sua stessa esistenza, quella dei propri familiari, degli oggetti esterni, del mondo intero, del tempo; si associano idee deliranti di enormità fisica (il corpo è immenso, non ha più limiti, si è allargato a tutto l’universo) di immortalità e di dannazione (la morte per lui non esiste, è condannato a vivere in eterno per poter soffrire ed espiare in parte le proprie colpe). Non è rara la messa in atto di condotte autolesive e automutilanti, facilitate anche da una riduzione della sensibilità al dolore. Pur rappresentando una modalità evolutiva della depressione talvolta, risoltasi l’alterazione dell’umore, le tematiche di negazione si cristallizzano ed assumono un decorso autonomo cronico (delirio di negazione post-melanconico); in altri casi possono emergere deficit cognitivi e, con il progredire del deterioramento, le tematiche deliranti si frammentano, si impoveriscono e si estinguono. La disponibilità di misure terapeutiche efficaci nella depressione ha ridotto notevolmente, negli ultimi anni, la frequenza di questa sindrome. Intanto per chi non lo sapesse la sineddoche è quella figura retorica che consiste nel conferire a una parola un significato più o meno esteso di quello che normalmente le è proprio, per esempio nominando la parte per indicare il tutto (tetto per casa) e viceversa (America per USA); oppure, scambiando il sing. con il pl. (il cane è un animale fedele) o la specie con il genere e viceversa (pane per cibo, mortali per uomini). Dicevamo che il cognome del protagonista, Cotard, è anche il nome di una sindrome psichiatrica mentre sua moglie Adele affitta un appartamento da tale Capgras.

    Ora, nella sindrome di Capgras chi ne è colpito vive nella ferma convinzione che le persone a lui care siano state rimpiazzate da replicanti, alieni o semplicemente da impostori a loro identici. Per persone care si intendono familiari e amici, ma il disturbo può estendersi ad animali domestici o luoghi familiari. Tale manifestazione rientra nel campo delle MISs (acronimo inglese per indicare le misidentification syndromes).

    Questa convinzione patologica è costante e viene mantenuta nonostante venga data prova del contrario, e non si basa su informazioni false o incomplete dovute a un qualche errore di percezione. Spesso diagnosticata in associazione a disturbi psichiatrici quali schizofrenia e disturbi dell’umore, può a volte essere il risultato di danni cerebrali, demenza o altri disordini organici che rendono le spiegazioni psicodinamiche classiche difficili da sostenere.

    Il riferimento alla malattia è difficilmente non intenzionale data la presenza di numerosi accenni al mondo psichiatrico nella pellicola. Tra l’altro Adele di cognome fa Lack (lack come mancanza, vuoto) e, con una ulteriore letteralizzazione diventa presto appunto assenza, fuga.

    Ma il nocciolo è che in questo film i riferimenti sono una miriade e sono tutti difficilmente non intenzionali, benedetto Charlie!!! Facciamo così. Prometto che lo rivedo in lingua originale per la terza volta, ci penso e poi se vi va ne riparliamo.

    Massimo Lanzaro

MediCinema. Una Onlus per realizzare sale cinematografiche nelle strutture ospedaliere

L’Associazione dell’Autorialità Cinetelevisiva 100 Autori ha concesso il suo Patrocinio e ha dichiarato il suo impegno a sostenere MediCinema Italia, la Onlus attiva nella promozione della Terapia del Sollievo e che si occupa di realizzare sale cinematografiche nelle strutture ospedaliere del territorio italiano.

Dallo scorso anno si è inaugurata la programmazione di film in prima visione promossa da MediCinema Italia, in collaborazione con Fondazione Humanitas. Per la prima volta in Italia, i pazienti di un ospedale avranno la possibilità di assistere con i loro familiari a un calendario di proiezioni, accomodandosi in uno spazio allestito dal punto di vista tecnologico – e arredato in ogni dettaglio – come una vera e propria sala cinematografica.

L’iniziativa nasce dalla collaborazione di due organizzazioni accomunate dalla mission di promuovere il sollievo di chi è ricoverato in ospedale e della sua famiglia. Forte dell’esperienza fatta in Gran Bretagna, dove è attiva da oltre 15 anni, MediCinema approda dunque in Italia con molti buoni propositi:

“Obiettivo della nostra Associazione – spiega Fulvia Salvi, Presidente di MediCinema Itallia­ – è quello di rafforzare il concetto di terapia del sollievo per pazienti e familiari attraverso la cultura come strumento terapeutico. Realizziamo piccole sale cinematografiche e per spettacolo negli spazi che ci vengono assegnati dalle strutture ospedaliere”.

La sala allestita in Humanitas conterà 65 posti a sedere, includendo quelli speciali per pazienti in carrozzina o allettati.

In Gran Bretagna MediCinema ha promosso la realizzazione di sale presso il St. Thomas’ Hospital di Londra, il Royal Hospital for Sick Children di Glasgow, il Royal Victoria Infirmary di Newcastle, il Serennu Children’s Centre di Newport e il Defence Medical Rehabilitation Centre a Headley Court nel Surrey, mentre sono già in costruzione le sale presso il Guy’s Hospital e il Chelsea and Westminster Hospital a Londra.

Stephen Moore, CEO di MediCinema UK, ribadisce: “MediCinema dal 1996 sperimenta con successo, l’utilizzo dell’entertainment a scopo terapeutico. I risultati raggiunti come terapia del sollievo ci hanno permesso di crescere negli ospedali del Regno Unito, con programmi sempre più importanti”.

L’ospedale e la Fondazione Humanitas hanno sposato l’iniziativa fin dalla prima proposta, seguendone l’organizzazione e mettendo a disposizione i propri volontari che, in collaborazione con i medici e gli infermieri del reparto, si occuperanno dell’accompagnamento dei pazienti e dell’assistenza in sala.

“Il ruolo della Fondazione è da sempre quello di un’antenna attenta a cogliere segnali di umanizzazione che possano aggiungere valore all’esperienza terapeutica e all’assistenza medica per chi è ricoverato. – spiega Maria Bellati, Segretario Generale di Fondazione Humanitas – Abbiamo subito colto il valore del progetto MediCinema e siamo orgogliosi di essere i primi a partire. Speriamo che molti altri seguano l’esempio”.

“Siamo felici di ospitare in Humanitas questa iniziativa che è coerente con la mission del nostro ospedale: offrire le migliori cure in un ambiente accogliente e con un’attenzione particolare anche ai bisogni sociali del paziente e dei suoi familiari” dichiara poi Luciano Ravera, amministratore delegato di Humanitas.

Le proiezioni non saranno aperte al pubblico, proprio perché si tratta di un progetto terapeutico finalizzato a dare la possibilità ai pazienti lungodegenti di sperimentare un’esperienza quotidiana come quella di andare al cinema con i propri familiari. Per questo primo avvio, la rassegna coinvolge i pazienti del reparto di Riabilitazione, in particolare della Riabilitazione Neurologica. Ogni settimana, 30 pazienti segnalati dal personale sanitario del reparto in base alle condizioni di salute, riceveranno un invito personale da parte di un incaricato di MediCinema e il giorno della proiezione verranno accompagnati in sala dai volontari della Fondazione.

“Il buon Cinema cattura la realtà, dà emozione, senso, immaginazione e libertà. – commenta il Dott. Bruno Bernardini, Responsabile del reparto di Riabilitazione Neurologica di Humanitas – Medicinema è un progetto coerente con lo scopo del nostro lavoro: essere d’aiuto per costruire un ponte tra la malattia e la vita”.

Massimo Lanzaro

 

Ancora su “Maleficent”: la simbologia antica del femminile.

Il film Maleficent della Disney regia di Robert Stromberg,
interpretato magistralmente da Angelina Jolie, oltre ad essere
geniale per la storia inaspettata della bella addormentata nel bosco
e per i grandiosi effetti speciali e’ un vero crogiolo di simboli
archetipici del femminile.
Innanzitutto la protagonista, una fata dalle grandi ali, è un simbolo
che riemerge dalla preistoria e dalla più importante divinità che
veniva adorata 5.000 anni a.C., la dea madre, o dea uccello. La
caratteristiche principale dell’antica dea era la forma di uccello, è
possibile rendersi conto dagli studi dell’archeologa Marija Gimbutas
(1), che ritrova molte statuette votive con le ali, il becco e talora le
zampe, alle quali si accompagnano spesso attributi simbolici legati
alla gestazione e alla generazione come il ventre gravido e i seni
colmi di latte, simbolicamente legati al nutrimento. La dea madre è
ovviamente legata alla terra alla sua capacità nutritiva e generativa
e alla natura, in quanto tale è dea sovrana degli animali e della
vegetazione e come Malefica del film, difende le sue creature e le
ama profondamente. Nel film la protagonista nutre anche
fisicamente la bambina con un biberon a forma di rosa, la cui natura
morbida e vellutata richiama le sensazioni piacevoli del seno
materno. Nel film ci stupisce come una creatura dolce e sensibile,
una fata buona, si trasformi in una figura terrificante e cattiva. La
dea madre primitiva era infatti sia buona che cattiva, proprio come
lo è la natura, la quale può ristorare, avvolgere piacevolmente, farti
commuovere dalla bellezza e dal suo profondo sentimento, ma ha
in se un potere distruttivo tremendo attraverso gli eventi naturali
quali il temporale, il terremoto, gli uragani, il fuoco, i vulcani. Nulla di
strano, quindi, se un personaggio femminile con le ali e immerso
nella sovranità della natura contiene sia il bene che il male. Quando
la forza della natura serve per contrastare il potere, il tradimento e
la malvagità umana esso diventa quasi indispensabile per riportare
l’ordine. Tutte le grandi divinità femminili arcaiche hanno questa
doppia natura da Ishtar, dea babilonese sia dell’amore che della
guerra, Iside, madre, moglie, temuta maga, Atena, la dea greca
protettrice di Atene, delle arti e dei mestieri ma anche feroce e
spietata dea della guerra, Ecate, la dea oscura della magia, potente
e mortifera allora stesso tempo. Del resto senza la morte non ci
potrebbe essere nuova vita e per la natura entrambe diventano
indispensabili. Ma la figura che più si associa a Malefica, è Lilith, la
precedente moglie di Adamo, alla quale Dio uccise i figli a
tradimento perché non voleva ubbidire al marito, divenne così uno
spirito terribile, una signora dell’aria. Malefica nel film viene
anch’essa tradita ingiustamente, sedotta, abbandonata e poi
mutilata malvagiamente dall’uomo che amava, Stefano, che le taglia
le ali per avere lo scettro del re. Un classico elemento archetipico di
un tipo di maschile dedito al potere, spietato e anaffettivo ma che sa
sedurre le donne per poi tarpar loro le ali. Questo maschile tuttavia
si perde nelle sue ossessioni di potere e, proprio come nel film,
spesso perde lucidità e stima a causa del suo unico delirio di
potere, diventa avido e senza cuore. Nel film Re Stefano rifiuta
persino di andare a salutare la moglie morente che lo supplica e
quando rivede la figliola dopo sedici anni, prende il di lei abbraccio
in modo distaccato, e brontolando riprende la strategia bellica con i
suoi consiglieri.
Malefica lancia il suo anatema al battesimo della figlia del Re
Stefano, ma si accorge ben presto di amare la bambina e se ne
occupa diventando una meravigliosa madre putativa, discreta,
protettiva. Emergono le caratteristiche materne positive
dell’archetipo femminile l’importanza del nutrimento, della cura,
della protezione attenta ma anche del affetto profondo e viscerale
che cambia l’animo anche della madre e ne trasforma il suo rancore
in desiderio di bellezza e di affetto. La barriera di spine gigantesca
che divide i due regni quello delle fate da quello degli uomini è un
simbolo meraviglioso che suggerisce quando l’animo e l’istinto ferito
diventino fragili e vadano protetti dal mondo, ciò implica l’isolamento
del mondo dell’anima, e, come nel film un inaridimento, uno
spegnersi della vitalità, degli spiriti buoni, degli animali, felici, della
natura rigogliosa, questo capita anche a noi dopo un tradimento e
un trauma doloroso: ci si isola e ci si difende, è inevitabile.
Un’altra figura maschile è l’aiutante di Malefica, il corvo che lei
trasforma in uomo. Egli diverrà le sue ali, i suoi occhi, la sua lunga
mano. All’inizio è una figura maschile dominata dal femminile e agli
ordini di lei, ma lentamente egli partecipa al dolore di Malefica, la
consiglia, la rimprovera e alla fine si intravede una collaborazione e
un gioco affettuoso tra i due.
La fanciulla Aurora, figlia di re Stefano, ma che viene allevata nel
mondo fatato da tre fatine confusionarie e divertenti, è la
rappresentazione dell’anima, un nuovo sentimento, un nuovo affetto
che apprezza la spontaneità e la bellezza del mondo naturale degli
istinti e della natura ma che ha bisogno di tornare dal padre che l’ha
generata per unire ciò che è stato diviso. La fanciulla nella mitologia
è sempre il simbolo dell’anima è quella parte di sentimento e di
spontaneità presente nell’essere umano, senza la quale ci
ridurremmo adulti cinici e insensibili, è un nuovo principio della
coscienza, un principio trasformativo, una nuova forma capace di
unire i due mondi quello della ragione e dell’anima e diventare
regina di entrambi. Cosi come la figlia di Afrodite, dea dell’amore e
Ares, dio della guerra si chiamava Armonia, cosi Aurora nel film
Maleficient, porta la pace nei due regni, ma anche nel cuore di
Malefica.
Il mondo imbruttito dalla sete di potere può essere salvato da una
fanciulla, da un sentimento nuovo che sgorga dal femminile da un
rapporto di amore rigenerato tra madre e figlia e da un sentimento
di rispetto e di ammirazione per il mondo naturale e fu cosi, come
dice Jean Bolen, che “ Saranno le donne a salvare la terra.” (2).
(1) Il linguaggio della dea Marija Gimbutas Ed Venexia
(2) le dee dentro la donna jean S. Bolen atrolabio ed.

Emanuela Pasin

Riflessioni sulla psicologia del film “Maleficent”, con Angelina Jolie. Perchè il successo Disney non convince del tutto

“Maleficent” è un film del 2014 diretto da Robert Stromberg, al debutto da regista.

La protagonista Angelina Jolie, qui anche produttrice esecutiva della pellicola, veste i panni della celebre Malefica, la malvagia strega del mondo Disney.

Il film è il remake del classico Disney “La bella addormentata nel bosco” del 1959, pur discostandosene non poco nella trama. Attraverso I secoli (con le successive rielaborazioni) le fiabe trasmettono significati nascosti e palesi, comunicandoli in modo tale da raggiungere la mente “ineducata” del bambino e quella “sofisticata” dell’adulto.

Vari autori, da Marie Louise Von Franz a Bruno Bettelheim, hanno mostrato come le fiabe popolari parlino il “linguaggio inconscio” di problemi comuni a tutti gli uomini, con i conflitti, le crisi e le trasformazioni tipiche dello sviluppo dell’individuo e della collettività, al di là dell’intento narrativo contingente.

Questa è la mia prima perplessità: questo film parla davvero un linguaggio autenticamente inconscio?

Della fiaba ci sono un po’ tutti i personaggi, ma sono pallide presenze spesso puramente accessorie o per nulla indagate, completamente piegate alla volontà revisionista della sceneggiatura. Alcuni personaggi sembrano messi lì solo per far approdare (fin troppo) celermente lo sviluppo dove gli autori hanno in mente.

Seconda perplessità: la fiaba insegna, senza insegnare, che la liberazione di ciò che dorme, inconscio o bloccato, può richiedere molto lavoro: solo dopo cent’anni riesce ad arrivare il principe azzurro (nella fiaba originale), il principio vitale, la vita che ci ama. Egli deve faticosamente avanzare all’interno di una selva intricata e bisogna attendere molto per vedere il tanto atteso emergere (come in una psicoterapia del resto).

Nel film il principe azzurro non fatica affatto, la sua apparizione è quantomeno forzata, quasi sbrigativa… manca complessivamente l’elemento della necessaria attesa.

Terza perplessità sul messaggio nucleare del film: i figli “sono” di chi li ama davvero, non tanto di chi li partorisce (e infatti non vediamo quasi mai la vera mamma, la regina, avvicinarsi alla figlia). Angelina, che ha adottato tre figli, lo sa bene.

Nell’epoca della famiglia allargata (i cui problemi sono tutt’altro che risolti) è un’idea sicuramente trendy, buonista e rassicurante. Qualcuno ha inoltre notato che ancora una volta l’archetipo maschile è marginalizzato e inflazionato dalla cieca bramosia di potere (sottovalutando un po’ la figura di Fosco a mio avviso).

