Metto come post questa lettera da Marina.

Sin da bimbina, bevo tè. Se scrivo bevo tè e se consulto l’oracolo bevo tè e quando faccio le carte bevo tè e se viene un ospite preparo il tè , ma di solito mi chiedono il caffè. Se sono stressata bevo tè, se ho mangiato troppo bevo tè. Io ho la mia selezione di tè ed il servizio da tè e tante tazze e teiere ed anche la teiera araba per il tè alla menta, quello che si versa dall’alto…sono brava sa? Lo prendiamo insieme? Posso indossare il mio Kaftano (si scrive così?), il Kimono (si scrive così?) non ce l’ho!
Parlo alle mie piante, senza disturbarle. Ho notato che le piante non vogliono essere scocciate: hanno bisogno di spazio e tanquillità e di solito conviviamo per diversi anni, poi, ogni tanto, qualcuna decide di morire…Che strano mentre scrivevo “morire” ho sentito Chiara dire a mia nonna:
“Nonna, tu non muori!”
E mia nonna le ha risposto nell’unico modo possibile:
“No.”
Sono fatte l’una per l’altra ed io continuo ad avere conferma che avevo ragione!
Buonanotte Gabriele, siamo fatti del tessuto dei sogni ed il mio vuoto è colmabile con l’unica sostanza possibile…e chi sa che un giorno non possiamo ritrovarci a bere un tè nel giardino dei nostri sogni.
Chiara, d’altro canto, mi chiede spesso:
“Mamma, mi accompagni a vivere nel sogno?”
Ed io le rispondo nell’unico modo posssibile:
“Si.”
D’altronde, chi sono io per toglierle la speranza…

B,B,B,Bimba.

Nell’Interiorità di Anima — “Armonia e simpatia”

Armonia e simpatia

La preghiera viene esaudita perché una parte dell’universo è in simpatia con un’altra, come in una corda tesa, nella quale la vibrazione dal basso si trasmette in alto, spesso, anzi, mentre una corda vibra, l’altra ne ha, per così dire, la percezione, a causa della consonanza e anche perché è accordata alla stessa armonia. E se da una lira la vibrazione si trasmette persino in un’altra – a tanto giunge la simpatia! -, anche nell’universo regna un’unica armonia, sebbene essa derivi dai contrari.

Plotino, Enneadi, IV 4,41, in Gabriele La Porta, Dizionario dell’Inconscio e della Magia, Sperling & Kupfer, 2008, p. 68

Porto XI

Nel 1982 una giovane ricercatrice del CNR, ora titolare di una delle cattedre di Antropologia culturale più prestigiose in Italia, si reca a Cipro per conoscere un santone locale, Moshe. La studiosa non ha molto materiale sul presunto saggio, ma è spinta dalla certezza che quest’uomo davvero possieda un briciolo di sapienza allo stato primitivo.

La donna, di cui diamo soltanto le iniziali G. B., sta infatti compiendo una vasta indagine sulla magia popolare e sulle relative superstizioni.

Giunta sull’isola, impiega tre mesi per mettersi in contatto con Moshe, il quale, però, non ha alcuna intenzione di parlarle. Soltanto grazie a un bambino riesce a ottenere finalmente un colloquio.

Si arrampica per strade impervie, scala un monte e finalmente arriva a una casupola. Le fa da guida il ragazzino che le ha procurato il contatto.

G. B. chiede se c’è nessuno in casa. Non fa in tempo a terminare la frase che esce l’uomo. È un vecchio dall’età imprecisata, alto e possente. Prima che la donna possa articolare un discorso, le dice in perfetto inglese: «Tu sei venuta qui non tanto per scrivere un libro, quanto per giungere alla conoscenza. Non è così?».

È la verità. La ricercatrice è spinta soprattutto verso l’acquisizione di sapienze popolari. Non c’è in lei soltanto la bramosia della pubblicazione per ottenere questa o quella cattedra, ma un autentico bisogno di apprendere. Quindi la studiosa fa cenno di sì con la testa.

«Bene, allora torna qui dopo che avrai trovato tutte le erbe che assomigliano alla mandragola.»

A nulla valgono le proteste della ragazza. Infatti la mandragola è una pianta che non esiste. Deve tornare indietro.

Ritorna addirittura a Roma, consulta ogni tipo di testo di erboristeria e decine di esperti. Poi, per «assonanza», colleziona cinquecento tipi di piante. Quindi, a distanza di sei mesi, torna a Cipro.

Solita trafila di attesa e arrampicata furibonda fino a Moshe, che neppure guarda le piante.

«Ottimo,» le dice. «Adesso però devi trovarmi tutte le erbe che esistevano nel giardino di Platone.»

G. B. per poco non sviene. Riesce a reprimere la voglia di strozzare il vecchio e torna in Italia. Ormai, però, è decisa e non vuole mollare la presa. Consulta tutti gli storici della filosofia che può, e quindi anche i soliti erboristi che la prendono per pazza. Poi è la volta degli archeologi. Una fatica immane che le assorbe tutto il tempo libero e non solo quello. Trascorrono nove mesi, ma alla fine ha in mano quanto il saggio le ha chiesto.

Terzo viaggio, terza trafila, terza attesa, terza escursione. Moshe sembra però aspettarla. Prende quanto la giovane gli porge e accantona.

«Ora devi scrivermi cosa hai provato in questi diciotto mesi di ricerca e attesa. Soltanto dopo ti comunicherò il mio sapere.»

Mordendosi la lingua, la ricercatrice riprende la strada di casa. Per fortuna ha preso moltissimi appunti e stende circa mille pagine di riflessioni e meditazioni. Un diario stupendo di attesa e ricerca. Impiega sei mesi per concludere lo scritto. Quindi ricomincia tutto da capo.