Dopo Hunger Games, Frozen e Divergent sembra comunque che in questo senso la riscossa femminile al cinema prosegua. Cerchiamo qualche pregio (ma ce ne sono di sicuro tanti): il film tenta di esplorare le zone grigie e più umane che esistono nella polarità tra bene e male. Non ci sono solo eroi o solo cattivi, l’ambivalenza è ben rappresentata ed il problema morale si integra in più di un personaggio.

Inoltre non è una natura propriamente disneyana quella che ci racconta Maleficent, in cui invece il rapporto uomo-natura si avvicina piuttosto alle idee di Tolkien.

Le musiche e il comparto artistico sono buoni e gli effetti speciali, notevoli, riescono a ricreare un ambiente e delle creature che si combinano egregiamente con gli attori.

Considerazione conclusiva: Jung affermava che studiare le fiabe è un buon modo per studiare l’anatomia comparata dell’inconscio collettivo, ovvero di quelli che si pensa siano gli strati più profondi e arcaici della psiche. In tal senso alcuni sostengono anche che il materiale delle fiabe sia compensatorio alle idee e ai valori del conscio collettivo nel momento storico in cui la fiaba è stata prodotta. Può pertanto offrire un nuovo punto di vista su problemi che magari la cultura dominante non sa come affrontare.

Come ho già accennato, la mia perplessità è che invece le trasposizioni cinematografiche rischiano da un po’ di tempo a questa parte di fornire sempre di più unicamente la prospettiva personale di sagaci sceneggiatori (e, volendo essere molto cospirazionisti, forse anche il punto di vista di chi li finanzia).

Massimo Lanzaro

“In ordine di sparizione”: dove si intrecciano riflessioni sulla vendetta e dove la brutalità primitiva del potere viene vista con la lente dell’umorismo

E’ nelle sale il nuovo film di Hans Petter Moland con Stellan Skarsgård, Bruno Ganz. Il protagonista, Nils, mansueto e taciturno, è stato appena nominato ‘uomo dell’anno’ dai concittadini del piccolo villaggio in cui vive. Il suo mestiere è occuparsi di rendere accessibile la strada a bordo di un imponente spazzaneve. Quando suo figlio muore e la pratica viene archiviata perché trovato vittima di una overdose, l’uomo non crede a questa versione, fieramente convinto di conoscere bene il suo ragazzo.

Ha ragione, perché si è trattato di un assassinio voluto dal Conte, ovvero colui che controlla in zona gran parte del traffico della droga, in perenne contrasto con la banda dei Serbi, il cui boss è invece noto come il “Papa”.

In una intervista Moland ha detto: “nella sofferenza più profonda, si aprono squarci di humour. Nils è un uomo che non riesce a sopportare il fardello del dolore e per questo si porta via le vite di chi ha sconvolto la sua esistenza. Ma nel bel mezzo della drammaticità di questa storia si aprono momenti comici e ironici, basta guardare il mondo dei gangster. Credo che la vita sia fatta così e in questo film volevo raccontare la vita, con le sue assurdità e i suoi dolori. Ho cercato quindi di attraversare diversi generi senza appartenere a nessuno di essi… In Norvegia poi abbiamo quest’idea di un nemico che viene da fuori e che si prende il nostro Paese, portando droga e violenza. Ma forse non abbiamo ancora capito qual è la vera minaccia. In ordine di sparizione ho cercato di giocare sui luoghi comuni che la nostra società ingenua e benevolente ha sul mondo criminale e sull’immigrazione”.

Se vi piacciono Kitano e Tarantino, se amate gli scenari surreali, ovattati dalla neve ma con qualche chiazza di rosso vivo, se volete sapere perché in Norvegia si raccolgano in strada gli escrementi degli animali domestici, se siete intrigati da riflessioni politiche un po’ massimaliste sulla differenza tra politiche di welfare a differenti latitudini, l’incedere di Nils nella neve sarà ad ogni passo più coinvolgente.

Hans Petter Moland continua: “Da tempo volevo fare un film sulla vendetta. La vendetta è un sentimento primitivo, eppure squisitamente umano. Da bambino volevo vendicarmi: combattevo le persone che mi avevano fatto del male, derubato, umiliato o tradito. Vendicandomi, pensavo di lottare per il trionfo della giustizia. Immaginavo di rimettere le cose a posto, restituendo pan per focaccia. Immaginavo che “i cattivi”, finalmente umiliati, avrebbero riconosciuto i loro torti. Ma come tutti sappiamo, le cose non vanno così… Invece di giustizia ottenevo solo rappresaglie, in un crescendo di violenza. Così mi sono detto: se non si riesce ad avere giustizia, cerchiamo almeno di divertirci. Due delle forze portanti di In ordine di sparizione – il Conte e Papa – hanno un concetto inumano dei loro nemici. Sono dei bigotti. Hanno una visione arcaica del potere e del mondo che li circonda. La struttura delle loro gang si basa su schemi primordiali: cieca fedeltà al capo, regole rigidissime, brutale giustizia interna, sfrontato disprezzo per qualsiasi innovazione sulla gestione del potere. Costituiscono una minaccia per la società contemporanea, eppure sono dinosauri. I gangster vivono in un mondo liberale, pieno di richiami e tentazioni da cui si sentono attratti e minacciati, in modo ancora più brutale, forse, di quanto loro stessi siano una minaccia per il mondo che li circonda. Sono ridicolmente antiquati, eppure nessuno può permettersi di dirglielo. La maggior parte di questi uomini non ha alcuna consapevolezza di sé. Per me sono una generosa fonte di umorismo con le loro imperative convinzioni assurde e infantili: come bambini con la pistola, che incontrano altri bambini con pistole più grandi. Fin al giorno in cui incontrano una persona affamata di vendetta, diversa da tutto ciò che hanno conosciuto prima. Nils è un dilettante della vendetta e il suo comportamento è imprevedibile perché non rientra nei normali schemi del comportamento criminale. Senza saperlo, Nils trascina i gangster in un mondo che non conoscono. Un mondo che può essere anche benevolo e improvvisato. Ed è questo mondo a costituire una minaccia decisamente maggiore per i gangster di qualsiasi altra cosa Nils possa inventare: una vita civile e comoda è una tremenda tentazione per dei malviventi affaticati”.

Massimo Lanzaro

 

La sottile ironia di Jarmusch: vampiri buoni e uomini cattivi in “Solo gli amanti sopravvivono”

Ecco Jarmusch, con la sua ironia, il minimalismo vintage, l’eleganza, i dettagli, la citazione. Ed i movimenti a spirale della cinepresa come della puntina sui vinili di Solo gli amanti sopravvivono. Quella puntina (o la cinepresa o entrambe) mi hanno ipnotizzato. Ho cercato di non farmi distrarre dal ricordo di cose varie ma in più di due ore di proiezione non sempre ci sono riuscito.

Quindi ho pensato di trascriverle a parte*.

Cominciamo dalla trama (spoilers): Adam,ex ghost writer, tra punk metal rock alloggia a Detroit e periodicamente si reca in ospedale da un medico corrotto per avere le sue sacche di 0 negativo, facendosi chiamare “Doctor Faust” ma apostrofato anche – a caso? – come Dottor Caligari e Dottor Stranamore.

A Tangeri vive Eve, che si procaccia sangue pregiato grazie al venerando Christopher Marlowe nel caffè “Le mille e una notte”. Gli esseri umani sono zombie “che capiscono sempre troppo tardi”. Nel mondo troppe cose sono contaminate (“han terminato di far guerre per il petrolio per cominciare quelle per l’acqua”).

Jarmusch ci ha regalato questo affresco dalla cadenza lenta, (ennesimo elemento controcorrente), permeato di una critica sociale dissacrante, ironica e originale. Non c’è più un equilibro da salvaguardare, non c’è la meta del viaggio, non c’è battaglia, non c’è la svolta inaspettata, l’impresa da compiere. Non più. Al limite la sfida è ritagliarsi una nicchia di sopravvivenza, accettazione e contemplazione all’interno di un contesto decaduto. Tra l’essere ombroso e glaciale di Adam e il controllato romanticismo di Eve si situa la musica, l’ingrediente eterno. E una fotografia perfetta, avvolgente, sontuosa (anche grazie alle scelte della costumista Bina Daigeler).

Merito infine anche al mysterium coniunctionis creatosi tra Tilda Swinton e Tom Hiddleston: una coppia senza precedenti, lei androgina e sempre più brava, lui misterioso e alchemicamente efebico.

Un film in cui ci si ciba d’amore, che trabocca sapere (da quello letterario con Shakespeare, Byron, Faust, Shelley, Mary Woolstonecraft a quello scientifico con Fibonacci, Tesla, Einstein) e sensualità, in cui i vampiri prendono l’aereo indossando dei Ray Ban, usano Skype, non amano YouTube e succhiando sangue su uno stecco come fosse un ghiacciolo. Davvero “cool”!

*Pensieri sparsi registrati durante la visione

(…) Sovviene Burnt Norton di Eliot, una profonda meditazione sul significato del tempo e sulla sua relazione con gli esseri umani. I versi d’inizio introducono il concetto che riassume tutta l’opera: “Il tempo presente e il tempo passato / sono forse entrambi presenti nel tempo futuro, / e il tempo futuro è contenuto nel tempo passato. / Se tutto il tempo è eternamente presente / tutto il tempo è irredimibile”.

(…) Sì, questa è anche una trasposizione filmica del “Diario di Adamo ed Eva” di Mark Twain.

(…) Nel suo trattato del 1931 On the Nightmare, lo psicoanalista gallese Ernest Jones scrisse che i vampiri sono il simbolo di numerosi meccanismi di difesa inconsci. Jones suppose che l’originale desiderio di un (ri)avvicinamento si fosse tramutato drasticamente in paura; l’amore è sostituito dal sadismo. Nel film vediamo l’amore dei protagonisti ed un cenno al sadismo degli esseri umani, riflesso del loro timore di essere veramente vicini, di amare.

(…) La reinvenzione del mito del vampiro nell’era moderna non esclude anche sfumature politiche.

(…) L’aristocratico Conte Dracula, solo nel suo castello fatta eccezione di alcuni servitori bizzarri, apparendo solo di notte per nutrirsi dei suoi compaesani, simboleggia il parassitico ancien régime. Nel film Nosferatu, il principe della notte di Werner Herzog, il giovane agente immobiliare protagonista del film diventa vampiro lui stesso, portando il capitalismo borghese a essere la nuova classe parassita (la sorella di Eve).

(…) Già Voltaire d’altronde aveva notato, riportandolo nella voce “Vampiri” all’interno del suo “Dizionario filosofico” (1764), come la fine del diciottesimo secolo avesse coinciso con l’indebolimento della credenza folclorica nel vampiro come creatura magica ma non con la fine dello sfruttamento e del parassitismo sociale che erano da considerare alla base di quella credenza. Ora “ci sono finanzieri, faccendieri e uomini d’affari che succhiano il sangue del popolo in pieno giorno; ma non sono morti, anche se corrotti. Questi parassiti non vivono in cimiteri, ma in confortevoli palazzi”.

(…) Lo diceva già Sting (in Englishman in New York, famoso singolo tratto dal suo album del 1987 Nothing Like the Sun): “at night a candle is brighter than the sun”. Gli sprazzi di bellezza brillano proprio perché si distinguono da un contesto abbruttito. La luce, il sole, il buio, i vampiri e questo film: un sapiente gioco di luci ed ombre (anche psicologiche) elegantemente architettato e diretto.

(…) Secondo James Hillman le nostre nevrosi e la nostra cultura sono inseparabili. Dopo le fumisterie verbali della politica, i gergalismi e il pentagonese, dopo lo scientismo sociologico ed economico, l’abuso mediatico della parola e tutte le altre violenze inflitte al linguaggio si son prosciugate le parole del loro sangue (sic!) e chi lavora nel campo della psicologia ha smarrito la fede nella potenza della parola.

Massimo Lanzaro

 

Il tema della resilienza: “Alla ricerca della felicità”

Didier Pieux, direttore dell’Istituto francese di terapia cognitiva a Lione ha recentemente parlato della sindrome di Mosè: il rifiuto del reale al punto di esigere che una strada cittadina ci si aprisse davanti come il Mar Rosso per permettere di sottrarsi rapidamente al traffico.

In effetti la società della soddisfazione immediata sembra aver accresciuto la fragilità dell’essere umano che diventa sempre meno capace in genere di sopportare le frustrazioni. Il contrario (più o meno) viene chiamato oggi dagli psicologi: resilienza.

Resilienza è un termine derivato dalla scienza dei materiali e indica la proprietà che alcuni materiali hanno di conservare la propria struttura o di riacquistare la forma originaria dopo essere stati sottoposti a schiacciamento o deformazione.

In psicologia connota proprio la capacità delle persone di far fronte agli eventi stressanti o traumatici e di riorganizzare in maniera positiva la propria vita dinanzi alle difficoltà, di saper trasformare un evento critico potenzialmente destabilizzante in un motore di ricerca personale che consente di riorganizzare positivamente l’esistenza grazie all’avvio di un progetto di vita capace di integrare le luci con le ombre, la sofferenza con la forza. Implica la possibilità di trasformare un evento doloroso o più semplicemente stressante in un processo di apprendimento e di crescita.

La letteratura psicologica sulla resilienza a partire dai primi lavori pionieristici di Emmy Werner ha quindi cercato con di individuare cosa caratterizza gli esseri umani resilienti, quali sono i fattori protettivi e i percorsi che permettono l’avvio di processi positivi quando si incontrano condizioni di vita eccezionalmente critiche.

La ricerca della felicità (The Pursuit of Happyness) è un film del 2006 diretto da Gabriele Muccino. È basato su una storia realmente accaduta a Chris Gardner. Nelle didascalie finali del film viene raccontato che dopo l’ottimo inizio carriera, nel 1987 ha fondato l’azienda di investimenti Gardner Rich. Nel 2006 ha venduto il suo pacchetto azionario dell’azienda Dean Witter nel corso di un affare multimilionario. Nella scena finale, compare il vero Chris Gardner, in giacca e cravatta.

Analizziamo i fattori psicologici coinvolti nella storia di Gardner basandoci sulla narrazione filmica. Nel 1981 a San Francisco, Chris Gardner (Will Smith) cerca di sbarcare il lunario vendendo una partita di scanner per rilevare la densità ossea acquistata con i risparmi di una vita. Le vendite tuttavia latitano: molti medici ritengono il macchinario eccessivamente costoso o inutile. La situazione economica si fa sempre più disperata per Chris e la sua famiglia, composta dalla moglie Linda (Thandie Newton) e dal figlio Christopher (Jaden Smith, figlio di Will Smith anche nella realtà).

Avere un alto livello di resilienza non significa affatto non sperimentare le difficoltà o gli stress della vita ed è il caso del nostro protagonista, le cui difficoltà se possibile continuano ad aumentare. Un giorno Chris vede un broker arrivare al posto di lavoro con la sua Ferrari e decide di provare a diventare anche lui consulente finanziario per la medesima azienda. La moglie, esasperata dalle privazioni, lo lascia.

Di nuovo, avere un alto livello di resilienza non significa essere infallibili ma disposti al cambiamento, alla rinuncia, all’accettazione quando necessario; disposti anche a pensare di poter sbagliare, ma anche di poter correggere la rotta. Infatti Chris conserva una visione positiva di sé ed una buona consapevolezza sia delle abilità possedute che dei punti di forza del proprio carattere. La capacità di porsi nuovi traguardi e di pianificare passi graduali per il loro raggiungimento lo porta ad entrare come stagista alla Dean Witter, dove però non gli viene fornito alcuno stipendio: deve affrontare un corso non pagato della durata di sei mesi alla fine del quale solo un aspirante broker dei venti partecipanti verrà assunto.

Compito degli stagisti è contattare quanti più clienti possibile e “chiudere” il maggior numero di contratti. Chris viene sfrattato da casa perché non paga l’affitto; allo stesso modo, gli viene confiscata l’automobile per una serie di multe non pagate. Si trasferisce in un motel poco distante, ma il proprietario dopo settimane di inutili richieste di pagamento gli farà trovare la serratura cambiata e i suoi averi fuori dalla porta.

Chris non si perde d’animo, mantiene adeguate capacità comunicative e di “problem solving” e continua imperterrito a cercare ogni giorno assieme a Christopher i soldi per mangiare e dormire, passando molte notti nei dormitori per senzatetto e addirittura nel bagno della metropolitana.

Nonostante tutto persiste in lui una buona capacità di controllo degli impulsi e delle emozioni. Si divide tra la vendita degli ultimi due, tre scanner rimastigli, il lavoro in azienda e la cura del figlio. Alla fine del corso semestrale, gli verrà comunicato che è proprio lui il candidato scelto per l’assunzione. La sua gioia sarà incontenibile e potrà tornare ad avere una casa e una vita dignitosa, ovvero ciò che tanto desiderava.

Massimo Lanzaro

 

“Zeroper”: un documentario sulla dipendenza dal gioco d’azzardo al Festival del Cinema Europeo

 La sezione “Cinema & Realtà” si confronta con la tematica della dipendenza dal gioco d’azzardo Il Festival del Cinema Europeo vuole rendersi intermediario di visibilità di temi sociali e culturali di rilievo attraverso il cinema, proponendo anche quest’anno una occasione di riflessione e di approfondimento su temi sociali, legati ad avvenimenti realmente accaduti. Mi è sembrato meritevole tra gli altri il lavoro dedicato al tortuoso percorso di liberazione dal gioco d’azzardo patologico. Ci viene mostrato attraverso dati e interviste a giocatori, familiari ed esperti, si intitola Zeroper ed è un documentario realizzato dal regista e autore palermitano, Francesco Russo. Premessa. Il DSM pone il Gioco d’Azzardo Patologico (GAP) nella categoria dei disturbi del controllo degli impulsi non altrove classificati. Le caratteristiche essenziali del GAP sono: l’incapacità di resistere all’impulso, all’urgenza di giocare; il costante assorbimento in pensieri inerenti il gioco (passate esperienze, strategie, statistiche, modo di procurarsi il denaro); la necessità nel tempo di giocare somme maggiori per continuare a mantenere un’eccitazione significativa; i ripetuti fallimenti dei tentativi di smettere di giocare a causa di una tensione ed un’irritabilità incontrollabile; il gioco come “sollievo” ad un umore disforico; la compromissione del funzionamento personale, familiare, finanziario e legale. L’industria dell’azzardo continua, pare, a prosperare: i giocatori in Italia sarebbero circa 15 milioni, di cui 1.250.000 ragazzi tra i 15 e i 19 anni (200.000 di questi adolescenti già con profili di gioco patologici). E si contano cinquecento-ottocentomila persone con problemi di dipendenza, (oltre il 25/30% sono donne) e quelle a rischio si avvicinano ai due milioni. “L’idea del mio documentario – racconta Russo – prende le mosse dai dati sconfortanti riguardanti il triste fenomeno della dipendenza patologica da gioco d’azzardo. Ho deciso di concentrare la mia attenzione in particolare su una delle tante esperienze significative, ancorché periferiche, di prevenzione e cura del gioco d’azzardo patologico, in grado di rimediare autonomamente e in modo efficace alle assenze istituzionali, mira a liberare per sempre la vita dei giocatori patologici dalla loro schiavitù”. Ovunque esistono ormai centri specializzati che hanno lo scopo di aiutare i malati dell’azzardo. Se lo spettacolo è elemento ineliminabile del processo educativo e ciò che spinge il fruitore è il bisogno di accrescere il proprio bagaglio di conoscenze, questo documentario ne è una prova lampante. Un caso in cui si può partire dal cinema per provare a trovare ispirazione e percorrere la strada della guarigione.

Massimo Lanzaro

Da “La grande bellezza” di Paolo Sorrentino e… un quesito da porvi

“Finisce sempre così. Con la morte. Prima, però, c’è stata la vita, nascosta sotto il bla bla bla bla bla. È tutto sedimentato sotto il chiacchiericcio e il rumore. Il silenzio e il sentimento. L’emozione e la paura. Gli sparuti incostanti sprazzi di bellezza. E poi lo squallore disgraziato e l’uomo miserabile. Tutto sepolto dalla coperta dell’imbarazzo dello stare al mondo. Bla. Bla. Bla. Bla. Altrove, c’è l’altrove. Io non mi occupo dell’altrove. Dunque, che questo romanzo abbia inizio. In fondo, è solo un trucco. Sì, è solo un trucco”.

“La più sorprendente scoperta che ho fatto subito dopo aver compiuto sessantacinque anni è che non posso più perdere tempo a fare cose che non mi va di fare”.

“Che cosa avete contro la nostalgia, eh? È l’unico svago che resta per chi è diffidente verso il futuro, l’unico”.

Carissimi,

avete anche voi delle frasi tratte dai film che vi hanno colpito? Quali sono?

Gabriele

 

Prossimamente al cinema: “Il venditore di medicine”

  • Esce mercoledì 30 aprile questo film denuncia contro lo strapotere delle lobby farmaceutiche e dei loro impiegati, che nel film vengono rappresentati come corruttori di medici a loro volta più o meno compiacenti.

    Trama (spoilers) L’azienda di Bruno, come tante altre case farmaceutiche, pratica il comparaggio. Bruno ama Anna, (Evita Ciri) sua moglie, una professoressa di liceo, che non sa nulla delle pressioni che sta subendo dall’azienda a causa della crisi. Guadagna tanto e si è abituato ad un certo tenore di vita, al quale non vuole rinunciare. Ma la situazione al lavoro precipita. Bruno non ha più lo smalto di un tempo, sta perdendo il controllo sui suoi medici. Lo scontro con un dottore etico (Ignazio Oliva) gli arreca una sconfitta senza precedenti. Ormai, per non essere licenziato, non gli resta che tentare un colpo veramente rischioso: corrompere un primario di oncologia, il Prof. Malinverni, (Marco Travaglio) così da poter far entrare nell’ospedale il farmaco chemioterapico dell’azienda. “Nessuno, dopo questo film, guarderà senza sospetto la più anonima scatola di medicinali, o almeno senza pensare di non essere vittima di una truffa“ ha detto Antonio Morabito, il regista. Vediamo qualche nota legale. In Italia il comparaggio è previsto come reato dal Regio Decreto 27 luglio 1934, n. 1265 “Testo Unico delle Leggi Sanitarie”, agli artt. 170, 171 e 172, nonché dal decreto legislativo 24 aprile 2006, n. 219 “Codice del farmaco”, all’art 147, comma 5. La condotta illecita del medico consiste per queste norme nell’accettazione di utilità di qualsiasi natura (o di promessa delle stesse) allo scopo di agevolare, con prescrizioni mediche o in qualsiasi altro modo, la diffusione di specialità medicinali o di ogni altro prodotto a uso farmaceutico (e analogamente è illecita la condotta del farmacista che riceva analoghe agevolazioni della diffusione di prodotti a danno di altri). Non aggiungerò altro sul fenomeno del cosiddetto comparaggio, ma potrei limitarmi a citare una curiosità: in Inghilterra ai medici è ormai di fatto pressochè proibito incontrare “venditori di medicine”. Le sentenze e le condanne che comunque sono state inflitte alle case farmaceutiche a onor del vero sono in costante crescita per illegalità di vario genere commesse. Eli Lilly ad esempio, accusata di aver pubblicizzato illegalmente l’antipsicotico Zyprexa, ha pagato più di 2,5 miliardi di dollari a 34 stati americani. Ritengo personalmente comunque poco utili le posizioni ideologiche estreme che hanno da sempre oscillato tra la condanna dei farmaci in genere (e degli psicofarmaci in particolare) ed una loro entusiastica idealizzazione (specie quando si aveva l’esclusiva dell’ultima miracolosa molecola made in Usa). Ma questo è un discorso molto complesso. Tornando invece al film: è il caso di andarlo a vedere? Forse si. Perché? Per il discreto valore documentaristico (mostra tanti stralci di servizi giornalistici sull’argomento). Per come suona nell’animo la sola nota incongruente nel comportamento spietato di Bruno, quella legata all’incontro fortuito con un suo vecchio amico (Pierpaolo Lovino). Per la lucidità e il ritmo dell’interpretazione di Claudio Santamaria. Per il gusto di vedere in un cameo Marco Travaglio che veste le parti di un medico (che fuma!) apparentemente integerrimo e molto, ma molto antipatico!

    P.S. Su questo argomento (a prescindere dal film e con le dovute cautele di privacy, sensibilità etc.) mi piacerebbe leggere nei commenti qui sul blog qualche parere e/o storie personali. Come al solito aiuta (e a volte fa sentire meno soli) conoscere le esperienze altrui.

    Massimo Lanzaro

Una storia psicomagica: “Ritual” è il debutto alla regia di Brazzale e Immensi, in un film liberamente tratto da “La Danza della Realtà” di Jodorowsky

Esce l’8 maggio al cinema, distribuito da Mariposa Cinematografica questo thriller psicologico molto particolare, ispirato alla psicomagia.

Con i suoi due leggendari film “El Topo” e “La montagna sacra” Jodorowsky aveva intrapreso un percorso poliedrico e visionario che portava già in grembo i semi della psicomagia (curiosità: John Lennon disse che El Topo era il suo film preferito). In seguito con la messa in pratica delle sue teorie e con la scrittura dei suoi libri, come ad esempio “Psicomagia”, ha “codificato” (per quanto possibile) questa pratica rendendola una disciplina terapeutica.

Cito un esempio di atto psicomagico: a un ragazzo, orfano del padre, la cui figura, idealizzata e severa, continuava a influenzarne negativamente la vita, chiese di bruciare una foto del padre, gettando le ceneri in un bicchiere di vino, e quindi di berlo.

Nel libro “La danza della realtà” Jodorowsky racconta invece di come si rivolse a lui e alla psicomagia per curarsi dalla depressione anche un famosissimo attore italiano. Il nome dell’attore in questione non è mai citato, comunque pare che costui si fosse rifiutato di compiere il gesto psicomagico proposto da Jodorowsky (un complesso rituale in cui doveva sgozzare un gallo sulla tomba della madre), dicendo “ma io non posso. Io sono (…)!”. Per Jodorowsky quella fu la vera natura della depressione dell’attore, il dover “portare” un nome come un’etichetta.

Tornando ai due registi veneti al debutto – lui studioso di Scienze della Comunicazione, lei di Psicologia – sono riusciti a coinvolgere Jodorowsky nel loro progetto cinematografico al punto che l’intellettuale cileno è protagonista di un cameo (la sua battuta nel film è una sua poesia) e ha fatto da consulente nell’ambito “psicomagico”.

La trama (spoilers): la giovane e fragile Lia (Désirée Giorgetti) si trova coinvolta in un rapporto passionale ma superficiale con Viktor (Ivan Franek), un sadico uomo d’affari. Il loro equilibrio precario viene rotto quando Lia rimane incinta e l’uomo le impone di abortire e Lia va in pezzi. Gravemente depressa, dopo un tentato suicidio, nell’ultimo disperato tentativo di guarire, Lia lascia Viktor e va a far visita alla zia Agata (Anna Bonasso) nella sua misteriosa villa di campagna del 1700, in uno sperduto paesino veneto, Mason, ricco di tradizioni popolari, credenze magiche, leggende e riti. La zia Agata è la guaritrice del villaggio da sempre appassionata di medicina alternativa.Ha imparato ad usare questi metodi di cura dal defunto marito cileno Fernando (Alejandro Jodorowsky), che ancora le appare in sogno per consigliarla. Lia, quand’era bambina, passava tutte le estati in campagna dalla zia e ritornare in quei luoghi d’infanzia sembra che inizialmente le giovi ma la sua serenità purtroppo non dura a lungo.

La poetica Jodorowskiana è riflessa nelle sequenze del film, ma i registi precisano: “Ci siamo più rifatti allo Jodorowsky scrittore che non allo Jodorowsky regista. La psicomagia è presente in quanto insieme di atti legati dalla narrazione. “Come punti di riferimento in scrittura c’è anche ‘Rosemary’s Baby’ e ‘Luna di fiele’ di Roman Polanski”, dice Luca Immensi.

Sarà un caso che per un istante su uno scaffale compare anche un libro di Osho? Lasciamo aperta questa domanda, mentre Luca Immensi confida: “Il gesto psicomagico è un atto curativo, per superare un trauma. Può sembrare superbo, ma so che molte persone che guardano con attenzione il film, ricco di sottotesti, sognano dopo averlo visto. Sono certo che ‘Ritual’ parla all’inconscio degli spettatori, all’emisfero destro del cervello”.

 

Massimo Lanzaro

L’intervista / Viaggio attorno alla psiche a bordo del “Dsm-Cinema”. Lo psichiatra Massimo Lanzaro raccoglie le sue “cinepsicorecensioni” in un libro che aiuta a conoscere se stessi attraverso i film

“La psichiatria e il cinema hanno in comune il tentativo (con intenti ed approcci ovviamente diversi) di comprendere, spiegare e prevedere, seppure nella maniera frammentaria che ci consente la vastità e il mistero dell’anima, i sentimenti, i comportamenti, le emozioni e più in generale le vicende umane”. Al Velino parla Massimo Lanzaro, psichiatra napoletano classe 1971, che ha appena pubblicato la raccolta di saggi “Dsm-Cinema. I film che spiegano la psiche” (attualmente sulla piattaforma editoriale Lulu al seguente indirizzo http://www.lulu.com/shop/massimo-lanzaro/dsm-cinema/paperback/product-21578089.html;jsessionid=70A4F8DE17BD32095369FDB868A75B57, in distribuzione globalREACH e presto reperibile su Amazon.it). Il titolo del libro gioca sulle parole del “Dsm-V”, il manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, che è stato pubblicato in Italia in questi giorni (era in programma il 10 aprile 2014). “L’idea del libro – racconta il dottor Lanzaro che scrive di cinema su ilquorum.it – mi è venuta in mente alla conferenza stampa di un film, in cui il regista raccontava la sua opera mentre a me era sembrato di aver visto, per così dire, praticamente tutt’altro! Ho pensato che in effetti la stessa narrazione potesse essere inquadrata con una chiave di lettura differente e magari completamente ignota al regista (ma forse non agli sceneggiatori?). Mi ispiro ai criteri diagnostici del Dsm, che si dice dovrebbero essere usati con cautela in clinica, non certo come ‘una bibbia’, quindi con ancor più cautela quando si usano per rispecchiare il cinema. Insomma le mie riflessioni vanno intese cum grano salis”.

Con il dottor Lanzaro ci addentriamo nel cinema di oggi per avvicinarci al mondo della psiche. Ecco alcuni film da vedere o rivedere. “Chi ha sentito parlare di una diagnosi, ad esempio, di ‘Sindrome di Asperger’, può vedere ‘Zoran’ e farsi un’idea più precisa di cosa sia, al di là dell’ ‘etichetta’ – osserva lo psichiatra -. In ‘Reality’ di Garrone vengono fotografate alla perfezione alcune distorsioni che portano sovente alla stigmatizzazione, non riconoscimento, minimizzazione di problemi legati alla sofferenza psicotica, che se curati tempestivamente potrebbero essere risolti o quanto meno gestiti meglio. E di cui lo spettatore medio probabilmente ignorerebbe l’esistenza anche dopo aver visto il film. In ‘Supercondriaco’ anche un cinefilo potrebbe non sapere che il protagonista in realtà soffre di una sindrome ossessivo-compulsiva con rupofobia e non di una ‘semplice ipocondria’. Ozpetek nel recentissimo ‘Allacciate le cinture’ descrive le fasi di reazione alla perdita secondo il modello di Kübler-Ross. Altri esempi: parlo di stalking tramite ‘L’inferno’, diretto da Claude Chabrol, un film non certo recentissimo; dei meccanismi psicologici dell’abuso e dipendenza da internet e cyber-porn in ‘Don Jon’; passando per l’inquietudine, labilità affettiva e depressione disforica di ‘Blue Jasmine’”.

“Dsm-Cinema” è un libro per trovare se stessi dedicato ai cinefili? “Forse un po’ si – risponde lo psichiatra -. In sintesi, i fenomeni della mente vengono definiti dai manuali più accreditati in base alla prevalenza di determinati vissuti e comportamenti osservabili e descrivibili, senza paradigmi di spiegazione. A ben vedere è possibile fare lo stesso guardando un film, ad esempio sondando i dialoghi ed i comportamenti di ciascuno dei protagonisti. E sviluppando questo metodo è possibile trovare tracce di se stessi: nel processo di coinvolgimento quando guardiamo un film emergono contenuti e meccanismi inconsci che possono rivelarsi un materiale prezioso per la loro amplificazione, alla stregua di sogni e fantasie. Il cinema (la sala cinematografica) è in fondo come un piccolo utero, dal buio del quale abbiamo spesso la possibilità di ‘uscire’ in parte trasformati, a volte quasi un po’ rinati”. Ma “Dsm-Cinema” non è solo per cinefili. “Può interessare – aggiunge il dottor Lanzaro – a chi si avvicina al cinema come strumento di dibattito, riflessione e consapevolezza, anche se fosse a digiuno dei rudimenti di tecnica o storia del cinema. Jodorowsky dice: ‘Non mi piace l’arte che serve solo a celebrare il suo esecutore. Mi piace l’arte che serve per guarire o per espandere la mia coscienza’. Penso proprio che la settima arte possa rientrare in questo genere di discorso…”

Il dottor Lanzaro ha coniato il termine “cinepsicorecensione”, la definizione? “È il tentativo di fornire una chiave di lettura filmica che non sia necessariamente interpretativa (e complicata), come quella ancora in voga tra alcuni freudiani, lacaniani, post-freudiani etc. – spiega lo psichiatra -. Ad un primo livello provo ad analizzare se possibile il processo psicologico che un film descrive, in maniera semplice e fornendo i relativi riferimenti letterari allo stato dell’arte”. Attualmente le sue “cinepsicorencensioni” sono ospitate anche dal blog del Prof. Gabriele La Porta, filosofo, conduttore radiotelevisivo, già direttore di Rai2 e RaiNotte. Ha mai pensato di fare delle “cinepsicorecensioni” un programma radiofonico settimanale? “Si, ma questo progetto non dipende esclusivamente da me…”.