Da quando è giunta per la prima volta a Cipro è passato oltre un anno e mezzo. Ha speso molti soldi, ma per fortuna non ha problemi. Si è spezzata in due su strade impossibili, ha visto decine di persone, scritto centinaia di pagine, collezionato migliaia di erbe, ma alla fine è riuscita nel suo intento. È felice. L’uomo dovrà comunicarle la sua saggezza.

Altra immane camminata e finalmente, in piena luce, ecco il sapiente. L’accoglie con un largo sorriso. Prende le pagine e le colloca per terra. Poi va dentro casa e torna con i due mucchi di erbe che lei gli ha portato in precedenza. Dispone tutto vicino. Si apre i pantaloni e orina sul tutto.

G. B. spalanca la bocca, riesce solo ad articolare: «Dio, questo non me lo sarei mai aspettato, non è razionale!».

E subito lui di rimando; «Ecco, sei al primo gradino del sapere».

Il giardino e la Cerimonia del Tè.

Il giardino è il luogo della perfezione, è il bisogno di pace, di immutabile.

La cerimoia del Tè avveniva di sera, per questo motivo nei giardini giapponesi troviamo le lanterne di pietra. La Cerimonia del tè rappresentava il congiungimento tra mondo divino e mondo umano. I movimenti di chi prepara iltè, di chi lo versa e di chi lo beve sono archetipici degli dei.

Il giardino è quindi la perfezione in terra, immutabile nella sua armonia e si rinnova incessantemente.

Il giardino e la cerimonia del tè rappresentano un muoversi nell’immutabilità. Corrispondono al bisogno dell’uomo di rassicurarsi della sua caducità.

Il tempo viene scandito,  lentissimamente, fino a tramutarsi in un non-tempo, tanto diaradato, quanto irraggiungibile. Nel giardino perfetto regna l’illusione della lontananza dalla decomposizione. Movimenti e fiori diventano archetipi di se stessi.

Costellazioni ideali su cui finalmente riposarsi.

Il “mio” credo

Vi riporto alcune parole dell’amatissimo IBN ARABI (in persiano so che si legge come in italiano IBN ARABI’).

Il mio cuore assume molte foggie…

pascolo per le gazzelle…

rifugio per i monaci…

perchè la religione dell’amore,

ovunque vadano i suoi destrieri,

è il mio credo e la mia fede.

(quando io scriovo a voi sul blog non consulto testi; vado di getto e a memoria; spero così di trovare il filo dell’Emozione)

Porto X

Nell’Ottocento si credeva che l’uomo avesse appena qualche secolo. I nostri antenati risalivano a mille anni or sono, forse meno. Poi, la paleontologia e l’archeologia affiancate dagli studi sul carbonio 14 hanno in parte rimesso le cose a posto. Ma ogni nuova scoperta continua a collocare più indietro la nascita del primo uomo.

Nel settembre del 1969, un congresso mondiale di astrologi e paleontologi svoltosi sotto l’egida dell’UNESCO a Parigi, ha definitivamente spostato a due milioni di anni fa l’avvento del primo uomo capace di costruire utensili e di concepire il culto dei morti. Gli scavi nel Ciad del 1989 hanno dimostrato l’esistenza di una specie umana risalente a sei milioni di anni fa. Louis Pawels e Jacques Bergier, studiosi dell’evoluzione del pensiero umano, fanno allora un’ipotesi: «La ricerca potrebbe essere infinita e po­trebbe farci pensare al fatto che, al livello della nostra scala, esiste un primo uomo quanto esiste un’estremità dell’Universo. Non si tratta di proporre l’idea che la nascita dell’uomo potrebbe essere sincrona alla formazione della vita sulla terra avvenuta più di tre miliardi di anni or sono. Ma forse in dieci milioni di anni la specie umana ha potuto emergere, poi scomparire nei cataclismi, poi ricomparire così come la vita ritorna sulle isole rese sterili dalle eruzioni vulcaniche».

Se questa ipotesi fosse vera, improvvisamente si comprenderebbe da dove giungono all’uomo contemporaneo ricordi, frammenti, schegge e simboli che non sembrano appartenergli perché estranei alla civiltà che si è sviluppata in questi ultimi seimila anni.

Sono appunto anamnesi, frammenti di altre e misteriose culture sparite nella notte dei tempi. Ed ecco spiegato anche il mito di Atlantide che ricorre, sotto le forme più diverse, in ogni latitudine o popolo.

Porto IX

Uno degli elementi che servono da cardine alla teoria che tra le religioni esistano precise connessioni, a dispetto dei bigotti fanatici che vedono soltanto differenze, è quello del simbolo del fascio di luce che colpisce il serpente avvoltolato su se stesso. Oppure della vergine che calpesta lo stesso tipo di rettile.

Dunque esiste un’analogia tra vergine e luce.

Lo studio comparato delle tradizioni ha appurato che la luce è una delle valenze della conoscenza, del sapere. Perciò Vergine = Saggezza. In ogni caso il serpente è vinto dall’intelligenza che deve essere «vergine», ovvero purificata. Adesso rimane da sapere cosa sia il serpente.

Per i cristiani, per gli ebrei e per i musulmani è il diavolo. Ma per tutte le tradizioni millenarie alle loro spalle, il serpe è l’energia assoluta, totale, indistinta.

Dunque l’energia deve essere comandata da un’intelligenza priva di macchie, ovvero di egoismi.

L’immensa energia delle centrali nucleari e delle testate atomiche è oggi presieduta da un’intelligenza siffatta?

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