Perché Veronica Roth si e Philip Pullman no? Dopo Twilight e in attesa di Hunger Games, da Hollywood arriva Divergent, un’altra trilogia cinematografica tratta da una saga editoriale

Dal 3 aprile nelle sale italiane è arrivato Divergent, il primo capitolo della trilogia scritta da Veronica Roth. Pubblicato in America nel 2011, il romanzo è uscito in Italia l’anno successivo e ha venduto più di un milione di copie. La storia è ambientata in un futuro non specificato in cui gli esseri umani hanno posto fine alle guerre, si sono divisi in fazioni e svolgono ognuno il mestiere più consono alle proprie naturali inclinazioni. Beatrice Prior, all’alba dei suoi sedici anni, è chiamata, come i suoi coetanei, a scegliere di quale fazione fare parte per il resto della vita. Ma la vita di Beatrice cambierà per sempre quando scoprirà di non appartenere a una fazione, ma di essere una Divergente. Questa sua divergenza la renderà pericolosa agli occhi di molti, mettendo in pericolo la sua stessa vita e per salvarsi Beatrice potrà contare solo su Quattro, il suo istruttore tra gli Intrepidi. Il film è diretto da Neil Burger con protagonisti Shailene Woodley e Theo James.

Queste storie per giovani adulti continuano a chiedere di diventare iconiche e forse non a caso per la premiere londinese il queueing dei ragazzi che volevano accedere al red carpet è iniziata due giorni prima. Ma l’ennesimo esempio di cinema distopico del nuovo millennio, che si trascina per più di due ore, confesso, non mi ha pienamente convinto. La fotografia, la scenografia, la colonna sonora e i movimenti di macchina sono studiati in modo davvero godibile, in un film la cui superficialità però provoca paradossalmente un senso di pesantezza.

A raccontare una società nella quale il pensiero indipendente viene temuto e perseguitato ci aveva già pensato mirabilmente ad esempio “La bussola d’oro”, il fantasy del 2007 diretto da Chris Weitz, adattamento cinematografico dell’omonimo romanzo di Philip Pullman.

Ricordate Lyra, la ragazzina orfana che vive con il suo daimon (rappresentazione fisica in forma animale di un individuo), che si fida del suo tutore Lord Asriel (Daniel Craig) ma che viene concupita dalla bella affascinante Mrs. Coulter (Nicole Kidman)? Come continua quella storia? Orbene, si dice che verosimilmente non abbiamo assistito al seguito in quanto la pellicola è stata oggetto di una campagna di boicottaggio negli Stati Uniti da parte di gruppi religiosi che già avevano reagito vivacemente al successo del romanzo.

Non so se questo sia vero e con il dovuto enorme rispetto per i differenti punti di vista, sorge una umile domanda: in base a quali criteri esattamente si sceglie di produrre e distribuire il sequel di una trilogia piuttosto che di un’altra?

Massimo Lanzaro

 

Grand Budapest Hotel

Dal 10 Aprile al cinema il nuovo capolavoro di Wes Anderson, visionario regista bohemien

Monsieur Gustave è il concierge ma di fatto il direttore del Grand Budapest Hotel collocato nell’immaginaria Zubrowka. Gode soprattutto della confidenza (e per sua ammissione anche di qualcosa di più) delle sue ospiti “senior”. Una di queste, Madame D., gli affida un prezioso quadro. In seguito alla sua morte il figlio Dimitri accusa M. Gustave di averla assassinata. L’uomo finisce in prigione. La stretta complicità che lo lega al suo giovanissimo neoassunto portiere immigrato Zero gli sarà di grande aiuto.

Il film è dedicato a Stefan Zweig, scrittore austriaco tra i più universalmente noti tra gli anni Venti e Trenta. Animato da un convinto pacifismo si vide bruciare nel 1933 ciò che aveva scritto dai nazisti. È alle sue opere (tra cui un solo romanzo) che il regista ha dichiarato di ispirarsi per questo ennesimo viaggio in un mondo tanto immaginario quanto affollato di riferimenti alla realtà.

Ai quasi immancabili Bill Murray ed Owen Williams (chi non li ricorda ne I Tenenbaum?) si aggiungono altri attori che vanno da Ralph Fiennes a Murray Abraham passando per Tony Revolori, eccellente esordiente e coprotagonista che finisce con il rappresentare la persona costantemente nel mirino di tutti i razzismi (grazie anche al suo volto che è quasi un’assemblaggio alchemico di etnie). Si sorride di gusto e tanto delle innumerevoli avventure, il che non cancella, anzi accentua, la riflessione su quelle frontiere che troppo a lungo in Europa hanno costituito punti di non ritorno per decine di migliaia di persone arrestate e fatte sparire e oggi si ripresentano con altre modalità meno tragicamente evidenti ma sempre fondamentalmente ostili.

Questo film però vuole essere anche, fin dal suo tanto astratto quanto acutamente lieve inizio, una riflessione sull’arte del narrare. E forse sull’arte di essere se stessi, conservando (fino all’ilare paradosso o parossismo!) garbo, stile e buone maniere, anche in un mondo turpe e violento, anche quando un rude, spietato e sanguinoso mercenario sta per farci precipitare in un mortale dirupo. Possiamo verosimilmente supporre che sia il film della maturità di Andreson: senza la minima sbavatura, con un ritmo perfetto, dialoghi ficcanti e irresistibili e una matryoshka mandalica di livelli narrativi e di lettura. Per non parlare della fotografia, dei costumi e delle interpretazioni magistrali.

Massimo Lanzaro

 

La sindrome acuta da stress descritta nel film “Nottetempo”

Nottetempo è l’opera d’esordio di Francesco Prisco con Giorgio Pasotti, Nina Torresi, Gianfelice Imparato, Esther Elisha e Antonio Milo, che arriva in sala il 3 Aprile.

Una corriera si rovescia sul lato della strada e l’incidente fra incontrare tre persone che sembrerebbero non avere nulla in comune: un poliziotto intransigente, una ragazza innamorata e un cabarettista in difficoltà. “Da quel momento il destino si diverte a imbrogliare la sua tela, facendo leva sul caso come sulla volontà degli uomini” – ha detto qualcuno.

Attingendo sia alla poetica del caso (e del perdono) di Krzysztof Kieslowski che alle trame triangolari di Guillermo Arriaga la regia si ispira chiaramente a quella di Nicholas Winding Refn (come lo stesso Prisco ci dice con la dovuta umiltà in conferenza stampa). Tuttavia troppi snodi della trama, che ad un certo punto volge decisamente verso il noir, risultano poco chiari; molti antecedenti vengono omessi, lasciando lo spettatore più confuso che persuaso. In un certo senso c’è un aspetto dove questo film è invece quasi infallibile: quella che dovrebbe essere la metafora dell’incrocio di destini ad un medico potrebbe sembrare semplicemente la descrizione di una sindrome a lui familiare: l’ASD. E lo stesso medico potrebbe facilmente riconoscerene i sintomi nei tre protagonisti.

In psicologia e psichiatria il Disturbo Acuto da Stress (o ASD, Acute Stress Disorder) è la sindrome clinica acuta che, in alcuni casi, può conseguire a breve termine all’esposizione o al coinvolgimento in eventi “estremi”: traumi, catastrofi, incidenti o atti di violenza. Oltre che le vittime primarie, anche i soccorritori che sono coinvolti in situazioni critiche possono in alcuni casi sviluppare tale sintomatologia.

Massimo Lanzaro

“La Luna su Torino”. Dal 27 Marzo al cinema la poesia di Davide Ferrario

“Una Torino declinata in modo particolare, quella del 45° parallelo: è a metà strada tra Polo Nord e Polo Sud, un posto magico. Torino, come la mia città natale Casal Maggiore è attraversata dal 45° parallelo, è a metà del mondo”. Il regista Davide Ferrario ha presentato così “La luna su Torino”, film fuori concorso all’ottavo Festival di Roma. La storia si impernia su idee che Ferrario segue fin dagli esordi: quella della vita sul quarantacinquesimo parallelo che diventa metafora del vivere in equilibrio e quella della necessità di trovare da qualche parte una direzione, “una mappa che indichi come muoversi nelle relazioni umane”. La trama: Ugo, qarantenne, non ha mai combinato niente di serio, potendo contare sull’eredità ricevuta da adolescente. Ma i soldi stanno finendo e lui ha cominciato a subaffittare la villa in collina dove vive. I suoi inquilini sono Maria, 26 anni, impiegata, e Dario, ventenne, studente che sbarca il lunario lavorando in un singolare bioparco. Ugo è innamorato di Maria, lei, invece, è attratta da uno dei suoi clienti, Guido, sul quale però ha messo gli occhi anche la sua collega Eugenia. La situazione precipita quando l’ipoteca che pende sulla casa sta per scadere e i tre rischiano di ritrovarsi per strada. Tante “piccole” cose mi sono piaciute, al di là del solito garbo colto e raffinato che impregna e impreziosisce i film di Ferrario. E’ una pellicola che trascina l’animo in una dimensione “blurred”, lo sguardo è velato della vaghezza dei fatti immaginativi mentre le identità dei personaggi si iscrivono in uno spazio si indefinito, ma senza ombra di moralismo. Alcune trovate (le vicende della tartaruga, la metafora del guardalinee, i riferimenti alle Operette morali di Leopardi e a Pasolini) sono volumi di ossigeno puro per l’enfisematoso cinema italiano di questi tempi. Come anche il tema portante della precarietà, non filtrato in senso sociologico ma poetico-metafisico. Ritorna dunque il 45° parallelo, già raccontato da Ferrario nel documentario “Sul quarantacinquesimo parallelo” del 1998. “Partendo da Torino e andando a est arrivi in Mongolia: non so quale – dice Ferrario- ma c’è un significato”. In conferenza stampa forse non a caso si fece anche cenno agli atti psicomagici di Jodorowsky, surrealista, grande ammiratore di André Breton che teorizzò ed elaborò una forma d’arte che abbia come fine la guarigione, la “Psicomagia”. Per mezzo di quello che egli chiama “atto effimero”, propone all’interlocutore un gesto da realizzare, in apparenza privo di logica, ma in realtà carico di un dirompente impatto emotivo che lo porterà a vedere e percepire la propria realtà da un punto altro, diverso e nuovo. Invece di spiegare il nesso col film, mi limito a dire che in esso ne vedrete alcuni, di atti esteriormente astrusi per usi apparentemente astratti.

Massimo Lanzaro

 

Tra ipocondria, supercondria e rupofobia. A marzo in Italia il nuovo film di Dany Boon, il regista di “Giù al Nord”

 

Dany Boon, nome d’arte di Daniel Hamidou (Armentières, 26 giugno 1966), è un comico, attore, regista, sceneggiatore e produttore cinematografico francese, di padre cabilo e di madre francese. Dopo il clamoroso successo di “Giù al Nord” e quello più contenuto di “Niente da dichiarare?”, Boon scrive, dirige e interpreta una nuova commedia che conferma il suo senso del contemporaneo e il suo fiuto per il commerciale. Distribuita da Eagle Pictures dal 13 marzo esce infatti Supercondriaque, titolo tradotto in italiano come “Supercondriaco”, un funzionale apax per quanto ne sappia il sottoscritto.

La storia: all’alba dei 40 anni, Romain Faubert non è “ancora” sposato e non ha figli. Fotografo per un dizionario medico online, Romain è vittima di timori patologici che segnano la sua vita ormai da tempo. Il suo unico vero amico è il dottor Dimitri Zvenka, suo medico curante.

“Questo film è diventato un modo per esorcizzare le mie manie, riuscendo a far ridere gli altri attraverso me stesso. – ha dichiarato Boon – Il mio film da regista senz’altro più riuscito”. Nel cast anche Alice Pol, Jean-Yves Berteloot e Judith El Zein.

Lo consiglierei? Tutto sommato forse si. Perchè è sufficientemente divertente, diciamo oltre la media di quello che si trova in giro di questi tempi. Ed è una idea originale ben sceneggiata. Tecnicamente inesatto, forse pure inelegante ma poco importa. Se invece interessasse l’aspetto scientifico e il merito delle “inesattezze”, di seguito ecco qualche definizione e alcune considerazioni.

Abbiamo detto che la supercondria non esiste. L’ipercondria invece è lo stato mentale di colui che, pur presentando dei sintomi di una qualsiasi malattia, ritiene comunque di essere in buona salute.

In medicina, e più informalmente nel linguaggio comune, il termine ipocondria (o patofobia) si riferisce ad un disturbo psichico caratterizzato da una preoccupazione eccessiva e infondata di una persona riguardo alla propria salute, con la convinzione che qualsiasi presunto sintomo avvertito dalla persona o una qualsiasi visita medica di routine possa essere segno o rivelare una qualche patologia. Chi soffre di ipocondria viene detto nel linguaggio comune “malato immaginario”.

La rupofobia (dal greco ῥύπος, rùpos, «sudiciume») è il timore pervasivo, eccessivo e per lo più ingiustificato dello sporco e della conseguente possibilità di contaminazione. Il soggetto che ne è vittima compie ripetutamente l’atto della pulizia su se stesso (ad esempio il lavaggio continuo delle mani) o sull’ambiente che lo circonda (ad esempio la casa).

Viene annoverato nei disturbi di ansia che rivela, secondo l’interpretazione della psicologia analitica, che non riusciamo a gestire la dimensione ombra (Jung), cioè le parti nascoste di noi; nel rito della pulizia si cercherebbe, pertanto, ipersempificando, di sbarazzarcene. Secondo altri il problema originario sarebbe legato a tematiche sessuali irrisolte, ma non mi dilungherò sull’argomento in questa sede.

Qualche esperto ritiene che il paradigma della pulizia imposto dai mezzi di comunicazione, dalla letteratura, dalle arti e così via, possa influire sulla diffusione di questa fobia. Altresì è possibile che il fenomeno sia interpretabile come un’esasperazione del fatto che si possa, banalmente, aver paura di rimanere sporchi. E’ meno infrequente di quel che si pensi: si narra ad esempio che Winston Churchill soffrisse di rupofobia.

A questo punto consentitemi anche una ulteriore digressione a riguardo.  Mezzo secolo fa veniva pubblicato Miti d’oggi, il saggio con cui Roland Barthes analizzava la società di massa degli anni Cinquanta. Sotto la sua lente, gli oggetti della vita quotidiana e dei media diventavano la chiave di lettura per capire il proprio tempo e la società.

Per Barthes, il mito non sta nelle cose in sé, ma nel modo in cui esse vengono comunicate. Il principio della cultura di massa “sta nella capacità di trasformare il culturale in naturale”. Ciò che è stato artificialmente costruito diventa, attraverso la comunicazione di massa, qualcosa che ci appartiene indissolubilmente. Riaprendo le pagine che esaminano la differenza narrativa fra liquidi saponificanti e polveri detersive verrà fuori che laddove i primi vengono pubblicizzati come prodotti eroici che uccidono brutalmente lo sporco, le seconde assumono il ruolo dell’infido agente di polizia che scopre la sporcizia nei meandri più segreti dei tessuti.

Questo apre una riflessione stimolante sull’intreccio contemporaneo tra comunicazione di massa, sociologia, antropologia e psicopatologia. Ma è di una commedia che stavamo parlando qui, vero?

Massimo Lanzaro

Lovelace. Tra fama, pornografia, violenze domestiche, sesso e sfruttamento

Lovelace è un film biografico diretto da Robert Epstein e Jeffrey Friedman. La pellicola tratta la storia vera di Linda Susan Boreman, dall’incontro col primo marito Chuck Traynor fino alla sua crociata contro l’industria del porno. La pellicola viene presentata il 22 gennaio 2013 al Sundance Film Festival ed in febbraio al Festival internazionale del cinema di Berlino. E’ stata distribuita nelle sale cinematografiche statunitensi a partire dal 9 agosto 2013 e in Italia sarà nelle sale il 27 marzo 2014, a cura di Barter Multimedia.

I fatti vengono riproposti a distanza di 40 anni. Nel 1972, prima dell’avvento di Internet e dell’esplosione dell’industria del porno, “Gola Profonda” fu un fenomeno: si trattava del primo film pornografico pensato per il cinema, con una vera e propria trama, dello humour ed una sconosciuta ed improbabile protagonista. Costato complessivamente 25.000 dollari, la pellicola ne incassò, nelle varie trasmissioni mondiali, 100 milioni (600 con l’uscita in home video): il guadagno è (in proporzione al costo del film) vicino a quello di opere come “Titanic”, “E.T.” e “Biancaneve e i sette nani”.

In Italia il film arrivò nel 1975 con il titolo “Gola profonda”, successivamente cambiato in “La vera gola profonda”, per via di un’omonimia (“Gola profonda” uscito nel 1974). Il grande successo di questo e di altri film pornografici determinarono verosimilmente qualche anno dopo la comparsa delle prime sale “a luci rosse”.

Questa la storia (spoilers):

Nel tentativo di fuggire dalla morsa di una famiglia severa e religiosa (Sharon Stone interpreta Dorothy Boreman), Linda scoprì la libertà quando si innamorò e sposò il carismatico amante e protettore Chuck Traynor (Peter Sarsgaard). Sotto lo pseudonimo di Lovelace divenne una celebrità a livello internazionale, non tanto come pin up di Playboy (“non aveva i fianchi giusti”), ma in quanto “accattivante ragazza della porta accanto con lentiggini ed una capacità notevole nella pratica della fellatio” (sic). Completamente immersa nella sua nuova identità, Linda assurge ad entusiasta portavoce della libertà sessuale e dell’edonismo senza freni. Sei anni più tardi presentò al mondo un’altra versione dei fatti, in cui emergeva come sopravvissuta ad una storia molto buia. Si sottopose alla macchina della verità per certificare l’attendibilità del suo racconto ad un editore, e raccontò la sua storia nell’autobiografia “Ordeal”, dove scrisse di essere stata costretta a girare film a luci rosse dal marito, “che la picchiava, la faceva prostituire e che non aveva esitato a puntarle addosso una pistola”.

A portare sul grande schermo questa storia sono il duo di registi Rob Epstein e Jeffrey Friedman che hanno da sempre mostrato grande capacità nel riprendere personaggi complessi e/o controversi: dall’opera Premio Oscar “Common Threads: Stories from the Quilt”, passando per “Lo schermo velato”, l’adattamento della pioneristica ricerca di Vito Russo sull’evoluzione degli stereotipi sugli omosessuali nei film di Hollywood, fino all’analisi delle vite degli omosessuali in Germania prima e dopo il Terzo Reich in “Paragraph 175”.

Il loro approccio ponderato e rispettoso è stato applicato anche nella loro prima prova in un film non documentario, il biopic su Allen Ginsberg “Urlo”, con James Franco, Jeff Daniels, Jon Hamm e Mary-Louise Parker. Ora il duo racconta con discreta sensibilità (e qualche passaggio a vuoto) la storia di Linda (Amanda Seyfried, bravissima), in cui il respiro sulla presunta libertà ed emancipazione raggiunta dalla donna negli anni Settanta viene soffocato da una violenza graduale che si fa ragnatela e a cui è difficile sottrarsi.

Massimo Lanzaro

HER di Spike Jonze. Tra amore puro, sesso virtuale e intelligenze artificiali

Sebastião Salgado, il maestro di fotografia brasiliano, in un’intervista recente a “Che tempo che fa” ha affermato che “l’effetto collaterale di fare tante foto è che si fotografa molto meno (che ci sono poche buone fotografie)”. Analogamente altri hanno notato che nell’era della comunicazione globale c’è paradossalmente un’enorme assenza di comunicazione. Al punto che, immagina Spike Jonze, bisognerà in futuro ricorrere a scrittori impiegati da società che, utilizzando internet, producono lettere personali su commissione a persone che non sono più in grado di esprimere le proprie emozioni.

E’ il caso del talentuoso scrittore Theodore (il mostruosamente bravo e quasi irriconoscibile Joaquin Phoenix) che dopo la separazione con la moglie (Rooney Mara) è alquanto demoralizzato e poco incline ad accettare il divorzio. Quando un nuovo sistema operativo entra in commercio tutto cambia improvvisamente. Theodore scopre che questo OS è animato da un’intelligenza artificiale sorprendentemente umana.

Dimenticate chi dice che dipendenza da Internet e dipendenza dal computer sono ormai inscindibilmente legate.

Dimenticate chi dice che le dimensioni cyber-sessuale e cyber-relazionale diventano rapidamente più importanti per l’individuo, spesso a scapito dei rapporti nella realtà con la famiglia e gli amici reali.

Dimenticate Spielberg e i temi di Philip K. Dick, le varie utopie e distopie di cui questa non è affatto una mera variazione.

Cercherò di dimenticare a mia volta (per ora) di voler scrivere una recensione, in cui potrei elogiare la sceneggiatura solidissima e sfaccettata, la fotografia dai colori caldi e dai guizzi sorprendenti, o le musiche degli Arcade Fire. In cui potrei dire che di Spike Jonze il talento raffinato si vedeva dal mattino: chi non ha amato Essere John Malkovich (1999) e Il ladro di orchidee (2002)? In cui dovrei dire che “Lei” è stato nominato al Golden Globe e a quattro Oscar, vincendo quello per la Miglior Sceneggiatura (l’Oscar più azzeccato dell’anno).

Questi sarebbero motivi fatti di parole e questa pellicola è invece poesia allo stato puro, uno specchio che è stato sempre là, senza tempo, “sotto tredici miliardi di stelle”. Uno specchio che conduce all’essenza, dove le parole non possono più. Da quelle parti risiede l’anima mundi.

Massimo Lanzaro

Allacciate le cinture, di Ferzan Ozpetek. Psico-recensione di un film commovente sul mutare dei sentimenti nel tempo

Dal 6 marzo in 350 copie con la 01 della Rai e la produzione del duo Tilde Corsi e Gianni Romoli, quelli dei primi cinque film di Ozpetek, esce il melò corale costruito intorno al personaggio di Kasia Smutniak.

La Smutniak interpreta una ragazza di buona famiglia che vive con una madre un po’ mesta, Carla Signoris, e una zia eccentrica, Elena Sofia Ricci. E’ fidanzata con Francesco Scianna mentre la sua amica del cuore ha un flirt con Francesco Arca, un meccanico rozzo dal torace possente. Nell’arco dei successivi anni ci vengono raccontati i cambiamenti della fisicità, delle emozioni e degli equilibri esistenziali che si intersecano con le inevitabili turbolenze di percorso (da cui il titolo).

Poiché tutti hanno già detto quasi tutto di questo film, a partire dall’ubiquitario aneddoto raccontato da Ozpetek, di aver pensato a questo film vedendo una coppia di amici e scoprendo l’intensità del loro amore, proverò a dire qualcosa che forse non troverete altrove.

Elisabeth Kübler-Ross (Zurigo, 8 luglio 1926 – Scottsdale, 24 agosto 2004) è stata una psichiatra svizzera che ha lavorato con malati di neoplasie, ha scritto “La morte e il morire”  pubblicato nel lontano 1969. Chiave del suo lavoro è la ricerca del modo corretto di affrontare la sofferenza psichica, oltre che quella fisica.

Il suo modello a cinque fasi rappresenta uno strumento che permette di capire le dinamiche mentali più frequenti della persona a cui è stata diagnosticata una malattia grave, ma gli psicoterapeuti hanno constatato che esso è valido anche ogni volta che ci sia da elaborare un lutto solo affettivo o ideologico. Ed è anche e forse soprattutto di questo parla Ozpetek, di amore e sofferenza nell’arco di micro e macro fasi della vita.

Quelle descritte dalla Kübler-Ross possono anche alternarsi, presentarsi più volte nel corso del tempo, con diversa intensità, e senza un preciso ordine, dato che le emozioni non seguono regole particolari, ma anzi come si manifestano, così svaniscono, magari miste e sovrapposte:

1. Fase della negazione o del rifiuto: “Ma è sicuro, dottore, che le analisi siano fatte bene?”, “Non è possibile, si sbaglia!”, “Non ci posso credere”.

2. Fase della rabbia: dopo la negazione iniziano solitamente a  manifestarsi emozioni forti quali rabbia e paura, che esplodono in tutte le direzioni, investendo i familiari, il personale ospedaliero. Una tipica domanda è “perché proprio a me?”.

3. Fase della contrattazione o del patteggiamento: in questa fase la persona inizia a verificare cosa è in grado di fare ed in quali progetti può investire la speranza, iniziando una specie di negoziato, che a seconda dei valori personali, può essere instaurato sia con le persone che costituiscono la sfera relazione del paziente, sia con le figure religiose. “se prendo le medicine, crede che potrò…”, “se guarisco, poi farò…”. In questa fase, la persona riprende il controllo della propria vita, e cerca di riparare il riparabile.

4. Fase della depressione: rappresenta un momento nel quale il paziente inizia a prendere consapevolezza delle perdite che sta subendo o che sta per subire e di solito si manifesta quando la malattia progredisce ed il livello di sofferenza aumenta.

5. Fase dell’accettazione: quando il paziente ha avuto modo di elaborare quanto sta succedendo intorno a sé, arriva ad un’accettazione della propria condizione ed a una consapevolezza di quanto sta per accadere.

Orbene non è che Ozpetek ha “inventato” e descritto una fase ulteriore, quella della sublimazione ironica post-accettazione, fatta di forza, garbo e delicatezza, ma nei suoi dialoghi ci va molto, molto vicino.

Credo che anche in questo risieda la forza del film: riesce a sdoganare con eleganza e tatto classici argomenti ostici, mescolando sapientemente lacrime e risate. Un pò si vede che gli attori si erano concentrati principalmente sulla parte drammatica, al punto che quella iniziale un po’ ne risente.

Dimenticavo: chi riesce a non farsi emozionare dalla voce di Rino Gaetano che inonda prepotentemente i titoli di coda, mi dica come si fa.

 

Massimo Lanzaro

Guida Perversa. Il cinema che legge tra le righe della realtà

A sei anni dall’uscita di ‘The Pervert’s Guide to Cinema’, torna (uscito all’inizio del mese, ma in questi giorni si trova ancora in qualche sparuta sala) una nuova “guida” del filosofo e psicoanalista sloveno Slavoj Žižek, realizzata nuovamente in collaborazione con la regista Sophie Fennes (sorella di Ralph e Joseph): ‘Guida perversa all’Ideologia’.

Roba di nicchia, di quella che passa inosservata, tuttavia a mio modesto avviso un must per chi ama il cinema e forse non solo. Žižek è stato o è un collaboratore regolare di numerosi giornali e riviste, fra cui New Left Review, London Review of Books, Critical Inquiry e The Guardian. Lo conosce già, dunque, chi lo ha letto in lingua originale, o in italiano sulla rivista ”Internazionale”. In questo nuovo film, attraverso i classici del cinema e i brand più pop del nuovo millennio lo scrittore sloveno  prova a spiegarci “che cos’è l’ideologia”.

Perché “guida perversa”? In realtà l’aggettivo “pervert” si lega per zeugma anche al sostantivo cinema. Il cinema è perverso! Nonostante sia comunemente associata a connotazioni sessuali, la perversione è anche un termine tecnico che la psicanalisi lacaniana usa per indicare la certezza che un soggetto ha di sapere ciò che l’Altro vuole. Il perverso è definito da una mancanza di interrogazione. E parafrasando Žižek, il cinema è un’arte perversa perché non ci offre quello che desideriamo, ma, al contrario, ci dice precisamente come desiderare, ci addestra a farlo mentre ne siamo più o meno consapevoli.

Questo concetto lo spiegano benissimo due delle pellicole prese corposamente in esame in questa “guida”: ‘Essi vivono’ (1988) di John Carpenter e ‘Operazione diabolica’ (1966) di John Frankenheimer.

Consideriamo la prima, ad esempio. ‘Essi vivono’ è un film di fantascienza degli anni Ottanta che include bizzarri alieni, un improbabile lottatore e un sacco di occhiali da sole. Mentre a prima vista, la pellicola può sembrare insomma un calderone pieno di sciocchezze, contiene in realtà un forte messaggio riguardo all’utilizzo dei mass media. Le lenti “radiografiche” indossate da John Nada sono la modalità operativa necessaria per disoccultare la menzogna ideologica; per metterla a fuoco occorre inforcare gli occhiali e non toglierli come recita il luogo comune.

Nei suoi 134 minuti poi ‘The Pervert’s Guide to Ideology’ estrae dal cilindro sequenze da: ‘Tutti insieme appassionatamente’, ‘Arancia meccanica’, ‘M*A*S*H’, ‘Full Metal Jacket’, ‘Il trionfo della volontà’, ‘Lo squalo’, ‘The Fall of Berlin’, ‘Gli amori di una bionda’, ‘Titanic’, ‘Brazil’, ‘Sentieri selvaggi’, ‘Taxi Driver’, ‘Zabriskie Point’. Žižek usa le varie situazioni narrative per illustrare punti teorici o per riflettere sull’ideologia contemporanea.

Immagino sia lecito attendersi che qualcuno storca il naso per la logorrea dogmatica e l’esibizionismo di questo istrionico narratore, che la Fiennes asseconda in tutto e per tutto. Ad altri poi non piacciono le opere che sembra  “dimostrino un teorema”, un po’ alla Michael Moore. Personalmente mi limito ad augurare che prima o poi questi due film diventino una trilogia.

Massimo Lanzaro

“IL MISTERO DI DANTE” a Trastevere

Carissimi,
a partire da Venerdi 21 Febbraio per una settimana esce a Roma “Il Mistero di Dante” al cinema FilmStudio a Trastevere.
Una nuova opportunità per il pubblico romano di poter godere del fascino che emana della pellicola del regista Luois Nero.
Non perdete questa occasione!

www.altrofilm.it

Monuments Men: Clooney ci ricorda il valore dell’arte come elemento di memoria storica

La pellicola è la trasposizione cinematografica del libro omonimo, basato, come si suol dire, su una storia vera (The Monuments Men: Allied Heroes, Nazi Thieves, and the Greatest Treasure Hunt in History) scritto da Robert M. Edsel nel 2009.

“Mi trovavo a Firenze” – raccontò Edsel – “Un giorno stavo attraversando Ponte Vecchio, l’unico ponte che i nazisti avessero risparmiato durante la loro fuga nel 1944, quando ho ripensato a quello che è stato il peggiore conflitto della storia e mi sono domandato come fossero riusciti a sopravvivere tanti tesori artistici e chi li avesse salvati. Ho voluto trovare una risposta a queste domande.”

La risposta è (pressapoco): mentre le forze alleate stavano sferrando il loro attacco alla Germania lo storico dell’arte Frank Stokes (Clooney nel film) ottiene l’autorizzazione da Roosevelt in persona di mettere insieme un gruppo di esperti che cerchi di recuperare le opere d’arte trafugate dai nazisti per salvarle e restituile ai legittimi proprietari. Si trova quindi alla guida un gruppo di sette non più giovani e poco in forma  direttori di museo, curatori, artisti, architetti e storici dell’arte, insomma un singolare manipolo di eroi improbabili, arrugginiti e volenterosi.

I Monuments Men erano di fatto impegnati in una corsa contro il tempo. Mentre gli Alleati convergevano su Berlino, Hitler era poco propenso ad accettare una resa incondizionata: se non avesse potuto avere la Germania, nessun altro l’avrebbe avuta. “Con quello che fu chiamato ‘Ordine Nerone’”, ha spiegato Clooney, “Hitler ordinò la distruzione di tutto: ponti, ferrovie, apparecchi di comunicazione – e anche le opere d’arte. Tutto”.

Cosa convince: il cast è un plotone di star, per lo più in forma: George Clooney, Matt Damon, John Goodman, Jean Dujardin, Hugh Bonneville e Bill Murray (sulla sua scelta e sulla esilarante coppia che forma con Bob Balaban ci sono però pareri discordanti). Ad aiutarli inoltre una raffinatissima Cate Blanchett nei panni della “collaborazionista” Rose Valland. Tutti al servizio di una riflessione sul valore dell’arte e della vita umana.

Cosa non convince: la trionfante retorica patriottica e militarista, alcune sbavature nella sceneggiatura e una dose eccessiva di spensieratezza stridente, data la drammaticità del periodo storico narrato. Aggiungiamo le caratterizzazioni vaghe dei personaggi e la sensazione che di arte si sarebbe potuto parlare in maniera più approfondita, avendo creato “l’occasione”.

Conclusione: non si tratta di Schindler’s List, ma è un ritratto della seconda guerra mondiale da una prospettiva abbastanza inedita ed un gradevole omaggio ai protagonisti silenziosi di una pagina sconosciuta della storia contemporanea.

Massimo Lanzaro

Zoran, una insolita recensione

Cinema e psicopatologia nell’opera prima di Matteo Oleotto.

Introduzione

Matteo Oleotto prima di diventare regista ha lavorato come telefonista in un call-center, come bagnino, in una ditta di traslochi, in un autolavaggio, come operaio in una ditta di microcomponenti, e tra varie altre cose come assistente notturno di un ospedale psichiatrico. Si è poi diplomato come attore all’Accademia d’Arte Drammatica Nico Pepe di Udine e poi come regista al Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma.

Istruzioni per l’uso di questo breve scritto

A. Dare uno sguardo alle 3 premesse.
B. Se è possibile, cortesemente vedere il film.
C. Se ancora interessa, leggere il resto (e magari rileggere con più attenzione le 3 premesse).
D. Qui sotto c’è spazio per i vostri commenti. Dai… basta compilare il modulo!

Prima Premessa

scémo: agg. e s.m. (f. -a) [der. di scemare, propr. part. pass. senza suffisso; ma col sign. 1, semus è già presente nel lat. mediev. (sec. 13°)]. –

1. aggettivo:
a. Scemato, non pieno, non intero: il fiasco è un po’ scemo; la luna è già scema; m’accorsi che ’l monte era scemo (Dante), incavato a modo di valle; arco scemo, arco a sesto ribassato (v. arco, n. 4). Fig.: investigatore… di chi scemo nella fede sentisse (Boccaccio), non pienamente credente, eretico.
b. ant. o letter. Mancante, privo: Ma Virgilio n’avea lasciati scemi Di sé (Dante); Festi, barbar crudel, del capo scemo Il più ardito garzon (Ariosto); le voglie indegne, E di nervi e di polpe Scemo il valor natio, son vostre colpe? (Leopardi); lunga vita Vivrò scema di affanni (Giusti).

2. più comune:
di persona; scarso d’intelligenza.

Seconda Premessa

Hans Asperger chiamò i suoi pazienti “piccoli professori”, basandosi sull’idea che bambini o persone poco più che adolescenti potevano avere un bagaglio di conoscenze nei loro campi d’interesse (fossero pure il canto o il gioco delle freccette) pari, se non superiori, a quello dei professori universitari. Questo perché gli individui con Sindrome d’Asperger hanno un’intelligenza nella norma se non superiore, a scapito però di una capacità d’interazione sociale nettamente inferiore e ben più problematica. L’alienazione sociale delle persone con la sindrome di Asperger è così intensa fin dall’infanzia che molti si creano amici immaginari per compagnia. Ciò può condurre all’acquisizione di elevatissime capacità (nel campo tecnico-informatico, nella creazione di giochi di ruolo, nelle attività astratte logico-matematiche, nell’intuito musicale).

L’intensa attenzione e la tendenza a cercare di capire logicamente le cose può sì garantire alle persone con Sindrome d’Asperger un alto livello di abilità nei loro campi d’interesse specifico, ma al prezzo di grandi difficoltà nella comunicazione e nel farsi comprendere dal “mondo sociale”.

Gli individui portatori di questa sindrome (la cui eziologia è ignota) presentano quindi una persistente compromissione delle interazioni con gli altri, schemi di comportamento ripetitivi e stereotipati, e hanno un linguaggio buono superficialmente, ma formale/ampolloso/pedante e difficoltà ad afferrare un senso diverso oltre quello letterale. Diversamente dall’autismo classico, non si verificano significativi ritardi nello sviluppo del linguaggio o dello sviluppo cognitivo.

Terza Premessa

Il termine “borderline” ha una lunga storia. A partire dal XVIII secolo, un ristretto numero di medici iniziò a studiare i pazienti ricoverati negli ospedali psichiatrici, scoprendo che alcuni di questi non avevano assolutamente perso la  capacità di ragionare. Seppure in grado di distinguere cosa fosse reale da cose non lo fosse, soffrivano tuttavia terribilmente per tormenti emotivi causati dall’impulsività e dalla rabbia, oltre che per una complessiva difficoltà nella gestione di sé. Sembravano vivere in una zona di confine (“borderline”, appunto) tra la follia e la normalità. Per tutto il secolo successivo questi soggetti, che non erano né folli né sani mentalmente, continuarono a mettere in difficoltà gli psichiatri. Era in questa “zona di confine” che la società e gli psichiatri avevano collocato alcuni criminali, gli etilisti, le persone instabili emotivamente e imprevedibili nel comportamento, allo scopo di separarli da un lato da quelli con patologie psichiatriche chiaramente definite (ad esempio quelli che poi verranno definiti come schizofrenici e maniaco depressivi o con disturbo bipolare), e dall’altro dalle persone “normali”.

Breve Recensione

La storia, molto apprezzata alla settimana della critica a Venezia, si svolge in un piccolo centro vicino Gorizia, nel nord-est italiano al confine con la Slovenia. In questa terra, incrocio di lingue e tradizioni differenti si barcamena Paolo Bressan (Giuseppe Battiston), un quarantenne che lavora di malavoglia in una mensa per anziani e insegue senza successo l’idea di riconquistare la sua ex moglie.

Battiston è impulsivo, collerico ma anche grosso, ingombrante, al punto che si viene talora investiti dalla fisicità di quest’anima in pena che beve senza respirare. Un giorno gli arriva una “eredità” inaspettata da una zia slovena, deceduta nel frattempo a sua insaputa: riceve non denaro, bensì un nipote sedicenne in affidamento, Zoran (Rok Prasnikar), che dovrebbe ospitare per i giorni necessari al suo inserimento in una casa famiglia. Essere zio non lo alletta, ma quando si accorge che il timido e impacciato Zoran è portentosamente bravo nel gioco delle freccette, pensa di farlo  partecipare ai campionati mondiali, che hanno un ricco montepremi.

Questa è una commedia delicata, senza forza d’urto: il vino e l’animo umano devono essere trattati con il garbo necessario.  E’ un film che mira anche a mettere in scena un contesto quasi mai raccontato (la provincia friulana) e i rapporti inconsueti che intrattiene con la limitrofa Slovenia. Ed è un film sui rapporti umani. Tutti questi argomenti Oleotto e gli altri sceneggiatori li conoscono piuttosto bene.

Epilogo

Tra confini geografici e psicopatologie di confine, un sogno la cui realizzazione è a portata di mano, che sembra essere l’elemento distintivo del film, non ne diventa il cardine assoluto. Del resto il triplo 20 vale 60 punti, quindi non è (sempre) vero che bisogna mirare al centro, perché il centro che vale di più (talora) è altrove.

Massimo Lanzaro

http://www.ilquorum.it/zoran-una-insolita-recensione

 

Principi? No, principesse!

Principi? No, principesse!

Uno sguardo al nuovo prodotto della Disney, stabilmente in cima al box office

Frozen – Il Regno di Ghiaccio è un film del 2013 diretto da Chris Buck e Jennifer Lee. È un film animato al computer, prodotto dalla Walt Disney Animation Studios e distribuito dalla Walt Disney Pictures. È vagamente ispirato alla fiaba di Hans Christian Andersen “La regina delle nevi”. Diciamo invero che entrambe le storie hanno in comune la neve e nulla più: “La regina delle nevi” è una delle fiabe più belle e lunghe di Andersen, divisa in sette sezioni, ognuna delle quali descrive una vicenda compiuta. Questo invece è il 53° Classico Disney ed è stato distribuito negli Stati Uniti il 27 novembre 2013, mentre in Italia il 19 dicembre.

Vi si narra di una principessa, Elsa, primogenita della famiglia reale di Arendelle, nata con un particolare potere magico: può infatti creare e manipolare il ghiaccio e la neve. Finché è bambina, questo particolare dono sembra una simpatica magia, tanto che lei lo usa per giocare insieme alla sua sorellina Anna.

Il film segue fondamentalmente la formula Disney e fa un po’ di pasticci con alcuni ingredienti, in particolare la musica e i relativi testi, con passaggi addirittura un po’ fastidiosi. Molte cose tuttavia funzionano egregiamente, a cominciare dall’atmosfera magica e la cura per il dettaglio animato. I  bambini in sala trovano la renna e il pupazzo di neve molto divertenti, e si sentono fragorose risate ogni volta che sono sullo schermo.

La dicotomia tra calore, spirito di carità, energia cosmica che tende e fa tendere all’unità e l’indifferenza, la mancanza di compassione per le sofferenze degli altri, il disinteresse e “la freddezza nei rapporti” costituiscono il presupposto della coerenza cinematografica archetipica, con qualche significativa variazione.

Si assiste ad una navigazione nei simboli della psiche, come sempre accade quando si ha a che fare con la fiaba, genere che pare pretesto per trascrivere miti, sogni, ed esercitare un’immaginazione molto attiva che dà indicazioni esistenziali.

Anche questa è la storia di una crescita, il racconto simbolico di un itinerario femminile dall’infanzia all’età adulta. In simili drammi solitamente l’anima che diventata “di ghiaccio”, simbolo di lontananza inattingibile, segno di una ferita profonda (che in questo caso sembra essere la mera nascita/peccato originale?) è solitamente in attesa di un uomo/eroe, vero e responsabile, capace di rispondere, che sappia scioglierla dal doloroso incantesimo. Qui invece prevalgono le istanze femministe: entrambe le principesse di Frozen sono forti, con curve sospette, ma capaci di fornire la soluzione, di “parlare per risolvere le cose”, senza brandire mai armi per tutto il film. Dei due protagonisti maschili, quello che più si avvicina ad incarnare i tipici principeschi tratti maschili come cavalleria e coraggio fisico viene fatto addirittura diventare “cattivo”. Che siano queste in essenza le “indicazioni esistenziali dell’inconscio collettivo” che vengono da questa fiaba?

Qualcuno ha notato che: “vi si riesce a capire e ad apprezzare ciò che Papa Francesco ha recentemente sottolineato nella sua esortazione apostolica Evangelii Gaudium (La gioia del Vangelo)”, che è “l’indispensabile apporto della donna nella società, con una sensibilità, un’intuizione e certe capacità peculiari che sono solitamente più proprie delle donne che degli uomini.”

Ah, dimenticavo: la proiezione del film viene anticipata da un nuovo cortometraggio di Topolino (Get a Horse!, diretto da Lauren MacMullan), risalente al primo periodo disneyano, utilizzando sia l’originale in bianco e nero sia la CGI, con la voce di Mickey Mouse ancora doppiata da Walt Disney in persona. Un momento “diacronico” davvero gustoso, quasi imperdibile, anche per i bambini “senior”.

Massimo Lanzaro

http://www.ilquorum.it/principi-principesse/

“Un artista non è mai povero”

L’importanza di (imparare a) non avere successo

http://www.ilquorum.it/limportanza-di-imparare-non-avere-successo/

L’importanza di (imparare a) non avere successo

Blue Jasmine, di Woody Allen, con Blanchett antieroina tragica

Il film racconta la storia della moglie mondana di un ricco uomo d’affari che dopo la separazione si ritrova senza soldi e senza casa. Partita da origini di certo non facoltose, per anni Jasmine pensa di aver conquistato quello che meritava: un marito (Alec Baldwin) – conosciuto sulle note di Blue Moon – che la riempie di frasi cortesi e costosi regali, villa a New York, cocktail in piscina, Martini da sorseggiare in giardino tra ameni e ricchi consimili.

Due precisazioni per cominciare.

Prima: quella che parte con l’aria di essere un’altra incantevole commedia confuta l’assioma di George Steiner secondo cui non ci sono oggi molte possibilità per la tragedia come forma d’arte, a meno di cercare il tragico in qualcosa di estraneo all’arte stessa (l’uomo d’oggi è infatti, secondo Steiner, saturato da catastrofi e da atrocità di fronte alle quali reagisce spesso con indifferenza).

Seconda: il personaggio di Jasmine sarebbe rimasto anonimo e appunto, “indifferente” senza l’interpretazione di Cate Blanchett (alcuni dicono “da Oscar”, personalmente non so: forse nella versione originale).

Questa pellicola diventa la feroce puntuale descrizione di un disagio personale che è però tremendamente attuale e che Allen mette a nudo e descrive con impietosa maestria. Alla radice della inquietudine, labilità affettiva e depressione disforica di Jasmine sembra infatti esserci l’”ansia da status” che minaccia tutti gli individui delle società a capitalismo avanzato. Quelle, per dirla con Alain De Botton, formatesi dopo la rivoluzione industriale e perfezionatesi in Europa e negli Stati Uniti nel Novecento. Uno stato di malessere profondo cui non giovano l’effetto dei cocktail di psicofarmaci e l’uso di superalcolici, che provoca profonde sofferenze e terribile fragilità.

Jasmine vola a San Francisco, dove vive la sorella, Ginger,  cassiera in un supermercato che ha per compagno un uomo rozzo e ignorante che “vive una vita felice e ancora ha l’energia per sognarne una ancora più felice”. Mentre Jasmine bussa alla sua porta quando ormai ha perso tutto eppure ancora è incapace di accettare fino alle estreme conseguenze la sua nuova condizione e la sconfitta. Arriva allo scacco matto di fronte alla contrapposizione senza via di uscita fra rassegnazione e successo, in una dimensione in cui l’accettazione è impossibile.

Il pensiero va alle riflessioni di Schopenhauer, agli esempi di romanzieri (Jane Austen) che smascherano i meccanismi dello snobismo e della esclusione sociale, così come si potrebbe passare agli artisti d’avanguardia, da Baudelaire a Bukowski, che si collocarono fuori dalla guerra per il successo a ogni costo.

“Loooser” contiene l’estrema accezione negativa che gli americani danno a questo termine e che in italiano si tradurrebbe più come “sfigato” che come “perdente”, epiteto chiave (a mio modesto avviso) che la  Jasmine dell’ora attuale proietta continuamente sugli altri.

C’è una grossa differenza tra uno sfortunato (“unfortunate”, non baciato dalla fortuna, termine ormai in disuso nella cultura anglosassone) e un perdente (“looser”). E questo forse mostra 400 anni di evoluzione nella società e la nostra idea di chi sia responsabile per le nostre vite. A chi sarebbe venuto in mente, del resto, di dare dello “sfigato” o del “perdente” ad Amleto?

Massimo Lanzaro

 

Violenza sulle donne e uomini cattivi

Ricordi e riflessioni ispirati da una pellicola di Chabrol del lontano 1993

Lo spunto per questo scritto, viene dalla recentissima giornata internazionale contro la violenza sulle donne. Nel mondo c’è una vera e propria “epidemia”: una donna su tre ha subito, a livello mondiale, abusi almeno una volta nella vita (dati OMS) e il 30 per cento di questi atti viene inflitto da un partner intimo. Anche in Italia, dove i casi sono aumentati da 84 nel 2005 a 124 nel 2012. E nel primo semestre del 2013 i casi di violenza sono stati 65. Molte di queste vittime riportano lesioni gravissime, qualcuna viene uccisa, le altre subiscono violenze di tipo persecutorio da cui escono segnate nel corpo e nell’animo.

In genere le cronache e le convinzioni popolari tendono ad applicare agli omicidi di donne lo schema del delitto passionale, commesso magari durante un “raptus” (termine ormai non più accettato dalla comunità scientifica) o sotto la spinta di una “temporanea follia” (definizione altrettanto molto discutibile). Questo modo di ragionare perpetua di solito due gravi malintesi: che siano delitti normalmente inevitabili, in quanto difficili da prevedere, oppure che si tratti di tragedie familiari e perciò appartenenti alla sfera privata, slegati da ogni contesto sociale più ampio e non privo di responsabilità.

Il fenomeno non ha né tempo né confini e non risparmia nessuna nazione, sia essa industrializzata o in via di sviluppo, in pratica una fragilità del sistema che si nutre di valori condivisi. Non conosce nemmeno differenze socio-culturali, perché vittime e aggressori appartengono a tutte le classi sociali e perché, al di là di quello che ci viene mostrato dai media, i rischi maggiori vengono da familiari, mariti, fidanzati o padri che siano, seguiti da amici, vicini di casa e colleghi di lavoro.

Ma cosa c’è dunque dietro gli uomini “cattivi”? Non credo di essere nel contesto appropriato per dare una risposta esaustiva o sistematica, c’è una vastissima letteratura in merito, e questa è una rubrica dove si parla di cinema. Tuttavia oggi rispolvero un film che parla proprio di violenza sulle donne: “L’inferno”, diretto da Claude Chabrol, che mi sento sinceramente di suggerire (a chi non lo abbia visto). Perché? Forse perché prova a descrivere una delle possibili risposte alla domanda precedente, ovvero: in alcuni casi, dietro (e dentro) gli uomini “cattivi” c’è una sindrome psichiatrica che si manifesta in modo subdolo e che può avere conseguenze anche terribili.

La narrazione descrive il percorso di un giovane uomo, Paul, proprietario di un albergo in riva ad un lago sui Pirenei, acquistato a costo di grossi sacrifici economici. Raggiunto lo scopo della sua vita, Paul si mette alla ricerca di una donna e conquista la “bella del paese”: l’esuberante e procace Nelly, che ben presto lo rende padre di un bel bambino.

L’albergo è accogliente e ben frequentato e costringe Paul a sottoporsi ad un lavoro di gestione continuo e stressante, a cui si aggiungono le frequenti bevute in compagnia degli ospiti, che lo rendono nervoso e insonne, tanto che si ritrova costretto a far (ab)uso di ipnoinducenti. Nelly, sua moglie, cerca di rendersi utile, aiutandolo nel lavoro e intrattenendo affabilmente gli ospiti. Ma tutto ciò non è visto di buon occhio dal marito. La donna cerca più volte di sdrammatizzare la situazione, ride della gelosia del marito, crede si tratti di un eccesso di amore, pensa si tratti di normalità. Purtroppo si intuisce che date le circostanze e gli sviluppi quella forse non era “la cosa giusta da fare”.

In psichiatria, il disturbo delirante è una forma di delirio cronico basato su un sistema di credenze illusorie che il paziente prende per vere e che ne alterano la percezione della realtà. Queste credenze sono in genere di tipo verosimile, come la convinzione di essere traditi dal proprio partner. Escludendo l’incapacità di valutare oggettivamente il sistema di credenze illusorie che danno origine al delirio, il paziente mantiene le proprie facoltà razionali e in genere le sue capacità di relazione sociale non sono inizialmente compromesse. Alcune forme di disturbo delirante venivano  tradizionalmente indicate come casi di paranoia, termine che oggi è in disuso nella comunità scientifica internazionale.

Come nel film la nascita del disturbo può non avere sintomi rilevanti dal punto di vista delle capacità dell’individuo di vivere una vita sociale relativamente normale, ma la sua degenerazione può insidiosamente modificare questa situazione. Inciso: purtroppo, senza alcun intervento adeguato, senza una identificazione precoce da parte di un professionista a volte questi uomini possono isolarsi progressivamente, diventare violenti e “cattivi”.

Tornando al film: lontano dal lirismo di un Bergman o dalle nevrosi intellettuali di un Allen, Chabrol segue la storia con l’occhio di uno scienziato, attenendosi al fatto reale e al dato psicologico. Ed è forse il motivo per cui a mio avviso è un autentico capolavoro.

Tratto da Il Quorum

http://www.ilquorum.it/violenza-sulle-donne-e-uomini-cattivi/

Massimo Lanzaro

Computer Sex per Don Giovanni 2.0

Esce il 28 Novembre in Italia la pellicola Don Jon di Joseph Gordon-Levitt

Don Jon è un film indipendente scritto, diretto ed interpretato da Joseph Gordon-Levitt, al debutto dietro la macchina da presa in un lungometraggio.
Il titolo del film inizialmente era Don Jon’s Addiction (la dipendenza – da cyberporno – di Don Jon); con questo titolo infatti la pellicola viene presentata al Sundance Film Festival. Successivamente il regista annuncia tramite il suo account facebook che avrebbe cambiato il titolo in Don Jon con la seguente motivazione: “Ho deciso di cambiarlo principalmente perché così è corto e semplice, se mi conoscete sapete che sono un fan della brevità. Secondo, avevo l’impressione che il vecchio titolo facesse giungere certe persone a certe conclusioni troppo in fretta. Alcune persone credevano fosse un film sulla dipendenza dalla pornografia e dal sesso, ma non è così”.
In effetti con un po’ di impegno ci si trovano vari registri di lettura. La storia sembra ruotare attorno a un ragazzo con una vita regolare e rituale. La messa, la palestra, la discoteca, gli amici. Ma la sua più grande passione è il porno online e, diciamo, una certa tendenza alla promiscuità nella vita reale.
Varie pubblicazioni scientifiche concordano sul fatto che per alcune persone la fruizione di pornografia può raggiungere livelli di abuso pari a quelli riscontrati con l’alcool, altre droghe, il gioco d’azzardo patologico (le cosiddette “nuove dipendenze”). Le conseguenze indicate in letteratura sono similmente nefaste con alcune conseguenze specifiche quali sessualizzazione del partner, incapacità di innamoramento profondo e ripercussioni sulla coppia.
Le fantasie del Cyber-Porn addict, oltre a non essere condivise da altri, non sono neanche individuali (come nella masturbazione “reale”), perché la mente non è più libera di immaginare, è “passiva” in quanto la pornografia si appropria della fantasia (idealizzata) di queste persone, stereotipandole alle sue immagini.
Joseph Gordon-Levitt suggerisce anche l’ipotesi che in parallelo questo condizionamento possa avvenire nell’animo della protagonista femminile, preda nel film di variazioni sul tema della soap opera colorata o della narrazione romantica.
Belli i tempi in cui la psicoanalisi ha visto in Don Giovanni l’uomo che passa da una donna all’altra perché, in fondo, è sempre prigioniero del complesso di Edipo e quindi irrimediabilmente innamorato della madre. O quelli in cui Claudio Risé ribaltò queste interpretazioni postulando che il seduttore rappresenti da un lato la negazione del sentimento e dell’amore e dall’altro un aspetto d’ombra, oscuro e violento del maschile. Non è l’attaccamento alla madre che lo caratterizza, ma piuttosto il suo rifiuto di accettare le regole del padre.
In realtà uno sguardo ai dialoghi che avvengono nella famiglia di Don Jon alla luce di questa prospettiva potrebbe restituirci quello che resta dell’anacronismo.
Comunque dopo aver sminuzzato e sublimato con simpatica e celere leggerezza gli aspetti seriosi e difficili, il film se li lascia alle spalle, per veleggiare verso originali domande, una nucleare: cosa accadrebbe oggi a Don Giovanni se incontrasse prima internet e youporn e poi Scarlett Johansson nei panni di una “velina alla ricerca di una sorta di Jack Dawson da ammaestrare”. E poi alcuni quesiti sussurrati: quante di queste persone e sfaccettature esistono davvero in ciascuno di noi? Quanto siamo condizionati dai messaggi e dai “trucchi” della multimedialità, di cui forse non sempre decodifichiamo il valore simbolico, la pervasività e il senso?
Gli ingredienti sono attuali e discretamente stuzzicanti, la risposta è minimalista (anche nella voluta alessitimia dei dialoghi), ma tutto sommato a tratti divertente. Menzione speciale per il montaggio e la fotografia.
La pellicola è stata distribuita nelle sale cinematografiche statunitensi a partire dal 27 settembre 2013, mentre in Italia arriva il 28 novembre.

Massimo Lanzaro
tratto da Il Quorum.it

http://www.ilquorum.it/computer-sex-per-don-giovanni-2-0/

Follie non convenzionali

Brevissima riflessione sull’essere “fuori strada”, in cui il cinema è un (buon) pretesto

Perché “Tir”, di Alberto Fasulo (il finto documentario su un camionista che guida il suo mezzo per le strade d’Europa) abbia ricevuto il massimo riconoscimento al Festival del cinema di Roma che si è appena concluso ha suscitato, non solo nel sottoscritto, ampie aperture a teorie dietrologie. Ad esempio sul Corriere della Sera,  Mereghetti parla complessivamente delle premiazioni così:  “follia collettiva (…) che ormai accompagna da troppo tempo una manifestazione che non ha ancora deciso di diventare davvero adulta”.

Delirio deriva dal verbo latino deliràre composto dalla particella “de”, indicante “allontanamento da”, “fuori da” e “lira”, solco: delirio è uscire dal seminato della ragione, essere in qualche modo fuori strada.

Si chiama appunto così (“Fuoristrada”) il documentario in concorso per la sezione Prospettive Doc Italia al Festival del Cinema di Roma, vincitore del premio Menzione Speciale, in cui Elisa Amoruso racconta con delicatezza, discrezione e ironia mai grossolana la storia di un amore inusuale in un paese forse un po’ troppo convenzionale.

Il protagonista è Pino, un meccanico che lavora nell’officina di Via Vetulonia nel quartiere di San Giovanni a Roma e che è anche un campione di rally. Un giorno decide di diventare donna e di chiamarsi Beatrice. Lungo il percorso sterrato (e “fuori strada”) della sua trasformazione incontra Marianna, una donna rumena che accetta la sua natura.

John Forbes Nash ha rivoluzionato l’economia con i suoi studi di matematica applicata alla “Teoria dei giochi”. I suoi deliri più ricorrenti riguardavano le visioni di messaggi criptati (provenienti anche da extraterrestri), il credere di essere l’imperatore dell’Antartide o il piede sinistro di Dio, l’essere a capo di un governo universale. Nonostante la malattia vince il premio Nobel per l’economia nel 1994 e, per così dire, al resto ci ha pensato Ron Howard.

A volte le persone “diverse”, quelle che vanno “fuori strada”, un po’ come  controcorrente, attraversando strade nuove e sconnesse. Non senza sofferenze talora enormi capita che ne escano trasformati. Talora invece si perdono purtroppo irrimediabilmente. Ma, come nel documentario della Amoruso, o come nel caso di Nash, potrebbero essere le persone più “vere” che abbiamo la ventura di “conoscere”.

E poi dietro la storia della follia, della (apparente) insensatezza e della relativa incomprensione non si cela in verità la storia della ragione (individuale o collettiva), nella sua irriducibile volontà di misurare, giudicare ed erigersi al di sopra di tutto?

Massimo Lanzaro
tratto da Il Quorum.it

http://www.ilquorum.it/follie-non-convenzionali/

Prisoners – Siamo tutti intrappolati?

 

E’ il nuovo film di Denis Villeneuve, regista canadese dello straordinario Incendies (La donna che canta, candidato all’Oscar come miglior film straniero nel 2011), che stavolta ha girato in inglese quello che sembra un thriller di rapimenti, con due attori del calibro di Hugh Jackman e Jake Gyllenhaal. Un cenno alla trama senza spoilers: in una (fin troppo) tranquilla cittadina dello stato della Pennsylvania, il giorno del ringraziamento viene turbato dalla inspiegabile scomparsa di due bambine, Anna Dover e Joy Birch, di sei e sette anni. I genitori, fra di loro amici, reagiscono nei modi più disparati (e disperati) mentreil detective Loki (Gyllenhaal, la sua interpretazione forse è una spanna su tutti) avvia le sue indagini fra intoppi burocratici e depistaggi.
Ma il vero discorso dove il film ci porta è sembrato a molti diverso (appunto dicevo: sembra un thriller). In realtà tutti i personaggi di Prisoners sono, appunto, prigionieri di qualcuno o qualcosa, o incarcerati dalla paura (rimossa), dalla rabbia (repressa), dal passato (non elaborato), da istanze di natura più o meno religiosa che finiscono inevitabilmente per seguire sinistri itinerari mistico-deliranti.
La eccellente caratterizzazione dei protagonisti, trincerati dietro armi, rifugi sotterranei e vecchi cancelli arruginiti, ciascuno con la sua personale idea di giusto e sbagliato, vendetta e giustizia, ma ciascuno a modo suo in un profondo stato di smarrimento e solitudine, forse incarna la parabola di una nazione.
Scrive Paola Casella su Mymovies.it:
“La riflessione più ampia riguarda gli Stati Uniti, raccontati come un paese che ha perso la fede e la capacità di proteggere i propri “figli”, pronto a ricorrere, e a giustificare metodi disumani che classificano il nemico come una non-persona, privandolo della sua essenziale umanità. Un luogo in cui la paranoia ha sostituito il buon senso e il caos domina sull’ordine, al di là delle apparenze e delle false sicurezze dell’American way of life”.
Chiaramente, mi sento di sottoscrivere e farne fonte di ulteriore riflessione, principalmente sulla natura delle  convinzioni di chi (nazione o religione o individuo) si sente nel giusto tanto da percepire quasi il dovere di imporlo agli altri.
Forse non c’entra, ma uscendo dalla sala mi è venuto anche in mente, così, che in parlamento di recente si è votato per la soppressione immediata della missione militare in Afghanistan, che all’Italia e’ costata 5 miliardi di euro.

Massimo Lanzaro

Da Il Quorum

http://www.ilquorum.it/prisoners/

 

Before Midnight (Harry ti presento Sally, all’infinito)

Da “Il Quorum”

http://www.ilquorum.it/midnight/

Qualche parola per chi non conoscesse Richard Linklater. Regista interessato a film indipendenti e minimali, dopo Slacker, esperimento narrativo sulle 24 ore della vita di 100 personaggi, e dopo la realizzazione di vari cortometraggi e super 8, nel 1993 gira il film La vita è un sogno. Nel 1995 realizza il film Prima dell’alba con Julie Delpy e Ethan Hawke, film con il quale vince l’Orso d’Argento per il miglior regista al Festival di Berlino. Tra gli altri lavori vi sono: Newton Boys con l’amico Matthew McConaughey, Waking Life e School of Rock con Jack Black. Nel 2004 sempre con Julie Delpy e Ethan Hawke, gira Before Sunset – Prima del tramonto, seguito di Prima dell’alba del 1995. Questa settimana (nei cinema dal 31 Ottobre) viene presentato l’ultimo capitolo della saga di Before Sunrise, ovvero Before Midnight, sempre con gli stessi attori dei precedenti.

Lo dice Mamet: il cinema basato soltanto sui punti culminanti, sui parossismi, per così dire, è figlio del cinema porno (ed imparentato ad alcune pellicole d’azione). Ecco. Questo è l’esatto contrario: due persone che parlano per un’ora e cinquanta vi cullano come una brezza soave, semplicemente, senza sussulti, mentre solcano, a velocità costante, le discussioni, le sfide concettuali e la fatica (inevitabile ma benefica) di comprendersi per restare uniti.

Se in “Prima dell’alba” Jesse e Céline si erano incontrati a Parigi e poi persi romanticamente per strada, in “Before Sunset” si ritrovavano sull’onda di un libro scritto da Jesse nel quale il Nostro raccontava esattamente la propria esperienza avuta con la bella francesina. Oggi, in “Before Midnight”, Jesse e Céline sono una coppia sposata, vivono da tempo a Parigi, sono in Grecia, “a sud del Peloponneso”, per una lunga vacanza nella quale Jesse conta di consolidare il proprio rapporto col figlio teenager Hank (Seamus Davey-Fitzpatrick), avuto dalla moglie precedente, colei che lasciò proprio per Cèline. Sullo sfondo ci sono anche diverse situazioni insolute o da risolvere.

Questo è stato uno dei film americani più amati dell’anno, a detta di molti, dei tre, il migliore.

Massimo Lanzaro

In mostra a Roma lo “sguardo” sul cinema di Natino Chirico

http://www.ilquorum.it/mostra-roma-lo-sguardo-sul-cinema-di-natino-chirico/

(Tratto dal quotidiano online Il Quorum)

Dall’8 al 15 novembre “Segno, Cinema e Colore”, 60 opere dedicate ai grandi della pellicola. Appuntamento da SET-Spazio Eventi Tirso

Evento ufficialmente inserito nelle Risonanze del Festival Internazionale del Film di Roma, patrocinato dal ministero dei Beni culturali, regione Lazio, provincia e comune di Roma, in collaborazione con l’Associazione Pediatrica Bambino Gesù.

Un omaggio ai grandi protagonisti del Cinema, da Charlie Chaplin a Marcello Mastroianni, da Federico Fellini ad Anna Magnani. Questo l’obiettivo di “Segno, Cinema e Colore”, la mostra dell’artista Natino Chirico che avrà luogo a Roma dall’8 al 15 novembre.

Un’esposizione strettamente collegata al Festival Internazionale del Film di Roma che si terrà proprio in quei giorni, tanto da essere inserita e consigliata nel palinsesto degli eventi collaterali della kermesse cinematografica. Ad ospitare l’evento sarà SET, Spazio Eventi Tirso, la location nel cuore di Roma, da mesi protagonista della vita culturale e artistica della Capitale.

Più di 60 opere tra dipinti, installazioni e sculture che ritraggono e raccontano il mondo di cellulosa ed i suoi protagonisti. La mostra, patrocinata dalla regione Lazio, ministero dei Beni culturali, provincia e comune di Roma, sarà anche l’occasione per fare del bene, visto l’impegno dell’artista a favore dell’Associazione Bambino Gesù Onlus, partner dell’iniziativa, che festeggia dieci anni della nascita e alla quale l’artista devolverà parte del suo ricavato.

Il Maestro ha avuto modo di realizzare con i bambini dell’Ospedale alcune opere che saranno battute all’asta per beneficenza in occasione di uno speciale charity gala. La settimana della mostra sarà un susseguirsi di eventi ed appuntamenti. Oltre al charity gala, ci saranno laboratori, collaborazioni con brand importanti, corsi di yoga ed interviste e anteprime con i protagonisti del cinema. Apertura il 7 novembre con un Vernissage che coinvolgerà personaggi del mondo politico, dello spettacolo, dello sport, dell’arte e della comunicazione.

Massimo Lanzaro

Facciamola finita

http://www.maridacaterini.it/opinioni/744-facciamola-finita-commedia-reality-trash.html

Reality pirandelliano o commedia trash?
Chi si occupa di cinema, per passione o per mestiere, entra raramente impreparato in una sala. Le conoscenze pregresse, le informazioni raccolte, anche i pregiudizi fanno parte indubbiamente della stessa esperienza cinematografica. Orbene guardando “Facciamola finita” (“This Is the End”) non riesco a non pensare all’influenza formativa di Judd Apatow su questa variegata banda che ruota intorno a Seth Rogen e al suo fido cosceneggiatore Evan Goldberg, entrambi al debutto registico.

Apatow inizia a fare il comico mentre frequenta la Syosset High School, dove ha un programma chiamato Club Comedy sulla stazione radio della scuola. Si affida ai contatti della madre presso il comedy club per avere accesso ai commedianti; ebbene durante questo periodo riesce a fare intervenire, al programma Harold Ramis (il regista del piccolo capolavoro “Groundhog day” e di “Terapia e pallottole”) insieme all’allora sconosciuto Steven Wright (consigliato a chi non lo conoscesse, ama lo humor nonsense e mastica un minimo di inglese). Judd debutta alla regia nel 2005 con la commedia “40 anni vergine” con Steve Carell, mentre nel 2007 dirige “Molto incinta” con Seth Rogen, con cui aveva già lavorato nel film precedente e nella serie Freaks and Geeks. Questo cerchio, almeno per il momento si chiude qui.

“Facciamola finita” è una commedia reality-trash con ambientazione apocalittica in cui lo stesso Rogen, James Franco, Jonah Hill, Seth Rogen, Jay Baruchel, Danny McBride e Craig Robinson interpretano una versione fittizia e caricaturale di se stessi. Curiosamente il primo trailer è stato distribuito il 20 dicembre 2012, in concomitanza con le profezie sul 21 dicembre. In Italia esce il 18 luglio per la Warner Bros Pictures Italia. E’ ispirato ad un cortometraggio ideato ed interpretato nel 2007 da Rogen e Jay Baruchel (che recitavano insieme nella splendida serie “Undeclared”), intitolato “Jay and Seth vs. The Apocalypse”, che in realtà non si è mai visto, ma di cui è circolato solo il trailer da un minuto e mezzo. Il film è ambientato nella casa di James Franco, allestita per una festa a cui è invitata praticamente la Hollywood simpatica, come ad esempio Michael Cera, Emma Watson e Rihanna. La villa, arredata con opere d’arte e cimeli autoreferenziali sopravvive, sorprendentemente, al disastro che sta devastando Los Angeles, e si trasforma, tra alcool e droghe, nell’ambientazione di un divertentissimo reality show.

I ragazzi rimasti rinchiusi, cercano infatti di sopravvivere barricati nella casa ed il loro rapporto si evolve tra litigi,discorsi sguaiati o deliranti ed improvvisi legami da sopravvivenza. Il tutto con tanto di “confessionale”, dove gli esilaranti parossismi dei superstiti vengono progressivamente raccolti da una sgangherata steadycam.

Ad un certo livello questa è una commedia brillante, a tratti geniale, a tratti bizzarra e col solito gusto maschile del politicamente scorretto. Praticamente American Pie incontra La guerra dei mondi e di mezzo ci sono anche L’esorcista e La notte dei morti viventi. Se si gratta un po’ la superficie spassosa, si trova tuttavia una chiave di volta moralistica (con vari riferimenti biblici): “se si è delle brave persone, la giusta ricompensa arriva sempre”, dirà un personaggio. Ma se si va ancora un po’ più a fondo si intuisce che c’è un ulteriore livello di lettura, forse quello più pregnante, nascosto ed intelligente: l’elemento di ricerca nei meandri del binomio attore-persona. Un esempio su tutti: le prodezze tossiche e sessuali di un repellente Michael Cera fanno da contraltare al personaggio straight edge che ormai lo contraddistingueva. Oppure le grandi meschinità di divi ed antidivi gli uni contro gli altri armati. Quali i veri confini nell’ambito del binomio suddetto? Quali le gamme di grigio – viene da chiedersi – quando vengono descritte enantiodromie caratteriali?

Forse è eccessivo a questo punto scomodare Pirandello, il suo “Saggio dell’umorismo”, il cosiddetto contrasto tra vita e forma, ossia tra ciò che ciascuno di noi è veramente e ciò che la società, nelle diverse circostanze, impone all’individuo di diventare. Ma se il folle è l’unico a vivere davvero, perché ha avuto il coraggio di strapparsi di dosso le maschere che la società impone, il tentativo di Rogen di mettere a nudo un po’ della follia dei suoi amici ed al contempo di divertire è decisamente più che riuscito.

Massimo Lanzaro

Samsara, film documentario dal fascino inesauribile

http://www.maridacaterini.it/news/698-samsara,.html

di Massimo Lanzaro

L’anima in viaggio con Tolkien, Collodi e Miyazaki

Dr. Massimo Lanzaro (Psichiatra, Psicoterapeuta)

Attraverso i secoli (con le successive rielaborazioni) le fiabe trasmettono significati nascosti e palesi, comunicandoli in modo tale da raggiungere la mente “ineducata” del bambino e quella “sofisticata” dell’adulto. In effetti vari autori, da Marie Louise Von Franz a Bruno Bettelheim, hanno mostrato come le fiabe popolari parlino il “linguaggio inconscio” di problem comuni a tutti gli uomini, con I conflitti, le crisi e le trasformazioni tipiche dello sviluppo dell’individuo e della collettività, al di là dell’intento narrativo contingente.Di solito le favole mostrano le tappe del processo di maturazione della personalità: I modelli di comportamento fondamentali della psyche e le situazioni tipiche della vita si presentano nelle fiabe “allo stato puro”, non contaminate dalla storia personale e dai contenuti dell’inconscio personale. In tal senso una fiaba è come un sogno, senza le varianti peculiari e le complicazioni che emergono dall’inconscio personale nell’attività onirica.Il fatto che tali narrazioni si tramandinocontribuisce a corroborare l’idea di una universalità di significato dei motivi archetipici. I vari personaggi infatti non devono essere intesi come ego, come persone, bensì simboli di strutture archetipiche (l’eroe che è in ognuno di noi, il vecchio saggio etc.): le fiabe non sono racconti delle esperienze personali, bensì prodotti delle comunità e della loro psiche collettiva e profonda.Le immagini di una fiaba, come quelle di un sogno, contengono spesso molti messaggi, che non si esauriscono in un’unica chiave di lettura e che a volte lo stesso autore potrebbe coscientemente aver ignorato. Jung affermava che studiare le fiabe è un buon modo per studiare l’anatomia comparata dell’inconscio collettivo, ovvero di quelli che si pensa siano gli strati più profondi e arcaici della psiche. In tal senso alcuni sostengono anche che il materiale delle fiabe sia compensatorio alle idee e ai valori del conscio collettivo nel momento storico in cui la fiaba è stata prodotta. Può pertanto offrire un nuovo punto di vista su problemi che magari la cultura dominante non sa come affrontare.C’è un filo rosso che lega II mio vicino Totoro (Tonari no Totoro, 1988) e Lacittà incantata (Sen To Chihiro No Kamikakushi, 2002), tanto che si potrebbe considerare i due film complementari. Ma ci sono elementi, “costanti naturali” che troviamo in narrazioni tanto datate (Pinocchio ad esempio) quanto recenti (Il Signore degli Anelli).Le storie si aprono infatti con un trasferimento (il tema del viaggio, della crescita, del percosrso verso l’individuazione). Tutte queste narrazioni sono la storia di un “viaggio” in senso letterale e metaforico.Nel Signore degli anelli la meta del viaggio è la distruzione dell’anello con le sue valenze simboliche. Ne II mio vicino Totoro, Mei e Sutsuki lasciano la città per la campagna. In La città incantata, assistiamo ad un analogo spostamento: dallo spazio urbano a quello rurale. Dal kosmos razionale della Cultura al kaos irrazionale della Natura. Le tangenze continuano: in entrambi i casi, il portale tra il mondo “reale” e quello “fantastico” è rappresentato da un tunnel. In entrambi i film, la dimensione soprannaturale è onirica (inconscia), quasi fosse frutto dell’immaginazione della piccola protagonista (Chihiro qui, che non a caso, si chiede più volte «Sto forsesognando?»). Totoro e La città incantata raccontano la medesima storia: in momenti di grande stress psicologico (la malattia della madre nel primo, la sparizione dei genitori nel secondo, due metafore del crescere), le piccole protagoniste se la cavano da sole, acquistando, nel contempo, una nuova capacità di guardare e comprendere il mondo. Il tema della percezione è centrale. Il doppio ruolo di bambina e donna, consente a Chihiro, Mei e Sutsuki di cogliere ciò che gli adulti – che hanno ormai smarrito la purezza e l’innocenza – non sono più in grado di vedere. La percezione infantile ha dunque un’efficacia epistemologica che trascende quella degli adulti. Il fantastico coesiste con la ratio, ma solo i più innocenti e vulnerabili, i “puer”, sono in grado di comprenderlo.Se II vicino Totoro era “Alice nel Paese delle Meraviglie,” allora La città incantata è «Alice attraverso lo specchio». Come nelle opere di Carroll, la piccola protagonista finisce catapultata in un mondo magico e assurdo, esilarante e terrificante, in cui il nonsenso e il grottesco rappresentano la normalità (di nuovo, verosimilmente l’inconscio). E come nell’opera di Carroll, anche qui il linguaggio gioca un ruolo fondamentale. La perdita del nome (identità), o meglio, la sua trasformazione in numero, conduce all’alienazione, in senso hegeliano e marxista assieme, ma è anche un punto di partenza.Marxista, perché Miyazaki da sempre usa il cartone animato per muovere una critica almodello capitalistico. In La città incantata, Yubaba dirige con il pugno di ferro una sorta di centro estetico per gli spiriti che popolano il mondo. L’arpia trasforma gli esseri umani in schiavi (Chihiro e Haku). In questa rilettura nipponica della dialettica servo-padrone. Come non ricordare invece Sauron e la sua volontà di sottomettere tutti i popoli liberi, e verosimilmente lo stesso intento polemico di Tolkien contro gli usi/abusi della società contemporanea.I dipendenti del centro termale idolatrano il Dio Ricchezza (l’oro prodotto dalle mani del fantasma “Senza Faccia”) sono destinati allo scacco. Allo stesso tempo, per Miyazaki, l’unico modo di uscire dall’impasse è lavorare. Come in Kiki servizio di consegne (Majo no Takkyubin, 1988), anche qui la giovane protagonista deve guadagnarsi il diritto a esistere. Kiki, la tredicenne apprendista fattucchiera, lavora come fattorina di una panetteria per pagarsi l’affitto. Chihiro, dopo aver perso genitori, nome e ogni ricchezza materiale, supera il momento di difficoltà diventando una “donna delle pulizie”. Ma chi la dura, la vince. Chihiro e Kiki conquistano l’emancipazione grazie al sudore della loro fronte. Il processo di palingenesi dell’eroe di Collodi e di quelli di Tolkien procede di pari passo. Chihiro esce profondamente trasformata dall’esperienza con Yubaba. Prima di entrare nel tunnel è una bambina. Dopo esserne uscita, è una donna. Pinocchio da burattino diventerà un uomo.Il bacio accennato, ma alla fine mancato, tra Chihiro e Haku rimanda ad un’etica/estetica asessuata. Come nel “Signore degli anelli” la storia d’amore tra Arven e Aragorn è almeno inizialmente confinata ai margini della storia.Ne La città incantata, la metamorfosi dei genitori, avidi e ingordi, costringe Chihiro a lavorare per sopravvivere. Le figure genitoriali introiettate saranno al termine del processo di maturazione riconosciute come “persone” e non più come elementi superegoici.La preoccupazione ambientalista, altra costante di Miyazaki, appare qui stemperata dall’esigenza poetica. Nei mondi animati dell’autore nipponico, la natura si manifesta come una forza autonoma e dichiaratamente non-umana, se non esplicitamente anti-umana. Come non ricordare a riguardo, in parallelo, la ribellione degli alberi ne “Le due torri?”.Il mondo contemporaneo o post- industriale rappresenta infatti anche per Tolkien la nemesi della Natura. E’ noto che, per Miyazaki, i processi di modernizzazione hanno portato alla progressiva distruzione dell’equilibrio primordiale e all’alienazione dell’uomo con l’ambiente naturale. In La città incantata, l’accusa di Miyazaki si incarna in Okutaresama, il “Mostro Puzzolente”, lo Spirito di un Fiume. La creatura, un ammasso di fango maleodorante, vomita i rifiuti che gli esseri umani gli hanno rovesciato dentro, dai frigoriferi alle biciclette. Oltre a inquinare, gli esseri umani “puzzano,”: al passaggio di Chihiro, gli spiriti si tappano letteralmente il naso. Una seconda figura interessante è quella di Koanashi, detto “Senza Volto,” un mostro incappucciato che ricorda il Macchia Nera disneyano6. Il demone, in origine buono e generoso, diventa vorace e mostruosamente avido nel momento in cui comincia a consumare in modo disordinato, bulimico, inghiottendo tutto ciò che gli capita a tiro. Produce una ricchezza effimera. L’oro diventa fango. Il messaggio è chiaro: la cupidigia, umana o soprannaturale, porta inevitabilmente al collasso del sistema. E l’oro di cui è forgiato l’Unico Anello di Tolkien non ha analogamente nulla di nobile: serve a soggiogare gli uomini..

Scrivere

Scrivere è per me il bisogno di rivelarmi, il bisogno di risonare, non dissimile dal bisogno di respirare, di palpitare, di camminare incontro all’ignoto nelle vie della terra.

Gabriele D’Annunzio, Notturno

Immergermi

Avevo sempre avuto questa tendenza a immergermi talmente in qualcosa da dimenticarmi per un po’ del resto del mondo.

M. Haruki; Norwegian Wood

Separazioni

La cosa più bella in un cinema è il silenzio totale del pubblico quando è così rapito da respirare appena.

Charles Laughton

Le persone delicate

Io le chiamo le persone “delicate”.

Sono quelle persone che si avvicinano agli altri senza invadere il loro spazio. Che hanno voglia di ascoltare ma non impongono alcuna domanda. Che non proiettano ogni discorso su se stesse, ma mettono tutte se stesse in ogni discorso.
Le persone delicate chiedono sempre il permesso per entrare, perché prima di spalancare una porta si preoccupano che chi c’è dietro sia al riparo dalla corrente.
Le persone delicate sanno quanto possano ferire le parole, perciò non le utilizzano mai a caso. E non giudicano, perché tengono molto più a comprendere le motivazioni dei gesti altrui, piuttosto che a condannarli.
Ma non è la compassione che le smuove, non la pietà, perché loro non si sentono privilegiate o superiori: si sentono semplicemente ‘simili’.
Le persone delicate sono molto sensibili, e possono apparire fragili. Invece sono fortissime. Perché continuare ad essere delicati in un mondo che aggredisce è una delle scelte più coraggiose che si possano fare.Ma la caratteristica più bella delle persone delicate è che lo sono con tutti, anche con chi non conoscono, anzi soprattutto con chi non conoscono.
Ecco perché le riconosci subito: le persone delicate, lo sono anche con te.
Cerca di fare attenzione quando ne incontri una: perché le persone delicate sono quelle che, più di tutte le altre, meritano di essere trattate con delicatezza.

dal web [Nicole]

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